CoVid - SUGGERIMENTI E COMMENTI VARI

Papa Francesco, in un’intervista esclusiva rilasciata a Fabio Marchese Ragona per il Tg5, ha annunciato che nei prossimi giorni si sottoporrà alla vaccinazione anti-Covid: "Non so perché qualcuno dice: 'no, il vaccino è pericoloso', ma se te lo presentano i medici come una cosa che può andare bene, che non ha dei pericoli speciali, perché non prenderlo?".
"C'è un negazionismo suicida che io non saprei spiegare, ma oggi si deve prendere il vaccino" ... "Io credo che eticamente tutti debbano prendere il vaccino, è un’opzione etica, perché tu ti giochi la salute, la vita, ma ti giochi anche la vita di altri".
Parole che seguono l’appello che il Papa ha rivolto nel messaggio Urbi et Orbi di Natale: "Chiedo a tutti: ai responsabili degli Stati, alle imprese, agli organismi internazionali, di promuovere la cooperazione e non la concorrenza, e di cercare una soluzione per tutti: vaccini per tutti, specialmente per i più vulnerabili e bisognosi di tutte le regioni del pianeta. Al primo posto, i più vulnerabili e bisognosi!". Aggiungendo che "in questo tempo di oscurità e incertezze per la pandemia, appaiono diverse luci di speranza, come le scoperte dei vaccini. Ma perché queste luci possano illuminare e portare speranza al mondo intero, devono stare a disposizione di tutti. Non possiamo lasciare che i nazionalismi chiusi ci impediscano di vivere come la vera famiglia umana che siamo. Non possiamo neanche lasciare che il virus dell’individualismo radicale vinca noi e ci renda indifferenti alla sofferenza di altri fratelli e sorelle." (9 gennaio 2021)

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James Hansen: THE MASK (Mercoledì di Rochester, 21 luglio 2021)

Variante “Delta” permettendo, dovremmo stare lentamente tornando verso una vita più o meno normale - non esattamente come prima, ma almeno con un nuovo “tran tran” che somigli a quello ante-epidemia, compresa una qualche regolare presenza in ufficio, forse in forma diversa, ma comunque in compresenza con i colleghi.

Certo, alcune delle regole di comportamento acquisite in quest’anno e mezzo di terrore sanitario dovranno essere riviste. La questione delle “distanze sociali” tenderà a risolversi da sola. Già ci regoliamo abbastanza automaticamente in questo senso. Il vero problema sarà la mascherina: o c’è o non c’è, vie di mezzo non ce ne sono.

Finché l’uso della mascherina è regolato in maniera esplicita, almeno si sa come ci si dovrebbe comportare. Nel routine quotidiano dell’ufficio invece, saremo al "si salvi chi può". Inevitabilmente ci sarà chi la considera un fastidio superfluo e chi invece la mascherina la pretende anche se non c’è più l’obbligo.

Nei paesi anglosassoni, la scelta di continuare a mascherarsi o meno è spesso legata alle appartenenze ideologiche. In Inghilterra è perlopiù considerato “di sinistra” insistere sulla mascherina e “di destra” liberarsene. Per dire, tendenzialmente chi ha votato "Brexit" vuole andare senza, mentre chi ha votato “Remain” preferisce mascherarsi. C’è una simile distinzione negli Usa tra i Repubblicani - più restii a coprirsi - e i Democratici.

Sarebbe più facile se ci fossero prove inequivocabili riguardo all’efficacia delle mascherine, ma i risultati degli studi sono ambigui: chi è a favore trova le “sue” ricerche, chi invece è scettico ne trova altre. L’unico elemento di chiarezza obbiettiva è quello fisico. L’aerosol - il virus Covid mentre si muove nell'aria - è estremamente piccolo, sull’ordine di grandezza dei 100 nanometri (100 miliardesimi di metro), mentre le porosità della superficie filtrante delle maschere “chirurgiche” blu sono fino a mille volte quella dimensione - per non parlare di quelle delle mascherine in stoffa, anche 500mila volte più grandi.

Ciò non vuol dire che le mascherine non servano - se non altro, bloccano le gocce di saliva eiettate da chi tossisce - ma l’efficacia nell’intercettare il virus nell’aria è molto limitata. Comunque, ormai non è tanto una questione scientifica quanto dell'impellente necessità di sentirsi "protetti", e dunque un problema sociale. Da gestire quindi non tanto “da laboratorio” quanto con le regole della cortesia comune. Se, durante un incontro, qualcuno si senta più protetto con la mascherina, allora ci si deve mascherare.

Alla lunga, le maschere scompariranno con il Covid - sempre che scompaia… Nel frattempo però, dato il ruolo sociale che stanno assumendo, forse sono destinate a diventare degli accessori di moda - come quelle, del tutto inutili, dei primi anni Cinquanta che appaiono nell’immagine qui sopra.

Francesco Cundari: "ME NE FREGO". La destra nazionalista che antepone al bene della nazione la libertà d’infettare (Linkiesta, 20 luglio 2021)

Nel mondo alla rovescia dei Salvini, Trump e Bolsonaro, lo stato può imporre limiti strettissimi alla tua libertà a tutela del buon costume e della pubblica morale, ma non a tutela della pubblica salute.

Il primo segnale che qualcosa stava cambiando nel profondo della destra radicale risale non per niente al 2016: l’anno della Brexit e dell’ascesa di Donald Trump, che in Italia è stato anzitutto l’anno del referendum costituzionale voluto da Matteo Renzi. Il segnale della svolta, indimenticabile, è stato per me il manifesto di Forza Nuova che invitava a votare No con lo slogan: «Ferma la deriva autoritaria». Se persino i fascisti vedono ovunque svolte autoritarie, e non per rallegrarsene, è evidente che qualcosa non quadra. Come minimo, occorre aggiornare rapidamente mappe e vocabolari della politica.

Quel manifesto mi è tornato in mente assistendo alle acrobazie dialettiche di tanti esponenti della Lega e di Fratelli d’Italia, a cominciare da Matteo Salvini, per giustificare il fatto di non essersi ancora vaccinati. Per non parlare dell’ultima grottesca e pericolosa gara di fregnacce sulla minore urgenza di vaccinarsi per chi ha meno di quarant’anni, una tesi lanciata due giorni fa da Francesco Lollobrigida, che non è un virologo ma il capogruppo alla Camera di Fratelli d’Italia, immediatamente fatta propria, per non essere da meno, dal leader leghista. Ma forse ancora più significativa è la polemica contro il green pass e qualunque altro tentativo di introdurre ragionevoli misure di sicurezza per consentire a ciascuno il massimo della libertà compatibile con la salute di tutti. Tutte misure contestate da destra in nome di un’assai peculiare battaglia anti-autoritaria.

Se le classiche categorie della politica avessero ancora una qualche attinenza alla realtà attuale, sarebbe ragionevole attendersi questo genere di posizioni ultra-libertarie, per non dire anarco-individualiste, da partiti liberali e liberisti, dai più irriducibili sostenitori della libertà dell’individuo in contrapposizione a qualsiasi pretesa dello stato, della politica e dell’apparato pubblico, in materia di libertà economica o libertà civili.

Per lo stesso motivo, sarebbe stato ragionevole attendersi dai partiti della destra nazionalista una posizione diametralmente opposta, fondata sul principio secondo cui prima dei diritti dell’individuo viene l’autorità dello stato, e il bene della comunità nazionale prevale sempre sui diritti dei singoli.

Giorgia Meloni ama ripetere che Fratelli d’Italia è il partito dei patrioti, e il primo e naturale dovere del patriota non è forse proprio quello di anteporre il bene della comunità nazionale ai propri desideri, persino ai propri diritti, e financo al più essenziale di tutti, il diritto alla vita? Siam pronti alla morte, o no? Qui invece sembrerebbe tutto il contrario: piuttosto che accettare la seccatura di una vaccinazione, o anche di un semplice tampone, allo scopo di ottenere il green pass, l’intera comunità nazionale può andarsene alla malora.

Come si spiega un tale capovolgimento ideologico? Il fatto è che non si tratta di un fenomeno solo italiano. Dagli Stati Uniti di Trump al Brasile di Jair Bolsonaro, paradossalmente, dinanzi alla minaccia alla salute pubblica rappresentata dal Covid sono proprio gli esponenti della destra più autoritaria a sposare un approccio ultra-libertario e ultra-individualista, quello stesso approccio che paradossalmente rifiutano quando si tratta di diritti e libertà civili.

In breve, nel loro mondo alla rovescia, lo stato può negarti il diritto di sposare chi vuoi, ma non quello di infettare chiunque; può imporre limiti strettissimi alla tua libertà a tutela del buon costume e della pubblica morale, ma non a tutela della pubblica salute, o semplicemente a garanzia della sopravvivenza di tutti.

C’è qualcosa di profondo che si è spezzato nel rapporto tra la destra populista e il principio di realtà, come dimostra il caso più clamoroso di recidiva, quello di Boris Johnson. Dopo essere finito lui stesso in terapia intensiva durante la prima ondata, il premier britannico sembrava avere abbandonato le posizioni negazioniste sposate all’inizio, che avevano fatto del Regno Unito uno dei paesi al mondo con il più alto numero di morti per Covid (e indovinate chi c’era a tallonarlo). Ma ecco che ieri, nonostante il risalire dei contagi in seguito al diffondersi della variante delta, e i conseguenti allarmi di tanti scienziati, Johnson ha tenuto ferma la decisione di riaprire tutto, abbandonando ogni restrizione, per ragioni puramente propagandistiche.

Ora che in Italia non c’è più Giuseppe Conte a Palazzo Chigi, a suo tempo capace di rimozioni della realtà non meno clamorose (in particolare ai tempi della seconda ondata, nel caso vi foste dimenticati l’autunno dei quattro decreti in quattro settimane), lo spettacolo di assoluta irresponsabilità offerto da Salvini e Meloni offre se non altro una grande occasione alla sinistra. O almeno a una sinistra che volesse davvero farla finita con il populismo e ricostruire un rapporto più solido con la società italiana, in larghissima parte ben lontana da simili assurdità.

Dana Smith: COME SUPERARE LO STRESS MENTALE DA PANDEMIA (Technology Review, 16 luglio 2021)

La diffusione del covid-19 ha creato situazioni difficili da fronteggiare per il nostro equilibrio mentale, dalle quali è possibile uscire solo con la creazione di in un ambiente che presenti il maggior numero possibile di stimoli e interazioni con gli altri.
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La promiscuità è tornata. O almeno questo è ciò che gli inserzionisti vogliono farci credere. Uno  spot per le gomme da masticare, le  cui vendite sono crollate nel 2020 perché nessuno si cura dell’alito se indossa una mascherina, descrive la fine della pandemia come una bolgia di persone che si abbracciano per le strade e pomiciano nei parchi. 

La realtà è un po' diversa. Gli americani stanno lentamente uscendo dalla pandemia, ma si ritrovano con una serie di traumi da elaborare. Non sono cambiati solo le famiglie, le comunità e i lavori, ma  anche il nostro modo di pensare. Non siamo le stesse persone che eravamo 18 mesi fa. 

Durante l'inverno del 2020,  oltre il 40% degli americani ha riportato sintomi di ansia o depressione, il doppio rispetto all'anno precedente. Questo numero è sceso al 30 per cento nel giugno del 2021 con l'aumento delle vaccinazioni e la diminuzione dei casi di covid-19, ma ancora quasi un americano su tre è alle prese con problemi per la propria salute mentale. Oltre ai sintomi diagnosticabili, molte persone hanno riferito di aver sperimentato la nebbia cognitiva, ossia dimenticanze, difficoltà di concentrazione e confusione generale. 

Ora la domanda è: il nostro cervello può recuperare lo stress?

Come reagisce il cervello

Ogni esperienza cambia il cervello, con la comparsa di nuove sinapsi, le connessioni tra le cellule cerebrali, o con la perdita di quelle esistenti. Questo fenomeno è noto come neuroplasticità ed è il modo in cui il cervello si sviluppa durante l'infanzia e l'adolescenza. La neuroplasticità è il modo in cui continuiamo a imparare e a creare ricordi anche nell'età adulta, sebbene il nostro cervello diventi meno flessibile man mano che invecchiamo. Il processo è vitale per l'apprendimento, la memoria e l’attività cerebrale sana in generale.

Lo stress, qualcosa che quasi tutti hanno sperimentato durante la pandemia, non solo può distruggere le sinapsi esistenti, ma anche inibire la crescita di quelle nuove con il rilascio di ormoni chiamati glucocorticoidi, in particolare il cortisolo. A piccole dosi, i glucocorticoidi aiutano il cervello e il corpo a rispondere a un fattore di stress, modificando la frequenza cardiaca, la respirazione, lo stato infiammatorio e altro per aumentare le probabilità di sopravvivenza. 

Una volta che il fattore di stress è sparito, i livelli ormonali diminuiscono. Con lo stress cronico, tuttavia, il cervello rimane inondato di sostanze chimiche. A lungo termine, livelli elevati di glucocorticoidi possono causare cambiamenti che possono portare a depressione, ansia, dimenticanza e disattenzione. 

Gli scienziati non sono stati in grado di studiare direttamente questi tipi di cambiamenti fisici del cervello durante la pandemia, ma possono  dedurli  dai numerosi sondaggi sulla salute mentale condotti negli ultimi 18 mesi e da ciò che sanno sullo stress e sul cervello da anni di ricerche precedenti.

Per esempio,  uno studio ha dimostrato che le persone che hanno sperimentato fattori di stress finanziario, come la perdita del lavoro o l'insicurezza economica, durante la pandemia avevano maggiori probabilità di sviluppare la depressione. Una delle aree del cervello più colpite dallo stress cronico è l'ippocampo, importante sia per la memoria che per l'umore. La preoccupazione per le difficoltà economiche avrebbero inondato l'ippocampo di glucocorticoidi per mesi, danneggiando le cellule, distruggendo le sinapsi e, infine,  restringendo la regione. Un ippocampo più piccolo è uno dei segni distintivi della depressione. 

Lo stress cronico può anche alterare la corteccia prefrontale, il centro di controllo esecutivo del cervello, e l'amigdala, il fulcro della paura e dell'ansia. Troppi glucocorticoidi per un lugo periodo possono compromettere le connessioni sia all'interno della corteccia prefrontale che tra questa e l'amigdala. Di conseguenza, la corteccia prefrontale perde la sua capacità di controllare l'amigdala, lasciando incontrollato il centro della paura e dell'ansia. 

Questo modello di attività cerebrale (troppa azione nell'amigdala e comunicazione insufficiente con la corteccia prefrontale) è comune nelle persone che soffrono di disturbo da stress post-traumatico (PTSD), un'altra condizione che è aumentata durante la pandemia, in  particolare tra il personale sanitario in prima linea.

L'isolamento sociale causato dalla pandemia è stato probabilmente dannoso anche per la struttura e la funzione del cervello. La solitudine è stata collegata a un volume ridotto dell'ippocampo e dell'amigdala, nonché a una minore connettività nella corteccia prefrontale. Non è quindi sorprendente che le persone che hanno vissuto da sole durante la pandemia abbiano sperimentato tassi più elevati di depressione e ansia.

Infine, il danno a queste aree del cervello colpisce le persone non solo a livello emotivo, ma anche cognitivo. Molti psicologi hanno attribuito la nebbia cognitiva all'impatto dello stress cronico sulla corteccia prefrontale, con relative compromissioni della concentrazione e della memoria di lavoro.

E’ il momento di cambiare strada

Ma ci sono anche buone notizie. Per molte persone, il cervello può recuperare spontaneamente la sua plasticità una volta che lo stress se ne va. Se la vita inizia a tornare alla normalità, potrebbe farlo anche il nostro cervello. "In molti casi, i cambiamenti che si verificano con lo stress cronico in realtà diminuiscono nel tempo", afferma James Herman, professore di psichiatria e neuroscienze comportamentali presso l'Università di Cincinnati. "A livello del cervello, si può vedere un'inversione di molti di questi effetti negativi". 

Gli ormoni dello stress si ritireranno man mano che le vaccinazioni continueranno e l'ansia di morire per un nuovo virus (o di uccidere qualcun altro) diminuirà. E mentre ci si avventura di nuovo nel mondo, tutte le piccole cose che ci rendevano felice o ci sfidavano in modo positivo lo faranno di nuovo, aiutando il cervello a risanare le connessioni perse che quei comportamenti avevano costruito una volta. Per esempio, mentre l'isolamento sociale fa male al cervello, l'interazione sociale lo aiuta. Le persone con reti sociali più grandi hanno più volume e  connessioni nella corteccia prefrontale, nell’amigdala e in altre regioni del cervello. 

Anche se non si ha ancora voglia di socializzare di nuovo, sarebbe meglio forzarsi a farlo. Nella cura di alcune malattie mentali, c'è una tecnica definita “attivazione comportamentale”, che enfatizza l'uscire e fare le cose anche se non se ne ha voglia. All'inizio, non si provano le stesse sensazioni di gioia o divertimento che si provavano andando al bar o facendo un barbecue in giardino, ma se si è costanti queste attività spesso inizieranno a sembrare più facili e possono aiutare a mitigare la depressione.

Rebecca Price, professore associato di psichiatria e psicologia dell'Università di Pittsburgh, afferma che l'attivazione comportamentale potrebbe funzionare arricchendo l'ambiente che ci circonda e portando, secondo gli scienziati, alla  crescita di nuove cellule cerebrali, almeno nei modelli animali.

“Il cervello reagirà all'ambiente che lo circonda, quindi se si trova in un ambiente deprivato perché si è rimasti bloccati a casa da soli, ciò probabilmente causerà alcune diminuzioni nei percorsi disponibili", spiega Price. "Se si crea per se stessi un ambiente con più input, interazioni e stimoli possibili, allora la risposta del cervello sarà positiva. Quindi alzatevi dal divano e andate a visitare un museo, un giardino botanico o partecipate a un concerto all'aperto. Il cervello vi ringrazierà”.

Anche l’esercizio fisico può aiutare. Lo stress cronico riduce i livelli di un'importante sostanza chimica chiamata fattore neurotrofico derivato dal cervello (BDNF), che aiuta a promuovere la neuroplasticità. Senza BDNF, il cervello è meno in grado di riparare o sostituire le cellule e le connessioni perse a causa dello stress cronico. L’esercizio fisico aumenta i livelli di BDNF, specialmente nell'ippocampo e nella corteccia prefrontale, il che spiega almeno in parte perché l'esercizio può migliorare sia l’attenzione che l'umore. 

Il BDNF non solo aiuta la crescita di nuove sinapsi, ma può anche aiutare a produrre nuovi neuroni nell'ippocampo. Per decenni, gli scienziati hanno pensato che la neurogenesi nell'uomo si fermasse dopo l'adolescenza, ma recenti ricerche hanno mostrato segni di crescita dei neuroni anche in età avanzata (sebbene la scoperta sia ancora contestata).

Indipendentemente dal fatto che funzioni o meno attraverso la neurogenesi, è stato dimostrato più volte che l'esercizio migliora l'umore, l'attenzione e la cognizione delle persone; alcuni terapisti lo prescrivono persino per curare la depressione e l'ansia. È ora di uscire e iniziare a sudare.

La terapia aiuta

Ci sono molte variazioni nel modo in cui il cervello delle persone si riprende dallo stress e dai traumi, e non tutti si riprenderanno così facilmente dalla pandemia. "Alcune persone sembrano essere più vulnerabili a entrare in uno stato cronico in cui rimangono bloccate in qualcosa di simile alla depressione o all’ansia", afferma Price. In queste situazioni, potrebbe essere necessaria una terapia o un farmaco.

Alcuni scienziati ora pensano che la psicoterapia per la depressione e l'ansia funzioni almeno in parte  modificando l’attività cerebrale e attivando nuovi schemi. Un articolo scientifico  che ha valutato la psicoterapia per diversi disturbi d'ansia ha scoperto che il trattamento era più efficace nelle persone che mostravano più attività nella corteccia prefrontale dopo diverse settimane di terapia rispetto a prima, in particolare quando l'area esercitava il controllo sul centro della paura del cervello. 

Altri ricercatori stanno cercando di modificare l'attività cerebrale delle persone usando i videogiochi. Adam Gazzaley, professore di neurologia dell'Università della California, a San Francisco, ha sviluppato il primo gioco di allenamento del cervello a ricevere l'approvazione della FDA per la sua capacità di trattare l'ADHD nei bambini. È stato anche dimostrato che il gioco  migliora la capacità di attenzione  negli adulti. Inoltre, gli studi EEG hanno rivelato una maggiore connettività funzionale che coinvolge la corteccia prefrontale, suggerendo un aumento della neuroplasticità nella regione.

Ora Gazzale vuole usare il gioco per curare le persone che presentano sintomi di nebbia cognitiva post virus. "Pensiamo che in termini di ripresa dal covid siamo di fronte a un'incredibile opportunità", dice. Mentre gli effetti dei giochi di allenamento del cervello sulla salute mentale e sulla neuroplasticità sono ancora oggetto di dibattito, ci sono abbondanti prove dei benefici dei farmaci psicoattivi. 

Nel 1996, la psichiatra Yvette Sheline, ora professoressa all'Università della Pennsylvania, fu la prima a dimostrare che le persone con depressione avevano ippocampi significativamente più piccoli rispetto alle persone non depresse e che la dimensione di quella regione del cervello era correlata a quanto tempo e quanto gravemente erano stati depressi. Sette anni dopo, ha scoperto che se le persone con depressione assumevano antidepressivi, avevano una minore perdita di volume nella regione.

Questa scoperta ha  cambiato le prospettive di molti ricercatori  su come gli antidepressivi tradizionali, in particolare gli inibitori selettivi della ricaptazione della serotonina (SSRI), aiutano le persone con depressione e ansia. Come suggerisce il nome, gli SSRI prendono di mira la serotonina neurochimica, aumentandone i livelli nelle sinapsi. La serotonina è coinvolta in diverse funzioni corporee di base, tra cui la digestione e il sonno.

Aiuta anche a regolare l'umore, e gli scienziati da tempo pensavano che fosse così che i farmaci funzionavano come antidepressivi. Tuttavia, ricerche recenti suggeriscono che gli SSRI possono anche avere un effetto neuroplastico, aumentando il BDNF, specialmente nell'ippocampo, che potrebbe aiutare a ripristinare la funzione cerebrale sana nell'area. Uno dei più recenti antidepressivi approvati negli Stati Uniti, la ketamina, sembra anche aumentare i livelli di BDNF e promuovere la crescita delle sinapsi nel cervello, fornendo ulteriore supporto alla teoria della neuroplasticità. 

La prossima frontiera della ricerca farmaceutica per la malattia mentale coinvolge gli psichedelici sperimentali come l'MDMA e la psilocibina, l'ingrediente attivo dei funghi allucinogeni. Alcuni ricercatori pensano che questi farmaci aumentino a loro volta la plasticità nel cervello e, se abbinati alla psicoterapia, possano essere un trattamento potente.

Non tutti i cambiamenti al nostro cervello dell'anno passato sono negativi. Il neuroscienziato David Eagleman, autore del libro  Livewired: The Inside Story of the Ever-Changing Brain, afferma che alcuni di questi cambiamenti potrebbero effettivamente essere stati utili. Spingendoci fuori dalle nostre routine, la pandemia potrebbe aver causato l'adattamento e la crescita del nostro cervello in modi nuovi.

Se non avessimo vissuto il 2020, dice Eagleman, avremmo ancora un vecchio modello interno del mondo e non avremmo spinto il nostro cervello a fare i cambiamenti che si sono verificati. Dal punto di vista delle neuroscienze, questa è la cosa più importante che può accadere: una sfida costante, la costruzione di nuovi percorsi, la scoperta di prospettive diverse del mondo".

Sei consigli per stare meglio

Mentre il cervello di ognuno è diverso, provate queste attività per dare al cervello le migliori possibilità di riprendersi dalla pandemia.

1. Uscire e socializzare. Le persone con reti sociali allargate hanno più volume e  connettività nella corteccia prefrontale , nell’amidgala e in altre regioni del cervello.

2. Provare ad allenarsi. L'esercizio aumenta i livelli di una proteina chiamata BDNF che aiuta a promuovere la neuroplasticità e può anche contribuire alla crescita di nuovi neuroni.

3. Parlare con un terapeuta. La terapia può aiutare a vedere se stessi da una prospettiva diversa e cambiare gli schemi di pensiero insieme agli schemi cerebrali.

4. Arricchire l’ambiente. Spezzare la routine pandemica e stimolare il cervello con una gita al museo, una visita al giardino botanico o un concerto all'aperto.

5. Prendere dei farmaci, ma dietro prescrizione. Si ritiene che sia i classici farmaci antidepressivi, come gli SSRI, sia quelli più sperimentali come la ketamina e gli psichedelici, agiscano in parte aumentando la neuroplasticità.

6. Rafforzare la corteccia prefrontale esercitando l’autocontrollo. Se non si ha accesso a un videogioco per aumentare l'attenzione (approvato dalla FDA), la meditazione può avere un beneficio simile.

Linda Geddes: LONG COVID HAS MORE THAN 200 SYMPTONMS, STUDY FINDS (The Guardian, 16 luglio 2021)

Calls for national screening programme as symptoms revealed range from brain fog to tinnitus

The largest ever international study of people with long Covid has identified more than 200 symptoms and prompted researchers to call for a national screening programme.

The study found the myriad symptoms of long Covid – from brain fog and hallucinations to tremors and tinnitus – spanned 10 of the body’s organ systems, and a third of the symptoms continued to affect patients for at least six months.

A national screening programme would help produce a better understanding of how many people are affected and the kind of support they would need, the researchers said.

The researchers also called for the clinical guidelines for assessing patients with suspected long Covid to be widened beyond cardiovascular and lung-function tests.

Athena Akrami, a neuroscientist at University College London, and senior author of the study, said: “A lot of post-Covid clinics in the UK have focused on respiratory rehabilitation. It’s true that a lot of people have shortness of breath, but they also have a lot of other problems and types of symptoms that the clinics need to provide a more holistic approach to.”

She said that she was still experiencing symptoms 16 months after becoming infected with coronavirus, adding: “There are likely to be tens of thousands of long Covid patients suffering in silence, unsure that their symptoms are connected to Covid-19.

“Building on the network of long Covid clinics, which take GP referrals, we now believe a national programme could be rolled out into communities able to screen, diagnose and treat all those suspected of having long Covid symptoms.”

The study, published in the Lancet’s journal EClinicalMedicine, surveyed 3,762 people with confirmed or suspected long Covid from 56 countries. It identified 203 symptoms, of which 66 were tracked for seven months.

The most common symptoms were fatigue, post-exertional malaise (where people’s health worsens after physical or mental exertion) and brain fog. Other effects included visual hallucinations, tremors, itchy skin, changes to the menstrual cycle, sexual dysfunction, heart palpitations, bladder control issues, shingles, memory loss, blurred vision, diarrhoea and tinnitus.

The researchers also captured the progression of symptoms over time. “After six months most of the remaining symptoms are systemic – things like temperature regulation, fatigue, post-exertional malaise – and neurological [affecting the brain, spinal cord and nerves],” Akrami said.

Respondents with symptoms lasting longer than six months, a total of 2,454, said they experienced an average of 13.8 symptoms during the seventh month.

Across the course of their illness, patients’ symptoms affected nine organ systems on average. “This is important for medical researchers who are looking for the underlying [disease mechanisms], and also for doctors that provide care and treatment because it suggests they should not just be focusing on one organ system,” said Akrami.

About 22% of the people who participated in the survey reported not being able to work – being fired, taking prolonged sick or disability leave, or quitting – due to their illness. And 45% required a reduced work schedule.

Meanwhile, a review led by researchers at the University of Birmingham and published in the Journal of the Royal Society of Medicine, found that those who experienced more than five symptoms of Covid-19 during the first week of infection were at significantly greater risk of developing long Covid, irrespective of age or gender.

Separate research flagged the substantial strains that could be placed on health and social care systems in the coming years, as a result of Covid-related complications that occurred during the acute phase of illness among those patients who were admitted to hospital. It found that half of those hospitalised with Covid-19 developed at least one additional complication during their stay, while a quarter of patients were less able to look after themselves when they were discharged from hospital than before they had the virus. This impact on self-care was even higher among those with neurological complications such as strokes or meningitis.

“Being admitted to hospital with breathing problems is not a complication in itself, the complication is if they get a pneumonia on top of that, or a blood clot or an acute kidney injury,” said Dr Annemarie Docherty, an honorary consultant in critical care at the University of Edinburgh, who was involved in the study.

The study, which was published in The Lancet and involved more than 70,000 people in 302 UK hospitals, found that the most common complication was sudden damage to the kidneys causing them to not work properly. This affected one in four of those admitted to hospital with severe Covid. It was followed by lung complications, such as pneumonia or severe inflammation of the lungs, which affected around one in five patients; and heart complications, such as heart attack, inflammation around the heart or an abnormal heart rhythm, which affected just over one in eight (12%).

Although men and over-60s were most commonly affected, 27% of 19- to 29-year-olds and 37% of 30- to 39-year-olds who were admitted to hospital also experienced at least one complication.

“I was actually really quite surprised, because I was expecting the same relationship that we see with death – in other words, that the complications would [primarily affect] the frail and elderly people,” said Prof Calum Semple at the University of Liverpool, the study’s chief investigator. “I was really quite distraught to see that we were talking about young people, who were previously fit and well, having complications such as an acute kidney injury.”

He warned that policymakers must consider the risk of complications for Covid survivors, not just deaths, when making decisions around easing restrictions. For instance, someone with an acute kidney injury will require ongoing monitoring and may require kidney dialysis or transplantation. They could also be at increased risk of cardiovascular disease and osteoporosis in later life because their kidneys are no longer properly regulating their blood pressure and bone minerals.

Katia Riccardi: "VI MOSTRO LA SINDROME POST-COVID-19": il progetto fotografico al Gemelli di Roma pubblicate dal Washington Post (la Repubblica, 11 gennaio 2021)

Marco Carmignan ha trascorso del tempo al Day Hospital Post-Covid-19 del Policlinico Gemelli di Roma dove sono trattati i "guariti" dal virus che affrontano però effetti a lungo termine. Le sue immagini sono state pubblicate dal quotidiano americano: "Volevo descrivere qualcosa di cui non si parla abbastanza"

"Stanchezza, difficoltà respiratorie, problemi di memoria, forti dolori alle articolazioni, persistenza nella perdita del gusto e dell'olfatto, eruzioni cutanee, perdita di capelli". Sono alcuni dei sintomi che persistono a lungo termine dopo aver contratto e sconfitto il virus.

È chiamata 'sindrome post-Covid-19' nota anche come 'Long Covid', "e se ne parla ancora poco", spiega il fotografo Marco Carmignan, 29 enne di Vicenza, storyteller e National Geographic Explorer.

"Volevo portare nel dibattito pubblico qualcosa di poco noto" racconta Carmignan (il sito ufficiale). "Durante il lockdown mi ero posto molte domande su come potessi contribuire attraverso il mio lavoro. C'era già molto sulle terapie intensive per esempio, foto di città vuote. La rappresentazione del coronavirus così come l'abbiamo vista, ma sentivo che c'era anche altro. Qualcosa di ancora invisibile. Mi sono orientato sul post Covid". E ha scoperto un mondo.

Carmignan ha trascorso diverso tempo presso il Day Hospital Post-Covid-19 del Policlinico Gemelli di Roma, aperto nell'aprile dello scorso anno per curare i pazienti che si stavano riprendendo dal virus affrontando gli effetti a lungo termine. Il suo progetto fotografico è stato pubblicato dal Washington Post: gli scatti ritraggono i medici e gli operatori sanitari della struttura del Gemelli e ritratti di persone guarite che ancora combattono con la malattia.

"Ho iniziato a fare delle ricerche, ho conosciuto persone di ogni fascia d'età che erano guarite ma avevano ancora molti problemi. Nonostante il sollievo di aver passato la fase acuta che è di per sé un'esperienza traumatica, si ritrovavano dopo mesi a dover lottare con qualcosa di nuovo che li portava a rimmetere in discussione tutto".

I medici del Gemelli si occupano di questo tipo di casi. "Sono stati i primi e sono una struttura multidisciplinare, dove si svolge tutto in uno stesso luogo. Un ciclo standardizzato di tre ingressi, i pazienti effettuano una serie di visite mediche per un check up completo. Dalla TC al torace alla spirometria, dagli esami ematochimici allargati all'elettrocardiogramma, dalla visita neurologica a quella psichiatrica". Dalla paura ai suoi effetti, perché un incubo può lasciare una scia potente, non solo inconscia.

"Nonostante la sofferenza, tutto coloro che ho incontrato hanno reagito in maniera forte e coraggiosa, ce la stanno mettendo tutta", continua il fotografo. Sono persone che hanno usato la propria immunità provvisoria e la loro forza persistente per aiutare altri. "Una ragazza che ho fotografato ora porta avanti un gruppo internazionale per il riconoscimento del Long Covid. Da paziente è diventata un'attivista".

Quando Carmignan ha cominciato a lavorare al suo progetto, l'Italia registrava circa 1,8 milioni di casi e 65mila morti per Covid-19. Oggi i numeri sono saliti a oltre 2,2 milioni di contagi e quasi 79mila decessi. Le persone guarite o dimesse sono poco più di 1.6 milioni.

La gran maggioranza dei "guariti" però sostiene di essere lasciata a se stessa.

"La guarigione può comportare un percorso difficile, incerto. Ancora poco si sa degli effetti a lungo termine che migliaia di persone affrontano dopo la negativizzazione al tampone. I sintomi cambiano da caso a caso. Quello comune alla maggior parte è l'affaticamento generale". Una stanchezza che resta attaccata e che cambia la vita, mentre continua.

Secondo i medici del Policlinico Gemelli, che hanno già pubblicato i risultati degli studi su diverse importanti riviste scientifiche internazionali, sulla base di oltre 600 pazienti, solo il 20 per cento è in grado di ottenere una guarigione completa a due mesi dalla malattia, il restante 80% vive con diverse conseguenze che portano a un significativo deterioramento della qualità della vita e generano una vera e propria esperienza post traumatica.

Il mondo sta cercando di capire l'entità e la durata sia dell'immunità che degli effetti a lungo termine (Come e perché i pazienti hanno contratto Long Covid, F.Callard, E. Perego) e il numero di che si occupa di questo è in aumento. Un gruppo di sostegno internazionale, che include Long Covid Italia e Long Covid Italia e sopravvissuti, è in contatto con l'Oms per portare prove sul Long Covid alla comunità scientifica, "tuttavia fino ad ora il confronto è avvenuto solamente in gruppi virtuali come per esempio Noi che il Covid lo abbiamo sconfitto".

"Ho costruito con i pazienti un rapporto di fiducia" conclude Carmignan, "ho cercato di capire chi sono". Il progetto è diventata una collaborazione perché "ognuno di loro aveva voglia di contribuire e di lottare con la propria storia". Fotografare per non dimenticare "che dietro i numeri che costantemente vengono diffusi, ci sono delle persone". Casi, contagi, guariti. Volti, storie, vite.

Enrico Franceschini: IL MANUALE SULLA DISTANZA SOCIALE SCRITTO IN SARDEGNA QUATRTRO SECOLI FA (la Repubblica, 10 gennaio 2021)

Tenere due metri di distanza. Non stringersi la mano. Assegnare a un solo membro di ogni famiglia il compito di uscire per fare la spesa. Sono alcune delle regole imposte in tutto il mondo dal lockdown e dalle misure restrittive per combattere la pandemia del Covid. Ma una ricerca dell’università di Oslo ha scoperto che le stesse norme erano state suggerite da un medico in Sardegna più di quattro secoli fa, durante la peste che colpì la città di Alghero sterminandone almeno il 60 per cento della popolazione.

“Il manuale sulla distanza sociale di 432 anni fa”, riassume in un titolo la Bbc, segnalando lo studio degli accademici finlandesi. È il professor Ole Benedictow, docente emerito di storia a Oslo, ad avere pescato in archivio un testo del 1589 in latino, Ectypa Pestilensis Status Algheriae Sardiniae, opera di un medico di Alghero, Quinto Tiberio Angelerio, allora 50enne. Il volumetto spiega dettagliatamente come affrontare la peste bubbonica che ha contagiato la città, all’epoca disputata tra la corona iberica e il regno di Piemonte.

A introdurre la peste nel porto nord-occidentale dell’isola era stato un marinaio sbarcato su una nave probabilmente partita da Marsiglia. L’effetto si rivelò disastroso: secondo una fonte nel giro di un anno sopravvissero soltanto 150 dei 6 mila abitanti di Alghero, secondo un’altra persero la vita i tre quinti della popolazione.

Ma a quel punto entra in campo il dottor Angelerio, riuscendo dopo vari tentativi a farsi dare ascolto dalle autorità cittadine. “I provvedimenti adottati si rivelarono molto avanzati per quel tempo”, nota lo storico finlandese. “Ci si potrebbe aspettare che iniziative di quel genere venissero da città più sviluppate e di maggiori dimensioni come Venezia, Firenze o Pisa, ma il medico in questione aveva dalla sua una esperienza diretta”. Qualche anno prima, infatti, si era trovato in Sicilia durante un contagio di peste. E dalle lezioni apprese lì fece tesoro ritornato nella sua Sardegna.

Il più notorio episodio di peste della storia è la cosiddetta Black Death che devastò l’Europa e l’Asia nel 1346, uccidendo almeno 50 milioni di persone in tutto il mondo. Ma il morbo, sebbene non più con la stessa virulenza, continuò a manifestarsi per secoli: si dice che a Londra nel 1563 ne morì il 25 per cento della cittadinanza e a Parigi apparve a intervalli di due-tre anni fino al 1670.

L’epidemia di peste che si espande per Alghero non è dunque insolita. Riconoscendola per quello che è dalle pustole sulla pelle dei primi malati, Angelerio propone immediatamente di mettere la popolazione in quarantena. All’inizio – una storia destinata a ripetersi – nessuno gli dà ascolto, anzi qualcuno vorrebbe linciarlo per i danni che un’azione del genere avrebbe arrecato all’economia locale. Ma poi il medico ottiene udienza dal viceré e i suoi consigli diventano ordini.

Primo: ai cittadini viene detto di rimanere in casa. Secondo: vengono proibiti tutti gli incontri pubblici, sia per lavoro che per intrattenimento. Terzo: soltanto una persona per ogni famiglia ha il permesso di lasciare l’abitazione e solamente per ragioni essenziali come andare a comprare prodotti alimentari. Quarto: viene consigliato a tutti di lavare oggetti di uso quotidiano e di non stringere la mano nemmeno in chiesa. Quinto: se proprio si deve incontrare qualcuno, bisogna tenere una distanza minima di due metri.

Il dottor Angelerio stabilisce perfino che le botteghe che vendono cibo debbano mettere una ringhiera davanti al bancone per impedire che la clientela si avvicini troppo. Viene inoltre deciso, sempre su suo consiglio, di aprire un lazzaretto per ospitare i contagiati. E si cominciano a eliminare cani e gatti, nel timore che anche gli animali possano diffondere il male: una reazione assai comune in passato, durante la peste del 1665 si ritiene che a Londra furono sterminati 40 mila cani e 20 mila gatti. Oggi fortunatamente questo non avviene più, sebbene sia provato che per esempio gli animali domestici possono essere infettati dal coronavirus (ma non trasmetterlo all’uomo): le adozioni di cani e gatti sono anzi aumentate a livelli da record nell’ultimo anno.

Le misure introdotte dal dottor Angelerio non impedirono che gran parte della popolazione di Alghero morisse di peste, ma alla fine riuscirono a fermare il contagio in città e a evitare che si allargasse ai villaggi e alle zone circostanti. “Alghero non ebbe un’altra epidemia di peste per cinquant’anni”, nota il professor Benedictow, “e quando arrivò vennero di nuovo applicate le norme tratte dal manuale di quel saggio medico, introducendo quarantena, isolamento, disinfezione di case e oggetti, cordoni sanitari”. In un certo senso, quel libretto di istruzioni è una delle prime guide della storia alla distanza sociale, afferma lo studio dell’università di Oslo: il concetto che regola le nostre vite al tempo del Covid era dunque già applicato quattro secoli or sono in Sardegna.

