GRANELLI ROMPE UN'AMICIZIA. È STATO UN ATTO SGRADEVOLE

La sinistra democristiana contro la decisione di Rognoni. “Sento il dovere di precisare che si è trattato di una scelta individuale, per molti aspetti incomprensibile”

Chissà quante telefonate di congratulazioni per il suo nuovo incarico di ministro della Difesa avrà ricevuto Virginio, per gli amici Gingio, Rognoni.

Sicuramente saranno state molte. Tra le tante, altrettanto sicuramente, non c’è quella del senatore Luigi Granelli, lombardo come lui, democristiano come lui, fino a quarantotto ore fa insieme anche nella stessa corrente, la sinistra. Per Granelli l’ex amico Rognoni è peggio di un traditore. La dichiarazione che ha dettato alle agenzie di stampa è una fucilata in pieno petto: “Avendo ricevuto proteste e critiche da parte di moltissimi amici milanesi e lombardi per la decisione dell’onorevole Rognoni di accettare, in un momento di inquietante involuzione politico-parlamentare, la nomina a ministro della Difesa, sento il dovere di precisare che si è trattata di una scelta individuale, per molti aspetti incomprensibile”. “Si possono comprendere le critiche – prosegue la nota al vetriolo di Granelli – ma non il loro utilizzo in chiave personale. L’incrinatura di una amicizia di antica data ha creato amarezza e fa registrare un netto dissenso politico. L’entrata nel governo, mentre i colleghi della sinistra hanno compiuto un difficile e apprezzabile gesto di dignità politica, appare come un atto sgradevole che si colloca fuori da quella coerente battaglia politica che la sinistra democristiana, sin dai tempi di Martora, ha sviluppato con un impegno che non può certo venir meno oggi”.

Non è difficile comprendere perché la sinistra ce l’abbia a morte con Rognoni. Il suo gesto ha rischiato di “oscurare” il sacrificio dei diciotto uomini di governo (cinque ministri e tredici sottosegretari) che per “coerenza” hanno rinunciato all’auto blu, alla scorta e a una bella fetta di potere. Carlo Fracanzani, per esempio, ha detto addio al suo potente ministero, quello delle Partecipazioni statali, che manovra gli assetti di comando delle numerose aziende di Stato. Naturale che non gli sia piaciuta affatto la decisione di Rognoni. Fracanzani non vuole nemmeno giungere a dare un giudizio politico. Per lui il problema è “umano”. Commiserazione, dunque. E un uomo prudente e misurato come Francesco D’Onofrio, appena entrato alla Camera (è subentrato a Giovanni Galloni che ha dovuto lasciare il seggio parlamentare per divenire vicepresidente del CSM) così commenta la decisione del suo amico: “La precarietà della situazione politica doveva consigliare Andreotti di non chiedere a un uomo come Rognoni simili impegni”. Come dire che quella poltrona su cui è seduto il professore di diritto processuale di Pavia dovrà tornare libera tra pochissimo tempo.

Ma si dice che la scelta di Andreotti sia stata dettata proprio per procurare fastidi alla sinistra. Rognoni, elemento di disturbo a Milano, e Gerardo Bianco cavallo di Troia nella riserva avellinese di De Mita. Bianco fa sapere che a questo gioco lui non ci starà: “Eviterò accuratamente – assicura – qualunque tipo di competizione. E poi – si schermisce – non creda che abbia così tanta influenza: pensi che nel mio paese i miei amici si ritrovano all’opposizione”. Ma la smentita di Oscar Luigi Scalfaro, che ha fatto in modo di non ricevere nemmeno l’offerta di un incarico ministeriale, conferma l’impressione iniziale. “Non ho voluto – dice Scalfaro – offrire la mia disponibilità in un momento di così grave tensione all’interno del partito”. La rude replica degli esponenti della sinistra a una valutazione di Andreotti sulla “volontarietà” delle dimissioni (il presidente del Consiglio ritiene che i cinque ministri sono stati “costretti” a dissociarsi) è un ulteriore elemento della guerra che si sta combattendo tra la maggioranza e la minoranza della DC. “Potrei dire che sono stato costretto da lui – ha riposto Martinazzoli – ma mi pare esagerato anche dire questo. Perciò le dichiarazioni di Andreotti mi sembrano incomprensibili”. Mattarella dice di essere stato costretto, “dalla coerenza e dalla lealtà, perché se un ministro non condivide una decisione importante non resta attaccato all’incarico, ma si dimette”. E Riccardo Misasi sottolinea che le dimissioni sono state determinate "da una questione di principio, di quei principi che rimangono essenziali".

la Repubblica
29 luglio 1990
Antonello Caporale