Consulenza

In un mondo sempre più complesso e in perenne trasformazione la consulenza non è più riducibile nel «dare dei buoni consigli».

Il consulente – che io preferisco chiamare advisor – oltre a oltre a dover conoscere in maniera più profonda il contesto e le specificità dell’azienda, deve non solo formulare pareri, suggerimenti e indicazioni operative ma anche:

  • Diventare sempre più frequentemente il punto di vista critico, capace di mettere in discussione anche le ipotesi e le certezze più consolidate;
  • Saper tradurre il da farsi in piani azioni pratici, fattibili e soprattutto monitorabili con facilità;
  • Contribuire a formare quelle competenze e quella dimensione motivazionale necessarie al team di progetto e pivot del cambiamento perché possano portare a casa i risultati attesi.
  • Comunicare con efficacia e tempestività – a chiunque sia interessato o debba essere informato – non solo i risultati del progetto ma anche l’innovatività e robustezza del metodo adottato e le motivazioni profonde che hanno spinto l’azienda a intraprendere quel percorso.

Queste attività di advisorship – che un tempo erano distribuite fra diversi servizi professionali – richiedono sia una visione unitaria che un’integrazione e armonizzazione operativa. Perciò sono parte integrante di un nuovo concetto di consulenza, una consulenza trasformativa e orientata all’impatto organizzativo e comportamentale che richiede molta seniority ed esperienza sul campo e che a suo agio nella poli-crisi.

COSA SERVE PER FARE QUESTO TIPO DI CONSULENZA?

  • Una profonda conoscenza dei metodi e strumenti della consulenza «tradizionale» che vengono da anni di esperienza, tra cui 5 in McKinsey.
  • Un’esperienza manageriale – come dirigente e CEO per molti anni – che fornisce lo sguardo dall’alto, la comprensione delle priorità e la consapevolezza che quello che conta sono solo i fatti e non le parole.
  • Una riconosciuta competenza digitale che si origina dalla laurea con lode in informatica e prosegue con la consulenza e con la gestione (e talvolta anche creazione) di start-up tecnologiche.
  • Una profonda «competenza umanistica» – in particolare sulla psicologia, la filosofia e i beni culturali – necessaria a comprendere l’essere umano, aiutandolo a rafforzare le proprie debolezze e ad attingere al patrimonio di saperi e ispirazioni che solo la cultura e l’arte ci possono dare. Competenza che nasce dalla frequentazione del liceo classico ma si consolida con un’attività di lettura dei classici mai esaurita e da specifici progetti ed esperienza (ad es. consigliere del Ministro dei Beni e attività culturali).
  • Un’abilità comunicativa che nasce non solo dall’esperienza ma da un’intensa attività convegnistica, pubblicistica – decine di libri e molti articoli su riviste e quotidiani come Harvard Business Review, Il Sole24Ore, MIT Technology Review, Economy… – e dall’insegnare retorica e negoziazione a manager e professionisti.