Giuliano Aluffi: COME CURARE IL COVID A CASA PER EVITARE IL RICOVERO (la Repubblica, 29 dicembre 2020)

Il professor Remuzzi (dir dell'Istituto Mario Negri): "Antinfiammatori ai primi sintomi"

Come prevenire in tempo utile l’infiammazione, ovvero il fattore che più di ogni altro contribuisce ad aggravare la condizione del paziente positivo al Covid? Il professor Giuseppe Remuzzi, direttore dell’Istituto Farmacologico Mario Negri, e il professor Fredy Suter, a lungo primario di malattie infettive all’Ospedale di Bergamo, hanno stilato un documento ad uso dei medici di famiglia che spiega, unendo la letteratura scientifica all’esperienza sul campo clinico, come curare a casa il Covid in sicurezza, minimizzando il rischio di ricovero in ospedale. Il concetto chiave è la tempestività nell’agire “Prima agisci, più hai successo nell’evitare il ricovero” spiega Remuzzi.

Come è nato il documento, professor Remuzzi?

Ecco, "documento" è la parola giusta: non si tratta infatti di un protocollo, né di linee guida. È invece una descrizione di come curiamo i nostri pazienti, minimizzando i ricoveri in ospedale. Il nostro documento nasce così: io ho presieduto la società mondiale di nefrologia, e ho contatti con moltissime persone soprattutto in America Latina, Asia, India, Bangladesh e Africa. In questi mesi molti di questi colleghi mi hanno scritto chiedendomi: “Ma tu come curi i tuoi pazienti Covid?”. Questo succede anche in Italia: da tanti anni ormai rispondiamo a tutte le lettere dei pazienti, e in questo periodo tutti chiedevano: “Come si cura a casa il Covid?”. Allora io e il professor Sutter, insieme alla dottoressa Cortinovis e al dottor Perico, abbiamo pubblicato un lavoro su Clinical and Medical Investigations per spiegare come curiamo i nostri pazienti Covid a casa loro.

Su cosa si basano le vostre raccomandazioni?

Su quello che si conosce del Covid, sulla letteratura scientifica relativa alla sua cura domiciliare, e sull’osservazione clinica dei pazienti con virosi alle alte vie respiratorie.

Cosa differenzia il vostro approccio da quelli già esistenti?

Faccio una premessa: moltissimi italiani che si curano a casa ci telefonano perché hanno problemi di assistenza, che poi li inducono a rivolgersi al Pronto soccorso. Però non ci vanno subito, ma solo quando si è già instaurata una fase iper-infiammatoria, e allora magari la malattia evolve negativamente. Noi invece proponiamo, quando si sentono i primissimi sintomi, di non fare la solita trafila, ovvero chiamare il medico (che magari non viene subito), poi prendere la tachipirina mentre si aspetta il tampone, e poi aspettare altri giorni per i risultati del tampone. Quello che raccomandiamo, invece, è di prendere vantaggio sul virus non appena si può.

E quindi cosa bisogna fare?

Appena si avvertono i primissimi sintomi – come tosse, febbre, spossatezza, dolori ossei e muscolari e mal di testa - bisogna iniziare subito il trattamento, senza aspettare i risultati del tampone. E agire come si fa con le virosi delle alte vie respiratorie. Quindi utilizzando non un antipiretico come la tachipirina, ma un farmaco antinfiammatorio, così da limitare la risposta infiammatoria dell’organismo all’infezione virale. Questo perché è proprio nei primi giorni che la carica virale è massima.

Come evolve la malattia e come si interviene?

La malattia funziona così: nei primi 2-3 giorni, quando la malattia è in fase di incubazione e si è presintomatici, inizia ad esserci una carica virale che sale. Poi, nei 4-7 giorni successivi, iniziano febbre e tosse e la carica virale diventa altissima. Quello è il momento cruciale e quello è anche il momento in cui di solito non si fa niente, perché magari ci si limita a prendere l’antipiretico aspettando il tampone. Poi può seguire un periodo di infiammazione eccessiva (che gli inglesi chiamano "hyper inflammation"), con sindrome respiratoria acuta: è questa che mette le basi perché il virus arrivi ai polmoni e lì si crei quella che gli immunologi chiamano "tempesta di citochine" (ovvero una reazione eccessiva del sistema immunitario che danneggia l’organismo ndr). Con il nostro approccio vogliamo prevenire questa fase di infiammazione eccessiva: è questa la cosa più importante in assoluto per evitare un’evoluzione negativa della malattia.

Come si previene l’iper-infiammazione?

Usando - quando la febbre supera i 37,3 gradi o se ci sono mialgie, dolori articolari o altri sintomi dolorosi -  farmaci antinfiammatori chiamati “inibitori della ciclo-ossigenasi 2” (o COX-2 inibitori) ad esempio il celecoxib. Il medico può prescriverne, ovviamente se per quel paziente non ci sono controindicazioni, una dose iniziale di 400 milligrammi seguita da una di 200 nel primo giorno di terapia, e poi un massimo di 400 milligrammi per giorno nei giorni successivi, se necessario. Questi farmaci inibiscono l’attività di un enzima infiammatorio, la ciclo-ossigenasi 2, e di tutte le prostaglandine (altre sostanze coinvolte nell’infiammazione) che sono formate dalla ciclo-ossigenasi 2. Sono sostanze che, nel Covid, giocano un ruolo chiave nella morte delle cellule, nella tempesta citochinica e nella fibrosi interstiziale polmonare. Un altro farmaco COX-2 inibitore utile a prevenire l’infiammazione eccessiva è la nimesulide, ovvero l'Aulin che tutti usano quando hanno dolori articolari. In questo caso la dose consigliata è di 100 milligrammi due volte al giorno, dopo i pasti, per un massimo di 12 giorni. Se ci sono problemi o controindicazioni per il celecoxib e la nimesulide, il paziente può rimpiazzare questi farmaci con l'aspirina, visto che anch’essa inibisce COX-2. Posologia indicata: 500 milligrammi due volte al giorno dopo i pasti. Se c’è febbre persistente, dolori muscoloscheletrici o altri segnali di infiammazione il dottore può prescrivere un corticosteroide come il desametasone: i corticosteroidi inibiscono molti geni pro-infiammatori che producono citochine.

A cosa bisogna stare attenti?

Come succede con tutti i farmaci, anche con i COX-2 inibitori rarissimamente possono esserci effetti negativi, per questo la nostra strategia - e questo mi preme sottolinearlo - non deve essere assolutamente un "fai da te": è una strategia da seguire a casa esclusivamente sotto controllo medico. Il medico dovrebbe visitare il paziente a casa almeno una prima volta, poi impostare la terapia e effettuare le visite successive anche solo via telefono. Appena si avvertono i primi disturbi, il medico dovrebbe suggerire subito l’antinfiammatorio intanto che il paziente aspetta il tampone.

E se il tampone è positivo?

Dopo 4-5 giorni si fanno degli esami: il conto dei globuli rossi e dei globuli bianchi, che ci dà l’idea della situazione immunologica. Poi si valuta la PCR (la proteina C reattiva), che ci indica se l’infiammazione sta andando avanti. La creatinina, per vedere com’è la funzione renale, il glucosio e un enzima per vedere come va il fegato. Se tutti questi esami risultano normali, il paziente può andare avanti con la sua aspirina o con il nimesulide, a seconda di ciò che aveva iniziato ad assumere. E normalmente la malattia si esaurisce nel giro di 10 giorni, o anche meno.

Se invece negli esami risultano dei valori fuori posto?

Allora è opportuno fare una radiografia al torace, che si può fare anche a casa. E il medico può prescrivere cortisone, eventualmente ossigeno e - se il paziente è una persona fragile e la radiografia del torace mostra una sovrapposizione batterica - un antibiotico. Se l’esame del d-dimero (marcatore che rileva un’eccessiva coagulazione del sangue) ci indica che comincia ad esserci un’attivazione della coagulazione, allora il medico può somministrare una bassa dose di un anticoagulante come l’eparina, sotto cute, per prevenire la trombosi. Un’analisi su 2.733 pazienti Covid ospedalizzati nel Mount Sinai Health System di New York mostra che tra i pazienti sottoposti a ventilazione meccanica, il 29% di coloro che hanno ricevuto una terapia anticoagulante è deceduto, contro il 63% di coloro che non l’hanno ricevuta. La prima visita deve essere fatta dal medico, mentre gli esami possono essere fatti dagli infermieri che si recano a casa del paziente. Se le cose non evolvono verso la polmonite interstiziale, il paziente guarisce a casa. Se invece la situazione peggiora, e la saturazione dell’ossigeno nel sangue diminuisce nonostante le cure - ovvero nonostante la terapia con ossigeno, cortisone ed eparina - allora il paziente va ricoverato in ospedale. Io mi auguro che i pazienti che vanno in ospedale siano molto pochi: quelli che abbiamo curato il professor Suter e io sono malati che di solito non ci vanno. Però, come dicevo prima, il nostro documento non è ancora uno studio, è più una spiegazione di come curiamo noi i pazienti Covid.

Seguirà uno studio vero e proprio?

Sì. Quando gli statistici avranno stabilito la dimensione del campione, confronteremo un certo numero di pazienti curati col nostro approccio e un uguale numero di pazienti che seguono la strategia più comune: curarsi con la tachipirina e aspettare il tampone. Sarà difficile trovare delle differenze su parametri come l’ospedalizzazione, perché l’80% dei malati di Covid non va in ospedale, però terremo conto di fattori come la durata dei sintomi, l’eventuale aggravamento, la mancanza di respiro. E poi se su 100 pazienti, 10 finiscono in ospedale con una strategia e 20 finiscono in ospedale con l’altra, questa può essere un’indicazione utile per confrontare  le due strategie, perché alla fine i pazienti che muoiono sono tra coloro che si sono così aggravati da richiedere il ricovero.

Come mai finora non si è posta grande attenzione alla necessità di iniziare la terapia il prima possibile per evitare che la malattia degeneri in modo grave?

Non saprei. Comunque vorrei precisare le nostre raccomandazioni sono fondate sulla letteratura scientifica. Ad esempio sull’International Journal of Infective Diseases un lavoro sulla nimesulide mostra che gli inibitori della ciclossigenasi 2 inibiscono le prostaglandine e quindi riducono le componenti della famosa “tempesta di citochine”. Un altro recente studio interessante, pubblicato a fine ottobre su Anesthesia and Analgesia, mostra che l’uso dell’aspirina si associa a minor bisogno di ventilazione meccanica, minore necessità di essere ammessi in terapia intensiva e minore mortalità del paziente. Invece la società di farmacologia francese ha trovato che l’utilizzo di paracetamolo, in persone che hanno forme avanzate della malattia, potrebbe persino nuocere, perché sottrae glutatione (ovvero un antiossidante naturale prodotto dal fegato ndR), sostanza importante - perlomeno in teoria, non è stato fatto uno studio su questo - per la capacità di difenderci dalle infezioni virali.

Ci sono già medici e organizzazioni che vogliono adottare il vostro metodo?

Tanti - medici, ricercatori, pazienti - ci hanno chiesto queste raccomandazioni. Un’azienda ospedaliera di Treviso intende adottare il nostro metodo. Ora noi abbiamo avviato lo studio che dicevo prima, e faremo come abbiamo fatto quando abbiamo trovato la cosiddetta "pillola antidialisi": avevamo iniziato con alcuni gruppi, arrivando a 13 gruppi di nefrologi in Italia che seguivano lo stesso protocollo, e a un certo punto si è visto che le persone non andavano più in dialisi. Ciò fu descritto in uno studio su Lancet a cui seguirono una ventina di lavori.

Se dovesse riassumere lo spirito del vostro approccio alla cura domestica del Covid?

Direi che è il medico di famiglia che ha nelle sue mani il segreto della cura del Covid a casa. È una cosa che mi dice sempre il professor Suter, che è stato primario di malattie infettive nel nostro ospedale per tanti anni, poi si è dedicato alle cure palliative e, con la crisi pandemica, ha iniziato ad andare a casa dei pazienti Covid. La cosa cruciale per il medico di famiglia è, appunto, andare a casa di questi pazienti, almeno la prima volta. E poi sentirli nei primi giorni, valutare l’evoluzione e fare in modo che un infermiere possa fare al paziente i tre esami che dicevamo, ed eventualmente la radiografia al torace. E poi, se la malattia progredisce, si può passare un certo numero di giorni con cortisone ed eparina sotto cute nel caso di persone anziane o allettate, per prevenire la trombosi nei periodi più critici. Sono tutte cose estremamente semplici e alla portata di tutti, però prevedono una giusta attenzione alle cure domiciliari.

Elisabetta Intini: ADULTI E BAMBINI: la risposta immunitaria al CoVid è diversa (Focus, 8 novembre 2020)

Capire quali meccanismi rendano la loro risposta al SARS-CoV-2 più efficace della nostra è di fondamentale importanza per le future prospettive di cura e prevenzione. Secondo un nuovo studio pubblicato su Nature Immunology, bambini e adulti sviluppano diverse tipologie e quantità di anticorpi contro il nuovo coronavirus, e queste differenze sarebbero la spia di un diverso andamento dell'infezione in base all'età dei contagiati.

Avvezzi alle novità. Nessuno è immune dalla CoVid, «ma i bambini sono particolarmente adattati a incontrare i patogeni per la prima volta, il loro sistema immunitario è progettato per questo» spiega Donna Farber, immunologa della Columbia University, tra gli autori della ricerca. E dato che il patogeno è nuovo per tutti, i più giovani sono in parte avvantaggiati: «I bambini hanno molte cellule T naive che sono capaci di riconoscere qualunque genere di nuova minaccia, mentre gli adulti e gli anziani devono fare più affidamento sulla loro memoria immunologica». I linfociti T naive (o vergini) sono cellule immunitarie ancora indifferenziate: non hanno mai incontrato l'antigene, cioè la proteina riconoscibile come estranea, del patogeno.

Trova le differenze. I ricercatori hanno esaminato un gruppo di adulti e uno di bambini affetti da covid a diversi livelli di gravità. Una parte dei bambini aveva la MIS-C, una sindrome infiammatoria multi-organo associata all'infezione da SARS-CoV-2, gli altri erano per la metà asintomatici. Tutti i bambini hanno però prodotto lo stesso tipo di risposta al virus, molto diversa da quella osservata negli adulti.I bambini hanno sviluppato meno anticorpi contro la proteina spike, l'antigene principale del nuovo coronavirus; i loro anticorpi avevano inoltre un'attività neutralizzante molto inferiore rispetto a quelli presenti negli adulti reduci dall'infezione. In questi ultimi, i massimi livelli di anticorpi neutralizzanti sono stati trovati in chi aveva contratto la covid in forma grave: la quantità di anticorpi neutralizzanti era correlata al numero di giorni trascorsi a combattere il virus.

Diffusione limitata. I bambini hanno inoltre prodotto pochi anticorpi contro una proteina virale visibile nel sistema immunitario solo dopo che il nuovo coronavirus ha infettato le cellule umane: secondo gli autori, questo suggerisce che nei piccoli l'infezione non si diffonda molto e non uccida un alto numero di cellule. Ciò spiegherebbe anche perché non hanno bisogno di una forte risposta anticorpale. Pertanto i bambini potrebbero essere infettivi per un numero minore di giorni e contribuire di meno alla diffusione della covid, anche se per affermarlo con sicurezza sarebbe stato necessario analizzare la loro carica virale. 

Che cosa manca al sistema immunitario degli adulti per agire con altrettanta efficacia? Lo studio non dà risposte chiare, ma può darsi che i bambini abbiano una risposta immunitaria innata (la prima linea di difesa aspecifica) molto più potente degli adulti, che abbatte in partenza la quantità di virus in arrivo nei polmoni; a quel punto, gli anticorpi avrebbero meno lavoro da fare.

Le conclusioni, finora. Lo studio rafforza le precedenti ipotesi sul rischio relativamente basso di grandi focolai all'interno delle scuole, e allo stesso tempo non dà indizi preoccupanti sulla risposta dei bambini al futuro vaccino anti-covid. I vaccini allo studio non imitano il corso di una normale infezione, ma garantiscono una risposta immunitaria più completa di quella che produrremmo naturalmente. Tuttavia, per il momento non sono stati arruolati molti giovanissimi tra i volontari per i vaccini in fase di test.

Mariano Zafra e Xavier Sala: A ROOM, A BAR AND A CLASSROM. How the coronavirus is spread through the air (El Pais, novembre 2020)

Link ad articolo con mappe interattive: https://english.elpais.com/society/2020-10-28/a-room-a-bar-and-a-class-how-the-coronavirus-is-spread-through-the-air.html

The risk of contagion is highest in indoor spaces but can be reduced by applying all available measures to combat infection via aerosols. Here is an overview of the likelihood of infection in three everyday scenarios, based on the safety measures used and the length of exposure.

The coronavirus is spread through the air, especially in indoor spaces. While it is not as infectious as measles, scientists now openly acknowledge the role played by the transmission of aerosols – tiny contagious particles exhaled by an infected person that remain suspended in the air of an indoor environment. How does the transmission work? And, more importantly, how can we stop it?

At present, health authorities recognize three vehicles of coronavirus transmission: the small droplets from speaking or coughing, which can end up in the eyes, mouth or nose of people standing nearby; contaminated surfaces (fomites), although the US Centers for Disease Control and Prevention (CDC) indicates that this is the least likely way to catch the virus, a conclusion backed by the European Center for Disease Control and Prevention’s (ECDC) observation that not a single case of fomite-caused Covid-19 has been observed; then finally, there is transmission by aerosols – the inhalation of invisible infectious particles exhaled by an infected person that, once leaving the mouth, behave in a similar way to smoke. Without ventilation, aerosols remain suspended in the air and become increasingly dense as time passes.

Breathing, speaking and shouting

At the beginning of the pandemic, it was believed that the large droplets we expel when we cough or sneeze were the main vehicle of transmission. But we now know that shouting and singing in indoor, poorly ventilated spaces over a prolonged period of time also increases the risk of contagion. This is because speaking in a loud voice releases 50 times more virus-laden particles than when we don’t speak at all. These aerosols, if not diffused through ventilation, become increasingly concentrated, which increases the risk of infection. Scientists have shown that these particles – which we also release into the atmosphere when simply breathing and which can escape from improperly worn face masks – can infect people who spend more than a few minutes within a five-meter radius of an infected person, depending on the length of time and the nature of the interaction. In the following example, we outlined what conditions increase the risk of contagion in this situation.

A bar or restaurant

Coronavirus outbreaks at events, and in establishments such as bars and restaurants, account for an important number of contagions in social settings. What’s more, they are the most explosive: each outbreak in a nightclub infects an average of 27 people, compared to only six during family gatherings – as explained in the first graphic. One of these superspreading outbreaks took place at a club in the Spanish southern city of Córdoba, where 73 people tested positive after a night out. Scientists have also recently analyzed an outbreak in a bar in Vietnam, where 12 patrons contracted the virus.

School

Schools only account for 6% of coronavirus outbreaks recorded by Spanish health authorities. The dynamics of transmission via aerosols in the classroom change completely depending on whether the infected person – or patient zero – is a student or a teacher. Teachers talk far more than students and raise their voices to be heard, which multiplies the expulsion of potentially contagious particles. In comparison, an infected student will only speak occasionally. According to the Spanish National Research Council (CSIC) guidelines, the Spanish government has recommended that classrooms be ventilated – even though this may cause discomfort in the colder months – or for ventilation units to be used.

To calculate the likelihood of transmission between people in “at-risk” situations, we used the Covid Airborne Transmission Estimator developed by a group of scientists led by Professor José Luis Jiménez from the University of Colorado. This tool is aimed at highlighting the importance of measures that hinder aerosol transmission. The calculation is not exhaustive nor does it cover all the innumerable variables that can affect transmission, but it serves to illustrate how the risk of contagion can be lowered by changing conditions we do have control over.

During the simulations, the subjects maintain the recommended safe distance, eliminating the risk of transmission via droplets. But they can still become infected if all possible preventive measures are not simultaneously applied: correct ventilation, shortening the encounters, reducing the number of participants and wearing face masks. The ideal scenario, whatever the context, would be outdoors, where infectious particles are rapidly diffused. If a safe distance from the infected person is not maintained, the probability of transmission is multiplied because there would also be the risk of contagion from droplets – not just aerosols. Making matters worse, even if there is ventilation, it would not be enough to diffuse the aerosols if the two people were close together.

The calculations shown in the three different scenarios are based on studies of how aerosol transmission occurs, using real outbreaks that have been analyzed in detail. A very pertinent case with regard to understanding the dynamics of indoor transmission was a choir rehearsal in Washington State, in the United States, in March. Only 61 of the 120 members of the choir attended the rehearsal, and efforts were made to maintain a safe distance and hygiene measures. But unknown to them, they were in a maximum risk scenario: no masks, no ventilation, singing and sharing space over a prolonged period. Just one infected person passed the virus on to 53 people in the space of two-and-a-half hours. Some of those infected were 14 meters away, so only aerosols would explain the transmission. Two of those who caught the virus died.

After studying this outbreak carefully, scientists were able to calculate the extent to which the risk could have been mitigated if they had taken measures against airborne transmission. For example, if masks had been worn, the risk would have been halved and only around 44% of those present would have been affected as opposed to 87%. If the rehearsal had been held over a shorter period of time in a space with more ventilation, only two singers would have become infected. These super-spreading scenarios increasingly appear to be critical to the development and spread of the pandemic, meaning that having tools to prevent mass transmission at such events is key to controlling it.

Methodology: we calculated the risk of infection from Covid-19 using a tool developed by José Luis Jiménez, an atmospheric chemist at the University of Colorado and an expert in the chemistry and dynamics of air particles. Scientists around the world have reviewed this Estimator, which is based on published methods and data to estimate the importance of different measurable factors involved in an infection scenario. However, the Estimator’s accuracy is limited as it relies on numbers that are still uncertain – numbers that describe, for example, how many infectious viruses are emitted by one infected person. The Estimator assumes that people practice the two-meter social distancing rule and that no one is immune. Our calculation is based on a default value for the general population, which includes a wide range of masks (surgical and cloth), and a loud voice, which increases the amount of aerosols expelled.

Francesca Biagioli: NARINGENINA, DALLE ARANCE IL TALLONE D'ACHILLE DEL COVID-19? (www.greenme.it, 30 ottobre 2020)

Una sostanza presente negli agrumi, la narigenina, potrebbe essere particolarmente utile per bloccare il Sars-Cov2, impedendogli la replicazione all’interno delle cellule. A sostenerlo un nuovo studio dell’Università La Sapienza di Roma.

Gli agrumi sono un alimento prezioso per proteggere il cuore. Oltre ad essere ricchi di vitamina C e dunque benefici per potenziare il funzionamento del nostro sistema immunitario e per proteggerci dalle più comuni malattie da raffreddamento, gli agrumi sono dei veri e propri alleati della salute del cuore ... anche per via del loro contenuto di naringenina, un flavonoide che, oltre a presentare le ben note proprietà antiossidanti, si è rivelato in grado di proteggere il cuore dai danni ischemici. La naringenina è in grado di interagire con una proteina situata a livello dei mitocondri cardiaci. Gli autori dello studio, condotto fino ad ora su modelli sperimentali, questa scoperta potrebbe avere un concreto impatto nutraceutico e farmaceutico, tenendo conto che le patologie cardiovascolari rappresentano la principale causa di morte nei Paesi industrializzati e comportano inoltre una spesa imponente per il sistema sanitario nazionale. (20 giugno 2013)

In questi giorni, con l’aumentare dei casi di Covid-19 in tutto il mondo, si è riaccesa la speranza di trovare nuove sostanze in grado di fermare l’avanzata del virus, prevenire i contagi o trattare i casi più gravi per evitare i decessi.

Una delle più grandi sfide a cui sono sottoposti gli scienziati di tutto il mondo è quella di trovare il modo di bloccare l’ingresso del virus all’interno delle cellule e, di conseguenza, fermare l’infezione sul nascere.

Tra le nuove ricerche, spicca oggi quella condotta da un team italiano, coordinato dal professor Antonio Filippini, del Dipartimento di Scienze anatomiche, istologiche, medico-legali e dell’apparato locomotore de La Sapienza, in collaborazione con altre università italiane.

Questo studio, pubblicato su Pharmacological Research, si è concentrato sulle potenzialità della naringenina di attaccare quello che è considerato il “tallone d’Achille” del coronavirus.

Ma partiamo dall’inizio, secondo l’ipotesi dei ricercatori, la proliferazione di Sars-CoV-2 si può prevenire inibendo uno specifico bersaglio molecolare, responsabile della progressione del virus una volta entrato nella cellula.

Si tratta dei canali ionici lisosomiali TPC (Two-PoreChannels) che già da tempo vengono studiati dal team de La Sapienza, ma sui quali ora si è tentato di intervenire proprio con l’aiuto della naringenina.

In pratica, trattando le cellule con questa sostanza, si è riusciti a fermare l’infezione di diversi tipi di coronavirus, tra cui proprio il Sars-CoV-2. 

A scoprire che il trattamento delle cellule con naringenina era in grado di bloccare vari coronavirus è stato il team di ricercatori del Laboratorio di Virologia della Sapienza guidato da Guido Antonelli ma è stato poi il team del Laboratorio di Microbiologia dell’università Vita-Salute San Raffaele, guidato da Massimo Clementi, che ha dimostrato come, utilizzando le stesse dosi, anche il Sars-Cov2 può essere sconfitto.

Ma c’è di più, la naringenina si è mostrata anche in grado di contrastare la cosiddetta tempesta infiammatoria che provoca il coronavirus, ossia la tanto dannosa produzione di citochine dell’infiammazione che si scatena nel corso dell’infezione virale.

“L’identificazione di un bersaglio cellulare e la dimostrazione che è possibile colpirlo in modo efficace, rappresenta un sostanziale passo avanti verso l’ambizioso obiettivo di arrestare l’epidemia da COVID-19. La sfida successiva, a cui stiamo lavorando, con l’importante ausilio di nuove competenze nanotecnologiche interne a Sapienza, è individuare la formulazione ottimale per veicolare il farmaco alle più basse concentrazioni possibili in modo efficace e selettivo alle vie aeree, il primo fronte critico su cui combattere l’infezione” ha dichiarato Antonio Filippini.

Alessandro D'Avenia: GLI AMORTALI (Corriere della Sera, 2 novembre 2020)

morti hanno a che fare con i vivi: l’ho imparato sin da bambino. Nella notte tra l’1 e il 2 novembre, nella mia Palermo, la tradizione voleva che fossero i defunti a portare regali, tra questi i caratteristici «pupi di zucchero». Poi nel multicolore freddo autunnale si andava al cimitero.

I Greci lo chiamavano necropoli, città dei morti, convinti che dopo la morte diventiamo ombre che si aggirano in una incolore e triste imitazione della vita. Opponevano quindi la solidità delle case-tomba all’oblio: la pietra, fissando il nome, consentiva all’individuo di non sparire del tutto. In fondo erano loro ad aver dato agli uomini il nome del loro destino: «i mortali». Sapere di essere tali era l’origine dell’amore per la vita e quindi della creatività della cultura, che è infatti ciò che l’uomo di ogni epoca oppone alla morte. La morte ci costringe a definire ciò che per noi ha veramente valore. Per loro la morte era anonimato e oblio, e strappare un individuo a queste forze era strapparlo alla morte: l’eroe la sconfiggeva facendosi un nome eterno. Meglio una vita breve ma memorabile che lunga e anonima: in questa scelta c’è tutta la storia greca da Achille ad Alessandro Magno.

Poi arrivarono i cristiani e preferirono la parola «cimiteri», perché il cadavere era solo la scorza di un seme nato a nuova vita. Cimitero significa infatti giaciglio come la terra è il letto del seme: la morte è solo il passaggio dal seme al germoglio. Ogni sera noi «moriamo» un poco mettendoci orizzontali, ma è una morte che porta la vita attraverso il riposo.

D’altronde erano stati proprio i cristiani a cambiare il modo di indicare gli uomini, tra loro si chiamavano «i viventi», non più i mortali. Sapevano che c’era la morte, ma era solo un «sonno». Anche per la cultura cristiana l’esistenza acquisiva così pieno slancio, perché era il luogo e il tempo in cui la Vita che non muore germoglia in chiunque voglia accoglierla: «Sono venuto perché gli uomini abbiano la vita e la abbiano in abbondanza» dice Cristo.

Se l’eroe antico mostra ciò che l’uomo può fare con le sue forze, il santo (l’eroe cristiano) mostra ciò che Dio può fare nell’uomo. In entrambe le visioni, pagana e cristiana, la morte è così presente che genera un effetto creativo e propositivo sulla vita terrena: passione, ricerca, impegno... I «mortali» per guadagnare l’immortalità, i «viventi» per riceverla in dono.

E noi oggi che rapporto abbiamo con i morti e quindi con la morte? Ci sono rimasti Halloween e gli zombie dei film, perché abbiamo scelto di considerare la morte la debolezza di un’umanità arcaica e immatura.

Per noi progrediti la morte non esiste più. Ma che riflesso ha questo sulla vita?

Siamo cresciuti in una cultura di soddisfazione del desiderio ed ebbrezza tecnica senza precedenti. Ci sentiamo liberi: ciò che è permesso e ciò che è possibile non hanno o non avranno presto più confini, libertà e progresso sono per noi un tutt’uno.


Poi, all’improvviso arriva il virus, e l’illusione si sgretola: la morte torna reale, vicina, e la paura ha il sopravvento sulla razionalità e l’azione.

La parola paura ha la stessa radice di pavimento. Paveo (in latino: ho paura, da cui pavido e impavido) in origine indicava «l’esser percossi». La paura colpisce il corpo come i passi il suolo. Amo questa strana e antica parentela tra paura e pavimento: il timore ci costringe a puntare i piedi e scoprire su cosa abbiamo costruito.

La paura sta mettendo alla prova le fondamenta del nostro vivere: il pavimento della nostra vita.

Se camminavamo sulle sabbie mobili affonderemo, ma dalle sabbie mobili si esce aggrappandosi a un elemento esterno e stabile. Il virus ci sta obbligando a cercarlo, ricordandoci che la morte c’è ancora e che la soddisfazione di ogni desiderio unita al progresso senza limiti non bastano per essere felici.

La rimozione della morte ci ha reso come bambini che vanno incontro a prese elettriche e finestre aperte come fossero divertimenti. Abbiamo deciso di far finta che la morte non esista: l’abbiamo rimossa dal nostro vissuto quotidiano. Ulisse, Enea, Dante per trovare/tornare a casa devono prima incontrare i morti. Noi i morti li abbiamo fatti sparire.

Ma la morte resta lì, limite invalicabile della vita e suo paradossale appello. Senza la consapevolezza e l’accettazione della morte, che crediamo o no nell’aldilà, non si può essere innamorati della vita: l’uomo crea, ri-crea e pro-crea per non morire.

L’uomo «a-mortale» di oggi invece spesso«de-crea», cerca la sicurezza, rischia ben poco e quindi non evoca le energie che moltiplicano la vita, che è per lui un oggetto fragilissimo da proteggere da ogni «colpo», da ogni «paura». Ma così si perde il gusto di vivere, perché la vita non è un oggetto ma la ricerca che i vivi conducono per trovare un antidoto alla morte: che cosa è più forte della morte?

Essere a-mortali impedisce di trovare la risposta, perché tutto il coraggio per vivere dipende dal saper morire.

Carlotta Rocci: ALESSANDRIA, L'APPELLO DI CLOTILDE DALLA TERAPIA INTENSIVA:"Proteggetevi, il Covid esiste: qui mi sento morire" (la Repubblica, 25 ottobre 2020)

Trentasette anni, due figli: "Vi auguro di non sapere mai cos’è la fame d’aria: vorrei strapparmi dalla faccia questo bavaglio, ma se lo faccio crepo"

"Il CoVid esiste, mettetevelo in testa, prima che in testa vi mettano altro". Clotilde Armellini, 37 anni, lo dice mentre due medici le calano sulla testa il casco per la respirazione assistita. "Ho un marito, due figli e ho il Covid", prosegue Clotilde che vive a Pozzolo Formigaro, nell'Alessandrino e dalla sua pagina Facebook lancia un appello alla responsabilità di tutti raccontando quello che sta accadendo a lei.

"Sto qui sdraiata e prego che arrivi presto l'infermiera a portarmi le gocce perché solo se crollo riesco a calmarmi. I miei polmoni non funzionano più, li sento pieni d'acqua. Vorrei strapparmi dalla faccia questo bavaglio, ma se lo faccio crepo, perché da sola non ci riesco più a respirare".

Cloltilde racconta dei sintomi, terribili, della malattia e di tutto quello che l'essere un paziente Covid comporta. "Non vedo mio marito da giorni, sta male anche lui, barricato dentro casa con i nostri due figli, anche loro positivi - dice - Vi auguro di non sapere mai cos'è la fame d'aria: è quando apri la bocca e inspiri ma non entra niente. Ti senti i polmoni chiusi come due sacchi rotti e boccheggi come un pesce rosso saltato sul pavimento".

E aggiunge: "Non è la 'malattia dei vecchi': io sono giovane eppure eccomi qui, a pregare che mi diano presto qualcosa capace di spegnermi. Sono un'agente di polizia penitenziaria, non mi sono ammalata ballando al Billionaire, ho usato tutte le precauzioni possibili, ho rispettato le regole eppure mi sono ammalata perché col Covid non si scherza. Spero che non vi accada mai, però non scherzateci. Il Covid esiste e fa molto, molto male". Decine i messaggi rivolti a Clotilde per dirle di tenere duro. E lei replica: "Ti prego non scherzare con il Covid, metti la mascherina, proteggi chi ami, perché dentro questa boccia per pesci, davvero, io mi sento morire".

Antonella Viola: QUEL CHE SAPPIAMO DEL COVID-19 (Atlante Treccani, 23 ottobre 2020)

L’innalzamento della curva dei contagi da Covid-19, che negli ultimi giorni ha subito un’impennata, è davvero preoccupante. Come ribadito più volte, il virus non è mutato in questi mesi. Con l’arrivo dell’autunno ci si aspettava un incremento dei contagi e lavorare insieme per cercare di tenere piatta la curva era e rimane l’imperativo da osservare. Siamo solo ad ottobre e ci attendono molti mesi prima di giungere di nuovo all’estate, quando verosimilmente il virus allenterà la sua morsa; in questi mesi bisogna cercare di limitare al minimo attività, spostamenti e incontri per non trovarci di nuovo con gli ospedali pieni di malati.

Dal punto di vista dello studio della malattia Covid-19 sono stati fatti molti passi avanti, anche se non ci sono grandi risultati dal punto di vista delle cure.

Nella prima fase era emersa in maniera evidente la capacità del virus di scatenare in alcuni pazienti una potente risposta infiammatoria, con produzione di citochine in grado di danneggiare polmoni, reni, endotelio, intestino e cervello. Più studi stanno cercando di capire quali siano le cellule e le molecole responsabili della minore o maggiore suscettibilità all’infezione, sia a livello individuale sia a livello di gruppi di pazienti. Tra i fattori di rischio, il primo continua ad essere l’età avanzata, poiché con l’invecchiamento tendono a comparire una serie di co-morbidità (diabete, ipertensione, problemi al cuore o ai reni) che contribuiscono ad aumentare il rischio di sviluppare la malattia in forma severa. Non solo. Con il passare degli anni il sistema immunitario cambia: la sua capacità di generare risposte protettive diminuisce, mentre aumenta l’infiammazione silente, specie in presenza di altre patologie. L’infiammazione, quindi, sembra essere alla base di tutte le condizioni che espongono a un maggiore rischio di morte in caso di Covid-19. Anche l’obesità è un importante fattore di rischio per Covid-19: i pazienti obesi, oltre ad avere spesso altre complicazioni tra cui il diabete, hanno livelli di infiammazione più alti rispetto ai normopeso e questo li espone a un rischio maggiore di reagire in modo sbagliato all’infezione da SARS-CoV-2.

Un aspetto interessante riguarda invece la differenza di genere nella risposta al Covid-19. Le donne sono meno colpite da questa malattia, nel senso che sviluppano in media sintomi meno gravi degli uomini. Le ragioni di questa differenza non sono del tutto chiare, ma giocano senza dubbio un ruolo importante i fattori genetici che regolano l’espressione dei recettori utilizzati dal SARS-CoV-2 per entrare nelle nostre cellule così come i geni che regolano il sistema immunitario. Recentemente, uno studio ha evidenziato nei pazienti più gravi la presenza di anticorpi capaci di bloccare una molecola importante per la risposta antivirale dell’organismo; sembrerebbe che questi anticorpi siano presenti prevalentemente negli uomini.

Per quanto riguarda i bambini, è chiaro che essi sono meno suscettibili al Covid-19. Anche in questo caso, le ragioni non sono chiare e potrebbero coinvolgere una minore espressione di recettori di ingresso per il virus così come un sistema immunitario giovane e meno propenso all’infiammazione.

In aggiunta a queste differenze che riguardano genere, età e presenza di altre patologie, anche la genetica sembra giocare un ruolo nella suscettibilità al Covid-19. Uno studio, in particolare, identifica una regione del cromosoma 3 associata a un quadro più severo della malattia. Questa regione (che pare abbiamo ereditato dai cugini di Neanderthal) è diffusa in modo diverso nelle popolazioni asiatiche, europee e africane. Il meccanismo, però, per cui sia associata alla maggiore suscettibilità non è noto, ma in questa regione ci sono diversi geni coinvolti nella risposta immunitaria. Un altro studio, invece, dimostra che nei pazienti gravi vi è un difetto nella via dell’interferone di tipo 1, una molecola con proprietà antivirali.

Per il momento queste informazioni non aiutano a combattere la pandemia, tuttavia sono tasselli importanti per capire la patogenesi del Covid-19. 

Cosa sappiamo invece dell’immunità? In buona parte dei pazienti guariti si genera una risposta anticorpale protettiva, ovvero si sviluppano anticorpi neutralizzanti in grado di bloccare l’ingresso del virus nelle cellule. Tuttavia, sappiamo anche che il titolo anticorpale non si mantiene alto nel tempo, calando drasticamente tra i tre e i quattro mesi dopo l’infezione. Inoltre, sappiamo anche che il virus attiva molte cellule coinvolte nell’immunità e questo ci fa sperare che, almeno nella maggior parte dei pazienti, si possa generare una protezione che duri nel tempo.

Bisogna però riportare la notizia che, seppure pochi, casi di reinfezione documentata sono stati segnalati; questo indica che non è escluso che l’immunità svanisca rapidamente, almeno in alcuni soggetti.

Sul fronte delle cure, nonostante una enorme ricerca di farmaci antivirali, non abbiamo in mano nuovi strumenti specifici per la lotta al nuovo Coronavirus. I farmaci antivirali hanno dato risultati scarsi o del tutto nulli, e anche le terapie con farmaci biologici che spengono la risposta immunitaria non sono particolarmente efficaci. L’unico vero successo si è avuto con un farmaco vecchio e molto noto per la sua azione immunosoppressiva, il desametasone, che si è rivelato molto efficace nel trattamento dei pazienti più gravi.

Si è molto discusso dell’uso del plasma iperimmune per trattare i pazienti la cui risposta immunitaria sembra inefficace nel combattere il virus. Il metodo, già utilizzato in passato per altre malattie infettive, si basa sul trasferimento della parte liquida del sangue – il plasma – da persone guarite a pazienti malati. Facendo questa trasfusione si trasferiscono anche gli anticorpi che possono aiutare a combattere l’infezione. Ad oggi però, non ci sono prove che questa terapia funzioni davvero.

Diversi laboratori hanno isolato o prodotto anticorpi neutralizzanti che potrebbero rappresentare un primo farmaco specifico contro il SARS-CoV-2. A differenza della terapia basata sul plasma, questi anticorpi hanno composizione e quantità controllata e riproducibile e possono quindi dare risultati riproducibili. 

Sin dalle prime settimane della pandemia, tutte le attenzioni si sono focalizzate sulla produzione di un vaccino, unica arma per eliminare il virus. Normalmente la creazione e la produzione di un vaccino richiedono molti anni, ma la situazione di emergenza globale ha spinto tutto il mondo della ricerca, pubblica e privata, a tentare strade nuove e più rapide. Oggi ci sono diversi vaccini in fase avanzata e con formulazioni molto diverse tra loro. Tra i più promettenti e innovativi, quello conosciuto come il vaccino di Oxford, che utilizza un adenovirus per portare il materiale genetico del SARS-CoV-2 dentro le nostre cellule e generare quindi una risposta immunitaria, e quello degli USA, basato sull’inserimento di un pezzetto di RNA virale in nanoparticelle, una tecnologia mai provata prima. Se tutto andrà bene, è possibile che le prime dosi di un vaccino arrivino verso la primavera del 2021. Tuttavia, questo non comporterà l’immediato ritorno alla via normale, perché finché gran parte della popolazione non sarà vaccinata non potremo stare davvero tranquilli.

Non solo, infatti, ci vorranno molti mesi per vaccinare la popolazione adulta, ma non bisogna dimenticare che, al momento, non ci sono studi clinici sui bambini, quindi il vaccino non sarà a disposizione per i più giovani.

Poiché questi sono vaccini realizzati in tempi da record, sufficienti soltanto a valutarne efficacia e sicurezza, non sapremo quanto durerà l’immunità indotta dalla vaccinazione. Naturalmente, si spera che la sua durata sia di diversi anni, visto che le previsioni al momento sono che il SARS-CoV-2 diventerà un virus endemico. 

Come affrontare quindi i lunghi mesi invernali e primaverili che ci aspettano? Inutile dire che non c’è una risposta definitiva a questa domanda.

Un ruolo importante lo avrà la diagnostica. Grandi vantaggi saranno legati alla disponibilità dei test salivari antigenici, che consentono di dare risposte rapide in contesti come la scuola, l’università e gli ospedali, dove, per l’alto numero di persone presenti, il monitoraggio deve essere serrato e non può seguire i tempi e le modalità dei tamponi molecolari. Attraverso una strategia diagnostica basata su questi test si potrà identificare rapidamente i positivi ed evitare la diffusione del contagio.

Poi c’è la questione dei tracciamenti. Con i numeri di contagi in salita e un sistema di tracciamento basato su poche persone e scarsa tecnologia, si è perso il controllo dell’epidemia.

Il virus non può essere lasciato libero di muoversi: è necessario un utilizzo coordinato di test e sistemi avanzati di tracciamento, aspetti che purtroppo sono stati poco sviluppati nei mesi tra la prima e la seconda ondata.

Tuttavia, nessuna pandemia può essere contenuta senza l’attiva partecipazione della gente e l’adozione di quei comportamenti necessari a evitare il diffondersi del contagio. Una delle più belle canzoni di Francesco De Gregori recita «La storia siamo noi» e questa frase oggi è quanto mai vera. Siamo noi a decidere cosa accadrà nei prossimi mesi; noi, con le nostre scelte, con il rispetto in prima persona delle regole, con i sacrifici, anche grandi, che dobbiamo compiere in nome di un bene maggiore che è la salvaguardia della salute e del tessuto sociale del nostro Paese.

Cinzia Lucchelli: MASCHERINE E DISTANZA ABBASSANO DI  1000 VOLTE LA CARICA VIRALE (la Repubblica, 21 ottobre 2020)

L'utilizzo rigoroso delle mascherine e il rispetto del distanziamento fisico abbassano di mille volte la carica virale del SarsCov2. Una conclusione a cui arriva uno studio dell'IRCCS Ospedale Sacro Cuore Don Calabria di Negrar (Verona), pubblicato su Clinical Microbiology and Infection. È stato condotto su 373 casi di Covid-19 arrivati al pronto soccorso dell'ospedale fra il primo marzo e il 31 maggio 2020. Al diminuire dell'esposizione al contagio, la carica virale di questi pazienti si è man mano abbassata; in parallelo, anche la gravità della malattia si è ridotta. "A maggio avevano in media sintomi di Covid-19 meno gravi e una minore probabilità di complicazioni; si è ridotta in parallelo la percentuale di malati che hanno avuto bisogno di un ricovero in terapia intensiva", spiegano le coordinatrici dello studio Dora Buonfrate e Chiara Piubelli.

Esiste dunque una relazione tra la riduzione dei casi di Covid-19 tra aprile e maggio e una chiara e progressiva riduzione della carica virale presente nei soggetti infetti. E sarebbe da attribuire alle misure di protezione individuale e di distanziamento sociale attuate in quel periodo. I malati arrivati in ospedale a maggio, quindi in un periodo di bassa esposizione al contagio, erano venuti a contatto con 'dosi' virali più basse e avevano meno Sars-CoV-2 in circolo nell'organismo, anche fino a mille volte meno rispetto ai pazienti ricoverati a marzo.

"Si tratta di un evento ampiamente discusso durante il lockdown e nel successivo periodo di controllo della malattia, che ha portato alcuni studiosi ad ipotizzare mutazioni del virus comportanti una sua minore aggressività, cosa che non ha trovato successivamente evidenze scientifiche", spiega Antonio Cassone, membro dell’American Academy of Microbiology. "Questo studio confermerebbe l’esistenza di una correlazione fra carica virale, patogenicità e gravità della malattia. Tuttavia, non sono il solo distanziamento sociale e l’uso della mascherina a giocare un ruolo ma anche altri fattori, come gli stessi autori dello studio sostengono, in particolare l'isolamento degli infetti e la quarantena dei contatti, di ovvia rilevanza nel ridurre la trasmissione ed il contagio". Un tassello che si aggiunge alla nozione che isolamento, quarantena, uso di mascherine, igiene delle mani e distanziamento sociale, sono misure importanti e necessarie per ridurre la circolazione del virus e le sue conseguenze in termini di ospedalizzazione e gravità della malattia.

Tiziana Moriconi: COVID 19. Quello che sappiamo su come colpisce il cervello (la Repubblica, 23 settembre 2020)

Individuata una nuova proteina chiave, la neuropilina 1, che permette l’ingresso del virus in diversi organi del nostro corpo e in particolare nel bulbo olfattivo e nella corteccia cerebrale. E c’è chi avanza l’ipotesi di un aumento di rischio per il Parkinson

È stata scoperta una nuova "porta" che permette a Sars-Cov-2 di entrare - e soprattutto restare - nel nostro organismo, compreso il cervello. Si chiama neuropilina 1 e si trova in molti tessuti. La prima proteina scoperta, Ace2, era stata individuata fin dall’inizio della pandemia e ora due nuovi studi incastrano un'altra tessera molto importante del complesso puzzle chiamato Covid 19. Le ricerche, rese pubbliche su bioRxiv, sono state condotte da due gruppi europei, uno dei quali co-diretto dal virologo italiano Giuseppe Balistreri, attualmente all’Università di Helsinki.

I punti di ancoraggio del coronavirus

“Tutti i virus hanno delle ‘preferenze’ su dove fermarsi che dipendono dai recettori a cui si legano”, spiega Alberto Albanese, Responsabile di Unità Operativa Neurologia dell’Humaitas di Rozzano. “Se non ci fossero questi ‘ganci’, i virus entrerebbero e uscirebbero dal nostro corpo senza fare danni. Siamo partiti con Ace2, presente in grandi quantità nei polmoni e nel bulbo olfattivo, il che spiega l’affinità del virus per questi organi e, di conseguenza, i problemi respiratori e la perdita dell’olfatto. Ora si aggiunge la neuropilina 1, un punto di ancoraggio estremamente rilevante, anch'esso presente nel bulbo olfattivo e, restando nel cervello, anche nella corteccia cerebrale”. Le due ricerche sono importanti sia perché mostrano una via di ingresso del virus nel cervello (il coronavirus è stato trovato anche nelle cellule da cui derivano i neuroni dell’olfatto), sia perché la neuropilina 1 potrà essere sfruttata come ulteriore bersaglio per arrestare la malattia.

L’ipotesi “Parkinson”

Negli ultimi mesi l’attenzione ai possibili effetti di Covid 19 sul cervello è molto cresciuta. Dapprima i riflettori sono stati puntati sulla perdita dell’olfatto, che in alcuni casi sembra permanere anche a tamponi ormai negativi da tempo. Poi sono stati segnalati episodi di encefalite, ictus, emorragie cerebrali, problemi di memoria e psicosi. Ora, sul Journal of Parkinson's Disease, un gruppo di ricercatori australiani avanza l’ipotesi che Sars-Cov2 possa avere effetti sul cervello anche più a lungo termine e portare a un aumento dei casi di Parkinson, come si era verificato negli anni che seguirono l’influenza Spagnola. Un’associazione mai chiarita, ma che non esclude la possibilità di un nesso con l’infiammazione provocata dal virus. “Quella che fanno i ricercatori australiani è una riflessione: non ci sono dati, ma è una supposizione teorica”, sottolinea Albanese: “Dopo l'Influenza Spagnola - che chiamiamo genericamente influenza sebbene non sappiamo quale agente l’abbia causata - è stato registrato un picco di parkinsonismi post encefalitici. Fu il neurologo Oliver Sacks a somministrare per primo, proprio in questi pazienti, la terapia con levodopa, il farmaco che poi è diventato la cura di elezione per il Parkinson. E’ possibile - ma non lo sappiamo - che il virus della Spagnola avesse i suoi ‘ganci’ nella sostanza nera, nel mesencefalo, e che la neurotossicità abbia portato alla degenerazione dei neuroni in questa regione, alla base del Parkinson”. Ma, come detto, non ci sono dati, per ora, per dire che sia andata effettivamente così e che la storia possa ripetersi anche con il coronavirus.

Covid e cervello, gli effetti indiretti e diretti

Cosa sappiamo, quindi, delle conseguenze di Covid 19 sul cervello? Innanzitutto dobbiamo distinguere due tipi di effetti: quelli extracerebrali, cioè indiretti, e quelli cerebrali. Nella prima categoria rientrano gli ictus ischemici ed emorragici: “Che Sars-Cov2 causi un'alterazione della coagulazione del sangue - spiega l’esperto - è accertato e questo aumenta le probabilità di entrambi i tipi di ictus. Abbiamo studi molto chiari che mostrano come l’incidenza segua i numeri della pandemia. Questo rischio aumenta anche nei pazienti asintomatici, che possono comunque avere alterazioni della coagulazione”.
Per quanto riguarda gli effetti diretti del virus, invece, sono un tema caldo, su cui ancora si può dire poco. “Sono stati riportati episodi di confusione mentale e di delirio più o meno lunghi, di una settimana o una decina di giorni, legati a stati di sofferenza del cervello che si ritengono causati dal virus”, conclude Albanese: “La prova ancora non c’è, ma in tutto il mondo si stanno raccogliendo dati e neuroimaging. Ancora sono molte più le domande delle risposte”.

Elena Dusi: RICOSTRUITO IL FOCOLAIO SUL VOLO LONDRA-HANOI. "Anche sugli aerei mantenere strette le regole" (la Repubblica 11 ettembre 2020)

A marzo una passeggera positiva salita a Londra e diretta ad Hanoi ha contagiato altre quindici persone. Oggi la trasmissione del virus agli altri passeggeri è stata ricostruita in uno studio scientifico. "Rivedere le regole sul distanziamento" raccomandano gli autori. La donna alcuni giorni prima era stata a Milano.

La donna di 27 anni che il primo marzo si è imbarcata a Londra per Hanoi aveva un po’ di tosse e gola rauca. Ma niente febbre. Così è salita tranquillamente a bordo, sedendosi in quinta fila nella business class, accanto al finestrino di destra. Dieci ore più tardi, in Vietnam, il suo paese d’origine, è sbarcata sentendosi un po’ peggio, fino alla diagnosi di Covid avvenuta il 6 marzo. Con quindici passeggeri infettati su quel volo, la donna – che durante il mese di febbraio aveva visitato Milano, poi Parigi per la settimana della moda ed era poi volata a Londra con la sorella, malata anche lei - è suo malgrado diventata la cavia di uno dei più limpidi studi su come il coronavirus si diffonde su un aereo. Sars-Cov-2 ha infettato il 92% dei viaggiatori seduti entro due sedili di distanza, più due passeggeri in economy e una hostess. Quindici persone in tutto, su un totale di 217 passeggeri. All’epoca non erano previste le mascherine obbligatorie e il Vietnam imponeva la quarantena solo per i viaggiatori provenienti da Italia, Iran, Corea del Sud e Cina. Ma la ricerca sul volo Londra-Hanoi, pubblicata su Emerging Infectious Diseases e ripresa dal sito dei Centers for Disease Control americani, dimostra che distanza e protezioni sono importanti anche in volo, nonostante i filtri sofisticati per il ricircolo dell’aria.

I passeggeri seduti in economy, a quasi venti file di distanza, potrebbero essere stati accanto alla donna durante l’imbarco o potrebbero aver toccato delle superfici infettate da lei. Il fatto che all’inizio di marzo la Gran Bretagna avesse solo 23 casi accertati di Covid e il Vietnam 16 riduce di molto le probabilità che i passeggeri di quel volo si fossero imbarcati già con il virus addosso o lo avessero contratto nel paese di destinazione. Gli autori, che appartengono al National Institute of Hygiene and Epidemiology di Hanoi, al ministero della Salute e all’università di quella città, concludono la ricerca con una raccomandazione: “Le linee guida del settore aereo classificano il rischio di trasmissione in volo come molto basso e raccomandano il solo uso delle mascherine, senza misure di distanziamento come l’obbligo di lasciare vuoto il sedile di mezzo. I nostri risultati invitano a rivedere queste regole” e dimostrano che “la misurazione della temperatura e l’autodichiarazione dei sintomi possono non essere misure sufficienti”. Le mascherine, nei voli lunghi, possono essere tolte per bere e per mangiare. “Soprattutto i voli lunghi – proseguono gli autori – sono diventati oggetto di preoccupazione, ora che molti paesi iniziano ad allentare le misure di prevenzione”.

Il caso della 27enne, che ha infettato anche un altro amico a Londra e tre membri del suo staff domestico ad Hanoi, dimostra anche che il coronavirus si diffonde soprattutto grazie ai superdiffusori: il 20% degli infetti, si è calcolato, ha contagiato l’80% dei positivi della pandemia da coronavirus. Il 70% non avrebbe invece contagiato nessuno. Ieri una ricerca dell’università di Hong Kong su Nature Medicine ha ricostruito la catena dei 106 contagi risalenti a un cantante di piano bar (il cantare è un’attività particolarmente rischiosa, per la diffusione delle goccioline respiratorie che comporta) e di altri 19 partiti da un monaco di un tempio del paese. Alla fine di luglio un’altra analisi su 2mila passeggeri che avevano viaggiato sui treni cinesi aveva dimostrato che i rischi di contagio erano massimi nei posti accanto a una persone positiva.

La donna che in un mese ha attraversato Asia ed Europa ricadeva probabilmente nella categoria dei superspreader, o superdiffusori. Il suo arrivo ad Hanoi accompagnata dal virus provocò il lockdown dell’intero quartiere in cui abitava. Per tre settimane il Vietnam non aveva registrato un solo caso e la notizia scatenò la corsa all’accaparramento nei supermercati, la quarantena del ministro degli investimenti che era su quel volo e la sanificazione dell’intero ministero.

LA CARICA VIRALE NON E' DA SOTTOVALUTARE (Il Sole 24 Ore, 13 settembre 2020)

Un uomo di 79 anni arriva al pronto soccorso di un ospedale a causa di perdita di coscienza e di crisi epilettiche. Conosciuto come paziente diabetico, c’è il sospetto di coma iperglicemico. Il laboratorio per un guasto al sistema informatico non è in grado di determinare l’esatta concentrazione di glucosio nel sangue. L’unica risposta disponibile è la glicemia. Il laboratorio comunica che la glicemia è elevata: rispetto al limite superiore della norma di 110 mg/ml, un valore di 120 mg/ml è definibile elevato ma non porrebbe alcun problema clinico rispetto a un valore di 500 mg/ml altrettanto definito come elevato, che configurerebbe un possibile stato di coma iperglicemico. Senza la disponibilità del valore quantitativo, i medici sono in difficoltà. Intervenire con insulina, se il valore fosse 120, sarebbe molto rischioso. Non potendo escludere altre possibili cause, il work-up diagnostico causa perdita di tempo e mette il paziente a rischio di morte.

Questa situazione fantasiosa è molto simile alla situazione reale della cosiddetta positività al tampone per il Covid-19. Non tenere conto della quantità di particelle virali presenti nel campione prelevato col tampone riduce enormemente la possibilità di decisioni adeguate alle evidenze scientifiche. Quello della carica virale, ovvero della concentrazione del virus nell’organismo, è un aspetto molto delicato e quasi sempre trascurato. Normalmente ci si limita a definire un soggetto positivo o negativo al Covid-19, ma nell'ambito della cosiddetta positività i valori di carica virale possono variare di oltre dieci ordini di grandezza, da 70 a 100 miliardi, e questo può fare una grande differenza nel modulare l’intensità delle precauzioni da adottare. È importante ricordare che per rilevare la carica, con la Pcr (Polymerase Chain Reaction) l'Rna del virus subisce una trasformazione: viene prima trascritto a Dna e poi amplificato in una serie di cicli. Più è alto il cosiddetto cycle threshold, il ciclo-soglia, meno Rna virale è presente in chi ha fatto il tampone. Un risultato positivo della Pcr può non significare necessariamente che la persona sia ancora infettiva o che abbia ancora una malattia significativa dato che l'Rna potrebbe provenire da un virus non più vitale o ucciso.

Studi accurati sulla correlazione tra carica virale e vitalità del Covid-19 hanno permesso di comprendere che sotto le 10mila copie di Rna, corrispondenti a 34-36 cicli non c’è essenzialmente rischio di contagio, ma in assenza di informazioni specifiche sulla carica virale un soggetto positivo rischia di essere mantenuto in isolamento per settimane inutilmente. Per converso, un soggetto con cariche virali di milioni di copie di Rna, corrispondenti a 24-25 cicli, può rappresentare per lungo tempo una fonte di contagio anche se asintomatico o paucisintomatico. Uno studio italiano da parte del team di Villa Santa Maria ha messo in evidenza come si possano riscontrare cariche virali estremamente elevate (dell’ordine di sei cicli equivalenti a 50 miliardi di copie di virus per ml) in soggetti paucisintomatici. Dobbiamo riflettete sul fatto che un soggetto con una carica virale di decine di milioni di particelle virali equivale come fonte potenziale di contagio a mille soggetti con una carica virale di decine di migliaia particelle virali. Con una differenza sostanziale però, che cioè che quasi nessuno dei mille soggetti con quella carica virale alberga virus vitali in grado di contagiare. Pertanto, contare i casi “positivi” senza tenere conto della loro carica virale può essere fuorviante in termini di azioni di salute pubblica e di decisioni. Sarebbe opportuno, quindi, che i laboratori nel definire un tampone positivo quantificassero la carica virale come si fa con i comuni esami di laboratorio come la glicemia e il colesterolo.

LA QUERCETINA CONTRO IL VIRUS (la Repubblica, 3 agosto 2020)

Secondo uno studio internazionale, per l'Italia il Cnr, la molecola di origine naturale inibisce Sars-Cov-2. È presente in abbondanza in vegetali comune.

Dalla natura la speranza di una nuova arma contro Covid-19. Uno studio internazionale al quale ha partecipato l'Istituto di nanotecnologia del Consiglio nazionale delle ricerche, il Cnr-Nanotec di Cosenza, suggerisce come la quercetina - un composto di origine naturale - funzioni da inibitore specifico del Sars-CoV-2. La sostanza mostra infatti un'azione destabilizzante sulla 3CLpro, una delle proteine chiave per la replicazione del patogeno. Lo studio, supportato dalla Fundación hna spagnola, è stato pubblicato su International Journal of Biological Macromolecules.
Insieme alla ricerca di un vaccino efficace, lo sviluppo di farmaci antivirali specifici per il coronavirus responsabile della Covid-19 è un altro grosso filone di studi che il mondo della scienza ha avviato per vincere il nemico pandemico. Anche perché in molti casi - come l'Hiv - hanno consentito di tenere perfettamente sotto controllo la malattia. Il nuovo lavoro - condotto da Bruno Rizzuti del Cnr-Nanotec con un gruppo di ricercatori di Zaragoza e Madrid - dimostra che la quercetina, bloccando l'attività enzimatica di 3CLpro, risulta "letale" per Sars-CoV-2.

"Le simulazioni al calcolatore hanno dimostrato che la quercetina si lega esattamente nel sito attivo della proteina 3CLpro, impedendole di svolgere correttamente la sua funzione - afferma Rizzuti, autore della parte computazionale dello studio - già adesso questa molecola è alla pari dei migliori antivirali a disposizione contro il coronavirus, nessuno dei quali è tuttavia approvato come farmaco. La quercetina ha una serie di proprietà originali e interessanti dal punto di vista farmacologico: è presente in abbondanza in vegetali comuni come capperi, cipolla rossa e radicchio ed è nota per le sue proprietà anti-ossidanti, anti-infiammatorie, anti-allergiche, anti-proliferative. Sono note anche le sue proprietà farmacocinetiche ed è ottimamente tollerata dall'uomo".

Inoltre la quercetina può essere facilmente modificata per sviluppare una molecola di sintesi ancora più potente, grazie alle piccole dimensioni e ai particolari gruppi funzionali presenti nella sua struttura chimica. Poiché non può essere brevettata, chiunque può usarla come punto di partenza per nuove ricerche. "Lo studio parte da una caratterizzazione sperimentale di 3CLpro, la proteasi principale di SARS-CoV-2", precisa Olga Abian, dell'Università di Zaragoza e prima autrice della pubblicazione: "Questa proteina ha una struttura dimerica, formata da due sub-unità identiche, dotate ciascuna di un sito attivo fondamentale per la sua attività biologica. In una prima fase del lavoro è stata studiata, con varie tecniche sperimentali, la sensibilità a varie condizioni di temperatura e pH: un risultato importante perché molti gruppi stanno lavorando su 3CLpro come possibile bersaglio farmacologico, in virtù del fatto che è fortemente conservata in tutti i tipi di coronavirus. Per questa proteina sono già segnalate in letteratura molecole che fungono da inibitori, ma non utilizzabili come farmaci a causa dei loro effetti collaterali".

Valerio Berra: UNA LAMPADA A LED CHE UCCIDE IL CORONAVIRUS. L’italiana Biovitae viene premiata dall’Onu (Open di Enrico Mentana, 2 luglio 2020)

Non basta una sola arma per combattere il Coronavirus. Certo, la comunità scientifica è al lavoro per trovare un vaccino e l’uso delle mascherine è ancora raccomandato in molti dei Paesi dove è arrivata la pandemia eppure stanno arrivando anche nuovi brevetti, nati in campi completamente diversi. L’azienda italiana P&P Patents and Technologies ha lanciato Biovitae, una lampada a Led in grado di emettere luce a una frequenza tale da distruggere diversi microrganismi, fra cui il Coronavirus.

Agli Unaids Virtual Health Innovation Exchange, premio organizzato dall’Agenzia dell’Onu per la lotta all’Aids, Biovitae è stata selezionata tra le migliori 30 innovazioni mondiali. Marco Pantaleo, l’amministratore delegato di P&P Patents and Technologies ha spiegato: «Siamo particolarmente soddisfatti per questo riconoscimento che arriva pochi giorni dopo la pubblicazione dei risultati dei test effettuati dal Dipartimento scientifico del Policlinico militare Celio di Roma sull’efficacia di Biovitae sul Coronavirus».

Come si legge dai risultati dei test, il picco di frequenze di Biovitae è stato in grado di provocare un danno irreversibile alla struttura di microrganismi come virus, batteri, spore, muffe e funghi. Gli effetti sul Coronavirus sono molto promettenti: Biovitae ha distrutto il 99,8% del Sars-Cov2 che è stato esposto alla sua luce. Questo tipo di lampada non è come le lampade Uv che si possono utilizzare per disinfettare gli oggetti: Biovitae infatti può essere installata anche in casa, come se fosse una normale lampadina.

SMART WORK IL LIMBO DEL RIENTRO (Linkiesta, 31 agosto 2020)

A Milano non si era mai vista una situazione del genere. Ma anche Bologna, Roma e Napoli non sono messe bene. In tutta Italia, le stanze sfitte sono aumentate del 149% rispetto all’anno scorso. Con la fine del lockdown, tanti hanno disdetto i contratti e sono andati via dalle città. E tra la didattica a distanza e lo smart working, studenti fuori sede e lavoratori ancora non sembrano avere intenzione di tornare. Il mercato degli affitti piange. Con ricadute inevitabili anche sull’indotto degli uffici: trasporti locali, mense aziendali e società di pulizie sono in crisi profonda, ricorda Il Sole 24 Ore. Senza dimenticare bar e ristoranti: in centro a Milano «la perdita di fatturato per alcuni locali si può misurare nell’ordine del 75%», ha detto a Business of Milan Carlo Squeri, segretario generale di Epam-Confcommercio.

La lontananza sai... I lavoratori in smart working sono ancora 3,5 milioni. E mentre i sostenitori del south working sognano un futuro con il lavoro da giù e il contratto con l’azienda a Nord, un lavoratore su due si dice stanco del lavoro da casa. Ma c’è ancora molta incertezza su quello che accadrà con il rientro. Molte aziende hanno concesso la possibilità di lavorare da remoto fino al 15 ottobre. Altre hanno prolungato il lavoro a distanza fino alla fine dell’anno. Ma in tanti casi si prevede l’alternanza con il lavoro in presenza. 

Cambio casa The Economist prima dell’estate aveva pubblicato l’inchiesta “Working life has entered a new era”, in cui si parlava di BC (before coronavirus) e AD (after domestication): secondo l’autore, non sarà facile tornare nell’era BC. Migliaia di dipendenti della Silicon Valley, al lavoro da casa, non a caso hanno già deciso di spostarsi da San Francisco verso zone dove gli affitti sono più bassi. E lo stesso potrebbe accadere ora alle grandi città italiane.

New York is not dead Ma dagli Usa ci fanno sapere che anche le big del tech stanno tornando a scommettere sulla centralità degli uffici nelle metropoli, allargando gli spazi. Quello che cambia è il motivo per cui serve l’ufficio, ovvero l’interazione sociale, «ma non è necessario che accada cinque giorni a settimana». Come ha scritto Jerry Seinfeld in difesa di New York, «l’energia, la mentalità e la personalità non possono essere “remotati” nemmeno con le migliori linee in fibra ottica».

Elena Dusi: CORONAVIRUS, IL MISTERO DEI SUPERDIFFUSORI. Sono loro il vero pericolo (la Repubblica 23 agosto 2020)

L'80% dei contagi proviene dal 20% dei positivi. Alcune persone, in genere asintomatiche, sono particolarmente efficienti nel trasmettere l'infezione. Ora la scienza cerca di capire perché, e come bloccarle.

Per il coronavirus, non è vero che uno vale uno: l’80% dei contagi proviene dal 20% dei positivi. Il cantante di un coro americano ha infettato 52 persone, un ospite di un matrimonio in Giordania 76, un 29enne che ha trascorso una serata nei locali di Seul 79. Esistono individui che contagiano decine di persone e altri che si tengono il microbo per sé. «Purtroppo i superdiffusori non hanno un alone attorno che ci permette di riconoscerli».

Roxanne Khamsi: CORONAVIRUS: PERCHE' GLI ANZIANI HANNO MENO PROBABILITA' DI "RISPONDERE AL VACCINO" (National Geographic, 27 Luglio 2020)

L’invecchiamento del sistema immunitario rappresenta un problema per i candidati a ricevere il vaccino. Ma ci sono alcuni modi per aggirare questo ostacolo.

Se volete individuare un organo chiave nella lotta contro la CoVid-18 - e comprendere perché questa malattia colpisce così duramente gli anziani - puntate il dito al centro del torace e salite lungo lo sterno, fermandovi appena prima della fine dello stesso. Proprio lì, annidato dietro l’osso che separa i polmoni, si trova la ghiandola che attirò l’attenzione di Edith Boyd negli anni ‘30: il timo.

Boyd cercò di capire come l’invecchiamento influisce sulle sue dimensioni. Studiò attentamente i dati di 10.000 autopsie conservati presso l’Università del Minnesota, quando era professore assistente, e analizzò anche le informazioni raccolte dagli scienziati di quattro Paesi europei. Le sue ricerche confermarono uno schema interessante: il timo, delle dimensioni più o meno di una gomma da masticare nei bambini, sembrava aumentare fino alla pubertà, per poi regredire gradualmente.

Passarono altri 30 anni prima che gli scienziati capissero quale fosse la funzione di questa ghiandola, che è stato l’ultimo tra gli organi principali di cui si è scoperta la funzionalità. Si scoprì che è la fonte dei linfociti T, importanti cellule che combattono i patogeni, alcune delle quali aiutano anche il sistema immunitario a creare ulteriori difese come gli anticorpi.

Questa scoperta, insieme alle intuizioni di altri anatomisti come Boyd ha infine rivelato perché le malattie infettive emergenti come la COVID-19 possono rappresentare un doppio rischio per gli adulti più anziani. Innanzitutto, l’invecchiamento impoverisce l’arsenale di linfociti T adattabili, via via che il timo si infiltra di tessuto adiposo. Di conseguenza il nostro sistema immunitario diventa sempre meno equipaggiato per combattere nuovi virus. Un’analisi eseguita il 17 luglio su oltre 50.000 decessi per coronavirus negli USA ha rilevato che l’80% delle vittime aveva 65 anni o più.

“La COVID-19 impone ai ricercatori di fare più attenzione che mai alla modalità di azione dei vaccini negli anziani ”

In secondo luogo, l’invecchiamento del timo può anche complicare lo sviluppo di un vaccino per la pandemia. I vaccini forniscono istruzioni al nostro sistema immunitario, che i linfociti T aiutano a inoltrare. Intorno ai 40-50 anni di età, il timo ha già esaurito la maggior parte delle proprie riserve del tipo di linfociti T in grado di apprendere come riconoscere patogeni sconosciuti, e “addestrare” altre cellule immunitarie a combatterli. Molti vaccini basano la loro efficacia proprio su tali linfociti T.

La COVID-19 impone ai ricercatori di fare più attenzione che mai alla modalità di azione dei vaccini negli anziani. Moderna Therapeutics, ad esempio, che ha pubblicato i primi risultati della fase uno di sperimentazione del suo nuovo vaccino mRNA, sta avviando una sperimentazione di fase due specifica per adulti di 55 anni e oltre.

“Fino a poco tempo fa lo sforzo della comunità scientifica nello sviluppo dei vaccini era mirato a salvare la vita dei più giovani” afferma Martin Friede, coordinatore della ricerca per la produzione e distribuzione dei vaccini dell’Organizzazione Mondiale della Sanità. “I soggetti che hanno più bisogno del vaccino potrebbero in realtà essere quelli per i quali il vaccino potrebbe non funzionare”.

La sperimentazione sugli individui più anziani è fondamentale, perché non invecchiamo tutti nello stesso modo, aggiunge Friede. Non si tratta solo del timo: mentre alcuni giocano a golf, altri magari hanno difficoltà anche solo a camminare, e queste differenze nella vitalità individuale si possono tradurre in differenti risposte al vaccino.

I produttori di farmaci possono modificare i vaccini per aumentare le probabilità di efficacia negli anziani, ma introdurre queste modifiche - e farle accettare agli scettici nei confronti dei vaccini - può essere complicato.

Stimolare sistemi immunitari invecchiati

Nel trattamento dell’influenza, i produttori di vaccini hanno maturato una certa esperienza con l’“immunosenescenza”, ovvero la disfunzione del sistema immunitario in fase di invecchiamento. Le persone più anziane sono più vulnerabili al virus, e i vaccini antinfluenzali tipicamente proteggono di meno proprio i soggetti in questa fascia di età.

Per risolvere il problema, il colosso dei vaccini Sanofi Pasteur, ad esempio, ha creato un vaccino antinfluenzale chiamato Fluzone per soggetti di 65 anni e oltre, che contiene quattro volte la dose di antigene immunostimolante, un componente molecolare di un patogeno che può attivare la produzione di anticorpi nell’organismo. Uno studio del 2014 ha rilevato che la versione a dose più elevata è stata più efficace del 24% rispetto alla dose normale.

Un altro modo per aumentare l’efficacia dei vaccini antinfluenzali per gli anziani è l’uso di adiuvanti, ingredienti aggiuntivi che aumentano l’azione immunostimolante del vaccino. Il vaccino Fluad, ad esempio, contiene l’adiuvante MF59, che è parzialmente derivato dallo squalene, un olio naturale prodotto dalla pelle e dalle piante.

Gli adiuvanti sono stati usati per circa un secolo nello sviluppo dei vaccini, non solo per l’influenza o per gli anziani. Ma anche quelli più testati e collaudati sono stati accusati di essere pericolosi dai no vax.

Un adiuvante a base di squalene chiamato AS03 dell’azienda farmaceutica GSK, ad esempio, è stato usato in un vaccino sviluppato per la pandemia di influenza suina del 2009. Il vaccino fu ritirato dal mercato dopo la segnalazione di casi di narcolessia in Scandinavia, e non è mai stato ammesso sul mercato statunitense. Uno studio del 2014 su 1,5 milioni di persone condotto del Centro per il controllo e la prevenzione delle malattie non rilevò alcun collegamento tra il vaccino contro la pandemia e la narcolessia, tuttavia i gruppi di no vax hanno continuato a incolpare l’adiuvante, sostenendo che provocasse una reazione immunitaria eccessiva.

I medici temono che questa disinformazione sugli adiuvanti potrebbe portare le persone a essere indecise in merito alla vaccinazione contro la COVID-19.

“I no vax cercano ogni pretesto per rifiutare la vaccinazione” afferma Wilbur Chen, che dirige studi clinici sugli adulti presso il Center for Vaccine Development and Global Health dell’Università del Maryland. “La loro argomentazione ora è, ‘Questi adiuvanti sono pericolosi’”, aggiunge.

Ma Chen avverte gli sviluppatori dei vaccini di non accettare questa presa di posizione: “Il problema, quando affrontiamo questo argomento, è che involontariamente lo legittimiamo, e allora loro dicono ‘Ecco, vedi che il rischio era reale, per questo è stato modificato’”.

GSK ha affermato che produrrà grandi quantità dell’adiuvante AS03 per un potenziale uso da parte dei partner che stanno sviluppando vari tipi di vaccini anti COVID-19. L’azienda sostiene che i casi di narcolessia rilevati in alcuni soggetti dopo la vaccinazione contro l’influenza suina furono innescati da una reazione al virus stesso dell’influenza H1N1 che stava circolando nella popolazione.

Vecchio e nuovo

L’età avanzata non è sempre determinante per le conseguenze della COVID-19. I giornali parlano di centenari che hanno sconfitto la malattia e di adolescenti che ne sono morti. Una nuova ricerca pubblicata sulla rivista Science documenta una serie di risposte immunitarie alla COVID-19, indipendenti dall’età, incluso un caso che è stato sostanzialmente una non risposta.

La mancanza di risposta in alcuni anziani partecipanti allo studio “potrebbe essere correlata all’immunosenescenza”, ipotizza Michael Betts, immunologo presso la Perelman School of Medicine dell’Università della Pennsylvania e autore dello studio. “Alcuni reagiscono meglio di altri, e al momento non sappiamo quali siano i fattori discriminanti”.

L’immunosenescenza non è solo l’esaurimento di alcuni linfociti T, è un processo che indebolisce la risposta immunitaria “innata”, la prima linea di difesa che l’organismo utilizza per combattere i microbi invasori, ancor prima di produrre gli anticorpi che possano riconoscere uno specifico antigene.

E l’immunosenescenza non è il solo problema di cui i ricercatori devono tenere conto nello sviluppo dei vaccini anti COVID-19 per gli anziani. Sempre più prove indicano che molti anziani hanno un altro problema: il loro sistema immunitario è occupato a combattere i virus che, una volta penetrati nell’organismo, causano infezioni permanenti, come il citomegalovirus (CMV), generalmente benigno.

“Osservando la popolazione anziana, vediamo che a volte anche il 20% del sistema immunitario è impegnato contro il CMV”, afferma David Kaslow, vicepresidente per i farmaci essenziali presso il PATH, una non profit di Seattle. “La soppressione di tutti questi virus ha un costo”.

Gli scienziati la chiamano “inflammaging”: il sistema immunitario si “blocca” in uno stato di infiammazione cronica. Questo può rendere difficile per l’organismo rilevare nuovi patogeni come la COVID-19 o essere stimolato da un vaccino a combatterli.

“È un po’ come essere in una stanza molto rumorosa, e qualcuno chiede aiuto” spiega Friede. “È difficile sentirlo”.

I ricercatori che studiano questi problemi di invecchiamento immunitario in laboratorio hanno un problema particolare: la mancanza di topi anziani. Mantenere i topi più vecchi è costoso per i fornitori, quindi normalmente le scorte sono ridotte.

“Ho fatto un ordine di topi anziani la scorsa settimana, presso il nostro abituale fornitore”, afferma Byram Bridle, immunologo virale presso l’Ontario Veterinary College dell’Università di Guelph, in Canada. “Non hanno topi anziani e hanno appena avviato un programma per lasciar invecchiare alcuni topi. Non avranno topi di 18 mesi disponibili per la ricerca prima di gennaio 2021”.

Infine i ricercatori che lavorano allo sviluppo di un vaccino devono affrontare il problema fondamentale della COVID-19: nessuno di noi ha mai incontrato questo nuovo coronavirus, prima. Altri vaccini che sono stati resi specifici per gli anziani, inclusi quelli contro l’influenza e il fuoco di Sant’Antonio (herpes zoster), sono essenzialmente dosi di richiamo, secondo Friede, perché tutti sono stati esposti all’influenza, e la maggior parte degli anziani hanno avuto la varicella, il virus che causa anche il fuoco di Sant’Antonio.

Inoltre, essendo stati esposti per una vita ai coronavirus che causano il raffreddore, gli anziani potrebbero avere già un repertorio di anticorpi che attaccano il SARS-CoV-2, il virus che causa la COVID-19. Questo potrebbe paradossalmente ostacolare l’organismo nel creare nuovi e migliori anticorpi contro il nuovo virus. “Effettivamente potrebbe avere un effetto negativo per l’infezione”, afferma Betts.

Oppure le passate infezioni da parte di tali germi potrebbero invece essere una buona cosa. Recenti prove dimostrano che l’esposizione all’epidemia di SARS del 2003 di coronavirus di origine animale abbia determinato in alcuni soggetti una risposta dei linfociti T contro il SARS-CoV-2. Sono necessari studi più ampi e dettagliati per determinare la portata di questa protezione e quello che potrebbe significare per un vaccino, dato che il virus potrebbe essere completamente nuovo per molti sistemi immunitari.

“Per la COVID-19, probabilmente dovremo preparare la popolazione contro qualcosa che non si è mai visto prima”, afferma Friede.

Thomas J. Bollyky e Chad P. Bown: THE TRAGEDY OF VACCINE NATIONALISM. Only Cooperation Can End the Pandemic (Foreign Affairs, 27 luglio 2020)

By early July, there were 160 candidate vaccines against the new coronavirus in development, with 21 in clinical trials. Although it will be months, at least, before one or more of those candidates has been proved to be safe and effective and is ready to be delivered, countries that manufacture vaccines (and wealthy ones that do not) are already competing to lock in early access. And to judge from the way governments have acted during the current pandemic and past outbreaks, it seems highly likely that such behavior will persist. Absent an international, enforceable commitment to distribute vaccines globally in an equitable and rational way, leaders will instead prioritize taking care of their own populations over slowing the spread of COVID-19 elsewhere or helping protect essential health-care workers and highly vulnerable populations in other countries.

That sort of “vaccine nationalism,” or a “my country first” approach to allocation, will have profound and far-reaching consequences. Without global coordination, countries may bid against one another, driving up the price of vaccines and related materials. Supplies of proven vaccines will be limited initially even in some rich countries, but the greatest suffering will be in low- and middle-income countries. Such places will be forced to watch as their wealthier counterparts deplete supplies and will have to wait months (or longer) for their replenishment. In the interim, health-care workers and billions of elderly and other high-risk inhabitants in poorer countries will go unprotected, which will extend the pandemic, increase its death toll, and imperil already fragile health-care systems and economies. In their quest to obtain vaccines, countries without access to the initial stock will search for any form of leverage they can find, including blocking exports of critical vaccine components, which will lead to the breakdown of supply chains for raw ingredients, syringes, and vials. Desperate governments may also strike short-term deals for vaccines with adverse consequences for their long-term economic, diplomatic, and strategic interests. The result will be not only needless economic and humanitarian hardship but also intense resentment against vaccine-hoarding countries, which will imperil the kind of international cooperation that will be necessary to tackle future outbreaks—not to mention other pressing challenges, such as climate change and nuclear proliferation.

It is not too late for global cooperation to prevail over global dysfunction, but it will require states and their political leaders to change course. What the world needs is an enforceable COVID-19 vaccine trade and investment agreement that would alleviate the fears of leaders in vaccine-producing countries, who worry that sharing their output would make it harder to look after their own populations. Such an agreement could be forged and fostered by existing institutions and systems. And it would not require any novel enforcement mechanisms: the dynamics of vaccine manufacturing and global trade generally create layers of interdependence, which would encourage participants to live up to their commitments. What it would require, however, is leadership on the part of a majority of vaccine-manufacturing countries—including, ideally, the United States.

WINNERS AND LOSERS

The goal of a vaccine is to raise an immune response so that when a vaccinated person is exposed to the virus, the immune system takes control of the pathogen and the person does not get infected or sick. The vaccine candidates against COVID-19 must be proved to be safe and effective first in animal studies, then in small trials in healthy volunteers, and finally in large trials in representative groups of people, including the elderly, the sick, and the young.

Most of the candidates currently in the pipeline will fail. If one or more vaccines are proved to be safe and effective at preventing infection and a large enough share of a population gets vaccinated, the number of susceptible individuals will fall to the point where the coronavirus will not be able to spread. That population-wide protection, or “herd immunity,” would benefit everyone, whether vaccinated or not.

It is not clear yet whether achieving herd immunity will be possible with this coronavirus. A COVID-19 vaccine may prove to be more like the vaccines that protect against influenza: a critical public health tool that reduces the risk of contracting the disease, experiencing its most severe symptoms, and dying from it, but that does not completely prevent the spread of the virus. Nevertheless, given the potential of vaccines to end or contain the most deadly pandemic in a century, world leaders as varied as French President Emmanuel Macron, Chinese President Xi Jinping, and UN Secretary-General António Guterres have referred to them as global public goods—a resource to be made available to all, with the use of a vaccine in one country not interfering with its use in another.

At least initially, however, that will not be the reality. During the period when global supplies of COVID-19 vaccines remain limited, providing them to some people will necessarily delay access for others. That bottleneck will prevent any vaccine from becoming a truly global public good.

Vaccine manufacturing is an expensive, complex process, in which even subtle changes may alter the purity, safety, or efficacy of the final product. That is why regulators license not just the finished vaccine but each stage of production and each facility where it occurs. Making a vaccine involves purifying raw ingredients; formulating and adding stabilizers, preservatives, and adjuvants (substances that increase the immune response); and packaging doses into vials or syringes. A few dozen companies all over the world can carry out that last step, known as “fill and finish.” And far fewer can handle the quality-controlled manufacture of active ingredients—especially for more novel, sophisticated vaccines, whose production has been dominated historically by just four large multinational firms based in the United States, the United Kingdom, and the European Union. Roughly a dozen other companies now have some ability to manufacture such vaccines at scale, including a few large outfits, such as the Serum Institute of India, the world’s largest producer of vaccines. But most are small manufacturers that would be unable to produce billions of doses.

Further complicating the picture is that some of today’s leading COVID-19 vaccine candidates are based on emerging technologies that have never before been licensed. Scaling up production and ensuring timely approvals for these novel vaccines will be challenging, even for rich countries with experienced regulators. All of this suggests that the manufacture of COVID-19 vaccines will be limited to a handful of countries.

And even after vaccines are ready, a number of factors might delay their availability to nonmanufacturing states. Authorities in producing countries might insist on vaccinating large numbers of people in their own populations before sharing a vaccine with other countries. There might also turn out to be technical limits on the volume of doses and related vaccine materials that companies can produce each day. And poor countries might not have adequate systems to deliver and administer whatever vaccines they do manage to get.

During that inevitable period of delay, there will be many losers, especially poorer countries. But some rich countries will suffer, too, including those that sought to develop and manufacture their own vaccines but bet exclusively on the wrong candidates. By rejecting cooperation with others, those countries will have gambled their national health on hyped views of their own exceptionalism.

And even “winning” countries will needlessly suffer in the absence of an enforceable scheme to share proven vaccines. If health systems collapse under the strain of the pandemic and foreign consumers are ill or dying, there will be less global demand for export-dependent industries in rich countries, such as aircraft or automobiles. If foreign workers are under lockdown and cannot do their jobs, cross-border supply chains will be disrupted, and even countries with vaccine supplies will be deprived of the imported parts and services they need to keep their economies moving.

PAGING DR. HOBBES

Forecasts project that the coronavirus pandemic could kill 40 million people and reduce global economic output by $12.5 trillion by the end of 2021. Ending this pandemic as soon as possible is in everyone’s interest. Yet in most capitals, appeals for a global approach have gone unheeded.

In fact, the early months of the pandemic involved a decided shift in the wrong direction. In the face of global shortages, first China; then France, Germany, and the European Union; and finally the United States hoarded supplies of respirators, surgical masks, and gloves for their own hospital workers’ use. Overall, more than 70 countries plus the European Union imposed export controls on local supplies of personal protective equipment, ventilators, or medicines during the first four months of the pandemic. That group includes most of the countries where potential COVID-19 vaccines are being manufactured.

Such hoarding is not new. A vaccine was developed in just seven months for the 2009 pandemic of the influenza A virus H1N1, also known as swine flu, which killed as many as 284,000 people globally. But wealthy countries bought up virtually all the supplies of the vaccine. After the World Health Organization appealed for donations, Australia, Canada, the United States, and six other countries agreed to share ten percent of their vaccines with poorer countries, but only after determining that their remaining supplies would be sufficient to meet domestic needs.

Nongovernmental and nonprofit organizations have adopted two limited strategies to reduce the risk of such vaccine nationalism in the case of COVID-19. First, CEPI (the Coalition for Epidemic Preparedness Innovations) the Bill & Melinda Gates Foundation, the nongovernmental vaccine partnership known as Gavi, and other donors have developed plans to shorten the queue for vaccines by investing early in the manufacturing and distribution capacity for promising candidates, even before their safety and efficacy have been established. The hope is that doing so will reduce delays in ramping up supplies in poor countries. This approach is sensible but competes with better-resourcednational initiatives to pool scientific expertise and augment manufacturing capacity. What is more, shortening the queue in this manner may exclude middle-income countries such as Pakistan, South Africa, and most Latin American states, which do not meet the criteria for receiving donor assistance. It would also fail to address the fact that the governments of manufacturing countries might seize more vaccine stocks than they need, regardless of the suffering elsewhere.

An alternative approach is to try to eliminate the queue altogether. More than a dozen countries and philanthropies in initial pledges  of $8 billion to the Access to COVID-19 Tools (act) Accelerator, an initiative dedicated to the rapid development and equitable deployment of vaccines, therapeutics, and diagnostics for COVID-19. The ACT Accelerator, however, has so far failed to attract major vaccine-manufacturing states, including the United States and India. In the United States, the Trump administration has instead devoted nearly $10 billion to Operation Warp Speed, a program designed to deliver hundreds of millions of COVID-19 vaccines by January 2021—but only to Americans. Meanwhile, Adar Poonawalla, the chief executive of the Serum Institute of India, has stated that “at least initially,” any vaccine the company produces will go to India’s 1.3 billion people. Other vaccine developers have made similar statements, pledging that host governments or advanced purchasers will get the early doses if supplies are limited.

Given the lack of confidence that any cooperative effort would be able to overcome such obstacles, more and more countries have tried to secure their own supplies. France, Germany, Italy, and the Netherlands formed the Inclusive Vaccine Alliance to jointly negotiate with vaccine developers and producers. That alliance is now part of a larger European Commission effort to negotiate with manufacturers on behalf of EU member states to arrange for advance contracts and to reserve doses of promising candidates. In May, Xi told attendees at the World Health Assembly, the decision-making body of the World Health Organization, that if Beijing succeeds in developing a vaccine, it will share the results with the world, but he did not say when. In June, Anthony Fauci, the director of the U.S. National Institute of Allergy and Infectious Diseases, expressed skepticism about that claim and told The Wall Street Journal that he expects that the Chinese government will use its vaccines “predominantly for the very large populace of China.” This summer, the United States bought up virtually all the supplies of remdesivir, one of the first drugs proven to work against COVID-19, leaving none for the United Kingdom, the EU,  or most of the rest of the world for three months.

LEARNING THE HARD WAY

Global cooperation on vaccine allocation would be the most efficient way to disrupt the spread of the virus. It would also spur economies, avoid supply chain disruptions, and prevent unnecessary geopolitical conflict. Yet if all other vaccine-manufacturing countries are being nationalists, no one will have an incentive to buck the trend. In this respect, vaccine allocation resembles the classic game theory problem known as “the prisoner’s dilemma”—and countries are very much acting like the proverbial prisoner.

“If we have learned anything from the coronavirus and swine flu H1N1 epidemic of 2009,” said Peter Navarro, the globalization skeptic whom President Donald Trump appointed in March to lead the U.S. supply chain response to COVID-19, “it is that we cannot necessarily depend on other countries, even close allies, to supply us with needed items, from face masks to vaccines.” Navarro has done his best to make sure everyone else learns this lesson, as well: shortly after he made that statement, the White House slapped export restrictions on U.S.-manufactured surgical masks, respirators, and gloves, including to many poor countries.

By failing to develop a plan to coordinate the mass manufacture and distribution of vaccines, many governments—including the U.S. government—are writing off the potential for global cooperation. Such cooperation remains possible, but it would require a large number of countries to make an enforceable commitment to sharing in order to overcome leaders’ fears of domestic opposition.

The time horizon for most political leaders is short, especially for those facing an imminent election. Many remain unconvinced that voters would understand that the long-term health and economic consequences of the coronavirus spreading unabated abroad are greater than the immediate threat posed by their or their loved ones’ having to wait to be vaccinated at home. And to politicians, the potential for opposition at home may seem like a bigger risk than outrage abroad over their hoarding supplies, especially if it is for a limited time and other countries are seen as likely to do the same.

Fortunately, there are ways to weaken this disincentive to cooperate. First, politicians might be more willing to forgo immunizing their entire populations in order to share vaccines with other countries if there were reliable research indicating the number and allocation of doses needed to achieve critical public health objectives at home—such as protecting health-care workers, military personnel, and nursing home staffs; reducing the spread to the elderly and other vulnerable populations; and breaking transmission chains. Having that information would allow elected leaders to pledge to share vaccine supplies with other countries only if they have enough at home to reach those goals. This type of research has long been part of national planning for immunization campaigns. It has revealed, for example, that because influenza vaccines induce a relatively weak immune response in the elderly, older people are much better protected if the vaccination of children, who are the chief spreaders, is prioritized. Such research does not yet exist for COVID-19 but should be part of the expedited clinical trials that companies are currently conducting for vaccine candidates.

A framework agreement on vaccine sharing would also be more likely to succeed if it were undertaken through an established international forum and linked to preventing the export bans and seizures that have disrupted COVID-19-related medical supply chains. Baby steps toward such an agreement have already been taken by a working group of G-20 trade ministers, but that effort needs to be expanded to include public health officials. The result should be a covid-19 vaccine trade and investment agreement, which should include an investment fund to purchase vaccines in advance and allocate them, once they have been proved to be safe and effective, on the basis of public health need rather than the size of any individual country’s purse. Governments would pay into the investment fund on a subscription basis, with escalating, nonrefundable payments tied to the number of vaccine doses they secured and other milestones of progress. Participation of the poorest countries should be heavily subsidized or free. Such an agreement could leverage the international organizations that already exist for the purchase and distribution of vaccines and medications for HIV/AIDS, tuberculosis, and malaria. The agreement should include an enforceable commitment on the part of participating countries to not place export restrictions on supplies of vaccines and related materials destined for other participating countries.

The agreement could stipulate that if a minimum number of vaccine--producing countries did not participate, it would not enter into force, reducing the risk to early signatories. Some manufacturers would be hesitant to submit to a global allocation plan unless the participating governments committed to indemnification, allowed the use of product liability insurance, or agreed to a capped injury-compensation program to mitigate the manufacturers’ risk. Linking the agreement to existing networks of regulators, such as the International Coalition of Medicines Regulatory Authorities, might help ease such concerns and would also help create a more transparent pathway to the licensing of vaccines, instill global confidence, reduce development costs, and expedite access in less remunerative markets.

WHAT YOU DON’T KNOW CAN HURT (AND HELP) YOU

Even if policymakers can be convinced about the benefits of sharing, cooperation will remain a nonstarter if there is nothing to prevent countries from reneging on an agreement and seizing local supplies of a vaccine once it has been proved to be safe and effective. Cooperation will ensue only when countries are convinced that it can be enforced.

The key thing to understand is that allocating COVID-19 vaccines will not be a one-off experience: multiple safe and effective vaccines may eventually emerge, each with different strengths and benefits. If one country were to deny others access to an early vaccine, those other countries could be expected to reciprocate by withholding potentially more effective vaccines they might develop later. And game theory makes clear that, even for the most selfish players, incentives for cooperation improve when the game is repeated and players can credibly threaten quick and effective punishment for cheating.

Which vaccine turns out to be most effective may vary by the target patient population and setting. Some may be more suitable for children or for places with limited refrigeration. Yet because the various vaccine candidates still in development require different ingredients and different types of manufacturing facilities, no one country, not even the United States, will be able to build all the facilities that may later prove useful.

Today’s vaccine supply chains are also unavoidably global. The country lucky enough to manufacture the first proven vaccine is unlikely to have all the inputs necessary to scale up and sustain production. For example, a number of vaccine candidates use the same adjuvant, a substance produced from a natural compound extracted from the Chilean soapbark tree. This compound comes mostly from Chile and is processed in Sweden. Although Chile and Sweden do not manufacture vaccines, they would be able to rely on their control of the limited supply of this input to ensure access to the eventual output. Vaccine supply chains abound with such situations. Because the science has not settled on which vaccine will work best, it is impossible to fully anticipate and thus prepare for all the needed inputs.

The Trump administration, as well as some in Congress, has blamed the United States’ failure to produce vast supplies of everything it needs to respond to COVID-19 on “dependency.” But when it comes to creating an enforceable international vaccine agreement, complex cross-border supply chains are a feature, not a bug. Even countries without vaccine-manufacturing capacity can credibly threaten to hold up input supplies to the United States or other vaccine-manufacturing countries if they engage in vaccine nationalism.

The Trump administration was reminded of this dynamic in April, when the president invoked the Defense Production Act and threatened to ban exports to Canada and Mexico of respirators made by 3M. Had Trump followed through, Canada could have retaliated by halting exports of hospital-grade pulp that U.S. companies needed to produce surgical masks and gowns. Or Canada could have stopped Canadian nurses and hospital workers from crossing the border into Michigan, where they were desperately needed to treat American patients. Mexico, for its part, could have cut off the supply of motors and other components that U.S. companies needed to make ventilators. The White House seemed unaware of these potential vulnerabilities. Once it got up to speed, the administration backed off.

Of course, the Trump administration should have already learned that trading partners—even historical allies—are willing and able to swiftly and effectively retaliate against one another if someone breaks an agreement. In early 2018, this was apparently an unknown—at least to Navarro. Explaining why Trump was planning to put tariffs on steel and aluminum, Navarro reassured Americans: “I don’t believe there is any country in the world that is going to retaliate,” he declared. After Trump imposed the duties, Canada, Mexico, and the European Union, along with China, Russia, and Turkey, all immediately retaliated. The EU went through a similar learning experience in March. The European Commission originally imposed a broad set of export restrictions on personal protective equipment. It was forced to quickly scale them back after realizing that cutting off non-EU members, such as Norway and Switzerland, could imperil the flow of parts that companies based in the EU needed to supply the eu’s own member states with medical supplies.

American and European policymakers now understand—or at least should understand—that what they don’t know about cross-border flows can hurt them. Paradoxically, this lack of information may help convince skeptical policymakers to maintain the interdependence needed to fight the pandemic. Not knowing what they don’t know reduces the risk that governments will renege on a deal tomorrow that is in their own best interest to sign on to today.

THE POWER OF FOMO

When the oxygen masks drop in a depressurizing plane, they drop at the same time in every part of the plane because time is of the essence and because that is the best way to ensure the safety of all onboard. The same is true of the global, equitable allocation of safe and effective vaccines against COVID-19.

Vaccine nationalism is not just morally and ethically reprehensible: it is contrary to every country’s economic, strategic, and health interests. If rich, powerful countries choose that path, there will be no winners—ultimately, every country will be a loser. The world is not doomed to learn this the hard way, however. All the necessary tools exist to forge an agreement that would encourage cooperation and limit the appeal of shortsighted “my country first” approaches.

But time is running out: the closer the world gets to the day when the first proven vaccines emerge, the less time there is to set up an equitable, enforceable system for allocating them. As a first step, a coalition of political leaders from countries representing at least 50 percent of global vaccine-manufacturing capacity must get together and instruct their public health officials and trade ministers to get out of their silos and work together. Combining forces, they should hammer out a short-term agreement that articulates the conditions for sharing, including with the legions of poorer, nonmanufacturing countries, and makes clear what would happen to participants who subsequently reneged and undertook vaccine nationalism. Such a step would get the ball rolling and convince even more of the manufacturing countries to sign on. The fear of missing out on vaccine access, in the event their countries’ own vaccine candidates fail, may be what it takes to pressure even today’s most reluctant leaders to cooperate

Irma D'Aria: CORONAVIRUS E MASCHERINE FATTE IN CASA. Due strati di tessuto meglio di uno (la Repubblica, 24 luglio 2020)

Da uno studio su Thorax arriva l’indicazione di realizzare queste protezioni usando tre o almeno due strati per bloccare il virus.


Dopo mesi di tutorial e una certa esperienza maturata indossandole ogni giorno, ora ne sappiamo un po’ di più sulle mascherine e anche chi non ha molta dimestichezza con ago e filo può cimentarsi con il fai da te seguendo - s’intende - le indicazioni ufficiali, come quelle che arrivano dagli autorevoli Centers for Disease Control (Cdc) americani, in parte l’equivalente del nostro Istituto Superiore di Sanità. Oggi arrivano ulteriori istruzioni sulla quantità di strati necessari per prevenire la dispersione di goccioline virali dal naso e dalla bocca. A fornirle è un team di ricercatori australiani che ha appena pubblicato uno studio osservazionale (con relativo video) sulla rivista scientifica Thorax secondo cui le mascherine fai da te dovrebbero avere almeno due strati, e preferibilmente tre per proteggere in modo efficace.

Il fai da te per la carenza di dispositivi di protezione

Da quando è diventato obbligatorio l’uso delle mascherine come protezione dalle goccioline virali generate durante la tosse, gli starnuti o il semplice parlare, la domanda di questi prodotti è aumentata vertiginosamente in tutto il mondo con situazioni di carenza che hanno indotto alcune agenzie sanitarie, come appunto i Cdc, a raccomandare l'uso di protezioni per il viso fatti in casa come alternativa alle mascherine chirurgiche.

Mascherine a confronto

Nei numerosi tutorial diffusi online sono stati suggeriti vari tipi di materiale per realizzarle in casa, ma senza avere prove reali di quanto funzionassero davvero fino a quando un team di ricercatori australiani ha confrontato l'efficacia delle protezioni facciali in tessuto a singolo e doppio strato (tessuto di cotone 175 g/m², con 170 fili per centimetro) con una maschera chirurgica a 3 strati (Bao Thach) nel ridurre la diffusione delle goccioline. La protezione facciale con uno strato singolo è stata realizzata con un pezzo piegato di maglietta di cotone ed elastici per capelli; quella a doppio strato è stata realizzata utilizzando una macchina per cucire, come indicato in questo video dei Cdc.

Il test sulle protezioni in tessuto

I ricercatori hanno utilizzato un sistema di illuminazione a Led e una telecamera ad alta velocità per filmare la dispersione di goccioline trasportate dall'aria e prodotte da una persona sana senza infezione respiratoria, mentre parla, tossisce e starnutisce mentre indossa ciascun tipo di mascherina. Cosa hanno concluso? La registrazione video ha mostrato che la maschera chirurgica a 3 strati è la più efficace nel ridurre la dispersione di goccioline trasportate dall'aria e la copertura doppia è meglio di quella con un singolo strato. "Le linee guida sulla realizzazione di mascherine di stoffa fatte in casa - scrivono i ricercatori - dovrebbero indicare la necessità di avere più strati. Servono, però, ancora altre sperimentazioni per capire qual è la forma delle mascherine più efficace a bloccare il virus”. I ricercatori hanno, inoltre, chiarito che la questione degli strati di tessuto è solo uno dei fattori che contribuiscono all'efficacia delle maschere che dipende anche dal tipo di materiale utilizzato, dalla forma, dal modo in cui si indossa e anche dalla frequenza di lavaggio.

Gli altri studi di comparazione

Quello apparso oggi su Thorax non è il primo studio sulle protezioni facciali. Già nel 2013, alcuni esperti di Public Health London avevano pubblicato sulla rivista Disaster Medicine i consigli sui tessuti migliori per proteggere bocca e naso. Usando un microrganismo un po’ più piccolo del coronavirus, i ricercatori hanno visto che una mascherina chirurgica ne filtra (in uscita) almeno il 90% quando si tossisce o si fa uno starnuto. Una maglietta di cotone blocca il 51% dei microbi e una sciarpa il 49%, mentre un tovagliolo arriva al 72%. Una sciarpa di lino arriva al 60% e una di seta al 54%.

Più di recente, in un articolo pubblicato su Annals of Internal Medicine, gli esperti della McMaster University in Canada, hanno analizzato gli studi dell’ultimo secolo relativi all’uso e all’efficacia delle mascherine realizzate autonomamente. La maggior parte degli articoli esaminati riguardava la capacità di filtrazione, cioè la possibilità di impedire la trasmissione di particelle espressa in percentuale. “Secondo uno studio del 1962, ad esempio, una mascherina a triplo strato, realizzata con doppio strato di mussola e strato interno di flanella, potrebbe ridurre la contaminazione superficiale fino al 99 per cento”, spiega Catherine Clase, docente di Medicina presso la McMaster University.

Titti Giammetta: BERNARD-HENRI LEVY E IL VIRUS CHE HA RESO "FOLLI" LE TESTE MONDIALI (AGI, 17 luglio 2020)

Lo scrittore e giornalista francese presenterà il 27 luglio alla Milanesiana il suo ultimo 'pamphlet' "Il virus che ci rende folli". Una narrazione sulla pandemia surreale e irriverente nei confronti di tutti coloro che vivono l'emergenza come 'una guerra mondiale'.

"Anche io sono rimasto raggelato. Ma ciò che mi ha raggelato di più non è stata la pandemia...ma l'epidemia di paura che ha attanagliato il mondo".

Inizia così il nuovo 'pamphlet' dello scrittore e giornalista francese Bernard-Henri Levy 'Il virus che rende folli', edito in Francia da Grasset e in italiano da La Nave di Teseo e che il prossimo 27 luglio sarà in scena nel cortile del Palazzo Reale di Milano alla Milanesiana, la rassegna culturale ideata e diretta da Elisabetta Sgarbi.

Una narrazione sul coronavirus surreale e irriverente nei confronti di tutti coloro che vivono l'emergenza sanitaria come 'una guerra mondiale'. "Abbiamo sentito intellettuali che avevano visto altre guerre riprendere la retorica del nemico invisibile, dei combattenti di prima e seconda linea, della guerra sanitaria totale" scrive Levy. "E abbiamo visto Parigi svuotarsi, come nel diario dell'Occupazione di Ernst Juenger".

"Abbiamo visto popoli interi tremare e farsi trascinare nelle proprie abitazioni, a volte a colpi di manganello, come animali selvatici nelle loro tane". Un excursus geografico-letterario: da Hong Kong, dove sono scomparsi i manifestanti "come per magia", ai Peshmerga "rifugiati nelle loro trincee". Fino all'ultimo obiettivo di guerra di Hamas: "Ottenere ventilatori da Israele". "Una follia collettiva - la definisce Levy - aggravata dai media e dai social network che ci martellano, giorno dopo giorno, coi numeri dei pazienti in rianimazione, dei moribondi e dei morti, portandoci in un universo parallelo dove non esistono piu' altre informazioni, rendendoci letteralmente folli: non e' cosi' che in fondo funziona una tortura cinese?".

Tra le conseguenze di quella che viene definita la "prima paura mondiale", secondo Levy, c'è lo strapotere di medici e virologi. "Mai prima d'ora un medico si era invitato nelle case delle persone, ogni sera, ad annunciare come una triste Pizia, il numero dei morti del giorno". Fino ad arrivare alle 'questioni bizantine' che riguardano anche l'Italia dove ci si è interrogati anche sui 'congiunti' e sugli 'affetti stabili', abolendo gli abbracci e le strette di mano. Ma non si violano forse l'etica e la civiltà, si chiede Levy. Lo stringersi la mano - ricorda "era un segno di solidarietà repubblicana promosso dalla Rivoluzione francese".

E ancora il richiamo collettivo alla ecologia e all'ambiente scatenato dal coronavirus, anche questo motivo di ironia per Levy che cita l'ex ministro della Transizione ecologica di Macron, Nicolas Hulot, autore di un manifesto in cento punti per un mondo migliore post-Covid. "Ascoltandoli, la natura si vendicherebbe e il virus sarebbe una 'grande opportunità", commenta.

E' ora forse, conclude lo scrittore francese, il momento di fare un bilancio, di recuperare, dopo questa esperienza disastrosa, un'idea di mondo e di vita più complessa e di tornare a vivere. "Dobbiamo resistere a qualsiasi costo - suggerisce in chiusura del libro l'autore - a questo vento di follia che soffia nel mondo".

Elio Borgonovi: ALLACCIATE LE CINTURE (FormaFuturi, 7 luglio 2020)

Benvenuti sull’ottovolante dell’economia globale che prometteva di rendere più ricchi e felici 7,5 miliardi di persone. Ci scusiamo se abbiamo dovuto interrompere la sua corsa verso un nuovo Eldorado chiedendovi di restare chiusi nelle vostre case per alcuni mesi. Il magnifico marchingegno che stavamo costruendo è stato bloccato da un guasto che abbiamo identificato, di cui forse abbiamo capito l’origine, ma che per ora non siamo ancora riusciti a riparare definitivamente.

Riprendiamo la corsa con la cautela che ci è suggerita dagli oltre 10 milioni di viaggiatori che hanno mostrato segni di malessere e dagli oltre 500 mila che sono morti perché non avevamo predisposto le misure di sicurezza suggerite dalla scienza, dall’esperienza e dal buon senso. Allacciatevi le cinture di sicurezza per un nuovo viaggio che però vogliamo mettere nelle vostre mani. Ognuno di voi è stato dotato di due telecomandi, uno bianco e uno nero. Usate il telecomando bianco seguendo queste istruzioni. Se avete gradito il viaggio che è stato interrotto e ritenete che possa essere ripreso prendendo solo qualche precauzione aggiuntiva di distanziamento premete 1. Se ritenete che siano necessarie revisioni profonde delle traiettorie lungo le quali finora si è mosso il nostro ottovolante premete 2. Se ritenete che occorra rallentare o almeno procedere con maggiore cautela per evitare catastrofi ancor più gravi premete 3.

Se ritenete che produzione e redistribuzione della ricchezza siano processi distinti e separabili premete 4. Se ritenete che sia necessario cambiare i modelli produttivi per evitare che la concentrazione della ricchezza sia detonatore di crisi sociali che possono sfuggire al controllo premete 5. Se ritenete che la collaborazione pubblico/privato possa aiutare un viaggio eccitante, ad alta velocità, ma con sistemi di sicurezza sociale più sicuri premete 6.

Se ritenete che il merito debba essere misurato sulla base dei risultati raggiunti e debba premiare solo un gruppo ristretto di persone considerate eccellenti premete 7. Se ritenete che il merito possa essere misurato come differenza tra i punti di partenza di ogni persona (potenziale) e i risultati ottenuti (con l’impegno e la professionalità) premete 8. Se ritenete possibile mettere le persone nelle stesse condizioni di partenza e misurare i risultati ottenuti premete 9.

Usando il telecomando nero esprimete i vostri convincimenti, auspici, desiderata. Se volete o decidete di impegnarvi direttamente per modificare la traiettoria dell’ottovolante premete 1. Se ritenete di non avere alcun potere e accettate di affidarvi a leader illuminati nei diversi settori di attività premete 2. Se ritenete che sia sufficiente cambiare le regole del mercato, il sistema di tassazione, le politiche economiche e sociali premete 3. Se ritenete che le vostre preferenze, emozioni e reazioni, potranno essere elaborate dal potente sistema di intelligenza artificiale di cui ci siamo dotati, che individuerà automaticamente la migliore traiettoria per il futuro, premete 4. Se ritenete che alla guida dell’ottovolante ci debbano essere scienziati illuminati, esperti e professionisti di nuova generazione, assistiti dai big data e dal sistema di intelligenza artificiale, le nuove élite, premete 5.

Se ritenete che alla guida dell’ottovolante ci debbano essere persone, assistite dai big data e dal sistema di intelligenza artificiale, i cui valori spingono a porsi continuamente il problema delle conseguenze delle proprie decisioni su tante altre persone, premete 6. Se ritenete che le traiettorie del futuro potranno essere disegnate da politici illuminati e guidati dal bene comune, premete 7. Se ritenete che le traiettorie del futuro potranno essere disegnate da manager e imprenditori socialmente responsabili, premete 8. Se ritenete che le traiettorie del futuro potranno essere disegnate da persone di cultura in grado di coniugare scienza e conoscenza dell’umano premete 9.

Avendo messo a punto un sistema di algoritmi molto sensibili, potete cambiare le vostre preferenze utilizzando i due telecomandi anche durante il viaggio. Se siete pronti, si parte con l’augurio di un’esperienza stimolante e non banale.

LETTERA DI  239 SCIENZIATI ALL'OMS: "Covid viaggia nell'aria più di quanto si pensava" (la Repubblica, 6 luglio 2020)

Il Coronavirus viaggia nell'aria più di quanto si è pensato fino ad oggi. Mentre la pandemia da Covid-19 continua a dilagare per il mondo, colpendo nella fase attuale con maggiore intensità le Americhe e l'Asia meridionale, un nuovo studio firmato da 239 scienziati di primo piano di 32 paesi, invita l'Oms a rivedere drasticamente le proprie linee-guida sulle misure consigliate ai governi di tutto il pianeta per il contenimento del morbo. La ricerca sembra destinata ad avere un impatto importante sulle raccomandazioni in materia di prevenzione, mettendo la parola fine a una questione che si era posta fin dall'inizio dell'emergenza sanitaria ma che finora non aveva avuto una risposta univoca, ovvero quella sulla trasmissibilità aerobica della malattia.

La lettera

Il New York Times ha anticipato il contenuto della lettera aperta in cui la squadra di ricercatori internazionali ha constatato al di là di ogni dubbio che la SARS-CoV-2 può trasmettersi, infettando più persone, sia tramite le goccioline più grosse che vengono ad esempio prodotte quando si starnutisce (e questo era già stato appurato) sia (e questa è la novità) da quelle più piccole e più leggere - che si formano quando si parla normalmente - capaci quindi di attraversare uno spazio. Il Nyt spiega che lo studio in questione verrà pubblicato su una rivista specializzata la prossima settimana. Intanto, però, il cambio di prospettiva appare notevole.

Fino a questo momento, infatti, l'Oms aveva ribadito a più riprese che il virus non è generalmente aerobico, sostenendo al contrario - come, da ultimo, in un documento del 29 giugno - che il Covid-19 non si trasmette per via aerea che in certe condizioni estreme, come ad esempio nel corso di una serie di procedure mediche nelle quali si generano degli aerosol, ovvero delle polverizzazioni di particelle nell'aria come ad esempio nel caso delle intubazioni, delle broncoscopie o ancora in caso di una rianimazione cardiopolmonare. Essendo i "droplet" causati da uno starnuto o da un colpo di tosse più grossi delle piccole goccioline prodotte in altro modo hanno anche una portata minore, il che ha portato l'Oms a considerare la distanza interpersonale di un metro e mezzo-due metri come sicura al fine di evitare il contagio.

I criteri

Lo studio dei 239 scienziati rimette proprio questo criterio in discussione, anche se gli stessi specialisti mettono in chiaro che la scoperta non debba essere un detonatore di panico in quanto, come spiega il virologo Bill Hanage, dell'università di Harvard, "Si ha troppo spesso l'assurda concezione che un virus aerobico sia presente continuativamente nell'aria a causa di goccioline sospese intorno a noi che possano infettarci per diverse ore e che queste goccioline corrano per le strade, si infilino nella buca delle lettere e si intrufolino dappertutto nelle nostre case". Ovviamente, spiega lo scienziato, così non è: il rischio di contagio di cui si parla è relativo soprattutto agli spazi chiusi e in tal senso il nuovo studio si pone come messa in guardia all'Oms, in quanto sarebbe chiaro che le mascherine - al contrario di quanto sostenuto finora - sarebbero necessarie anche negli spazi al chiuso a prescindere dal distanziamento sociale. Da tutto ciò deriverebbe inoltre una revisione dei sistemi di ventilazione nelle scuole, negli ospizi, nelle case e negli uffici per minimizzare il ricircolo dell'aria.

Giusppe Remuzzi: LA SUPER-IMMUNITA' DEI PIPISTRELLI (CdS - La Lettura, 7 giuno 2020)

Non è il momento di parlar bene dei pipistrelli, ma a pensarci bene sono necessari all'ecosistema come poco d'altro nel mondo animale. Un po' perché liberano le piante dai parassiti, ma ancor di più perché si nutrono di insetti - le zanzare per esempio - che sono causa di malattie e di morte, e poi aiutano a disperdere i semi sui terreni e a fertilizzare. Fanno tanto per noi e per il nostro benessere, ma li devi lasciare in pace.

Di pipistrelli ce ne sono 14 mila specie diverse, distribuite in tutti i continenti, ad eccezione dell' Antartide, e le isole dell' Ovest dell' Oceano Indiano sono la quintessenza della biodiversità con almeno 50 specie di pipistrelli. Si tratta di aree geografiche un po' magiche e certo uniche per chi voglia studiare le abitudini di questi piccoli mammiferi, dove vivono, cosa fanno di giorno e di notte, ma anche quanti e quali sono i virus che vivono con loro che per l' uomo possono essere letali mentre loro, i pipistrelli, che ce li hanno addosso e se li portano in giro, non si ammalano mai.

Come si spiega? È come se avessero una super-immunità, qualcosa che a noi uomini di questi tempi farebbe di certo molto comodo.

Questa è una, anche se non la sola ragione per discutere di pipistrelli proprio di questi tempi e per studiarli più di quanto non sia stato fatto finora; se riuscissimo a capire il segreto dell' immunità dei pipistrelli e del perché il loro sistema immune tiene sotto controllo i coronavirus senza fare una piega, mentre il nostro nel cercare di difenderci dal virus distrugge i nostri polmoni, per non dire il cuore, il rene, il fegato, avremmo risolto il problema di questa terribile pandemia.

Ma andiamo con ordine: i coronavirus convivono con i pipistrelli da milioni di anni, incluso, certamente, ma non solo, il Sars-CoV-2, quello del Covid-19, la malattia che finora ha infettato quasi 4 milioni di persone al mondo (ma potrebbero essere molte di più) e ha ucciso fra il 7 e il 10% di quelli che sono stati infettati. 

Non è il primo coronavirus dei pipistrelli che arriva all' uomo e porta malattie: prima c' è stato quello della Sars nel 2003 che ha causato più di ottomila casi e quasi 800 morti e poi nel 2012 sempre dai pipistrelli arriva il coronavirus della Mers - la Sindrome respiratoria del Medio Oriente - che ha infettato 2.500 persone nel 2012 uccidendone una su tre. Ci sono sempre ospiti intermedi tra i coronavirus dei pipistrelli e l' uomo. Nel caso della Mers dal pipistrello il virus prima di arrivare all' uomo infettava i cammelli. Col Sars-CoV-2 ci sono di mezzo il pangolino e forse gli zibetti (anche se di questo non siamo ancora del tutto sicuri).

Ce ne sono tanti altri di coronavirus che vivono coi pipistrelli. Léa Joffrin dell' Université de la Réunion e tanti altri scienziati dal Madagascar, dal Sudafrica, da Mauritius e Seychelles e dal Mozambico li hanno studiati proprio in quelle isole, si sono messi in testa di dedicare le loro ricerche ai coronavirus dei pipistrelli, non solo Sars e Mers ma anche tutti gli altri. L' obiettivo era quello di capire il rapporto che c' è fra i pipistrelli e i loro virus, e perché se questi virus ce li hanno addosso da milioni di anni non si ammalano e noi sì. I ricercatori poi volevano capire se i pipistrelli se li scambiano questi virus, e se è vero che possono anche passare da un animale all' altro, al punto di arrivare all' uomo. L' ultima curiosità - se si può chiamare curiosità - era di capire se dopo Sars-CoV-2 ce ne possiamo aspettare altri capaci di provocare pandemie e morti come ha fatto appunto quest' ultimo virus. Per rispondere almeno a qualcuna di queste domande i ricercatori hanno studiato più di mille pipistrelli per 36 specie diverse.E la prima cosa che sono riusciti a capire è che ciascuna di queste specie ha i suoi coronavirus che di solito però non passano da una specie all' altra, salvo quando specie diverse di pipistrelli vivono nella stessa grotta o condividono lo stesso nido. A questi mille pipistrelli i ricercatori delle isole dell' Oceano Indiano hanno fatto sistematicamente tamponi per ricerca di coronavirus e poi un prelievo di sangue. L' 8% dei pipistrelli avevano addosso un qualche coronavirus, ma hanno anche visto variazioni stagionali molto importanti, suggerendo che la quantità di virus che ospita ciascun animale si modifica nel corso dell' anno

A questo punto i ricercatori hanno fatto un' analisi genetica di tutti i coronavirus dei pipistrelli per confrontarla con quella di altri animali, per esempio delfini, alpaca e infine con quella degli uomini. Così hanno costruito un enorme albero di coronavirus che è servito a capire come questi virus siano molto simili l'uno con l'altro, con piccole variazioni che giustificano però la capacità di adattarsi all' una o all' altra specie animale, ed eventualmente all' uomo.

Questi studi sono serviti anche a capire che c' è comunque una grande coerenza tra il tipo di pipistrello - quello che i biologi evoluzionisti chiamano genere e famiglia - e il loro coronavirus al punto che in aree geografiche diverse i pipistrelli si portano addosso coronavirus un po' diversi. È una cosa che rassicura perché se un certo coronavirus fa fatica a passare da un pipistrello a un altro, tanto più avrà difficoltà a infettare altri animali e poi a fare il famoso «salto di specie» che lo fa arrivare all' uomo, anche se questo probabilmente succede più spesso di quanto noi non pensiamo. 

Gli stessi ricercatori adesso hanno in programma esami sierologici su grandi numeri di animali e poi di uomini che vivono in quelle zone per capire quali dei tantissimi ceppi di coronavirus che circolano nei pipistrelli dell' Oceano Indiano siano già passati all' uomo, in un modo così discreto che non ce ne siamo forse nemmeno accorti.

Sembrano studi un po' esoterici ma in realtà sono fondamentali per prepararci a eventuali nuove epidemie che potranno succedere, proprio come è già successo con Sars-CoV-1 (quello della Sars), col virus della Mers e adesso con Sars-CoV-2. 

Tutti e tre questi virus possono causare malattie molto serie nell' uomo, certe volte fatali, ma per ragioni che non abbiamo capito bene i pipistrelli non si ammalano nemmeno quando si infettano con Sars-CoV-2. Ce l' hanno addosso, non fanno nulla per eliminarlo ma non si ammalano. Con un lavoro appena pubblicato su «Scientific Reports», Vikram Misra - un microbiologo del Canada - ha dimostrato come certi coronavirus, quello della Mers per esempio, siano capaci di adattarsi al pipistrello in un modo straordinario: ciascuno prende vantaggio dall' altro; il virus si moltiplica nelle cellule del pipistrello, proprio come fa con quelle dell' uomo, ma invece di ucciderle, stabilisce una relazione positiva con l' ospite e con il suo sistema immune, al punto che si crea un sistema unico che conferisce al pipistrello la capacità di difendersi dagli agenti patogeni; sembra paradossale se pensate a cosa è successo a qualcuno di noi quando è stato contagiato dal coronavirus, ma è proprio così.

È come se quei pipistrelli il sistema super-immune l'avessero paradossalmente proprio grazie a quel virus che si portano addosso. E sembra che anche con Sars-CoV-2 succeda proprio la stessa cosa, però si tratta di un equilibrio molto delicato, basta poco a infrangerlo e succede regolarmente quando il sistema immune di questi animali è in una situazione di stress proprio come nei mercati umidi della Cina (dove li mettono in piccole gabbie, al caldo, insieme ad altri animali, uno sopra l' altro e così si contaminano reciprocamente con liquidi biologici ed escrementi) o come quando i pipistrelli si ammalano di altre malattie o cambiano habitat, allora quel reciproco rispetto tra pipistrello e virus che porta alla super-immunità si rompe come d' incanto e viene meno.

Il virus non si trova più a suo agio nel convivere con i pipistrelli, e così cerca di sfuggire da un ospite così «inospitale», si moltiplica, molto di più di quanto non sa fare di solito, cerca altre specie da infettare e così trova prima il pangolino, anche lui nel mercato (sono stipati l' uno contro l' altro), e poi evolve, cerca altre specie ancora, forse lo zibetto e poi, dato che questi animali sono macellati sotto gli occhi dei clienti che se li vogliono mangiare subito, arriva il momento in cui i virus finiscono per infettare l' uomo.

Adattarsi all' uomo per il coronavirus non è tanto facile, nel pipistrello stavano bene, al punto da convivere con lui persino durante l'ibernazione che dura quattro mesi. Ma perché un virus abituato a vivere in una certa specie di pipistrello si adatti a un nuovo ospite devono succedere tante cose insieme: fattori ambientali prima di tutto, inclusi variazioni del clima, degradazione dell' habitat e diminuzione degli insetti che rappresentano le prede preferite dei pipistrelli, poi il virus deve trovare il modo di interagire con la cellule dell' ospite (Sars-CoV-2 lo fa legandosi ad almeno due recettori diversi) e poi replicarsi. Insomma ci sono un sacco di fattori critici perché un certo coronavirus si stabilisca in un nuovo ospite e specialmente nell' uomo.

È successo in passato con NL63 e 229E che danno solo disturbi respiratori del tutto trascurabili, sono stati trovati per prima in Kenya, Ghana, Gabon e Zimbabwe e poi si sono diffusi dappertutto. Questi coronavirus, e probabilmente anche Sars-CoV-2, hanno un antenato comune vissuto mille anni fa. Di tutti questi però Sars-CoV-2 è certamente uno dei più intraprendenti.

Il lavoro dei ricercatori dell' Oceano Indiano però non è finito qua: le informazioni che hanno raccolto sia in termini di analisi genetiche che sul piano delle analisi morfologiche sono tali che si è potuta creare una collezione che diventerà un museo in modo che chiunque lo voglia possa anche visivamente comparare fra loro queste specie di pipistrelli, conoscere le regioni geografiche da cui vengono e poter andare in una banca dati (GenBank) a confrontare tutte le sequenze. Così si accumulano conoscenze ed esperienze, e si arriva a intuizioni su chi potrà mutare e chi no e a che condizione e perché. Abbiamo assolutamente bisogno di sapere chi dei tantissimi coronavirus dei pipistrelli è più a rischio di infettare l' uomo perché in questo modo, per esempio studiando la sequenza genetica di nuovi coronavirus dei pipistrelli possiamo capire se contengono del materiale genetico che li rende capaci di avere accesso alle cellule dell' uomo e infettarle.

In questo modo possiamo monitorare i pipistrelli e i loro virus e proteggerci. È il modo più sicuro per scongiurare che quello che è successo possa capitare di nuovo ma Steve Goodman - uno dei maggiori studiosi di questi animali e professore a Chicago - sostiene che prepararsi non vuol dire poi attrezzarsi per abbatterli, i pipistrelli. Senza di loro, come del resto senza le api, il nostro ecosistema morirebbe e con lui moriremmo anche noi, non a causa dei virus dei pipistrelli questa volta, ma qualora i pipistrelli non dovessero esserci più.Non ci crederete ma i pipistrelli sono indispensabili al nostro vivere, il bene che fanno a noi supera qualunque danno che abbiano fatto con il loro virus e che potrebbero fare in futuro, specie se, come questa volta, ci facciamo trovare impreparati.

Telmo Piovani: ESTINGUENDO GLI ANIMALI CI ATTIRIAMO I LORO VIRUS (Corriere della Sera, 21 giugno 2020)

Richard Leakey 25 anni fa ha lanciato l’allarme per la scomparsa di troppe specie. Ora avverte: continuare a mettere sotto pressione gli altri esseri viventi provocherà il passaggio di nuovi patogeni dalla fauna all’uomo.

Ha scoperto alcuni dei fossili più importanti per capire l’evoluzione umana. Ha lottato contro nemici potenti per impedire il commercio di avorio e la distruzione degli ecosistemi africani. È sopravvissuto a uno strano incidente aereo e a tre trapianti. Richard Leakey dice che la morte lo ha sfiorato tante volte, anche adesso che è malato, ma non smette di coltivare i suoi sogni. L’ultimo, a 75 anni, è un grande Museo dedicato all’umanità, che sorga proprio sul bordo della Rift Valley dove è nato Homo sapiens (vedi pagine successive).

Il libro «La sesta estinzione», da lei firmato con Roger Lewin, uscì 25 anni fa. Le vostre previsioni sull’accelerazione dell’estinzione di specie a causa dell’impatto umano sono purtroppo diventate realtà.
«Un enorme numero di specie sta via via scomparendo. Non solo elefanti e rinoceronti, ma anche molte altre specie, grandi e piccole, che abitavano le foreste e le profondità marine. Dovremo convivere con una situazione che è persino peggiorata rispetto alle nostre previsioni. Se rimarremo seduti a guardare, continuerà a peggiorare perché non abbiamo risolto il problema centrale: la nostra pressione sull’ambiente. Mi preoccupa che ci sia ancora chi vagheggia un ritorno a un primordiale equilibrio con la natura. Non possiamo più ritornare ad alcun equilibrio con la natura. Il processo è irreversibile: siamo in troppi e vogliamo troppo. Quello che dobbiamo fare è, prima di tutto, ricordare che noi siamo parte della natura, non entità separate. Molti credono che Dio abbia creato il mondo a misura di uomo: sì, ma per viverci, non per distruggerlo».

A causa della crisi pandemica, il cambiamento climatico è scomparso dai mass media, ma rimane il maggiore problema globale. Quali sono le sue conseguenze sulle estinzioni?
«Il clima sta cambiando: ci sono più piogge, meno piogge; temperature più alte e più basse; e soprattutto ci sono più persone. Tutto questo mette le specie nella condizione difficile di spostarsi per trovare condizioni migliori. La pandemia di Covid-19 deriva dal fatto che stiamo mettendo pressione su queste creature e le obblighiamo a spostarsi in nuovi habitat. Lo facciamo anche noi, perché non dovrebbero farlo loro? Se mangiamo i pangolini che ospitano il virus e interferiamo con la vita degli animali che fanno da serbatoio a questi patogeni, le malattie si diffondono. Se il Lago Vittoria sale di 5 metri, gli animali dovranno vivere da qualche altra parte. Con l’uso di pesticidi e l’abuso di antibiotici, noi stiamo forzando i microrganismi patogeni a sfruttare la loro variabilità naturale e a cambiare. Qualcuno dice che siamo una specie di successo, ma non siamo la specie meglio riuscita, se è vero che un piccolo virus, andando da una parte del mondo all’altra, infettando milioni di persone, è molto più efficace di noi nel viaggiare».

Il nesso ecologico tra questa pandemia e la devastazione degli ecosistemi non è stato sottolineato abbastanza.
«Dobbiamo correggere la nostra arroganza e riconoscere che non abbiamo abbastanza risorse per nutrire tutti. Non possiamo aspettarci che la popolazione mondiale arrivi a 8 o 9 miliardi e viva con le risorse che abbiamo, che sono già di per sé scarse, visto che il clima è meno stabile, c’è più freddo, più caldo e non abbastanza acqua».

Briefing: HOW SARS-COV-2 CAUSES DISEASE AND DEATH IN COVID-19 (The Economist, 6 giugno 2020)

The paths of destruction: there are direct routes and indirect ones.

The first set of lungs felt like rubber, says Rainer Claus, so damaged that it was impossible to imagine how any amount of oxygen could get through them. The lungs in the rest of the ten covid-19 victims that he and his colleagues at the University Medical Centre Augsburg, in Germany, autopsied in early April were in similarly awful condition.

This has been, for the most part, the story around the world. People get infected with SARS-CoV-2, the virus which causes covid-19, by breathing in tiny liquid droplets containing virus particles. Those particles gain entry to the lungs, where they start reproducing themselves. If the immune system does not stop it—which it mostly does—the virus causes so much damage that the lungs can no longer do their job, ending up like those in Augsburg.

But there are other facets to the disease not so easily understood. It robs some of the infected of their sense of smell; in others the toes or fingers darken as if bruised. Hearts swell; blood clots; immune systems cripple organs they are meant to be saving. Doctors around the world are trying to find out how much these various symptoms are attributable to direct effects of the virus, to secondary effects of the damage it does to the lungs, or even, in some cases, to the treatments used against it. The more of the story they can disentangle, the better the standard of care is likely to get.

For the virus to attack a cell, the cell’s surface needs to be adorned with a protein which plays a role in the regulation of blood pressure and inflammation called angiotensin-converting enzyme 2 (ACE2). This is found on plenty of cells in the upper respiratory tract and lungs, as well as the linings of blood vessels and the heart, kidneys and intestines. In some cases the virus may get into those intestinal cells directly, having been swallowed. In other cases it seems to get to the gut, and other susceptible organs, via the blood.

Mostly, though, the virus seems to get no further than the ACE2-rich cells of the nose and throat, and perhaps the lungs, before the body’s defences take care of it so well that its presence is never even noticed. Tests which look for genetic material from SARS-CoV-2 in swabs from the nose and throat frequently find it present in people who show no other sign of it at all: in one British survey 70% of those who tested positive were asymptomatic.

Most of those who do fall ill suffer flu-like symptoms, typically with a fever and a cough, sometimes with diarrhoea, that get better after a week or so. But some suffer for longer, failing to shake the infection before getting badly sick. Many of these people will, after a time, start to feel a shortness of breath as the lungs’ ability to oxygenate the blood weakens. About 10-15% of those who are diagnosed—which may mean less than 5% of those infected—eventually become ill enough to need a hospital.

Almost all of those hospitalised have symptoms of pneumonia—the general name for the response of the lungs to a variety of viral, bacterial and fungal infections. When they get deep into the lungs, the SARS-CoV-2 particles find a target-rich environment in the alveoli, tiny air sacs which hang like bunches of grapes off the lung’s branching network of bronchial tubes and are lined with cells festooned with ACE2. It is in these sacs that oxygen from the air breathed into the lungs passes into the blood stream, and carbon dioxide from the blood passes into the lung to be breathed out. The more the virus damages and kills the cells lining the alveoli, the more difficult this exchange of gases becomes. Hence the shortness of breath.

In some covid-19 cases, though, this shortness of breath—a textbook symptom of pneumonia—does not show up. Doctors have got used to seeing patients with blood-oxygen levels so low that they should be dizzy or unconscious, but who show no sign of respiratory distress.

Daniel Johnson of the University of Nebraska Medical Centre says his theory is that SARS-CoV-2 may be affecting the nervous system. That it can do so in some ways, at least, is hinted at by the fact that some patients report a loss of the sense of smell early on in their infection; there are other signs, too. Perhaps the virus has an effect on the part of the brain which tells the lungs to work harder when carbon dioxide builds up in the blood.

Angles of attack

Another possibility is that the lungs are not the only thing at fault. In some of these atypical patients the perilously low blood-oxygen level “seems to be out of proportion to the overall injury to the lung,” says Joseph Levitt of the Stanford University Medical Centre. The lungs of covid-19 patients feel different, too, he says. Typically, the lungs of patients with severe pneumonia become stiffer, which makes moving air in and out of them increasingly hard. The ventilators on to which such patients are put pump in oxygen under pressure, thus doing some of the lungs’ work for them. The lungs of covid-19 patients with blood-oxygen levels low enough to need a ventilator, though, are not so stiff, says Dr Levitt. They have not exhausted their ability to do their job. But the job is not getting done.

Dr Levitt wonders whether the problem may be in the blood vessels. ACE2’s role in looking after blood pressure depends on its ability to regulate signals that make blood vessels constrict or dilate. The way SARS-CoV-2 binds to ACE2 probably makes it less able to take part in that signalling. Covid-19 may thus reduce the amount of oxygen which gets into tissues not just by damaging the lung, but also by narrowing and damaging blood vessels. If so, drugs to dilate the blood vessels might help, at least in some cases. Finding out what treatment works best along those lines, though, requires clinical trials, says Dr Levitt.

In hospitals the treatment will normally start with extra oxygen supplied through a nasal cannula (a plastic tube with a prong for each nostril) and therapy to combat dehydration: patients have typically had a fever for days and not been drinking enough, leaving their bodies badly short of fluids. Rest, rehydration and extra oxygen, along with drugs for any secondary infections that have taken advantage of the body’s stressed-out state, give the immune system a chance to get the upper hand.

The immune response to a virus starts with infected cells producing a suite of signalling molecules called cytokines. Some of these tell other cells nearby to be on their guard against attack, thus stymying the virus’s ability to replicate itself. Others tell the immune system to come and put some stick about. Thus called to arms, the immune system launches both a prompt all-purpose response—inflammation—and a subsequent targeted counter-attack using antibodies and cells specifically programmed to attack both virus particles and the cells they have infected. Unfortunately SARS-CcV-2 seems able to interfere with the early steps of the immune response. It can apparently counteract the part that dampens replication in nearby cells. It may also enhance inflammation.

Whether the virus helps it along or not, severe inflammation of the lungs often leads to what is known as acute respiratory distress syndrome (ARDS). It is ARDS that sees people rushed to intensive-care units (ICUs) and put on ventilators.

Because it is hard to tolerate having a tube stuck down your throat and into your lungs, patients on ventilators are heavily sedated and unable to do anything for themselves. Nurses must reposition them every few hours to prevent bed sores. Their doctors keep watch for kidney failure, blood clots and heart problems—risks to critically ill patients in ICUs that anecdote has suggested may be more common in covid-19 patients than in others. Those anecdotes are now being backed up by a few studies. However, as Dominic Wichmann of the University Medical Centre Hamburg-Eppendorf points out, this correlation does not necessarily mean SARS-CoV-2 is itself damaging the organs involved.

A quarter of covid-19 patients in British ICUs have had kidney problems severe enough to require dialysis. “It’s all part of the second phase of the illness when people, eight to ten days in, suddenly get worse,” says Claire Sharpe of King’s College London. A big part of the problem, she says, is just dehydration, always a risk in ICUs, all the more so when patients are feverish. On top of this, the stress caused to the body by having air pumped in and out amounts to “a double hit on the kidneys”.

Chains of command

Early in the pandemic critical-care doctors in various countries added to the problem by flushing fluids from the body in order to keep the patients’ damaged lungs from filling with liquid. They appreciated the risk of crashing the kidneys that this involved. Their thinking in doing it anyway, Dr Johnson says, was “I have to do everything I can to try to help their oxygen levels, because if I don’t win that then the whole game is lost.” Once doctors began to see high rates of kidney failure in covid-19 patients, though, they stopped “running them dry”. Dr Johnson, whose unit had the benefit of the experience from New York and other early hotspots, says kidney failure is now no more common in his covid-19 patients than in those with other viral pneumonias.

Blood clots are another worry for patients in ICUs—so much so that mild blood thinners are routinely used as a prophylactic. Again, the problem may be worse in covid patients. Autopsies of the first 12 people to die of covid-19 in Hamburg found that four had died from a blood clot in the lungs. Autopsies by other teams have turned up lots of small clots in the blood vessels traversing the lungs.

There are lots of reasons why covid-19 patients might be at higher risk of clots in the lung and elsewhere. Immobility is one: patients on ventilators are essentially paralysed, and those with covid-19 tend to stay on ventilators about twice as long as other ICU patients. Dehydration thickens the blood. The severe inflammation seen in covid-19 patients has a big role, too, says Jean Marie Connors of the Harvard Medical School, because clotting substances in the blood tend to increase in lockstep with the chemicals that bring on inflammation. There is also some evidence that the cells which line blood vessels are infected by the virus, she adds. These cells regulate substances that prevent clots—if the virus kills them off clotting can run wild.

Aftermath

At this stage of the disease, cardiologists are also on high alert. Some covid-19 patients whose lungs start to improve then see an extreme deterioration in their heart function. This is not likely to be simply the effect of being in an ICU. But no one knows whether the damage comes from the virus itself infecting the heart, or from the inflammation it triggers.

Harlan Krumholz of the Yale School of Medicine thinks both the virus and the immune response can be involved. In some people the antibody-making process can go awry, and their newly developed antibodies may confuse a healthy cell for an infected one, marking it for destruction by the immune system. That seems to be what happens in a rare sort of inflammation of the heart seen in some children with antibodies to SARS-CoV-2.

In most cases, though, it is the generalised immune response, inflammation, that goes into overdrive. Why some patients are prone to this problem remains unclear. But as data piles up from hospitals around the world clues about the biological pathways of the disease are starting to emerge.

Some of the clues come from the conditions which predispose people to the disease. “You’d think underlying lung problems or immune system problems will be the greatest risk,” says Dr Levitt. “But it seems the biggest risk factors have been hypertension, diabetes and obesity.” That has led many scientists to suspect that the profound inflammation seen in severe cases of covid-19 may be yet another problem linked to SARS-CoV-2’s fondness for ACE2. People with diabetes, hypertension and heart disease have more ACE2 on their cells as a response to the higher levels of inflammation that come with their condition; ACE2 has an anti-inflammatory effect. When SARS-CoV-2 sticks to ACE2 and reduces its ability to do its job, the underlying inflammation gets worse.

When inflammation gets completely out of control the body enters what is called a cytokine storm. Such storms drive the most severe outcomes for covid-19, including multi-organ failure. There is thus an obvious role for anti-inflammatory drugs. But knowing when to administer them is hard. Go too late, and the storm will be unstoppable; go too early, and you may dampen down an immune response that is turning the tide. A recent article in the Lancet suggests that it would help if covid-19 patients were routinely screened for hyper-inflammation to help identify those who might benefit from anti-inflammatory drugs. But not everyone is convinced today’s drugs have much to offer. “We tried [a range of anti-inflammatory treatment] and it actually didn’t work,” says Rajnish Jaiswal, who has been working on the front line of covid-19 treatment at New York’s Metropolitan Hospital.

All told, just 58% of those who have gone into British ICUs and are not still there have been discharged alive. The rest have died. This mortality rate is double that seen for other viral pneumonias in the past three years.

Many of those who survive a severe bout of covid-19 are likely to have long-term health problems. America’s Society of Critical Care Medicine has identified a collection of health problems including poor muscle strength and sub-par heart and lung function as “post-intensive care syndrome”; people who have had ARDS get it worse than most. Damaged lungs and kidneys can be expected to make good a lot of the harm done to them once a crisis is over, but for some it will take time, and long-term loss of function is possible.

A big worry is what happens to the brain. Sherry Chou of the University of Pittsburgh says that there is no evidence so far that SARS-COV-2 directly harms the brain or the central nervous system, but in parts of the brain, the spinal cord and the nerves the inflammation associated with the disease can lead to muscle weakness and other problems.

The mere fact of being in an ICU can also lead to cognitive impairment. The effect of more than a week in intensive care is comparable to that of a major head injury. The problems are linked to the delirium people often fall into when severely ill and heavily sedated in an unfamiliar environment. Delirium is a particular problem with covid-19, says Dale Needham of Johns Hopkins University. Patients spend a long time in the ICU during which they see no one they know—and the strangers caring for them in heavy-duty protective wear “look like aliens”.

Patients who have come through ARDS may also suffer from anxiety and post-traumatic stress disorder. It all adds up to a bleak prospect. In 2017 a study in the Baltimore-Washington area found that a third of previously employed patients who survived ARDS were not back at work five years on. Covid-19 will cast as long a shadow over some survivors’ lives as it will over those who mourn the dead.

Tim Berners-Lee: COVID-19 MAKES IT CLEARER THAN EVER: access to the internet should be a universal right (The Guardian, 4 giugno 2020)

The internet eased lockdown life for millions. But millions more still can’t get online, and that’s fundamentally unfair
Sir Tim Berners-Lee invented the world wide web. He is co-founder of the World Wide Web Foundation and chief technology officer at Inrupt.

My 100-zip black backpack, previously the logistical and geek centre of my life, now sits neglected in a corner, not needed since Covid-19 abruptly halted my near-constant travel schedule.

Life went on – with limited disruption, if not quite as normal. After all, I have enough space, equipment and internet connectivity to work comfortably from home. In some ways, life has become more efficient. Less jet lag. More sanity.

I’m hardly alone in experiencing this. Those of us fortunate to have jobs we can do from home have tidied up our video conference backdrops and changed how we operate. Where they can, many children have adapted, more or less, to virtual classrooms and the need to compete for workspace with their parents.

We keep in touch with loved ones via computer screens in ways we couldn’t have imagined only three months ago, while the crisis has spawned myriad coping mechanisms – from a boom in online quizzes, art classes and workouts to a golden age for memes.

And while many of us are cooped up indoors, we have seen examples of great collective endeavour and support: communities coming together to help each other and the most vulnerable, albeit keeping two metres apart.

In all of these things, the web has been the critical unifying force, enabling work, school, social activity and mutual support. Always intended as a platform for creativity and collaboration at a distance, it is great to see it also being used more than ever for compassion at a distance too. This is all very well, of course, if we have the web at our fingertips. But we are the lucky ones. Billions of people don’t have the option to turn to the web in times of need or normality. A gross digital divide holds back almost half the planet when it most needs the web.

This divide is most acutely experienced in developing countries. The position is particularly dire across Africa, where only one in four people can access the web and the benefits that so many of us take for granted. Women, in particular, in the developing world, are excluded, with men 21% more likely to have online access – rising to 52% in the world’s least developed countries.

The challenge extends to the wealthiest nations, too: 60,000 children in the UK have no internet at home and device poverty stops many more from learning online while schools remain closed.

In the US, an estimated 12 million children live in homes without broadband connectivity, and people are parking cars outside schools and cafes, desperate for a connection good enough to learn and work “from home”. These inequalities fall along the familiar lines of wealth, race and rural v urban divides.

Working from home isn’t an option for many — including some who have jobs that could be done remotely. Businesses in areas without the infrastructure to trade online are denied a lifeline that is keeping others around the world afloat. 

The Alliance for Affordable Internet, an initiative of the World Wide Web Foundation, which was the foundation that I co-founded with Rosemary Leith, has outlined urgent actions that governments and companies should take to provide this lifeline to more people as quickly as possible.

We’re in a world where it is so much harder to get by without the web. And yet the digital divide won’t disappear once this crisis is over. The ever-quickening march to digitisation has become a sprint. We must make sure those currently in the slow lane have the means to catch up. Otherwise billions will be left behind in the dust. As Covid-19 forces huge change to our lives, we have an opportunity for big, bold action that recognises that, as with electricity in the last century and postal services before that, the web is an essential utility that governments and business should combine to deliver as a basic right.

History shows us that after all great global upheavals there are major attempts to repair the damage and rebuild, with some more successfully delivered than others. In the midst of this turmoil we must surely strive to ensure some good emerges out of the darkness.

The web can and must be for everyone — now is our moment to make this happen. We have the technical means to connect the entire world in meaningful and affordable ways: we now need the will and the investment.

Governments must lead the way. They must invest in network infrastructure, not only in urban centres, but in rural settings where market forces alone fail to connect residents. And because data affordability remains one of the biggest barriers to access, these networks must be efficient. For example, policies that encourage service providers to share network infrastructure, and regulations designed to shape competitive markets for data, can go a long way towards bringing down costs for users. 

And, to connect everyone, governments will need to target typically excluded groups – including people on low incomes, women, and those in rural areas. This means funding public access and digital literacy initiatives to ensure everyone has the skills to use the internet in meaningful ways.

Service providers must invest in network performance, reliability and coverage so that everyone is within reach of high-quality connectivity. We have seen experiments with drones, balloons and satellites to connect hard-to-reach areas. While these don’t replace good policy and investment in proven technologies, innovation such as this is a welcome addition to the mix.

There is nothing to stop governments and companies making a choice now, to accelerate progress on connectivity where good changes are happening and to step up where they aren’t.
Finally, we can all play a role as individuals. If you’ve relied on the web recently, don’t you owe it to the other half of the world to help them get that lifeline, too?

Demand action from your government to make universal internet connectivity a priority. Support a technology NGO such as the World Wide Web Foundation. Back the Contract for the Web — a collaborative project to build a better web, with universal connectivity as a key priority.

Just as people campaign for clean water and access to education, we need a global campaign for universal internet access.

We must, of course, be more alert than ever to the web’s shortfalls – the privacy violations, the misinformation and the online gender-based violence that has become far too familiar. But these very real problems must not deter us from achieving the foundational challenge of making the web available to all.

Just as the world decided that electricity and water were basic needs that should reach everyone, no matter the cost, we should recognise that now is our moment to fight for the web as a basic right. Let’s be the generation that delivers universal internet access.

News is under threat ...

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Prof. Remuzzi: IL VIRUS E' CAMBIATO IN TRE MODI E CON ATTENZIONE QUESTA EPIDEMIA SI PUO' GESTITE (Milano Post, 2 giugno 2020)

Il Coronavirus è cambiato, e lo ha fatto, secondo il professor Giuseppe Remuzzi, “in tre modi”. Il direttore dell’Istituto Mario Negri ha spiegato ad askanews che “in primo luogo è cambiata la carica virale, e questa la considero la cosa più importante, perché la carica virale determina l’intensità della malattia. Quanto meno virus arriva, tanto più è probabile che si questo fermi nelle alte vie respiratorie senza arrivare a creare la polmonite drammatica che abbiamo visto. E questa minore circolazione è dovuta anche all’uso delle mascherine, al mantenere le distanze, al lavarsi di frequente le mani”.

“La seconda possibilità – ha proseguito il professore – è che quasi tutte le epidemie si affievoliscono fino quasi a finire in niente. La terza possibilità è che non lo so, però è sicuro che siamo di fronte a una malattia diversa da parecchio tempo. Ho letto sul British Medical Journal che i politici, inglesi, sono più preoccupati dal numero dei tamponi che dall’andamento della malattia. Ma i tamponi hanno una affidabilità relativa, quello che conta è l’andamento della malattia”. 

“La notizia di una malattia meno intensa deve essere uno stimolo ad avere entusiasmo, oggi capiamo che con attenzione questa epidemia si può gestire”. Lo ha detto ad askanews il professor Giuseppe Remuzzi, direttore dell’Istituto di ricerche farmacologiche Mario Negri, in riferimento all’andamento della pandemia di Covid-19 in Italia. “Che la malattia sia cambiata completamente da 20 giorni – ha aggiunto Remuzzi – penso di averlo detto e scritto per primo. Non si presenta più come drammatica insufficienza respiratoria con 80 pazienti che si presentano contemporaneamente al pronto soccorso. In un certo senso non si presenta più del tutto, al massimo si manifesta sotto forma di piccoli problemi delle alte vie respiratorie”.

In particolare, tra gli elementi che stanno componendo il quadro attuale, Remuzzi cita i risultati ottenuti dal professor Arnaldo Caruso dell’Università di Brescia, che indicano “tamponi positivi, ma con quantità di RNA molto bassa rispetto alle settimane precedenti C’è inoltre un altro aspetto interessante, se fosse frequente, ossia quello che anche in casi di forte positività attuale si è visto che il virus non riesce a uccidere le cellule che invece prima normalmente uccideva. Oggi inoltre – ha concluso il professore – un tampone positivo non è necessariamente collegato alla contagiosità”.

Sergio Mattarella: INTERVENTO IN OCCASIONE DEL "CONCERTO DEDICATO ALLE VITTIME DEL CORONAVIRUS" NEL 74° ANNIVERSARIO DELLA FESTA NAZIONALE DELLA REPUBBLICA (1 giugno 2020)

Giardini del Quirinale, 01/06/2020

Il 2 giugno, domani, si celebra l’anniversario della nascita della nostra Repubblica. Lo faremo in una atmosfera in cui proviamo nello stesso tempo sentimenti di incertezza e motivi di speranza. Stretti tra il dolore per la tragedia che improvvisamente ci è toccato vivere e la volontà di un nuovo inizio. Di una stagione nuova, nella quale sia possibile uscire al più presto da questa sorta di incubo globale.

Tanti fra di noi avvertono il ricordo struggente delle persone scomparse a causa del coronavirus: familiari, amici, colleghi. Sovente senza l’ultimo saluto.

A tutte le vittime, a chi è morto solo, al ricordo dei tanti affetti spezzati è dedicato questo concerto, con il maestro Daniele Gatti e l’orchestra del Teatro dell’Opera di Roma, che ringrazio molto per la loro partecipazione.

Accanto al dolore per le perdite e per le sofferenze patite avvertiamo, giorno per giorno, una crescente volontà di ripresa e di rinascita, civile ed economica.

La nascita della Repubblica, nel 1946, segnava anch’essa un nuovo inizio. Superando divisioni che avevano lacerato il Paese, per fare della Repubblica la casa di tutti, sulla base dei valori di libertà, pace e democrazia.

Forze politiche, che erano divise, distanti e contrapposte su molti punti, trovavano il modo di collaborare nella redazione della nostra Costituzione, convergendo nella condivisione di valori e principi su cui fondare la nostra democrazia.

Quello spirito costituente rappresentò il principale motore della rinascita dell’Italia. Seppe unire gli italiani, al di là delle appartenenze, nella convinzione che soltanto insieme si sarebbe potuta affrontare la condizione di estrema difficoltà nella quale il Paese era precipitato.

Questa sostanziale unità morale è stata il vero cemento che ha fatto nascere e ha tenuto insieme la Repubblica. E’ quel che ci fa riconoscere, ancora oggi, legati da un comune destino.

Allora si reagiva ai lutti, alle sofferenze e alle distruzioni della guerra. Oggi dobbiamo contrastare un nemico invisibile, per molti aspetti sconosciuto, imprevedibile, che ha sconvolto le nostre esistenze e abitudini consolidate. Ha costretto a interrompere relazioni sociali, a chiudere le scuole. Ha messo a rischio tanti progetti di vita e di lavoro. Ha posto a durissima prova la struttura produttiva del nostro Paese.

Possiamo assumere questa giornata come emblematica per l’inizio della nostra ripartenza.

Ho ricevuto e letto, in questi tre mesi, centinaia di messaggi di preoccupazione ma anche di vicinanza, di fiducia, di speranza.

Dobbiamo avere piena consapevolezza delle difficoltà che abbiamo di fronte. La risalita non sarà veloce, la ricostruzione sarà impegnativa, per qualche aspetto sofferta. Serviranno coraggio e prudenza. Il coraggio di guardare oltre i limiti dell’emergenza, pensando al futuro e a quel che deve cambiare. E la prudenza per tenere sotto controllo un possibile ritorno del virus, imparando a conviverci in sicurezza per il tempo che sarà necessario alla scienza per sconfiggerlo definitivamente.

Serviranno tempestività e lungimiranza. Per offrire sostegno e risposte a chi è stato colpito più duramente. E per pianificare investimenti e interventi di medio e lungo periodo, che permettano di dare prospettive solide alla ripresa del Paese.

Abbiamo detto tante volte che noi italiani abbiamo le qualità e la forza d’animo per riuscire a superare anche questa prova. Così come abbiamo ricostruito il Paese settant’anni fa.

Lo abbiamo visto nelle settimane che abbiamo alle spalle.

Abbiamo toccato con mano la solidarietà, la generosità, la professionalità, la pazienza, il rispetto delle regole. Abbiamo riscoperto, in tante occasioni, giorno per giorno, doti che, a taluno, sembravano nascoste o appannate, come il senso dello Stato e l’altruismo.

Abbiamo ritrovato, nel momento più difficile, il vero volto della Repubblica.

Ora sarebbe inaccettabile e imperdonabile disperdere questo patrimonio, fatto del sacrificio, del dolore, della speranza e del bisogno di fiducia che c’è nella nostra gente. Ce lo chiede, anzitutto, il ricordo dei medici, degli infermieri, degli operatori caduti vittime del virus nelle settimane passate.

Siamo orgogliosi di quanto hanno fatto tutti gli operatori della sanità e dei servizi essenziali, che – spesso rischiando la propria salute – hanno consentito all’intera nostra comunità nazionale di respirare mentre la gran parte delle attività era ferma. Siamo grati ai docenti per la didattica a distanza, agli imprenditori che hanno riconvertito in pochi giorni la produzione per fornire i beni che mancavano per la sicurezza sanitaria, alle donne e agli uomini delle Forze dell’Ordine, nazionali e locali, alla Protezione Civile, ai tanti volontari, che hanno garantito la sicurezza e il sostegno nell’emergenza.

Sono consapevole che a questi comportamenti se ne sono, talvolta, contrapposti altri ad opera di chi ha cercato e cerca di sfruttare l’emergenza. Comportamenti simili vanno accertati con rigore e repressi con severità ma sono, per fortuna, di una minoranza molto piccola della nostra società.

Questo 2 giugno ci invita a riflettere tutti su cosa è, su cosa vuole essere la Repubblica oggi.

Questo giorno interpella tutti coloro che hanno una responsabilità istituzionale - a partire da me naturalmente - circa il dovere di essere all’altezza di quel dolore, di quella speranza, di quel bisogno di fiducia.

Non si tratta di immaginare di sospendere o annullare la normale dialettica politica. La democrazia vive e si alimenta di confronto fra posizioni diverse.

Ma c’è qualcosa che viene prima della politica e che segna il suo limite.

Qualcosa che non è disponibile per nessuna maggioranza e per nessuna opposizione: l’unità morale, la condivisione di un unico destino, il sentirsi responsabili l’uno dell’altro. Una generazione con l’altra. Un territorio con l’altro. Un ambiente sociale con l’altro. Tutti parte di una stessa storia. Di uno stesso popolo.

Mi permetto di invitare, ancora una volta, a trovare le tante ragioni di uno sforzo comune, che non attenua le differenze di posizione politica né la diversità dei ruoli istituzionali.

Siamo tutti chiamati a un impegno comune contro un gravissimo pericolo che ha investito la nostra Italia sul piano della salute, economico e sociale.

Le sofferenze provocate dalla malattia non vanno brandite gli uni contro gli altri.

Questo sentimento profondo, che avverto nei nostri concittadini, esige rispetto, serietà, rigore, senso della misura e attaccamento alle istituzioni. E lo richiede a tutti, tanto più a chi ha maggiori responsabilità. Non soltanto a livello politico.

Siamo chiamati a scelte impegnative.

Non siamo soli. L’Italia non è sola in questa difficile risalita. L’Europa manifesta di aver ritrovato l’autentico spirito della sua integrazione. Si va affermando, sempre più forte, la consapevolezza che la solidarietà tra i Paesi dell’Unione non è una scelta tra le tante ma la sola via possibile per affrontare con successo la crisi più grave che le nostre generazioni abbiano vissuto. Nessun Paese avrà un futuro accettabile senza l’Unione Europea. Neppure il più forte. Neppure il meno colpito dal virus.

Adesso dipende anche da noi: dalla nostra intelligenza, dalla nostra coesione, dalla capacità che avremo di decisioni efficaci.

Sono convinto che insieme ce la faremo. Che il legame che ci tiene uniti sarà più forte delle tensioni e delle difficoltà.

Ma so anche che la condizione perché questo avvenga sarà legata al fatto che ciascuno, partecipando alla ricostruzione che ci attende, ricerchi, come unico scopo, il perseguimento del bene della Repubblica come bene di tutti. Nessuno escluso.

Domani mi recherò a Codogno, luogo simbolo dell’inizio di questo drammatico periodo, per rendere omaggio a tutte le vittime e per attestare il coraggio di tutte le italiane e tutti gli italiani, che hanno affrontato in prima linea, spesso in condizioni estreme, con coraggio e abnegazione, la lotta contro il coronavirus.

Desidero ringraziarli tutti e ciascuno. L’Italia – in questa emergenza – ha mostrato il suo volto migliore.

Sono fiero del mio Paese.

Dario Crippa: GALIMBERTI - "LA NATURA SI È VENDICATA CON LA PANDEMIA. E l’uomo non sta imparando niente" (Il Giorno, 25 maggio 2020)

Il filosofo Umberto Galimberti : "Avremmo dovuto approfittarne per tornare a riflettere, ma sappiamo solo litigare e uccidere altre donne"

"Cosa insegna questa pandemia all’uomo? Un bel niente. La gente chiusa in casa avrebbe avuto occasione di riflettere, e invece…". Umberto Galimberti risponde con franchezza. Filosofo, psicoanalista, autore di decine di libri, la sua è diventata una delle ultime voci della filosofia capaci di farsi conoscere, anche quando le sferza, dalle masse. In questi giorni di pandemia, con i ritmi dell’uomo sconvolti da un’emergenza sanitaria come non se ne vedevano di eguali da tempo, Galimberti riflette.

Perché è così pessimista?
"Da tempo viviamo nell’età della tecnica, che ci vede come i funzionari di apparati deboli nel momento in cui siamo tecnicamente più assistiti, in cui basta aprire un frigorifero per trovare da mangiare… in cui però non sappiamo più vivere al di fuori di questo enorme apparato tecnico. E la tecnica non apre scenari di senso o di salvezza, ma semplicemente funziona: come diceva Pasolini, non è progresso ma sviluppo".

Lei ha sempre messo in guardia dei pericoli della cosiddetta tecnocrazia.
"Bastano due mesi in cui questo mondo tecnico non funziona come prima per assistere a un collasso generale che mostra quanto il nostro mondo sia precario. E appena sarà tutto finito, fra due anni magari, la gente tornerà all’apparato tecnico che era stata costretta a lasciare con la stessa voluttà di un di un drogato. Posso fare una citazione?".

Prego.
"Quando Heidegger fu intervistato nel 1966 da Der Spiegel, disse: “Tutto funziona. Ma proprio questo è l’elemento inquietante: che tutto funzioni e che il funzionare spinga sempre avanti verso un ulteriore funzionare, e che la tecnica strappi e sradichi sempre di più l’uomo dalla terra (...) Ormai abbiamo solo rapporti puramente tecnici. Non è più la Terra quella su cui oggi vive l’uomo”".

E cosa c’entra con il Covid?
"Sono assolutamente convinto che c’è una stretta correlazione fra l’espandersi di questo virus e il modo in cui abbiamo ridotto la Terra. Non possiamo fare della Terra quello che vogliamo, siamo passati dal suo uso alla sua usura. Fenomeni come la deforestazione, la strage animali, la contaminazione delle acque e dell’aria, tutto c’entra in quello che sta accadendo".

La Terra ci sta punendo?
"No, si sta vendicando, la trattiamo troppo male".

L’uomo diventerà migliore?
"No, perché pensa troppo poco, pensa solo a distrarsi da se stesso. Basterebbe soltanto considerare quanto poco si legga in quest’epoca, quando uno che legge due libri all’anno è considerato un “forte lettore”. E invece i libri sono fondamentali, servono a riflettere e a far sì che non si resti ancorati sempre alle stesse idee stantie e ripetitive. Non siamo più abituati a fare una riflessione, questo poteva essere il periodo adatto per farlo, in cui recuperare i rapporti umani e invece continuiamo solo a litigare, in 9 settimane addirittura abbiamo già contato 11 femminicidi!".

Insomma, nessuna speranza…
"Abbiamo una unica forma di pensiero, come ammoniva sempre Heidegger, ed è il pensiero calcolante, che ci consente solo di fare conti economici".

Come considera il rapporto dell’uomo con la scienza, fra speranze e delusioni?
"Si tratta di un rapporto che era già in crisi e che aveva visto troppi di noi allontanarsi, basti pensare alle assurde polemiche sui vaccini che avevano dimostrato come ci fidiamo a volte più della parola della portinaia che di quella del medico. All’inizio questa epidemia sembrava averci riavvicinato ma…".

Troppi virologi che si contraddicono?
"Attenzione, la premessa deve essere chiara: la scienza non dice cose vere, ma solo cose esatte… E ha bisogno di tempo, la scienza avanza per tentativi".

Ma secondo alcuni, la scienza ha sempre ragione...
"Attenzione, però, i veri scienziati sono quelli che stanno nei laboratori, non nelle televisioni: è la differenza fra scienziati e pseudo scienziati".

Parliamo di scuola. Lei ha insegnato, al liceo classico (Zucchi di Monza) e all’Università. Cosa si deve fare?
"Le lezioni via Skype sono l’unica possibilità in questo momento, e anche una delle poche cose buone che ci regala la tecnocrazia. Il problema è che non sempre ci sono professori in grado di fare lezioni secondo queste modalità e non sempre ci sono studenti in condizioni - anche per un problema sociale - di accedere a queste lezioni. Stiamo vivendo un momento eccezionale, e meno male che c’è la tecnica, che fa sentire i ragazzi ancora impegnati con la cultura".

Però...
"Ecco, la scuola a distanza sarebbe utile se tutti i professori mostrassero col proprio esempio che si stanno impegnando, anche al di fuori delle ore stabilite, e facessero vedere che si stanno sacrificando, mostrando ai ragazzi che ne vale davvero la pena: ecco, questo potrebbe essere il messaggio migliore in questo momento da trasmettere ai ragazzi".

Si sta scoprendo il bello dello smart working. Meno stress, meno viaggi, meno smog, risparmio di tempo e denaro…
"Certamente ci sono tanti vantaggi, ma ci sono anche svantaggi da non trascurare: perché viene a mancare la socializzazione. E lavorare in solitudine, senza potersi scambiare idee, può rivelarsi deleterio, senza comunicare rischi di ritrovarti condannato a una solitudine monacale.
Perché, come diceva Aristotele, l’uomo è un animale sociale".

Il Governo si trova al centro delle polemiche; c’è chi parla di dittatura della prudenza.
"È una situazione purtroppo necessaria, imposta dall’impossibilità di capire come si comporta questo virus. Purtroppo capisco il bisogno di rimettere in piedi le industrie e il tessuto economico del Paese, ma come si fa se poi dobbiamo fare i conti con le vittime della pandemia?".

Non si poteva fare diversamente?
"Pur lontano politicamente, sono positivo nei riguardi di questo presidente del Consiglio. Al netto di tutte le contraddizioni, vorrei vedere come si sarebbero comportati gli altri al suo posto. Dittatura della prudenza? No, necessità di questa prudenza, perché le ricadute sono peggiori delle malattie e un altro blocco della società sarebbe peggio di quanto sia stato la prima volta".

Cosa fa il filosofo Galimberti in questi giorni di blocco?
" (ride) Finalmente ho più tempo per studiare, leggere e scrivere il mio nuovo libro"

Giorgio Agamben: REQUIEM PER GLI STUDENTI (Istituto italiano per gli studi filosofici, 22 maggio 2020)

Come avevamo previsto, le lezioni universitarie si terranno dall’anno prossimo on line. Quello che per un osservatore attento era evidente, e cioè che la cosiddetta pandemia sarebbe stata usata come pretesto per la diffusione sempre più pervasiva delle tecnologie digitali, si è puntualmente realizzato.

Non c’interessa qui la conseguente trasformazione della didattica, in cui l’elemento della presenza fisica, in ogni tempo così importante nel rapporto fra studenti e docenti, scompare definitivamente, come scompaiono le discussioni collettive nei seminari, che erano la parte più viva dell’insegnamento. Fa parte della barbarie tecnologica che stiamo vivendo la cancellazione dalla vita di ogni esperienza dei sensi e la perdita dello sguardo, durevolmente imprigionato in uno schermo spettrale.

Ben più decisivo in quanto sta avvenendo è qualcosa di cui significativamente non si parla affatto, e, cioè, la fine dello studentato come forma di vita. Le università sono nate in Europa dalle associazioni di studenti – universitates – e a queste devono il loro nome. Quella dello studente era, cioè, innanzitutto una forma di vita, in cui determinante era certamente lo studio e l’ascolto delle lezioni, ma non meno importante erano l’incontro e l’assiduo scambio con gli altri scholarii, che provenivano spesso dai luoghi più remoti e si riunivano secondo il luogo di origine in nationes. Questa forma di vita si è evoluta in vario modo nel corso dei secoli, ma costante, dai clerici vagantes del medio evo ai movimenti studenteschi del Novecento, era la dimensione sociale del fenomeno. Chiunque ha insegnato in un’aula universitaria sa bene come per così dire sotto i suoi occhi si legavano amicizie e si costituivano, secondo gli interessi culturali e politici, piccoli gruppi di studio e di ricerca, che continuavano a incontrarsi anche dopo la fine della lezione.

Tutto questo, che era durato per quasi dieci secoli, ora finisce per sempre. Gli studenti non vivranno più nella città dove ha sede l’università, ma ciascuno ascolterà le lezioni chiuso nella sua stanza, separato a volte da centinaia di chilometri da quelli che erano un tempo i suoi compagni. Le piccole città, sedi di università un tempo prestigiose, vedranno scomparire dalle loro strade quelle comunità di studenti che ne spesso la parte più viva.

Di ogni fenomeno sociale che muore si può affermare che in un certo senso meritava la sua fine ed è certo che le nostre università erano giunte a tal punto di corruzione e di ignoranza specialistica che non è possibile rimpiangerle e che la forma di vita degli studenti si era conseguentemente altrettanto immiserita. Due punti devono però restare fermi:

  1. i professori che accettano – come stanno facendo in massa – di sottoporsi alla nuova dittatura telematica e di tenere i loro corsi solamente on line sono il perfetto equivalente dei docenti universitari che nel 1931 giurarono fedeltà al regime fascista. Come avvenne allora, è probabile che solo quindici su mille si rifiuteranno, ma certamente i loro nomi saranno ricordati accanto a quelli dei quindici docenti che non giurarono.
  2. Gli studenti che amano veramente lo studio dovranno rifiutare di iscriversi alle università così trasformate e, come all’origine, costituirsi in nuove universitates, all’interno delle quali soltanto, di fronte alla barbarie tecnologica, potrà restare viva la parola del passato e nascere – se nascerà – qualcosa come una nuova cultura.

Amedeo Bedini: RIFLESSIONI SUL COVID (15 maggio 2020)

Da: Amedeo Bedini <bedhsg@yahoo.it>
Date: ven 15 mag 2020 alle ore 13:10
Subject: covid
To: dinicola.massimo626@gmail.com

Carissimi,
ecco in allegato il documento (La salute ai temp di Sars-Cov-2). Vi avviso subito che la lettura richiederà un po' di concentrazione. Ho cercato di tradurre al meglio il medichese-tecnico, ma comunque alcuni argomenti, già complessi, sono stati complicati dall'ingegno umano nel corso del tempo: non ho voluto però percorrere una strada semplicistica per l'esposizione, che si è basata su fonti documentali ben circostanziate.
L'obiettivo del lavoro era l'inquadramento dell'assetto del sistema sanitario lombardo subito antecedente all'insorgenza della pandemia. Il lavoro si è arricchito con l'elaborazione che ho condotto sui dati grezzi di mortalità forniti dalla Protezione Civile. Le conclusioni si sono composte sulle dichiarazioni "ipsissima verba" di Gallera e sui commenti del Prof. Palù, past president della società europea di virologia.
Dopo il parere positivo di due referee di assoluta autorevolezza, ho inoltrato l'elaborato a due gruppi di persone: medici e profani, selezionati per spessore umano ed anche professionale. Mi mancavate voi. Soprattutto dai medici ho avuto fin qui riscontri anche entusiastici. L'ex preside della facoltà di medicina-Bicocca mi ha gratificato di un "ottimo".
Mi faranno molto piacere eventuali commenti, da considerare per una possibile revisione/integrazione del testo.
Non vi nascondo che, dopo numerose sollecitazioni, avrei come obiettivo la diffusione più ampia possibile dell'elaborato. Vedremo come attuare il piano strategico, anche sulla base di suggerimenti. Non percorrerei comunque la strada dei social: su questo binario gira troppo pattume e non vorrei che il tutto finisse annegato nel magma. E poi, "nondum matura est", non sono iscritto a nessun social e non so come ci si muove.
Grazie in anticipo per l'attenzione che mi dedicherete.
Un caro saluto. Vittorio

Filippo Cucuccio: recensione "IL POTERE E LA RIBELLE" (La Civiltàè Cattolica, quadrrno 4077, 2 maggio 2020)

Livio Pepino e Nello Rossi, Il potere e la ribelle. Creonte o Antigone? Un dialogo (Torino, Edizioni Gruppo Abele, 2019)

Si può parlare del sequestro Moro, del caso Cucchi o di altre vicende dolorose che hanno lasciato un’impronta profonda nella memoria collettiva, calandole nella trama di una tragedia sofoclea di poco meno di 2500 anni fa? È un interrogativo, forse singolare, ma giustificato dai numerosi riferimenti che si incontrano in questo libro, scritto dai magistrati Livio Pepino e Nello Rossi, che hanno una vastissima esperienza operativa, maturata sul campo, e sono tuttora impegnati civilmente dopo il pensionamento.

Un libro che non parla solo agli specialisti e ai cultori delle materie giuridiche, ma vuole aprire uno spazio di riflessione profonda a quanti, dotati di senso civico e istituzionale, si interrogano sui rapporti complessi fra poteri dello Stato e diritti del singolo cittadino, attraverso una rilettura della tragedia di Sofocle Antigone, già più volte rivisitata in diverse epoche: da Vittorio Alfieri a Salvador Espriu, passando per Jean Anouilh e Bertolt Brecht.

Partendo dal nucleo della trama della tragedia greca – centrato sul divieto di sepoltura emanato da Creonte nei confronti di Polinice, considerato un traditore della patria tebana, e sulla sua violazione da parte della sorella Antigone, con la sua conseguente condanna a morte –, gli autori effettuano innanzitutto una valutazione di questi due personaggi. Una ricostruzione sicuramente singolare, volta anche a superare la prima reazione istintiva dei lettori della tragedia, portati a esprimere un’immediata simpatia per le ragioni impersonate da Antigone ai danni di quelle del suo antagonista Creonte.

Dopo un’analisi del valore simbolico di Antigone e Creon­te, il libro passa a una rivalutazione della figura del secondo, facendo riferimento ad alcuni elementi essenziali che lo caratterizzano, quali l’obbligo di esercitare i poteri del governo e il senso della tutela dello Stato e del suo ordinamento: profili portati avanti da Creonte a ogni prezzo, compreso il sacrificio personale finale.

Nel capitolo successivo gli autori discutono sugli aspetti di obbedienza-disobbedienza rappresentati dai due personaggi, e si interrogano su chi debba accertare l’esistenza del pericolo incombente per lo Stato e sulle misure per contrastarlo; sugli abusi di potere, che possono arrivare fino all’uso degradante della tortura; sul senso e sui limiti della legalità; sulla divaricazione tra legge e giustizia; e su un corretto inquadramento della dimensione politica e del suo ruolo nella società civile.

Il testo poi cerca di far luce sulla figura di Antigone e sulla sua irriducibilità: portatrice di comprensibili ragioni di pietas e di una maggiore mitezza nel diritto, o simbolo di un’utopia sterile, di un rovesciamento radicale di un presente indesiderato, senza peraltro offrire la formulazione di un progetto alternativo? Una figura che si trova comunque a scontrarsi con lo Stato e con le sue norme, ispirate al dovere di non lasciare spazio al conflitto estremo e, per ciò stesso, insensibile al bene collettivo.

Quindi i due autori trattano del delicato rapporto tra giustizia e giudici nell’esercizio delle loro funzioni. Un ruolo che nel corso dei secoli ha registrato una radicale evoluzione: da quello di semplici funzionari dello Stato e suoi meri esecutori alla visione, accolta dalla nostra Costituzione, di «istituzione cerniera tra lo Stato comunità e l’apparato pubblico» (p. 101). Un ruolo di cui si è spesso discusso in termini di neutralità o di imparzialità, concordando i due autori sul rifiuto sia delle logiche corporativistiche dei magistrati, sia dell’uso della giustizia per finalità politiche di basso livello. Un percorso che li porta a individuare non nella giustizia penale, ma in quella civile il luogo in cui «rammendare amorevolmente il tessuto sociale strappato» (p. 119).

Nel capitolo conclusivo viene lanciato un messaggio di speranza, mostrando come gli orientamenti e gli atteggiamenti di una parte della magistratura – già dalla fine degli anni Sessanta del secolo scorso – e di una sua parte maggioritaria – più recentemente – si siano ispirati, nell’esercizio del potere giurisdizionale, a una visione democratica della società civile, saldamente ancorata a princìpi liberali e disponibile a valutare imparzialmente la complessità delle ragioni attribuibili sia ad Antigone sia a Creonte.

James Hansen: GIUBILEO (Nota Diplomatica, 8 maggio 2020)

Willy il Coyote sfreccia lungo la strada a velocità supersonica, a caccia di Beep Beep. Regolarmente - si potrebbe dire sempre - la preda s’inchioda improvvisamente, il coyote la supera e finisce oltre il bordo di una rupe, dove altrettanto regolarmente resta sospeso a mezz’aria fino a che non si accorge di non avere più nulla sotto i piedi. Solo allora cade. La conclusione da trarre è che sarebbe stato meglio se non si fosse accorto di niente…

Dal punto di vista economico il mondo sviluppato parrebbe star entrando nel suo “momento coyote”. Da oltre vent’anni il pianeta si barcamena stancamente da un disastro finanziario ad un altro: dalla crisi asiatica del 1997 al “crash Dot-com” d’inizio secolo, dal collasso dell’economia russa del 1998 e il “default argentino” dell’anno dopo, alla “crisi Subprime”, il “crac Lehman” e la perdurante recessione che in Italia si chiama ancora “crisi economica”.

In ultima analisi la causa è sempre la stessa: più debiti che soldi per pagarli. È infatti possibile ipotizzare - molti l’hanno fatto - che il problema di fondo sia che al mondo i debiti globali ormai superino nettamente le disponibilità per coprirli. Siamo sospesi in aria… Abbiamo con grande cura evitato di guardare giù per non accorgerci che i nostri piedi non si appoggiano su nulla. Però, la sostanziale e simultanea chiusura di molte delle principali economie mondiali “causa Coronavirus” ci sta spingendo oltre al bordo della rupe e ignorare il vuoto non ci sosterrà a lungo.

È facile che l’analisi sia troppo pessimista. I disastri finanziari ed economici non sono una novità. Il primo a restare nei libri di storia è quello del sistema bancario romano durante il diciannovesimo anno del principato di Tiberio, il “Grande Panico” del 33 d.C. Per ora, una comune risposta al momento attuale di molti governi è quella di garantire i crediti bancari concessi ad aziende in difficoltà. Si tratta di una “pezza” per guadagnare tempo ma che finisce per indebitare ulteriormente imprese già deboli.

Come reazione, cominciano a serpeggiare in Occidente ipotesi eretiche favorevoli alla cancellazione dei debiti su larga scala attraverso la dichiarazione di un “Giubileo del debito” che azzeri tutte (o quasi) le pendenze. L’idea, secolare, è già presente nella Bibbia, nel Libro di Deuteronomio (15:1–11), il quinto libro del Vecchio Testamento. La proposta di fare tabula rasa dei debiti e in qualche modo ricominciare da capo inizia a fare proseliti, come nel recente editoriale sul Washington Post dell’economista Michael Hudson dal titolo “A debt jubilee is the only way to avoid a depression”. Non dispiace ai privati—persone fisiche e PMI—che forse non trovano inaccettabile lo sbilancio tra le somme che devono e quelle che invece devono ricevere.

Ovviamente, le banche non ne sono per niente entusiaste, anzi, ma se l’alternativa è il crac davanti ai troppi crediti inesigibili, potrebbero anche decidere di starci. È già successo nel caso dell’enorme bolla speculativa giapponese scoppiata nei primi anni ‘90, quando, per salvare il grande numero di aziende sull’orlo del fallimento, il Governo ridusse i tassi d’interesse quasi allo zero, effettivamente sterilizzando i debiti accumulati.

Sarebbe comunque la fine del mondo come lo conosciamo, ma forse non la fine del mondo in sé...

EcoHealth Alliance: PREDICT. Pandemic Prevention (maggio 2020) - ricerca

Avian Influenza, HIV/AIDS, SARS, and Influenza H1N1: these diseases are not just infamous for their human and economic impact, they also share one common trait. All four of these diseases are animal-related; they are not the only of their kind.

Zoonotic diseases - those that can be transmitted between animals and humans - represent approximately 75% of the newly emerging diseases currently affecting people. These include HIV, influenzas (including pandemic H1N1, H5N1, and H7N9), Severe Acute Respiratory Syndrome (SARS), Middle East Respiratory Syndrome-Coronavirus (MERS-CoV), Ebola, Marburg, and Nipah. Several of these have spread extensively in human populations, causing global epidemics (also known as pandemics).

In the context of globalization and expansive trade and travel, these diseases can travel very quickly, posing serious public health, development and economic concerns.

In an effort to identify and respond to new zoonotic diseases before they spread to humans, the U.S. Agency for International Development (USAID) established its Emerging Pandemic Threats (EPT) program. The EPT program consists of four projects: PREDICT, RESPOND, IDENTIFY, and PREVENT. The PREDICT project seeks to identify new emerging infectious diseases that could become a threat to human health. PREDICT partners locate their research in geographic "hotspots" and focus on wildlife that are most likely to carry zoonotic diseases - animals such as bats, rodents, and nonhuman primates.

The program invests in "one health" policies that recognize that the future well-being of humans, animals, and the environment are inextricably linked and that mitigating the threat of zoonotic diseases and ensuring effective stewardship of antibiotics requires a common and well-coordinated effort across multiple disciplines, including human and animal health, environment, education, national security, and finance, among others and sectors (public and private).

EcoHealth Alliance works at the leading edge of this field by building local capabilities and testing high-risk wildlife in Bangladesh, Côte d'Ivoire, Republic of Congo, China, Egypt, India, Indonesia, Jordan, Liberia, Malaysia, and Thailand. After scientists collect swabs or small amounts of blood, they analyze the samples in the lab to look for evidence of disease. The findings are catalogued in a database, that mathematical experts use to create predictive maps of potential disease outbreaks. This approach not only allows researchers to find new diseases, but also helps communities prepare for and respond to the threat of an outbreak.

The strongest foundation of EcoHealth Alliance research is the connection between local conservation and global health. EcoHealth Alliance goes beyond scientific fieldwork to support local researchers and actively build local capacity. As a PREDICT partner, EcoHealth Alliance works with scientists and policymakers in each country to create a network of research, communication, and response partners - on a local, regional, and global level.

Colin J. Carlson: FROM "PREDICT" TO PREVENTION, ONE PANDEMIC LATER (The Lancet - Microbe, 31 marzo 2020, link)

The severe acute respiratory syndrome coronavirus 2 (SARS-CoV-2) pandemic began only a few weeks after the end of PREDICT-2, the last-standing United States Agency for International Development (USAID) Emerging Pandemic Threats funding programme, which supported a decade of virology, ecology, and epidemiology around the world. Since 2009, PREDICT worked with more than 60 countries to build capacity and strengthen zoonotic pathogen surveillance, and identified at least 931 novel virus species from 145.000 samples of wildlife, livestock, and humans.The end of PREDICT leaves the closely connected Global Virome Project and a much broader coalition of multidisciplinary research in the lurch; one virologist observed to The New York Times that “PREDICT needed to go on for 20 years, not 10”. Despite a lack of immediate causation, the coincidental timing with the emergence of COVID-19 has not gone unnoticed, especially on social media; the issue even gained traction in the 2020 Democratic Party presidential primaries, with Senator Elizabeth Warren's plan for COVID-19 response explicitly mentioning the need to restore PREDICT.

Rescuing research on the emergence of zoonotic viruses is a priority - but our field, as currently positioned, is still not ready to stop current or future pandemics. In no case is this clearer than the priority placed over the past decade on discovering novel viruses in wild mammals and birds - a task that has been described as "the beginning of the end of the pandemic era" and sometimes awarded a singular status as the solution to viral emergence. History tells us viral discovery is not enough to prevent pandemics: influenza was first isolated in 1933, Zika in 1947, chikungunya in 1952, and amid the emergence of severe acute respiratory syndrome coronavirus in 2003 and Middle East respiratory syndrome coronavirus in 2012, nearly two decades of wildlife sampling has turned up hundreds of new coronavirus species. Despite these scientific achievements, the present pandemic of SARS-CoV-2 has still grown over an order of magnitude beyond its 2003 counterpart.

Is this a success or failure of the scientific programmes that aim to predict and prevent the next pandemic? Previous critiques have identified a common rhetorical link between viral discovery and pandemic prevention that oversells basic science (especially wildlife virology and ecology), and detracts funding and attention from the need to build surveillance, diagnostics, primary health care, and effective health security measures.

The transition to new funding programmes could endanger or disrupt the zoonotic surveillance and capacity building efforts that USAID Emerging Pandemic Threats programmes spent a decade building. At the same time, our knowledge of the mammalian virome has grown by several orders of magnitude in the past decade, and as a result we can more rapidly contextualise where, how, and why new human viruses originate in wildlife. This new knowledge has had a noticeable impact during the current SARS-CoV-2 outbreak: PREDICT-funded work has contributed to the sequence libraries (along with rapid isolation of the virus, and global data sharing) that allowed taxonomists to rapidly classify SARS-CoV-2 and propose candidate origins.

Nonetheless, disciplinary tensions around accountability and rhetoric suggest that academic research on emerging wildlife viruses could be better positioned for a broader overall impact. Although PREDICT almost certainly discovered hundreds of potential zoonoses, their true zoonotic potential is almost impossible to assess, leading to the surprising statistic that the programme only led to one conclusive discovery of a zoonosis, the Bas-Congo virus.

For now, the only real way to tell the 10 000 potentially zoonotic mammalian viruses apart from their 40 000 low-risk counterparts is to observe a human infection. This is not for lack of trying, with several recent studies having developed statistical or machine-learning approaches to predicting zoonotic potential. Those models have helped identify

However, all of these models are trained on a small handful of datasets, which mostly capture known zoonoses and well described wildlife viruses with relatively complete data on viral traits and traits of associated host species. No current approaches are designed to assess the zoonotic risk of an individual wildlife virus only known from a handful of genetic sequences - the sort of viral observations that account for most of the data generated by PREDICT.

With 99% of the wildlife virome [totalità dei virus presenti negli animali selvatici] still undescribed, viral discovery remains a seemingly boundless scientific endeavour. But to prevent future pandemics, and to build on the US$207 million foundation of PREDICT, our field needs a renewed ambition and a refined focus. Collaboration is needed among disease ecologists, wildlife virologists, and data scientists to develop models that integrate new data streams (like genomic and metagenomic sequencing, or host and vector competence experiments) and more complex virological data (eg, host receptor use and associated viral structures). In doing so, the next generation of zoonotic risk assessment tools might be the first to identify and call attention to future threats before the first human infection. Despite some skepticism about whether such a scientific revolution will happen any time soon, smaller methodological proof-of-concept studies already exist.

As new funding opportunities pick up where PREDICT left off, making this work a priority will help move the field towards risk assessment that supports targeted prevention efforts, like targeted surveillance for candidate zoonoses in high-risk populations, or the development of universal vaccines for high-risk groups like betacoronaviruses. In the meantime, the SARS-CoV-2 pandemic remains its own problem, months or years past the stage where wildlife virology could have made the most difference.

QUANTI SONO I VIRUS DEI MAMMIFERI (Le scienze, 4 settembre 2013)

Sarebbero almeno 320.000 i virus potenzialmente in grado di colpire i mammiferi, gran parte dei quali ancora da scoprire. Il numero è decisamente inferiore a quello finora ritenuto realistico dai biologi. “I virus sconosciuti non sono milioni, ma poche centinaia di migliaia" ha infatti commentato Peter Daszak, della EcoHealth Alliance, uno degli autori della ricerca che ha permesso di arrivare a questa conclusione, "e grazie alla tecnologia che possediamo è possibile che nel corso della mia vita scopriremo l'identità di ogni virus oggi sconosciuto presente sul pianeta".

Proprio per cercare di colmare questa lacuna, Anthony e colleghi hanno raccolto 1897 campioni biologici da esemplari selvatici di una specie di pipistrello, la volpe volante del Bangladesh (Pteropus giganteus), nota per essere stata la fonte di svariati focolai virali e in particolare del virus Nipah. Da questi campioni, sfruttando la PCR (reazione a catena della polimerasi), sono stati in grado di identificare 55 virus di nove differenti famiglie virali, solo cinque erano già noti, tra cui due bocavirus umani, un adenovirus aviario, un beta-coronavirus umano/bovino e un gamma-coronavirus aviario.

Katherine J. Wu: THERE ARE MORE VIRUSES THAN STARS IN THE UNIVERSE. Why do only some infect us? (National Geographic, 15 aprile 2020)

More than a quadrillion quadrillion individual viruses exist on Earth, but most are not poised to hop into humans. Can we find the ones that are?

An estimated 10 nonillion (10 to the 31st power) individual viruses exist on our planet - enough to assign one to every star in the universe 100 million times over.

Viruses infiltrate every aspect of our natural world, seething in seawater, drifting through the atmosphere, and lurking in miniscule motes of soil. Generally considered non-living entities, these pathogens can only replicate with the help of a host, and they are capable of hijacking organisms from every branch of the tree of life - including a multitude of human cells.

Yet, most of the time, our species manages to live in this virus-filled world relatively free of illness. The reason has less to do with the human body’s resilience to disease than the biological quirks of viruses themselves, says Sara Sawyer, a virologist and disease ecologist at the University of Colorado Boulder. These pathogens are extraordinarily picky about the cells they infect, and only an infinitesimally small fraction of the viruses that surround us actually pose any threat to humans.

Still, as the ongoing COVID-19 pandemic clearly demonstrates, outbreaks of new human viruses do happen - and they aren’t as unexpected as they might seem.

To better forecast and prevent outbreaks, scientists are homing in on the traits that may explain why some viruses, and not others, can make the hop into humans. Some mutate more frequently, perhaps easing their spread into new hosts, while others are helped along by human encounters with animals that provide opportunities to jump species.

When it comes to epidemics, “there are actually patterns there,” says Raina Plowright, a disease ecologist at Montana State University. “And they are predictable patterns.”

Crossing the species divide

Most new infectious illnesses enter the human population the same way COVID-19 did: as a zoonosis, or a disease that infects people by way of an animal. Mammals and birds alone are thought to host about 1.7 million undiscovered types of viruses—a number that has spurred scientists around the world to survey Earth’s wildlife for the cause of our species’ next pandemic. (Bacteria, fungi, and parasites can also pass from animals to people, but these pathogens can typically reproduce without infecting hosts, and many viruses are better equipped to cross species.)

To make a successful transition from one species to another, a virus must clear a series of biological hurdles. The pathogen has to exit one animal and come into contact with another, then establish an infection in the second host, says Jemma Geoghegan, a virologist at Macquarie University. This is known as a spillover event. After the virus has set up shop in a new host, it then needs to spread to other members of that species.

Exact numbers are hard to estimate, but the vast majority of animal-to-human spillovers likely result in dead-end infections that never progress past the first individual. For a new virus to actually spark an outbreak, “so many factors need to align,” says Dorothy Tovar, a virologist and disease ecologist at Stanford University.

MICROBIOLOGY BY NUMBERS (Nature Review Microbiology, 12 agosto 2011)

Astronomy is a field that is used to dealing with large numbers, but these can be dwarfed when compared with life on the microbial scale. For instance, if all the 1 × 1031 viruses on earth were laid end to end, they would stretch for 100 million light years. Furthermore, there are 100 million times as many bacteria in the oceans (13 × 1028) as there are stars in the known universe. The rate of viral infection in the oceans stands at 1 × 1023 infections per second, and these infections remove 20–40% of all bacterial cells each day. Moving onto dry land, the number of microorganisms in a teaspoon of soil (1 × 109) is the same as the number of humans currently living in Africa. Even more amazingly, dental plaque is so densely packed that a gram will contain approximately 1 × 1011 bacteria, roughly the same number of humans that have ever lived. Not quite so densely packed but impressive all the same, the bacteria present in the average human gut weigh about 1 kilogram, and a human adult will excrete their own weight in faecal bacteria each year. The number of genes contained within this gut flora outnumbers that contained within our own genome 150-fold, and even in our genome, 8% of the DNA is derived from remnants of viral genomes.

Microbiological numbers can also span enormous scales in space and time. For instance, the largest known contiguous fungal mycelium covered an area of 2,400 acres (9.7 square kilometres) at a site in eastern Oregon, USA. At the other end of the scale, there are 958,980 atoms in a single Simian virus 40 (SV40) virion. On the temporal scale, microorganisms can become dormant or form spores and survive for great lengths of time. For example, some viable bacteria extracted from amber were estimated to be 34,000–170,000 years old.

Perhaps the scariest numbers in microbiology relate to pathogenic microorganisms. Worldwide, 16 million people die from infectious disease every year, and many of these deaths are preventable. Approximately one in every 12 individuals, or 500 million people worldwide, is living with chronic viral hepatitis, and the estimated number of new chlamydial infections per year is approximately 50 million, more than the population of South Korea. The bacterium Clostridium botulinum produces a toxin so potent that 3 grams would be enough to kill the population of the United Kingdom and 400 grams would kill everyone on the planet.

In total, there are 1,400 known species of human pathogens (including viruses, bacteria, fungi, protozoa and helminths), and although this may seem like a large number, human pathogens account for much less than 1% of the total number of microbial species on the planet. On this point, ignoring questions about what actually constitutes a species, estimates for the total number of microbial species vary wildly, from as low as 120,000 to tens of millions and higher. Part of the reason for this large range is that we have only sequenced 1 × 10−22% of the total DNA on Earth (although the Earth Microbiome Project should improve this dramatically to 1 × 10−20% in the next 3 years). This means that the fraction of microbial diversity that we have sampled to date is effectively zero, a nice abstract entity to end on.

Antonio Spadaro: CORONACHECK E FAKE NEWS (La Civiltà Cattolica, quaderno 4077, anno 2020, vol. II, 2 maggio 2020)

Con la diffusione del virus Covid-19, c’è stato un picco di disinformazione sulla sua origine, la sua propagazione e i suoi effetti. Le affermazioni errate e fuorvianti sono state divulgate non solo sui social network, ma purtroppo anche da parte di politici e Istituzioni, come documenta la voce «Misinformation related to the 2019-20 coronavirus pandemic» di Wikipedia. Persone sono morte per aver assunto medicine spacciate come utili. Il processo di verifica delle informazioni è in difficoltà da tempo, e la pandemia ha reso pubblico il problema.

L’ infodemia e la verifica dei dati

Le cause di questa crisi sono conosciute da tempo: attori che diffondono informazioni non corrette per motivi politici, assieme alla grande velocità di propagazione delle notizie sulle piattaforme digitali. Dato il gran numero di affermazioni errate su Internet, è molto difficile limitarne la circolazione, perché la verifica dei fatti (fact checking) richiede tempo e lavoro. Per attuarla, infatti, è necessario identificare un fatto che non sia un’opinione, raccogliere i dati pertinenti da sorgenti affidabili, ed eseguire l’analisi per convalidare o meno ciò che viene affermato.

Purtroppo, visto il sovraccarico di informazioni su Internet, ora stiamo affrontando ciò che l’Organizzazione mondiale della sanità (Oms) ha definito una «infodemia», cioè appunto la circolazione di una quantità eccessiva di informazioni che rende difficile limitare la diffusione di fake news. Ci sono diverse evidenze che i sistemi di moderazione dei contenuti creati online sono in grossa difficoltà a causa di questo problema. Inoltre, i cittadini sono sommersi da informazioni false, anche da parte di persone di cui si fidano in maniera privata – grazie al passaparola e soprattutto su Whatsapp –, e non hanno gli strumenti per verificarne la correttezza e affidabilità. Questo problema è diventato esplosivo con la crisi dovuta al coronavirus, ma è un tema più ampio, che si applica a qualsiasi argomento oltre l’emergenza sanitaria, che sia questo industriale, economico o commerciale.

In risposta alla crisi dell’informazione, soprattutto online, esistono tante iniziative che ruotano soprattutto intorno al mondo del giornalismo. Da sempre i giornalisti – specialmente nel mondo anglosassone – si affidano al fact checking come a una pratica di ogni redazione rispettabile. Con l’aumento dei fatti da verificare, sono state create organizzazioni dove team di fact checkers verificano fatti (ad esempio, snopes.com e politifact.com o, in Italia, pagellapolitica.it). Questi siti sono indipendenti dalle grandi testate, ma esistono iniziative molto efficaci anche all’interno dei grandi giornali, come nel caso di lemonde.fr/verification/.

Le verifiche fatte da questi esperti sono una risorsa così preziosa che Google li considera fra i risultati più rilevanti nelle ricerche correlate e Facebook compra come servizio le loro verifiche per usarle all’interno del social network, allo scopo di identificare contenuti falsi. Ovviamente questo assieme a un vero e proprio esercito di migliaia di «moderatori» umani. Recentemente, anche in Italia il problema è diventato così sentito che la Rai e il governo hanno attivato alcune task-force contro la disinformazione.

Il problema educativo e la ricerca

La reazione polemica di tante persone in Italia a questa notizia rende però evidente che il problema non è solo la scala, cioè il grande numero di fatti falsi e l’impossibilità di verificarli tutti manualmente. Le grandi polemiche italiane sono infatti centrate sul tema del diritto all’opinione e sulla paura che un attore dall’alto possa decidere che cosa è vero e che cosa è falso. Si tratta anche di un problema educativo, perché molti non sanno che cosa sia una verifica oggettiva. Si dice che tutti hanno opinioni, e che tutte le opinioni contano allo stesso modo. Se si parla di oggettività, il rischio è quello di evocare il controllo che viola il diritto all’espressione. Se da una parte la crisi è educativa, dall’altra ci sono iniziative per risolverla da diverse angolature. Sicuramente con l’educazione in sé (cfr, ad esempio, factcheckingday.com) e con la creazione di risorse e contenuti accessibili, ma anche con un approccio computazionale al problema.

Da anni la comunità scientifica è concentrata sul problema con conferenze e riviste dedicate a come combattere disinformazione e propaganda, soprattutto online. Tanti approcci sono stati proposti per verificare automaticamente diversi tipi di fatti, per tracciare e capire come rallentare la proliferazione di notizie false sui social network, come limitare gli effetti dei cosiddetti bot (abbreviazione di robot), cioè programmi che in automatico rilanciano contenuti, e tanti altri aspetti.

Il CoronaCheck

Queste ricerche sono particolarmente rilevanti e importanti, perché possono aiutare a combattere entrambi i problemi che abbiamo posto. Vogliamo segnalarne una che, nel caso del coronavirus, si rivela davvero significativa. Essa proviene dal lavoro di due ricercatori: il prof. Paolo Papotti dell’Università Eurecom (Francia) e il prof. Immanuel Trummer della Cornell University (Stati Uniti). Essi hanno sviluppato un sistema informatico che verifica automaticamente le affermazioni sul coronavirus. CoronaCheck (presente anche in italiano all’indirizzo https://coronacheck.eurecom.fr/it) è un sito web dove verificare i fatti attraverso i dati ufficiali. Ad esempio, data una frase come «La mortalità in Italia è molto più alta che in Francia», il sistema risponde se questo è vero o falso. Ogni affermazione è verificata sulla base dei dati ufficiali, raccolti quotidianamente a partire dalla Johns Hopkins University da fonti quali l’Organizzazione mondiale della sanità, governi e ministeri della Salute dei vari Stati.

Inoltre – e questo è davvero rilevante – il sistema apprende dai feedback degli utenti come gestire nuovi tipi di affermazioni e come sfruttare nuove sorgenti di dati. Quindi il sistema riconosce le affermazioni che non sa verificare e, in questi casi, chiede all’utente di aiutarlo nel processo. Questa interazione crea nuovi esempi da cui il modello impara a verificare nel tempo nuovi tipi di affermazioni.

Il CoronaCheck è uno strumento di grande aiuto e può essere utilizzato sia dai grandi network per identificare e limitare le affermazioni false prima che queste diventino popolari, sia da ogni cittadino che volesse avere un supporto affidabile alla verifica delle informazioni che riceve.

NON HO FATTO NULLA DI QUELLO CHE AVEVO PROGRAMMATO. L'amara sensazione di aver sprecato la quarantena (Mashable Italia, 1 maggio 2020)

"In questa quarantena avevo programmato di studiare il francese, imparare a preparare il tiramisù, fare esercizio fisico, leggere tutti i romanzi che non ho ancora letto. Invece non ho fatto niente di tutto ciò". È una frase che avrebbero potuto pronunciare molti di noi. Quella di non essere riusciti a raggiungere i propri obiettivi nei mesi di isolamento è una sensazione molto comune.

Tanto che sui social media alcuni utenti parlano di "quarantena fallita", con un misto di auto ironia e dispiacere per essere stati così pigri o distratti in questo tempo in casa, in un periodo così libero da impegni come non ne abbiamo avuti mai nella nostra vita (stress da smart working permettendo).

All'inizio di marzo ci eravamo trasformati in to do list viventi. "Seguirò quel workout su YouTube tutti i giorni". "Vedrò tutte le serie tv disponibili su Netflix". E così via. Ci siamo riempiti di aperitivi virtuali tanto da non poterne più della vita sociale online. Abbiamo sofferto di "Fomo da quarantena" per la paura di perderci esperienze per strada.

In una sola serata una mia collega ha studiato francese, suonato la chitarra, preparato la pizza con suo marito e partecipato al flash mob delle lucine accese contro il coronavirus ... Quella Fear of missing out (FOMO), paura di perdersi qualcosa, è tipica, del resto, dell'era dei social media. Il desiderio di rimanere di continuo in contatto con le attività che fanno le altre persone, e la paura di essere esclusi da eventi e contesti sociali è collegata infatti alla dipendenza da smartphone, ai social media, e all'essere sempre connessi.

"Ma anche voi non riuscite a leggere?": la quarantena ci isola persino dai libri

E alla fine, ci ritroviamo con due mesi fatti di ore passate a navigare a caso su Internet, a scrollare bacheche infinite dallo smartphone prima di andare a dormire, a guardare il vuoto mentre siamo sulla poltrona e abbiamo indosso un capo di abbigliamento fra il comodo e l'orribile stile "quarantena fashion week". Questo per chi non ha lavorato a ritmi folli, per chi non si è lasciato sopraffare dalla routine cucina - metti a posto casa - cucina, e per chi non ha trascorso questi giorni a intrattenere bambini irrequieti per la clausura.

Premesso che va bene così, che è legittimo aver passato l'isolamento sul divano e che non bisogna farsi sensi di colpa, che cosa ci è successo? Perché non abbiamo fatto quello che programmavamo di fare in questi mesi? Ne abbiamo parlato con la psicologa e psicoterapeuta Silvia Trucco e con lo psicologo e psicoterapeuta Leonardo Paoletta.

Il tempo infinito

"Avere tempo non corrisponde necessariamente a occupare il tempo perché molto dipende dall’equilibrio interno sviluppato fino a quel momento", inizia a chiarire Silvia Trucco, "Le persone sono state molto più in ascolto dei loro bisogni interni. Prima, il continuo fare le distraeva dal contatto con loro stesse, allontanava un po’ da quello che c’è dentro di noi. Con la quarantena, abbiamo avuto un tempo infinito che idealmente può essere un contenitore di tantissime cose da fare ma allo stesso tempo ci siamo ritrovati da soli con le nostre insicurezze. Le persone non hanno fatto attività perché sono state risucchiate dal confronto con loro stesse".

"In particolare, chi soffre di mancanza di autostima vive costantemente la frustrazione di porsi un obiettivo e disattenderlo. Se penso di non poter realizzare qualcosa, in modo automatico, inconscio, disattendo tutti gli obiettivi, il che conferma quella immagine di me di poca stima", aggiunge Silvia Trucco.

"Se prima dell'isolamento, c'erano una serie di azioni che scandivano la giornata, dalla sveglia al cartellino da timbrare, con la quarantena il tempo diventa un orizzonte senza riferimenti in cui ci si perde. Chi non aveva ben sviluppato il principio di autoregolazione si può sentire ancora di più perso, perché se si toglie l'autoregolazione esterna a chi ha bisogno che ci sia un fattore esterno a dare regole o conferme, lo si rende inerme".

Un errore di strategia

E qui, soprattutto di fronte a un tempo infinito, è intervenuto un nostro errore. Una nostra conoscenza scarsa delle strategie psicologiche per raggiungere gli obiettivi. "Chi non è riuscito a tenere il passo semplicemente non conosceva la strategia corretta per farlo, ignorando il funzionamento della mente", sottolinea Leonardo Paoletta. Vediamo quale è questa strategia, che ci potrà essere utile in questa fase 2, per molti ancora di semi isolamento, e in tutta la vita.

Seguire un programma in maniera disciplinata, da un giorno all'altro, non è semplice. Ne sanno qualcosa le persone che iniziano una dieta o chi vuole preparare una maratona: bisogna cominciare ad apprendere nuove abitudini passo dopo passo, suddividendo l'obiettivo finale in sotto obiettivi", spiega Paoletta", "perché in definitiva parliamo di questo: apprendere nuovi modi di strutturare la giornata".

L'altro aspetto importante è legato alla motivazione. "Impegnarsi a cucinare torte può essere motivante la prima settimana. Già dalla seconda, perde quell'interesse che aveva suscitato all'inizio", continua lo psicologo, "Questo si verifica ogni qualvolta iniziamo a padroneggiare un'abilità che prima non avevamo: viene meno la motivazione a proseguire oltre. Così per lo studio di uno strumento musicale o per la lettura. Quello di cui sto parlando è un rischio che conoscono bene per esempio i preparatori atletici, i personal trainer e anche gli insegnanti di ogni tipo: la regola di base è variare. Variare la tipologia degli esercizi, dei circuiti, degli stimoli da apprendere".

"L'altra regola è: motivarsi di continuo variando l'obiettivo di volta in volta, spostando l'asticella sempre più avanti", precisa Leonardo Paoletta. "Non più cucinare torte ma passare ai primi, ai secondi, a piatti elaborati oppure a quelli fatti partendo da ingredienti semplici. Attivare distretti muscolari diversi, per un tempo diverso ogni volta. Porre ogni compito come una sfida, con se stessi o con un avversario vero (amico, partner, parente) o ipotetico (molte app di fitness prevedono avversari virtuali)".

Il rumore di sottofondo

C'è un altro aspetto che non va sottovalutato. In questi mesi la concentrazione sui nostri programmi è stata distolta dagli avvenimenti che ci hanno costretto alla quarantena: telegiornali, bollettini sui contagi, discorsi del presidente del Consiglio Conte da seguire. L'attualità non riusciva a uscire dalla nostra quotidianità.

"Qualcuno descrive come una sorta di rumore di sottofondo che gli impediva di continuare la lettura", osserva Paoletta, "altri si dedicavano alle attività più per distrarsi dalla paura, dall'ansia e dal dolore di questa situazione. Questo sposta il focus di ogni programma di allenamento pianificato e lo trasforma in una semplice strategia di distrazione, per la quale il fallimento è più probabile".

Quarantena fallita?

Non dovremmo essere troppo cattivi con noi stessi. "Magari non abbiamo fatto tante cose ma questa può essere stata una occasione di riflessione più unica che rara", commenta Silvia Trucco. "Fare qualcosa è come per la dieta: non bisogna iniziare per forza il lunedì, primo giorno della settimana, ma quando si concepisce quel bisogno e quell'idea".

"Dare alla quarantena l'accezione così fondamentale di 'momento opportuno' vuol dire cadere in una trappola: il momento più giusto per fare una cosa è quando una persona si sente di farla non quando crede sia giusto farla. Se fino a oggi non ci è riuscita, non c'è nulla di sbagliato, magari ha usato quel tempo per confrontarsi con i limiti personali. E quando lo sentirà, sarà il momento giusto per iniziare".

Anche per Leonardo Paoletta il nostro tempo non è stato mai sprecato. "La quarantena che stiamo vivendo è un fatto eccezionale, sconosciuto a intere generazioni. L'essersi proposti obiettivi, programmi quotidiani, tabelle, fa onore a tutti. Possiamo imparare da questa quarantena tutta una serie di indicazioni: chiunque abbia stilato tabelle e programmi, ha espresso il desiderio di impegnarsi verso un obiettivo, un miglioramento di sé. E allora possiamo mantenere buoni quei propositi e impegnarci a portarli avanti anche dopo la quarantena".

Daniele Malfitana: CONNETTIVITA' E VELOCITA' (eBook "Il giorno dopo - Sicilian Post", 28 aprile 2020)

Grazie alla connettività, nel passato come nel presente, è sempre circolata ogni cosa: uomini, idee, merci, ed anche virus, purtroppo. Un’immagine concreta degli effetti di tale connettività ce la restituisce un bel passaggio di una delle orazioni di Libanio, un filosofo che scrive nel IV sec. d.C., quando ricorda che tutti gli uomini vivono su un unico grande continente senza confini, con porti e porte aperti a tutti, con navi mercantili che trasportano prodotti da tutte le parti affollando ancoraggi.

Siamo – dice il retore – una grande comunità estesa con tante terre sotto il sole e con molti di noi che viaggiano per esplorare, per conoscere, per attraversare gli oceani e i continenti. Ed accade – conclude –, che gli abitanti dell’Occidente divengono osservatori delle meraviglie del Nilo, mentre gli abitanti del Nilo prendono conoscenza delle bellezze occidentali. E poi ci sono Fenici nei porti della
Sicilia e siciliani nei porti della Fenicia.

Libanio restituisce agli occhi di molti ciò che egli poteva osservare alla fine del IV sec. d.C. quando, nonostante il grande Impero di Roma avesse perso potere e prosperità, il Mediterraneo era ancora inteso come un grande mercato, vasto ed interconnesso,
con flussi e movimenti di mercanti, di beni e di viaggiatori. Fu così che la peste antonina penetrò nell’Impero di Roma con i soldati che tornavano dalle regioni partiche e la sua rapida e capillare diffusione fu facilitata proprio da quei livelli di connettività che i messaggi propagandistici dell’Impero avevano fino ad allora lanciato; ed accadde così con altri grandi piaghe che ciclicamente hanno interessato il globo umanizzato. Fino ad arrivare ad oggi.

Luigi Pastori: "SIAMO TORNATI ALLA PREISTORIA, dobbiamo cambiare il nostro modo di vivere" (la Repubblica, 27 aprile 2020)

Roberto Cingolani, fisico, membro della task force del governo Conte guidata da Vittorio Colao: "Riparametrarsi è in fondo una opportunità, se non ci fosse stato questo scossone avremmo continuato questa corsa un po' insensata dentro un certo modello economico, invece siamo chiamati a cambiare. E se sprecheremo questa opportunità, sarà un grande errore storico"

"Questo tsunami che si è abbattuto su di noi, ci mette di fronte a una sfida epocale. Qui non si tratta solo di uscire da una situazione di emergenza gravissima, ma anche di rivedere la nostra visione del mondo per il futuro e dobbiamo iniziare a farlo a partire dalle scuole, perché è lì che si costruiscono le prossime generazioni, è lì che ci sono i nostri figli, che tra poco dovranno vivere da adulti in questo mondo".

Roberto Cingolani, fisico, per 14 anni direttore scientifico dell'Istituto italiano di Tecnologia, ora responsabile dell'innovazione tecnologica di Leonardo, oltre che membro della task force del governo Conte guidata da Vittorio Colao, riflette su ciò che stiamo vivendo e su ciò che ci aspetta per la ripartenza a tappe in un mondo che comunque non sarà più quello di prima.

Dottor Cingolani, quanto sarà importante in questa fase e poi anche dopo l'innovazione tecnologica il più possibile non diseguale?
"Noi siamo vissuti sino a due mesi fa con una certa scala di valori per noi fondamentali, poi è arrivato uno tsunami che ci riporta drammaticamente come a uno stato di preistoria. Il Covid è una cosa estremamente seria, che tuttavia ci ha indicato che dobbiamo cambiare qualcosa nel nostro modo di vivere. Ora che siamo ancora dentro l'epidemia dobbiamo minimizzare i rischi e controllare il danno, bisogna cercare dei compromessi, stando attenti alla evoluzione della malattia".

Poi?
"Speriamo che la fase due duri meno di un anno ma la vera sfida è come ci vogliamo riparametrare, è un argomento sociale, antropologico organizzativo. E riparametrarsi è in fondo una opportunità, se non ci fosse stato questo scossone avremmo continuato questa corsa un po' insensata dentro un certo modello economico, invece siamo chiamati a cambiare. E se sprecheremo questa opportunità, sarà un grande errore storico. Questo è un avvertimento importante"
 
Da cosa partire?
"Ora servirà una accelerazione enorme sulla gestione del dato e delle infrastrutture digitali. Se la gente lavorerà sempre di più da casa, se la Medicina e la pubblica amministrazione saranno anche molto digitali, da un lato occorrerà avere infrastrutture più complete, dall'altro trasformare in valore questa tecnologia, che sarà ovunque come una ruota in tutti i mezzi di trasporto".

Siamo pronti?
"Bisognerà riqualificare molte persone su tematiche che evolvono veloci. Serve un patto pubblico-privato per aggiornare i lavoratori, ma questo deve partire dalla scuola, che in questo momento di crisi drammatica deve essere oggetto di investimento, di crescita importante. Parliamo del futuro che non è una cosa nostra, lo abbiamo in comodato, lo dobbiamo consegnare alle nuove generazioni, e dev'essere un futuro sostenibile, perché se non investiamo ora, consegneremo ai nostri figli un futuro in cui loro saranno deboli. Bisogna essere molto attenti, alcuni Paesi a mio parere hanno visione un po' più lunga della nostra".

I problemi sono già emersi in questo periodo di lockdown. Digital divide nella scuola a distanza, cyber bulli che si intromettono nelle lezioni, fake news, violazione della privacy.
"Questo flusso immenso di dati necessita di sistemi di analisi e di gestione opportuni, di algoritmi efficaci. Su questo gli Stati Uniti, Cina, Giappone e Corea del Sud hanno fatto investimenti, in parte anche Francia, Germania, Inghilterra e Svizzera, ma non c'è un gap pazzesco a nostro svantaggio. Però, è fondamentale, mentre si producono dati, analizzarli e proteggerli, per rendere efficaci e sicuri smart working, teledidattica e telemedicina. E con investimenti adeguati garantire la privacy, proteggere lezioni a distanza, cartelle cliniche, sistemi bancari. Ecco, tutto questo va oltre il presente. Noi dobbiamo chiederci cosa vogliamo che sia l'Italia nel 2040. Questo a mio parere sarà il primo livello della grande opportunità che abbiamo davanti. E servirà una acculturazione digitale la più ampia possibile, altrimenti si genereranno diseguaglianze".

Come conciliare ora salute e ripresa?
"Noi tutti abbiamo capito che il nostro sistema economico è un sistema artificiale, ci siamo resi conto che se la gente muore la scala di priorità va rivista col massimo pragmatismo e capisco anche che non si deve morire di fame. Allora bisogna fare fatica, non illudersi che ci siano scorciatoie e soluzioni magiche e immediate. Io dico sempre che ogni nostra azione ha una conseguenza. Bisogna ammettere che è importante studiare, non temere ciò che si non conosce, una società basata sulla conoscenza è fondamentale. Ad esempio, io i 'no vax' non li sento più, sarebbe interessante sapere dove sono finiti. Non aver investito in medicina e ricerca in questo caso specifico ha dimostrato l'indebolimento di una società.  Le soluzioni che cerchiamo sono frutto di compromessi tra la conoscenza e il rischio. E mitigare il rischio è quello che si chiede alla politica. Vorrei fare solo un esempio che riguarda l'azienda per la quale opero, cioè Leonardo".

Cioè?
"Leonardo in questo periodo è riuscita a tenere in piedi le sue infrastrutture tecnologiche e di servizio (satelliti, velivoli e cyber) mantenendo strutture operative in Italia dove abbiamo circa 30 mila addetti, riscontrando un numero molto piccolo di casi di contagio. Questo dimostra che impegnandosi tutti insieme, dalle parti sociali all'azienda, si è riusciti a tenere sotto controllo una situazione pericolosa. La soluzione ideale e più facile sarebbe stata fermiamo tutto, ma nei sistemi complessi non c'è mai una soluzione ideale".
 
Cosa pensa dell'idea di cambiare gli orari delle città?
"Che è un principio corretto. Poiché dobbiamo distanziare le persone, delle due l'una: o raddoppi gli spazi o diluisci le persone nel tempo. Mi sembra che la prima soluzione sia difficilmente praticabile. Poi, alla fine alcune cose resteranno e altre casomai no, perché si potrà tornare alle attività di prima. Ma con una svolta antropologica indispensabile, cioè aver imparato che tutti noi abbiamo una responsabilità sociale che è quella che in queste settimane ci ha portato a stare chiusi in casa per non contagiarci l'uno con l'altro, ma che dovrebbe essere il nostro fondamento del vivere sempre insieme e non solo in emergenza".

James Hansen: ERANO FAMOSI (Nota Diplomatica, 24 aprile 2020)

Erano famosi  -  Un effetto dell’epidemia Covid-19 è che moltissime persone hanno avuto modo di capire che forse moriranno entro le prossime settimane. La circostanza, come osservò Samuel Johnson a proposito di un conoscente prossimo all’impiccagione, “concentra in maniera meravigliosa la mente”.

Che sia o no conseguenza della consapevolezza che ci sono cose più importanti nella vita, il fenomeno coincide con il raffreddarsi del culto della celebrità che ha regnato negli ultimi due decenni. A Greta Thunberg, per la recente ricorrenza di “Earth Day”, è dovuta bastare una comparsata YouTube per criticare il coronavirus perché “distrae” dalla sua campagna verde.
La coppia Fedez/Ferragni, prima una presenza quasi quotidiana, non figura da oltre cinque settimane sul sito de La Repubblica. Altri “influencer” perdono follower infastiditi dalle richieste di soldi per “il virus” da parte di chi ne guadagna già tanti. Negli Usa, quando Jennifer Lopez - “auto-isolatasi” nel giardino favoloso del ricco fidanzato a Miami - ha mandato un saluto su Facebook ai suoi fans, questi, anziché esaltarsi di potere ammirare chi stava tanto meglio di loro, hanno inventato l’hashtag “#guillotine2020” in ricordo delle ghigliottine della Rivoluzione francese. Le Kardashian - le “sorelle più famose dei social” - tengono giù la testa e gli inglesi paiono ora aver perso gli ultimi rimasugli di simpatia per i “poveri” ex reali Harry e Meghan.

Anche il New York Times (Celebrity Culture Is Burning, 30 marzo 2020) ha rimarcato la nuova non-tendenza. Secondo la giornalista Amanda Hess, “Tra gli impatti del coronavirus c’è il rapido smantellamento del culto della celebrità”. La Hess trova la sua spiegazione nel sogno americano: “I ‘famosi’ sono gli ambasciatori della meritocrazia; rappresentano la caccia alla ricchezza tramite il talento, il fascino personale e il lavoro sodo. Ma la mobilità sociale svanisce quando la società si auto-isola, l’economia si blocca, il conteggio delle vittime sale e il futuro è congelato in un appartamento affollato...”

La persona responsabile in questo secolo del rilancio dell’espressione “famous for being famous” è Paris Hilton, l’ereditiera di una fortuna alberghiera che ha raggiunto la fama nel 2004 attraverso un video “piratato” di un suo amplesso con l’allora fidanzato, un campione di poker. L’osservazione originale è dello storico e teorico sociale Daniel Boorstin, il quale spiegò in un suo saggio degli anni ‘60 che una “celebrity” è “una persona nota principalmente per essere nota” e che il moderno giornalismo separa il concetto di “grandezza” da quello di “fama”, riducendo quest’ultima in mera notorietà.

Tutto questo doveva essere un innocente divertissement: senonché, strada facendo, gli influencer e consimili hanno acquisito influence per davvero. Gli dobbiamo tra le altre cose il movimento “anti-vax”, molti eccessi del politically correct, la guerra al glutine e perfino le forme più spinte del veganismo per cui neanche i cani dovrebbero mangiare la carne.
Il male epidemico è certamente venuto per nuocere, ma se cancella alcune futilità e ci riporta alle cose che hanno veramente importanza, forse qualche beneficio resterà.

Bill Gates: THE WORLD AFTER COVID-19 (the Economist, 23 aprile 2020)

Bill Gates on how to fight future pandemics: the coronavirus will hasten three big medical breakthroughs. That is just a start

When historians write the book on the covid-19 pandemic, what we’ve lived through so far will probably take up only the first third or so. The bulk of the story will be what happens next.

In most of Europe, East Asia and North America the peak of the pandemic will probably have passed by the end of this month. In a few weeks’ time, many hope, things will return to the way they were in December. Unfortunately, that won’t happen.

I believe that humanity will beat this pandemic, but only when most of the population is vaccinated. Until then, life will not return to normal. Even if governments lift shelter-in-place orders and businesses reopen their doors, humans have a natural aversion to exposing themselves to disease. Airports won’t have large crowds. Sports will be played in basically empty stadiums. And the world economy will be depressed because demand will stay low and people will spend more conservatively.

As the pandemic slows in developed nations, it will accelerate in developing ones. Their experience, however, will be worse. In poorer countries, where fewer jobs can be done remotely, distancing measures won’t work as well. The virus will spread quickly, and health systems won’t be able to care for the infected. Covid-19 overwhelmed cities like New York, but the data suggest that even a single Manhattan hospital has more intensive-care beds than most African countries. Millions could die.

Wealthy nations can help, for example, by making sure critical supplies don’t just go to the highest bidder. But people in rich and poor places alike will be safe only once we have an effective medical solution for this virus, which means a vaccine.

Over the next year, medical researchers will be among the most important people in the world. Fortunately, even before this pandemic, they were making giant leaps in vaccinology. Conventional vaccines teach your body to recognise the shape of a pathogen, usually by introducing a dead or weakened form of the virus. But there’s also a new kind of immunisation that doesn’t require researchers to spend time growing large volumes of pathogens. These mRNA vaccines use genetic code to give your cells instructions for how to mount an immune response. They can probably be produced faster than traditional vaccines.

My hope is that, by the second half of 2021, facilities around the world will be manufacturing a vaccine. If that’s the case, it will be a history-making achievement: the fastest humankind has ever gone from recognising a new disease to immunising against it.

Apart from this progress in vaccines, two other big medical breakthroughs will emerge from the pandemic. One will be in the field of diagnostics. The next time a novel virus crops up, people will probably be able to test for it at home in the same way they test for pregnancy. Instead of peeing on a stick, though, they’ll swab their nostrils. Researchers could have such a test ready within a few months of identifying a new disease.

The third breakthrough will be in antiviral drugs. These have been an underinvested branch of science. We haven’t been as effective at developing drugs to fight viruses as we have those to fight bacteria. But that will change. Researchers will develop large, diverse libraries of antivirals, which they’ll be able to scan through and quickly find effective treatments for novel viruses.

All three technologies will prepare us for the next pandemic by allowing us to intervene early, when the number of cases is still very low. But the underlying research will also assist us in fighting existing infectious diseases—and even help advance cures for cancer. (Scientists have long thought mRNA vaccines could lead to an eventual cancer vaccine. Until covid-19, though, there wasn’t much research into how they could be produced en masse at even somewhat affordable prices.)

Our progress won’t be in science alone. It will also be in our ability to make sure everyone benefits from that science. In the years after 2021, I think we’ll learn from the years after 1945. With the end of the second world war, leaders built international institutions like the UN to prevent more conflicts. After covid-19, leaders will prepare institutions to prevent the next pandemic.

These will be a mix of national, regional and global organisations. I expect they will participate in regular “germ games” in the same way as armed forces take part in war games. These will keep us ready for the next time a novel virus jumps from bats or birds to humans. They will also prepare us should a bad actor create an infectious disease in a home-made lab and try to weaponise it. By practising for a pandemic, the world will also be defending itself against an act of bioterrorism.

Keep it global

I hope wealthy nations include poorer ones in these preparations, especially by devoting more foreign aid to building up their primary health-care systems. Even the most self-interested person—or isolationist government—should agree with this by now. This pandemic has shown us that viruses don’t obey border laws and that we are all connected biologically by a network of microscopic germs, whether we like it or not. If a novel virus appears in a poor country, we want its doctors to have the ability to spot it and contain it as soon as possible.

None of this is inevitable. History doesn’t follow a set course. People choose which direction to take, and may make the wrong turn. The years after 2021 may resemble the years after 1945. But the best analogy for today might be November 10th 1942. Britain had just won its first land victory of the war, and Winston Churchill declared in a speech: "This is not the end. It is not even the beginning of the end. But it is, perhaps, the end of the beginning."

That was a pretty good argument. I saw a few seconds of his interview and then today, I read that in central Washington, where most of our fruit grows that everyone eats, 71 Mexican fruit pickers with work visas had been tested for the virus. 36 of them tested positive. The living conditions in orchards is less than ideal, but it is also very customary for Mexicans to invite their families to live with them and to pack them in like sardines into one house.

Hector Garcia was my son's best friend for many years, beginning in first grade. The number of tragedies in the Garcia family is R-rated and I cannot tell you everything. But one thing I noticed was that after a bowel movement and a wiping with toilet paper, the TP went into a trash can and every day it was Hector's job to take these feces out to the alley and put them in the trash can. This is probably considered good hygiene in many poor Mexican towns, where open sewers run down the middle of the street. In the United States this is considered contamination and should never be done.

What is happening today has finally come to affect me. My niece is a nurse at the hospital where all the Farm Workers were brought.

One of my sisters is part of management in the fruit company that all the Farm Workers picked for.

I used to pick fruit also, and so did every one of my hippie friends who passed through town in the 60s and 70s. They followed the crops and eventually they weren't allowed to work in Orchards because the foreman would not hire them unless they were willing to work for subhuman wages, which is what they pay Mexican Farm Workers.

This development is going to result in huge numbers of fatalities in central Washington State. There is no way to separate the workers or to isolate them, because they are on temporary visas and they will work when they're sick because they have very little time to make enough money before they return home. There is not enough housing to separate them and keep them safe.

Bill Gates got me thinking along with somebody else who was projecting the Doom to come. Someone was talking about flying and made the comment that this is the end of the middle seat on jet planes. This is also the end to transportation that recirculates air, like trains, and almost zero ridership on city buses, not just because of the fact that you cannot distance, but because the buses are usually occupied by a percentage of people who are homeless and are sick. In New York City They Ride the subway all night in order to stay safe. In Seattle They Ride the buses all day and all night.

I made a private comment to a friend about the priorities Seattle has chosen, to build 3 state-of-the-art stadiums and tear down the stadiums that were already there. They were subsidized by the city because they convinced the government that they would bring Revenue to businesses and taxes to the city and state. So after this dog and pony show, no one even mentioned the fact that the money Pro Sports owners took was the very money that was supposed to build low-income housing and save the homeless.

Now Bill Gates mentions that we are at the end of Stadium life because you will not be able to fill a stadium to watch a team. So that waste of money has become a bigger waste of money.

We could easily lose a billion citizens of Planet Earth to this pandemic. And here in Seattle and other places I've heard about, people with heart conditions and diabetes and other vulnerabilities are choosing not to go to the hospital for those conditions because they are afraid of getting the virus. Many of them subsequently died. They are counted among the death toll caused by covid-19, but they are collateral damage, who did not die from the flu.

We need a lot of people, at least a million people, maybe two million people to specialize in virology at their medical schools and to be able to get research grants to study not only a vaccine, but a medication that can kill the virus once it is in your body. This is job one. There is nothing more important than the science we need to fight this.

And as these experiments and research are happening, people will be dropping like flies and they will not be able to be saved and that is just part of the Ugly Truth about this. In the 14th century, Bubonic plague wiped out 25 million Europeans, almost half the world's population. And that was a bacterial infection, not a virus. If it happened today, we could treat it. But we do not have the first clue how to treat a virus.

So every restaurants will only be half full and every movie theater will have three empty seats between every person. And at the same time I believe we're going to be looking at free government issuance of safety equipment and personal protective equipment, both in hospitals and in the General Public. And people will be going around with their good masks and gloves on and they will be able to participate in life, even though they will have a small chance of getting the virus.

The point is, Life as we know it is over. And it will never come back to normal. We will have to work at defeating disease, and we will have to adjust our own likes and dislikes and needs and wants to the larger picture.

As we accept this epiphany, things will get better. They have already started building homes here in Seattle again. And they are starting up elective surgeries as well. Taking one small step at a time we are going to address the needs of everyone who has lost something because of this virus. And in the meantime, masks, gloves, and wash your hands with antibacterial soap and hot water. And toss out that stupid bottle of Purell. It is completely worthless. You could just pour alcohol over your hands and have an equally antiseptic effect. This has been done when doctors had to do surgeries and water was not available to sterilize instruments. It is short-acting and it is not in any sense a cure or an adequate form of protection.

And it might be that we have been sold this Purell bill of goods to such an extent that people believe they are safe if they use it. If that's the case, they are going to be the Breeders for this virus. If people are drinking household cleaners right now in New York City, then they will toss out their Purell as well, if only Trump will tell them to.

FT Interview: EMMANUEL MACRON SAYS IT IS TIME TO THINK THE UNTHINKABLE (The Financial Times, 23 aprile 2020)

Victor Mallet in Paris and Roula Khalaf in London.
France’s president believes the coronavirus pandemic will transform capitalism - but leaders need to act with humility.

“We are all embarking on the unthinkable,” says Emmanuel Macron, leaning forward at his desk in the Elysée Palace in Paris after an aide has cleaned the surface and the arms of his chair with a disinfectant wipe. Until now, Mr Macron has always had a big plan for the future. After winning power in a surprise election victory in 2017, the hyperactive French president announced a blizzard of ambitious proposals for reforming the EU that perplexed his more cautious European partners. When he chaired the G7 group of big economies last year, he tried to reconcile the US and Iran and make peace between Russia and Ukraine. His government has legislated furiously to modernise France. The coronavirus pandemic, however, has left even Mr Macron groping for solutions to a global health crisis that has killed almost 140,000 people, and wondering how to save the French and world economies from a depression comparable to the crash of 1929. “We all face the profound need to invent something new, because that is all we can do,” he says.

Macron on … China

He still has plans, of course. He wants the EU to launch an emergency investment fund of hundreds of billions of euros through which the reluctant northern members would have to support Italy and Spain, where many thousands have died from Covid-19. And he wants richer nations to help Africa with an immediate moratorium on bilateral and multilateral debt payments. But perhaps for the first time, an uncharacteristically hesitant Mr Macron seems unsure whether or when his proposals will bear fruit. “I don’t know if we are at the beginning or the middle of this crisis - no one knows,” he says. “There is lots of uncertainty and that should make us very humble.” It is a sign of “social distancing” and travel disruption in extraordinary pandemic times that the normally busy Elysée now has only a skeleton staff on site and that the FT’s editor attends the interview via video link. The usually tactile Mr Macron - of whom it was once said that “he could seduce a chair” - is forced to greet his guests from afar in the ornate salon doré, the golden room looking out over the palace lawns towards the Champs-Elysées. This room was first used as the French president’s office by General Charles de Gaulle. In two speeches to the nation a month ago, Mr Macron deliberately adopted the tone of his presidential role model, declaring all-out war on the virus, imposing some of the strictest controls in Europe on people’s freedom of movement to slow the spread of the disease and declaring that his government would save jobs and companies “whatever the cost”. Behind his desk is a framed example of a $500 Anglo-French first world war bond from 1915.

Yet in recent weeks the bellicose rhetoric has given way to a more reflective view of how to handle the pandemic, accompanied by admissions of logistical failures that have left French doctors, nurses and essential workers desperately short of protective masks and of tests to measure the spread of the virus. Unlike other world leaders, from Donald Trump in the US to Xi Jinping in China, who are trying to return their countries to where they were before the pandemic, the 42-year-old Mr Macron says he sees the crisis as an existential event for humanity that will change the nature of globalisation and the structure of international capitalism. As a liberal European leader in a world of strident nationalists, Mr Macron says he hopes the trauma of the pandemic will bring countries together in multilateral action to help the weakest through the crisis. And he wants to use a cataclysm that has prompted governments to prioritise human lives over economic growth as an opening to tackle environmental disasters and social inequalities that he says were already threatening the stability of the world order. But he does not hide his concern that the opposite could happen, and that border closures, economic disruption and loss of confidence in democracy will strengthen the hand of authoritarians and populists who have tried to exploit the crisis, from Hungary to Brazil.

Macron on . . . the environment

“I think it’s a profound anthropological shock,” he says. “We have stopped half the planet to save lives, there are no precedents for that in our history.” “But it will change the nature of globalisation, with which we have lived for the past 40 years . . . We had the impression there were no more borders. It was all about faster and faster circulation and accumulation,” he says. “There were real successes. It got rid of totalitarians, there was the fall of the Berlin Wall 30 years ago and with ups and downs it brought hundreds of millions of people out of poverty. But particularly in recent years it increased inequalities in developed countries. And it was clear that this kind of globalisation was reaching the end of its cycle, it was undermining democracy.” Mr Macron bristled when asked if erratic efforts to curb the Covid-19 pandemic had not exposed the weaknesses of western democracies and highlighted the advantages of authoritarian governments such as China. There is no comparison, he says, between countries where information flows freely and citizens can criticise their governments and those where the truth was suppressed. “Given these differences, the choices made and what China is today, which I respect, let’s not be so naive as to say it’s been much better at handling this,” he says. “We don’t know. There are clearly things that have happened that we don’t know about.

The French president insists that abandoning freedoms to tackle the disease would pose a threat to western democracies. “Some countries are making that choice in Europe,” he says in an apparent allusion to Hungary and Viktor Orban’s decision to rule by decree. “We can’t accept that. You can’t abandon your fundamental DNA on the grounds that there is a health crisis.” Mr Macron is especially concerned about the EU and the euro. Banging the desk repeatedly with his hands to emphasise his points, he says both the union and the single currency will be threatened if the richer members, such as Germany and the Netherlands, do not show more solidarity with the pandemic-stricken nations of southern Europe. That solidarity should come in the form of financial aid funded by mutualised debt - anathema to Dutch and German policymakers, who reject the idea of their taxpayers repaying loans to Greeks or Italians. Mr Macron warns that failure to support the EU members hit hardest by the pandemic will help populists to victory in Italy, Spain and perhaps France and elsewhere.

Macron on . . . threats to democracy

 “It’s obvious because people will say ‘What is this great journey that you [the EU] are offering? These people won’t protect you in a crisis, nor in its aftermath, they have no solidarity with you,’” he says, paraphrasing populist arguments politicians will use about the EU and northern European countries. “‘When immigrants arrive in your country, they tell you to keep them. When you have an epidemic, they tell you to deal with it. Oh, they’re really nice. They’re in favour of Europe when it means exporting to you the goods they produce. They’re for Europe when it means having your labour come over and produce the car parts we no longer make at home. But they’re not for Europe when it means sharing the burden.’” For Mr Macron, the richer EU members have a special responsibility in the way they deal with this crisis. “We are at a moment of truth, which is to decide whether the European Union is a political project or just a market project. I think it’s a political project . . . We need financial transfers and solidarity, if only so that Europe holds on,” he says. In any case, Mr Macron argues, the current economic crisis triggered by Covid-19 is so grave that many EU and eurozone members are already in effect flouting injunctions in European treaties against state aid for companies. The ability of governments to open the fiscal and monetary taps to stave off mass bankruptcies and save jobs will be pertinent for Mr Macron’s own uncertain political future in France.

With the national economy forecast to shrink by 8 per cent this year and millions of temporarily laid-off workers still being paid thanks only to a €24bn official “partial unemployment” scheme, the government is expecting a 2020 budget deficit of 9 per cent of gross domestic product, the highest since the second world war. Although often feted abroad for his energetic liberal internationalism, Mr Macron has recently been treated by domestic opponents from the far-left to the far-right - including the anti-establishment gilets jaunes demonstrators - as a president of the rich, a former Rothschild investment banker who wants to impose free-market capitalism on his reluctant citizens. In reality, Mr Macron had already begun to slow his reform drive before the pandemic in the face of stiff opposition from a resurgent left and from the vestiges of the gilets jaunes movement. After a busy two years liberalising the labour market, reducing the tax burden on workers and entrepreneurs and trying to simplify the country’s expensive pensions systems, he backtracked last year on cutting the size of the civil service and then last month suspended reforms entirely for the duration of the coronavirus crisis. He has tried to adopt environmental causes and soften his image to woo the left and the Greens ahead of a 2022 election that he hopes will be another second-round election run-off against Marine Le Pen, leader of the extreme right Rassemblement National party. Covid-19 might offer an opportunity to make the case that he is trying to humanise capitalism. That includes, in his view, putting an end to a “hyper-financialised” world, greater efforts to save the planet from the ravages of global warming and strengthening French and European “economic sovereignty” by investing at home in industrial sectors such as electric vehicle batteries, and now medical equipment and drugs, in which the EU has become overdependent on China.

Macron on . . . Europe

There is a realisation, Mr Macron says, that if people could do the unthinkable to their economies to slow a pandemic, they could do the same to arrest catastrophic climate change. People have come to understand “that no one hesitates to make very profound, brutal choices when it’s a matter of saving lives. It’s the same for climate risk,” he says. “Great pandemics of respiratory distress syndromes like those we are living through now used to seem very far away, because they always stopped in Asia. Well, climate risk seems very far away because it affects Africa and the Pacific. But when it reaches you, it’s wake-up time.” Mr Macron likened the fear of suffocating that comes with Covid-19 to the effects of air pollution. “When we get out of this crisis people will no longer accept breathing dirty air,” he says. “People will say . . . ‘I do not agree with the choices of societies where I’ll breathe such air, where my baby will have bronchitis because of it. And remember you stopped everything for this Covid thing but now you want to make me breathe bad air!’” Like some of his predecessors - and unlike some of his counterparts in other western democracies - Mr Macron is overtly intellectual, always brimming with ideas and projects that sometimes grate with his more sober European counterparts.

Among the books piled haphazardly - or perhaps artfully - behind his desk are works by the late Socialist president François Mitterrand and Pope Francis, the letters exchanged by Flaubert and Turgenev, and a few copies of Mr Macron’s autobiography, Revolution: Reconciling France, prepared for the 2017 election campaign. Yet when asked what he has learnt about leadership, he candidly admits that it is too early to tell where this global crisis will lead. Mr Macron says he has deep convictions about his country, about Europe and the world, and about liberty and democracy, but in the end the qualities that are needed in the face of the implacable march of events are humility and determination. “I never imagined anything because I’ve always put myself in the hands of fate,” he says. “You have to be available for your destiny . . . so that’s where I find myself, ready to fight and promote what I believe in while remaining available to try and comprehend what seemed unthinkable.”

Silvia Luperini: COME CAMBIA LO SHOPPING DOPO L'EMERGENZA CORONOVIRUS. Elena Mirò rivoluziona i negozi. Vendite in videochiamata, abiti avvolti nel cellophane... (la Repubblica D.it, 23 aprile 2020)

Il brand manager Martino Boselli racconta come si sta preparando al post emergenza con nuovi servizi e modalità di produzione per un'esperienza di acquisto completamente trasformata. “Il primo ostacolo sarà superare la diffidenza di entrare in un locale chiuso”

Boutique trasformate in showroom privati, vendite on line personalizzate, guanti e gel per le clienti, orari di apertura prolungati. Martino Boselli, 47 anni, brand director di Elena Mirò del gruppo Miroglio che conta 200 punti vendita nel mondo di cui 100 in Italia, ha risposto così alla sfida del post emergenza Coronavirus. Quando i negozi potranno riaprire il modo di fare shopping non sarà più lo stesso: “Il primo ostacolo sarà superare la diffidenza di entrare in un locale chiuso”.

Come pensate di sormontarlo?
“La superficie media dei negozi di Elena Mirò è di 120 metri quadri. Lo spazio verrà diviso in due o tre showroom accessibili a una sola persona. Quando la cliente sceglierà il capo in esposizione, la commessa lo farà arrivare dal magazzino della taglia e del colore prescelto avvolto nel cellophane. Se lo acquisterà sarà sicura di averlo indossato solo lei. Quello che non comprerà verrà sanificato con una macchina a vapore, rimbustato e rimesso in magazzino. Questi spazi di circa 40-50 metri quadri, consentiranno alle clienti di trovarsi in un’area protetta, con una sola commessa

La gestione del tempo sarà per forza diversa…
“Non si accederà più come prima, si prenderà appuntamento tramite un numero verde e non ci saranno più code. Proprio perché cambierà la modalità di acquisto, si allungheranno gli orari: resteremo aperti all’ora di pranzo e dopo cena per permettere a tutti di acquistare sentendosi sicuri.  Questo non comporta necessariamente un aumento dei costi: resteremo aperti solo se ci saranno prenotazioni e l’assistenza sarà personalizzata. L’assortimento resterà lo stesso ma sarà fruibile in maniera differente”.

Quando pensate che riprenderà la vendita negli store?
“Ci stiamo preparando per metà o al massimo fine maggio. Ci saranno guanti e gel per disinfettare le mani. Il problema è che saranno disponibili abiti primaverili quando farà già caldo e serviranno quelli estivi. Stiamo lavorando alla gestione degli stock visto che probabilmente i capi da mezza stagione rimarranno invenduti. Una parte, quella continuativa, la venderemo l’anno prossimo, una parte andrà scontata durante i saldi e un’altra passerà agli outlet”.

Cambieranno anche le campagne di vendita?
“Si, le abbiamo ripensate e accorciato i tempi di produzione. Il prossimo inverno, faremo una seconda campagna vendite sul pronto e i capi già prodotti. Dopo due settimane arriveranno in negozio. Il vantaggio è che non ci sarà più bisogno di pianificare otto mesi prima e si potrà ordinare ciò che manca anche nella stagione in corso”.

Saranno diverse anche le collezioni?
“Diventeranno molto più piccole: capi speciali, legati alla stagione, punteranno a suscitare interesse ed emozione mentre i continuativi si potranno comprare sempre. Il futuro passerà per delle scelte precise, di personalità e del valore delle collezioni. Il prodotto dovrà essere versatile, da utilizzare in varie occasioni, ma anche progettato per durare più a lungo”.

Anche il ruolo dei venditori si adatta alla nuova situazione
“Abbiamo immaginato nuovi servizi e proprio per questo stiamo formando il nostro personale di vendita che dovrà diventare come un personal styilist. Una delle nuove iniziative riguarda le nostre clienti più fedeli. Le contatteremo una per una, e invieremo una “beauty box”, una scatola con una selezione di capi e novità pensate per la persona che le riceve. La direttrice del negozio, attraverso Teams, Zoom o WhatsApp chiamerà le clienti a casa in video call per capire che cosa hanno nel loro guardaroba, cosa piace di più e cosa mettono più spesso. A quel punto la nostra styilist selezionerà 10-15 capi nella taglia e nel colore prescelto che verranno mandati a casa della cliente che sceglierà cosa acquistare mentre il resto lo restituirà senza aggravio di spesa. Pensiamo che in futuro le consumatrici saranno molto più attente al valore e alla durata di un capo. Si chiederanno quante volte e come potranno indossare un capo”.

E la comunicazione?
“Racconteremo le persone che lavorano nei nostri atelier, le modiste, i sarti, gli stilisti, la nostra comunità. Quando usciremo dalla quarantena, guarderemo i negozi che ci stanno intorno in modo diverso, capiremo che sono in difficoltà e che sarà importante aiutare le filiere italiane come la nostra”.

Siete stati i primi a disegnare per le donne formose, prima ancora che fosse coniato il termine curvy, perché avete deciso di allargarvi a una clientela più vasta?
“Lo slogan della nostra prima pubblicità, 35 anni fa, è stato “Ciao magre”, c’erano ragazze che sorridevano e facevano la linguaccia.  Mirò nasce come marchio curvy e rimarrà sempre al servizio dalle taglie dalla 46 alla 60, ma chiuderci solo a una certa fisicità è ghettizzante. Oggi essere inclusivi significa proporre una vestibilità perfetta a partire dalla 42”. 

Cristina Nadotti: I PICCOLI BORGHI RISPONDONO A BOERI: "Lavoriamo insieme a un piano nazionale" (la Repubblica, 22 aprile 2020)

Uncem e Associazioni dei borghi d'Italia rispondono alle archistar: "Siamo pronti a fare la nostra parte, da tempo chiediamo incentivi fiscali, azzeramento del digital divide, messa in sicurezza del territorio e trasporti per riportare i giovani a vivere nei piccoli comuni"

I piccoli borghi, siano quelli artistici o quelli delle comunità montane, tirati in causa su Repubblica da grandi architetti e urbanisti come Stefano Boeri e Massimiliano Fuksas, rispondo lusingati e un po' stupiti. Dall'associazione dei Borghi più belli d'Italia, dall'Unione nazionale Comuni, Comunità ed Enti montani (Uncem) e dall'Associazione Borghi autentici arriva lo stesso messaggio: grazie dell'attenzione che ci riserva chi si è occupato fino ad ora di città: lavoriamo insieme, siamo pronti a fare la nostra parte e, anzi, le nostre proposte e soluzioni sono nero su bianco da anni.

Il punto, sottolineano le due associazioni, è che la rivitalizzazione dei borghi è centrale non soltanto in tempi di emergenza e necessita di un grande piano nazionale. "Che il futuro sia nei borghi come dice Stefano Boeri - dice Marco Bussone, presidente di Uncem - è essenziale nella logica del risparmio del consumo di suolo, dell'efficienza energetica, di una rifunzionalizzazione degli spazi, di economie circolari che sappiano dare risposte alla crisi climatica e non soltanto alla crisi della pandemia che stiamo affrontando".

Uncem riunisce 3.850 Comuni montani per oltre la metà della superficie dell'Italia, 10 milioni di abitanti  ed è nata nel 1952 e da sempre, sottolinea Bussone, "promuove un confronto costante per definire percorsi politici, istituzionali, economici, sociali, capaci di essere antidoto all'abbandono". Due i cardini che l'Unione ritiene indispensabili per proporsi davvero come alternativa durevole alla città: fiscalità differenziata e peculiare per queste aree montane e soluzione al digital divide che penalizza alcuni centri.

L'Associazione dei borghi più belli d'Italia, che dal 2001 rappresenta oltre 300 borghi sotto i 15mila abitanti, riassume in quattro punti le sue proposte: riqualificazione; messa in sicurezza dagli eventi naturali quali terremoti, smottamenti e alluvioni; recupero del patrimonio artistico e architettonico; rigenerazione del tessuto commerciale e turistico di prossimità per abbandonare il concetto di “seconda casa” e recuperare quello di “abitare un luogo per viverci e lavorare” . Osserva infatti Fiorello Primi, presidente dell'associazione dei borghi: "Rispetto alle considerazioni di Stefano Boeri ci siamo portati avanti da anni e abbiamo presentato le nostre proposte a Regioni e Governo. Certo, ora con l'emergenza coronavirus i nostri borghi diventeranno più appetibili anche per il turismo, poiché si cercheranno di più luoghi meno affollati, ma il nostro ruolo non è soltanto quello di offrire località di villeggiatura".

"Da tempo studiamo soluzioni per incentivare nuovi residenti - continua Primi - che non possono essere soltanto le case a un euro. I borghi rivivono se i giovani possono venire a viverci stabilmente perché possono lavorarci. Per questo è indispensabile superare il digital divide e recuperare il patrimonio pubblico da offrire a chi apre nuove attività per quello che chiamo artigianato 4.0".

Sulla stessa linea Bussone dell'Uncem, che propone all'urbanista e architetto Boeri "un patto": "Lavoriamo insieme per rafforzare le reti dei servizi. 200 Comuni in Italia, tra quelli che lei enumera su Repubblica, non hanno più un negozio o un bar. È gravissimo. Altri 500 sono a rischio. Il digital divide distrugge i borghi più del tempo. Insieme a Lei, possiamo spingere sulle Istituzioni per l'accelerazione del Piano banda ultralarga e per nuovi ripetitori che consentano a 1200 Comuni italiani di non registrare più difficoltà a telefonare, mandare messaggi o vedere la tv. Lavoriamo insieme anche per un'azione che porti servizi scolastici, sociali e trasporti di qualità, affinché i territori, i borghi, le zone montane del Paese, non subiscano continui tagli quando i bilanci degli Enti regionali e dello Stato vengono sforbiciati. E lavoriamo insieme sulla fiscalità differenziata e peculiare per queste aree montane, per chi vive oggi e per chi vuole vivere e fare impresa nei borghi".

Osserva la presidente dell'Associazione borghi autentici d'Italia, Rosanna Mazzia: "I borghi italiani sono la spina dorsale del nostro Paese,sono luoghi in cui si vive meglio e diversamente dalle grandi città, a misura d'uomo; sono luoghi del pensiero e della lentezza, quella lentezza che rappresenta la cifra dell'Italia artigianale, dell'agricoltura di qualità, della tutela della biodiversità, del paesaggio sospeso tra città e campagna, tra mare ed entroterra.Sono questi concetti che tuteliamo e diffondiamo come associazione per rendere sempre più attraente vivere in questi luoghi spesso periferici.Solo da qualche anno i borghi italiani sono stati rivalutati, perlopiù come luoghi da visitare per le vacanze e in effetti in numerosissimi borghi non vi sono ancora le condizioni necessarie per decidere di trasferire la propria residenza o il lavoro, soprattutto quello smart".

Si tratta, come conclude Primi dell'Associazione dei borghi, di avviare insieme "un grande progetto nazionale che coinvolga tutto il sistema Paese per uscire da una crisi, che non sarà né breve né piccola, con una nuova idea di società e di sviluppo".


Via dalla città: un piano possibile.
Preg.mo Professor Boeri, ho letto con molto piacere la Sua analisi su Repubblica di oggi, che segue quella dell’architetto Fuksas pubblicata nei giorni scorsi. Mi ha particolarmente colpito il Suo virgolettato nel titolo che richiama quanto da Lei affermato nella risposta alla seconda domanda della giornalista Brunella Giovara. “Via dalle città. Nei borghi c’è il nostro futuro” in sintesi. Una frase, insieme con altre, che un po’ mi ha sorpreso, positivamente, pronunciata da un Architetto e Docente universitario che negli anni si è prettamente occupato di aree urbane, da ripensare, nella logica del risparmio del consumo di suolo, dell’efficienza energetica, di una rifunzionalizzazione degli spazi, di economie circolari che sappiano dare risposte alla crisi climatica. Come ha fatto sgranare gli occhi a me – Presidente di un’Associazione nazionale che riunisce 3.850 Comuni montani per oltre la metà della superficie dell’Italia, 10 milioni di abitanti – sono molti gli Amici con i quali oggi ci siamo scambiati idee, proposte, suggestioni dopo aver letto l’intervista. Degli stessi temi – territori, montagna, borghi, forme di abitare… – abbiamo parlato anche ieri e la scorsa settimana. Pensato e operato. Sono temi per noi fondamentali sin dal 1952, anno di fondazione di Uncem. Non noi certo, ma chi ci ha preceduto alla guida dei Comuni montani e della stessa loro Associazione. Un confronto costante, giorno e notte quasi, per definire percorsi politici, istituzionali, economici, sociali, capaci di essere antidoto all’abbandono, con i Sindaci che hanno sempre provato a dar risposte, lottato consumandosi nel non essere inermi contro lo spopolamento, l’abbandono, l’allontanamento dei servizi e con i diritti di cittadinanza sempre più rarefatti. Ogni giorno il confronto è costante. Con architetti, sociologi, antropologi, imprenditori, politici. Persone che abitano i territori, che li vivono, che li conoscono a fondo e che li hanno a cuore. Proprio come Lei, immagino, Architetto, viste le Sue considerazioni di oggi che apprezzo molto. Da almeno dieci anni Uncem lavora su piani diversi, che pongano al centro i Comuni, i territori, servizi e sviluppo, nuovi modi di vivere e abitare. E tanto abbiamo lavorato, stiamo lavorando sui borghi alpini e appenninici. Non sempre lo abbiamo fatto bene, sicuramente, e abbiamo anche fatto errori, è chiaro.

Dopo decenni di “confinamento” di questi temi ritenuti marginali e poco centrali nel dibattito pubblico, oggi assistiamo a un risveglio di (in) tanti settori. La Strategia nazionale Aree interne che sta investendo 600 milioni di euro su 72 zone pilota italiane, il ritorno del “Fondo nazionale per la Montagna”, le datoriali e le loro nuove “componenti montagna”, Montecitorio che vara quattro articolate mozioni su montagna e borghi, gli Stati generali della Montagna lanciati dal Ministero degli Affari regionali, il Piano banda ultralarga per colmare i divari digitali. E poi i media che accendono i riflettori sui borghi, speciali tv e sui giornali, tanti “Manifesti” che mettono al centro un nuovo “territorialismo” che va oltre i particolarismi e proietta i territori italiani, i mille campanili uniti alle 100 città, in Europa, senza isolarli, senza alcuni municipalismo dannoso o esasperato. Idee, proposte, istanze, per la Politica, per tutti i livelli istituzionali, per l’economia e anche per i suoi “mondi”, per l’Accademia, i centri formativi. Anche le Sue considerazioni sono importati e segnano, in questo cammino, un cambio di passo. Uniamo tutto questo a segnali politici non certo banali, come l’approvazione di una legge nazionale nel 2015 sulla green economy che pone i territori montani luogo nel quale costruire “green communities” e un nuovo approccio ai Beni comuni, poi la legge nazionale sul Terzo settore che esalta le reti e i tessuti connettivi del Paese, proprio nei territori considerati erroneamente margine, la legge 158 del 2017 sui piccoli Comuni che guarda a loro come cuore pulsante del Paese. Segnali, basi sulle quali costruire altri buoni percorsi.

E vengo al motivo centrale per il quale Le scrivo. Cioè fare un Patto. Lei ha una esperienza enorme, visione e lungimiranza, competenze, un curriculum prezioso, è conosciuto nel mondo intero. Non la vogliamo certo “sfruttare”, s’immagini. Anzi. Tutti dicono che Lei appartenga a quelle “Archistar” che tanto possono fare per l’Architettura e per “il progetto”, per i giovani da formare e che lei forma, per una nuova pianificazione e programmazione territoriale nelle quali con Uncem credo profondamente.

Il Patto è provare a costruire insieme percorsi. Su un nuovo modo di vivere e abitare, dicevo. Nei borghi da Lei richiamati non servono griffe, o tanti milioni di euro. Servono in primo luogo modelli e progetti, visione. Ascolto degli Enti locali, dei Sindaci, protagonismo delle comunità abitanti. Servono rilancio delle politiche per agricoltura e ripensamento dei modelli turistici.

I borghi non sono luna park e non sono tutti disabitati. Tanti, moltissimi sono i ruderi. Il patto può far sì che Lei e altri docenti si coalizzino, guardino ad esempio all’Istituto di Architettura Montana del Politecnico di Torino e quanto fatto dalle reti di architetti o urbanisti, paesaggisti, accademici, che da sempre lavorano nelle aree montane, alpine e appenniniche, non solo italiane. Penso al Voralberg, ai Grigioni. O anche al Premio Constructive Alps che in questi anni ha premiato diversi progetti italiani, realizzati in Comuni-laboratorio, ma “replicabili”.

Si va oltre la “bellezza”. Guardi a loro, Architetto. Ai tanti giovani che provano a lavorare con i Sindaci e con le Amministrazioni, fanno innovazione, anche nei borghi. Possiamo usare meglio e più fondi europei per la politica di coesione che dovremo avere proprio per rivitalizzare i nostri borghi alpini e appenninici. Per un Programma operativo nazionale dedicato alla Montagna e alle aree interne. Questa emergenza sanitaria lo impone. Aggiungo: il Suo “bosco verticale” non può non condurci in un patto per ridare valore e gestione attiva a 11 milioni di ettari di foreste che crescono troppo in Italia, invadendo il borgo, mettendo a rischio e in pericolo la vita dei montanari e la loro economia agricola, multifunzionale. Anche per costruire, smettiamo di importare da altrove il materiale che ci serve. Facciamo qui. Vaia, insegna.

Lavoriamo insieme, Professor Boeri, per rafforzare le reti dei servizi. 200 Comuni in Italia, tra quelli che lei enumera su Repubblica di oggi, non hanno più un negozio o un bar. È gravissimo. Altri 500 sono a rischio. Il digital divide distrugge i borghi più del tempo. Insieme a Lei, possiamo spingere sulle Istituzioni per l’accelerazione del Piano banda ultralarga e per nuovi ripetitori che consentano a 1200 Comuni italiani di non registrare più difficoltà a telefonare, mandare messaggi o vedere la tv.

Lavoriamo insieme anche per un’azione che porti servizi scolastici, sociali e trasporti di qualità, affinché i territori, i borghi, le zone montane del Paese, non subiscano continui tagli quando i bilanci degli Enti regionali e dello Stato vengono sforbiciati.

Lavoriamo insieme sulla fiscalità differenziata e peculiare per queste aree montane, per chi vive oggi e per chi vuole vivere e fare impresa nei borghi. Un modello fiscale univoco, esistente oggi, non è egualitario, bensì sperequativo. Non va incontro a chi nelle aree montane conduce un negozio di prossimità, unico del paese e si trova a dover pagare le stesse imposte del caffè in piazza San Babila o della catena commerciale in piazza Vittorio Veneto. Dobbiamo agire in fretta su questo.

L’emergenza sanitaria impone nuovi modelli economici che non chiedono “alle città e alle aree montane di adottare un borgo”, bensì di trovare soluzioni sussidiarie che evitino che i paesi siano solo più luogo dove rimane chi non sa dove andare o dove si faccia un po’ di turismo del week end, qualche gita, che lascia niente, manco la spesa per un panino.

Negli ultimi vent’anni, questa traiettoria fondata sull’assistenzialismo e sulla lamentazione un po’ si è invertita: tanti borghi, moltissimi paesi sono luoghi di sperimentazione, benessere, innovazione, non solo artistica, culturale, professionale. Nuovi modi di abitare. Nuovi modi di essere Comunità. Perché qui dimostriamo – o ci sforziamo di attuare, meglio – quanto ripete il Santo Padre: “Non ci si salva da soli”, “Senza una visione di insieme, non ci sarà futuro per nessuno”. Dunque non un’adozione ma un nuovo legame tra aree urbane e montane. Dove le prime riconoscono e valorizzano (anche monetariamente) quei servizi ecosistemici-ambientali che la montagna svolge, con le foreste che assorbono Co2 e con il governo dei versanti per la protezione del dissesto assicurando le fonti idriche, ad esempio. Insieme facciamo tutto questo, Architetto Boeri.

Il “day after” si costruisce con le reti. Serie, impegnate, forti e cariche di opportunità. Sempre in dialogo. È il Patto che le propongo, che Uncem chiede a Lei di fare, ad altri Architetti, ai media nel raccontarlo, alle sfere economiche. Per non guardare per caso, nello spazio e nel tempo di un tweet, alle aree montane, ai borghi, alle comunità.

Uncem continua a lavorarci, su tutto questo. Ogni istante, con migliaia di Sindaci e Amministratori chiamati a dare risposte alle Comunità. Siamo Istituzioni in uno Stato che c’è e che non ha dimenticato come è fatto. È per metà Alpi e Appennini. È una maglia intrecciata di borghi e di paesi, di piazze e di campanili. Sono la nostra Essenza. Prendiamocene cura insieme. La Montagna è di tutti, il futuro è un percorso comune. Tutto questo per RiAbitare l’Italia – ci insegna il Suo Collega Antonio De Rossi, con tanti altri Amici – e vincere le sfide del presente. Quelle imposte dal covid-19 e ancor di più quelle della crisi climatica che ci vede “protagonisti”, nell’anticipare le risposte, nelle zone montane, creando opportunità sostenibili e volte a unire, anche Lei e chi lo vorrà in questo prezioso percorso (non solo della Montagna) di Paese. Con stima,

Marco Bussone Presidente nazionale Uncem (Unione nazionale Comuni, Comunità ed Enti montani)

Filomena Fotia: CORONAVIRUS E APP IMMUNI, IL BIOLOGO BUCCI: “Inutile se non l’avrà il 70% degli italiani, e solo il 66% ha uno smartphone” (www.meteoweb.eu, 22 aprile 2020)

Enrico Bucci, professore di Biologia alla Temple University di Philadelphia, che da settimane elabora i dati relativi all’epidemia da coronavirus: in un’intervista a Repubblica l’esperto si sofferma sull’app Immuni e spiega che per essere davvero utile nel tracciare i contagi dovrebbe essere utilizzata almeno dal 70% degli italiani, di ogni fascia d’eta’ e in ogni zona del Paese. “Ma visto che, stando agli ultimi dati, solo il 66% degli italiani ha uno smartphone, sappiamo gia’ che il traguardo e’ irraggiungibile. A meno che lo Stato non distribuisca telefonini a chi non ne possiede".

L’importanza della elevata penetrazione della app nella popolazione sta nel fatto che “ha a che fare con il famoso R0, l’indice di contagio, che nel caso di Covid-19 sappiamo essere 2,5: un contagiato infetta in media altre 2,5 persone” e immaginando la situazione ideale di un contagiato che frequentando una popolazione composta da 2,5 persone le infetta entrambe ma di “di questa popolazione solo il 50% usa la app e viene avvisata del contatto con il coronavirus. Questo significa che l’altra meta’ della popolazione (cioe’ 1,25 persone) non sapra’ di aver frequentato un contagiato e di essersi infettata. Dunque e’ come se avessimo abbassato l’R0 da 2,5 a 1,25. Ma il suo valore e’ comunque maggiore di 1 e quindi l’epidemia non e’ affatto sotto controllo“.

In un quadro piu’ realistico “se il contagiato in questione ha frequentato 1000 persone e tra loro solo il 50% usa la app, la probabilita’ di trovare le 2,5 che hanno contratto il virus e’ bassissima. Per questo, sono arrivato alla conclusione che si deve puntare a una copertura di almeno il 70% degli italiani“. Bucci riferisce di avere parlato di questo con i creatori di Immuni, “per chiedere se avessero fatto questi calcoli. Mi hanno risposto di no, perche’ nessuno glielo aveva chiesto. Ecco, la cosa piu’ preoccupante di questa vicenda e’ che nelle varie task-force governative non ci si sia posti la domanda piu’ semplice: qual e’ il numero minimo di italiani che devono usare la app perche’ abbia senso?“. Una app che comunque “mi sembra molto ben fatta dal punto di vista tecnico: difficile immaginare una soluzione migliore per proteggere la privacy dei cittadini. Ma non so quanto possa essere utile se la usera’ una percentuale di popolazione inferiore al 70%“, aggiunge l’esperto.

Muhammad Yunus: "NON TORNIAMO AL MONDO DI PRIMA" (la Repubblica, 18 aprile 2020)

La portata dei disastri provocati nel mondo dalla pandemia da coronavirus è sconvolgente. Nonostante ciò, e malgrado danni ingentissimi, siamo davanti a un’occasione senza precedenti.

In questo momento tutto il mondo deve trovare una risposta a un grande interrogativo. Non si tratta di come far ripartire l’economia perché, per fortuna, sappiamo già farlo. Le esperienze vissute in passato ci hanno aiutato a mettere a punto una terapia generica per ridare vita all’economia. No, il grande interrogativo a cui dobbiamo dare risposta è un altro: riportiamo il mondo nella situazione nella quale si trovava prima del coronavirus o lo ridisegniamo daccapo? La decisione spetta soltanto a noi.

Inutile dire che, prima del coronavirus, il mondo non ci andava bene. Fino a quando tutti i titoli dei giornali non sono stati dedicati interamente al coronavirus, ovunque si gridava a gran voce annunciando le terribili calamità che stavano per accadere. Contavamo letteralmente i giorni che mancavano a quando l’intero pianeta sarebbe diventato inabitabile per la catastrofe climatica. Parlavamo di quanto fosse grave la minaccia di una disoccupazione di massa provocata dall’intelligenza artificiale, e in che modo la concentrazione della ricchezza nelle mani di pochi stesse raggiungendo un livello deflagrante. Ci rammentavamo di continuo a vicenda che questo decennio è l’ultimo a nostra disposizione. Al termine di esso, infatti, tutti i nostri sforzi porteranno a risultati soltanto parziali, inadeguati a salvare il nostro pianeta.

Dovremmo tornare a quel mondo? A noi la scelta.

All’improvviso il coronavirus ha cambiato radicalmente il contesto delle cose e i dati spiccioli. Ha spalancato davanti ai nostri occhi possibilità temerarie che non erano mai state prese in considerazione in precedenza. All’improvviso, eccoci di fronte a una tabula rasa. Possiamo andare in qualsiasi direzione vorremo. Che incredibile libertà di scelta!
 
Prima di farla ripartire, dobbiamo decidere che tipo di economia vogliamo. Prima e più di ogni altra cosa, l’economia è uno strumento che ci può aiutare a perseguire gli obbiettivi che noi stessi ci prefiggiamo. Non deve farci sentire tormentati e impotenti. Non dovrebbe fungere da trappola letale messa a punto da qualche potenza divina per infliggerci una pena. Non dobbiamo dimenticare mai, neppure per un istante, che l’economia è uno strumento creato da noi uomini. Dobbiamo dunque continuare a progettarlo e riconfigurarlo finché non renderà tutti felici. È uno strumento messo a punto per arrivare alla massima felicità collettiva possibile.  
 
Se, a un certo punto, abbiamo la sensazione che non ci sta portando dove vogliamo andare, sappiamo immediatamente che nel suo hardware o nel suo software di cui facciamo uso c’è qualcosa di sbagliato. Tutto quello che dobbiamo fare è sistemarlo. Non possiamo esimerci dicendo semplicemente “scusate, non possiamo realizzare i nostri obbiettivi perché il nostro software e il nostro hardware non ce lo permettono”. Si tratterebbe di una scusa patetica e inaccettabile. Se vogliamo creare un mondo di zero emissioni di anidride carbonica, costruiremo il software e l’hardware giusti per riuscirci. Se vogliamo un mondo nel quale la disoccupazione non esista, faremo altrettanto. Se vogliamo un mondo nel quale non ci sia nessuna concentrazione della ricchezza, faremo altrettanto. Tutto sta nel mettere a punto l’hardware e il software giusti. Ne abbiamo le capacità. Possiamo farlo. Quando gli esseri umani decidono di fare qualcosa, la fanno e basta. Niente è impossibile per gli uomini.
 
La notizia più entusiasmante legata alla crisi del coronavirus è che ci sta offrendo inestimabili opportunità per un nuovo inizio. Possiamo iniziare progettando l’hardware e il software su uno schermo praticamente vuoto.

La ripresa post-coronavirus deve essere una ripresa trainata da una consapevolezza sociale

Ad aiutarci in modo sostanziale è una singola decisione globale unanime: sia chiaro, non vogliamo assolutamente tornare al mondo di prima. Nel nome della ripresa, non vogliamo saltare nella stessa padella rovente di prima.
 
I governi devono garantire ai cittadini che questo programma di ripresa sarà completamente diverso da quelli del passato. La prossima ripresa non sarà attuata per riportare le cose al punto in cui erano prima. Questa sarà la ripresa della gente e del pianeta. Si dovranno creare imprese in grado di rendere tutto ciò possibile. Il punto cruciale per lanciare un programma di rilancio post-coronavirus consisterà nel mettere al centro di ogni decisione e di tutti i processi decisionali politici una nuova consapevolezza sociale e ambientale. I governi dovranno garantire che neanche un dollaro andrà a finire nelle tasche di qualcuno a meno che non ci sia la garanzia che, rispetto a qualsiasi altra opzione, quel dollaro dato a quel qualcuno porterà al massimo vantaggio sociale e ambientale possibile per la società intera. Tutto quello che andrà fatto nella ripresa dovrà portare alla creazione di un’economia consapevole per il singolo Paese e per il mondo intero a livello sociale, economico, ambientale.

Il momento è arrivato

Inizieremo come raccomandato dalle terapie di un tempo con i bailout, pacchetti di salvataggio in extremis, ma questa volta li useremo per progetti e interventi stimolati dalla consapevolezza sociale. Dobbiamo metterli a punto adesso, in piena crisi perché, quando questa sarà finita, ci sarà un tumulto di vecchie idee e di vecchi esempi volti a indirizzare gli interventi in una data direzione. Ci sarà chi argomenterà con foga per far deragliare le nuove iniziative, e dirà che si tratta di politiche mai collaudate. (Quando proponemmo di definire le Olimpiadi imprese sociali, i contrari pronunciarono proprio quelle parole. Adesso, i Giochi Olimpici di Parigi del 2024 sono intesi in questo senso, e l’entusiasmo è crescente.) Dobbiamo prepararci prima che abbia inizio il fuggi-fuggi generale. Il momento è arrivato. Quel momento è adesso.

Impresa sociale

In questo mio articolo illustro una serie di politiche che mi sono ben note e nelle quali ripongo fiducia. Questo non esclude che vi siano molte altre opzioni creative ed efficaci. Incoraggio pertanto anche altre persone a farsi avanti con le loro raccomandazioni, tenendo sempre presente che dovranno soddisfare i requisiti di un programma di ripresa trainato dalla consapevolezza sociale e ambientale. Possiamo lavorare tutti insieme per cogliere l’occasione che ci si presenta.

Nel NRP (New Recovery Programme, Programma della nuova ripresa) che vi propongo, assegno un ruolo fondamentale a una nuova forma di impresa detta impresa sociale. Si tratta di un’impresa creata esclusivamente per risolvere i problemi delle persone, un’impresa che non crea un utile personale per gli investitori, se si eccettua il solo recupero dell’investimento iniziale. Una volta rientrati in possesso dell’investimento originario, tutti gli utili successivi devono essere re-immessi nell’impresa.

I governi avranno molte occasioni per incoraggiare, assegnare le priorità, fare spazio affinché le imprese sociali possano impegnarsi in responsabilità crescenti e di ampia portata finalizzate alla ripresa. Al tempo stesso, i governi dovranno portare avanti i programmi nei confronti dei quali si devono impegnare in ogni caso, per esempio l’assistenza agli indigenti e ai disoccupati grazie ai tradizionali programmi del welfare, ripristinando i programmi dell’assistenza sanitaria e con questi tutti i servizi necessari, sostenendo tutte le imprese di ogni settore dove le opzioni per il social business non facciano ancora passi avanti.

Sul fronte delle imprese sociali, i governi possono creare Social Business Venture Capital Funds, fondi  a livello centrale e locale; possono stimolare il settore privato, le fondazioni, le istituzioni finanziarie e i fondi di investimento a fare altrettanto; possono incoraggiare le imprese tradizionali a trasformarsi in imprese sociali o a stringere accordi con partner, imprese e soci che operino a questo livello, così che tutte le imprese siano spronate ad avere una divisione che si occupa di social business o a dar vita a imprese sociali che operino in joint venture con altre imprese di questo tipo.

In base al NRP, i governi potranno finanziare le imprese sociali per acquisire altre aziende e allearsi a quelle in stato di bisogno per trasformarle a loro volta in imprese sociali. La banca centrale potrà dare la priorità a queste ultime nell’assegnazione dei finanziamenti da parte delle istituzioni finanziarie, da investire nel mercato azionario o per immettervi quelli di imprese sociali forti. Ovunque si presentano opportunità gigantesche: i governi dovrebbero coinvolgere quanti più attori possibile impegnati nelle imprese sociali.

Chi investe nelle imprese sociali?

Chi sono gli investitori nelle imprese sociali? Dove si possono trovare? Sono ovunque. Non li vediamo perché i libri di testo di economia in circolazione non ne riconoscono l’esistenza. Di conseguenza, i nostri occhi non sono abituati a individuarli. Solo di recente i corsi di economia prevedono di affrontare alcune tematiche a questo proposito, quali le imprese sociali, l’imprenditoria sociale, gli investimenti a impatto sociale, le organizzazioni no-profit e così pure alcune questioni ispirate dalla popolarità globale della Grameen Bank e dal microcredito.

Finché l’economia resterà una scienza per massimizzare i profitti, non potremo farvi affidamento per mettere a punto un programma di rilancio e ripresa basato sulla consapevolezza sociale e ambientale. Ma non potremo girare l’interruttore e spegnere dalla sera alla mattina l’economia tradizionale. Mentre essa proseguirà nelle sue attività, i governi dovranno creare sempre più spazio affinché le imprese sociali possano far valere la loro affidabilità ed efficienza. Il successo delle imprese sociali diventerà tangibile quando vedremo che chi massimizza gli utili per il proprio tornaconto non soltanto coesisterà con imprenditori interessati ad avere zero profitti personali – e nasceranno amicizie e forme di collaborazione – , ma anche quando sempre più imprenditori e investitori interessati al ricavo personale creeranno imprese sociali per conto loro o legandosi in partenariato con altre attività sociali. Quello sarà l’inizio di un’economia trainata da una consapevolezza sociale e ambientale.

Non appena la politica di governo inizierà a riconoscere gli imprenditori e gli investitori nell’impresa sociale, costoro si faranno avanti con entusiasmo per assumere l’importante ruolo sociale che si renderà necessario a quel punto. Gli imprenditori delle imprese sociali non appartengono a una piccola economia di “gente che fa del bene”. Qui si parla di un ecosistema globale significativamente grande, che comprende le grandi multinazionali, i grandi fondi delle imprese sociali, i molti amministratori di talento, oltre a istituzioni, fondazioni, trust con molti anni di esperienza alle spalle nei settori della finanza e della gestione di imprese sociali globali e locali.

Infine, quando il concetto di fondo e l’esperienza delle imprese sociali inizierà a ricevere l’attenzione dei governi, molti irremovibili imprenditori interessati al tornaconto personale saranno felici di mettere in mostra la parte più sconosciuta del loro talento diventando a loro volta imprenditori di imprese sociali di successo, e rivestiranno ruoli di importanza inestimabile in tempi di crisi sociale ed economica come la crisi del cambiamento del clima, la crisi della disoccupazione, la crisi della concentrazione della ricchezza e così via.

Gli esseri umani nascono imprenditori, non cercatori di un posto di lavoro

L’NRP deve spezzare la tradizionale divisione del lavoro tra i cittadini e il governo. Si dà per scontato che compito dei cittadini sia prendersi cura delle rispettive famiglie e pagare le tasse, e che sia responsabilità del governo (e, in misura circoscritta, del settore no-profit) prendersi cura di tutti i problemi della collettività, come il clima, il mondo del lavoro, l’assistenza sanitaria, l’istruzione, l’acqua e così via. L’NRP deve far cadere questo muro divisorio e incoraggiare tutti i cittadini a farsi avanti, a dar prova dei loro talenti nella risoluzione dei problemi creando imprese sociali. La loro forza non sta nella portata delle loro iniziative, ma nel loro numero. Una piccola iniziativa moltiplicata per un grande numero si trasforma in un’azione nazionale significativa. Uno dei problemi che gli imprenditori delle imprese sociali potranno affrontare e risolvere immediatamente sarà quello della disoccupazione provocata dal tracollo dell’economia. Chi vorrà investire nelle imprese sociali potrà occuparsi di crearle per produrre a cascata posti di lavoro per i disoccupati. Potrà anche scegliere di trasformare i disoccupati in imprenditori a loro volta, e dimostrare così facendo che gli esseri umani nascono imprenditori, non cercatori di lavoro. Le imprese sociali potranno adoperarsi insieme al sistema di governo per creare un solido sistema sanitario. Chi investe in un’impresa sociale non deve essere necessariamente una persona fisica. Può essere un’istituzione, per esempio, o un fondo di investimento, una fondazione, un trust, un’azienda di gestione o amministrazione di imprese sociali. Molte di queste istituzioni sanno benissimo come lavorare con amabilità con i proprietari d’azienda tradizionali. Un invito proficuo lanciato dal governo per la disperazione e la situazione di emergenza del periodo post-coronavirus potrà mettere in moto un’ondata di attività finora sconosciute. Sarà una cartina di tornasole per la leadership per dimostrare come il mondo possa essere fatto rinascere in modi inediti e del tutto nuovi a cominciare dai giovani, dalle persone di mezza età, e dagli anziani, uomini e donne.

Non ci sarà un posto dove nascondersi

Se mancheremo di impegnarci in un programma di ripresa economica post-coronavirus trainato da una consapevolezza sociale e ambientale, imboccheremo inevitabilmente una strada molto peggiore della catastrofe provocata dal coronavirus. Per difenderci dal coronavirus possiamo rinchiuderci nelle nostre case ma, se non riusciremo a dare risposte adeguate alle questioni globali in costante peggioramento, non avremo dove nasconderci da Madre Natura arrabbiata con noi e dalle masse degli arrabbiati di tutto il pianeta.

CORONAVIRUS, BOERI, "Via dalle città, nei vecchi borghi c’è il nostro futuro" (la Repubblica, 20 aprile 2020)

Stefano Boeri ha un nuovo amico, ed è un merlo, che va a becchettare sereno sul suo balcone (l’architetto non vive nel suo Bosco Verticale, ma in un palazzo nel centro di Milano). Nelle città vuote gli animali perdono la timidezza, ieri mattina a Pavia c’erano due cervi che si specchiavano nelle vetrine. Ora, tutto questo c’entra con la nostra attuale vita di rinchiusi, che guardiamo e sogniamo un fuori che al momento ci è vietato, e pensiamo anche...

Marc Andreessen: IT’S TIME TO BUILD (Andreessen Horowitz, 18 aprile 2020)

Founded in 2009 by Marc Andreessen and Ben Horowitz, Andreessen Horowitz (known as "a16z") is a venture capital firm in Silicon Valley, California, that backs bold entrepreneurs building the future through technology. We are stage agnostic.

Every Western institution was unprepared for the coronavirus pandemic, despite many prior warnings. This monumental failure of institutional effectiveness will reverberate for the rest of the decade, but it’s not too early to ask why, and what we need to do about it.

Many of us would like to pin the cause on one political party or another, on one government or another. But the harsh reality is that it all failed — no Western country, or state, or city was prepared — and despite hard work and often extraordinary sacrifice by many people within these institutions. So the problem runs deeper than your favorite political opponent or your home nation.

Part of the problem is clearly foresight, a failure of imagination. But the other part of the problem is what we didn’t *do* in advance, and what we’re failing to do now. And that is a failure of action, and specifically our widespread inability to *build*.

We see this today with the things we urgently need but don’t have. We don’t have enough coronavirus tests, or test materials — including, amazingly, cotton swabs and common reagents. We don’t have enough ventilators, negative pressure rooms, and ICU beds. And we don’t have enough surgical masks, eye shields, and medical gowns — as I write this, New York City has put out a desperate call for rain ponchos to be used as medical gowns. Rain ponchos! In 2020! In America!

We also don’t have therapies or a vaccine — despite, again, years of advance warning about bat-borne coronaviruses. Our scientists will hopefully invent therapies and a vaccine, but then we may not have the manufacturing factories required to scale their production. And even then, we’ll see if we can deploy therapies or a vaccine fast enough to matter — it took scientists 5 years to get regulatory testing approval for the new Ebola vaccine after that scourge’s 2014 outbreak, at the cost of many lives.

In the U.S., we don’t even have the ability to get federal bailout money to the people and businesses that need it. Tens of millions of laid off workers and their families, and many millions of small businesses, are in serious trouble *right now*, and we have no direct method to transfer them money without potentially disastrous delays. A government that collects money from all its citizens and businesses each year has never built a system to distribute money to us when it’s needed most.

Why do we not have these things? Medical equipment and financial conduits involve no rocket science whatsoever. At least therapies and vaccines are hard! Making masks and transferring money are not hard. We could have these things but we chose not to — specifically we chose not to have the mechanisms, the factories, the systems to make these things. We chose not to *build*.

You don’t just see this smug complacency, this satisfaction with the status quo and the unwillingness to build, in the pandemic, or in healthcare generally. You see it throughout Western life, and specifically throughout American life.

You see it in housing and the physical footprint of our cities. We can’t build nearly enough housing in our cities with surging economic potential — which results in crazily skyrocketing housing prices in places like San Francisco, making it nearly impossible for regular people to move in and take the jobs of the future. We also can’t build the cities themselves anymore. When the producers of HBO’s “Westworld” wanted to portray the American city of the future, they didn’t film in Seattle or Los Angeles or Austin — they went to Singapore. We should have gleaming skyscrapers and spectacular living environments in all our best cities at levels way beyond what we have now; where are they?

You see it in education. We have top-end universities, yes, but with the capacity to teach only a microscopic percentage of the 4 million new 18 year olds in the U.S. each year, or the 120 million new 18 year olds in the world each year. Why not educate every 18 year old? Isn’t that the most important thing we can possibly do? Why not build a far larger number of universities, or scale the ones we have way up? The last major innovation in K-12 education was Montessori, which traces back to the 1960s; we’ve been doing education research that’s never reached practical deployment for 50 years since; why not build a lot more great K-12 schools using everything we now know? We know one-to-one tutoring can reliably increase education outcomes by two standard deviations (the Bloom two-sigma effect); we have the internet; why haven’t we built systems to match every young learner with an older tutor to dramatically improve student success?

You see it in manufacturing. Contrary to conventional wisdom, American manufacturing output is higher than ever, but why has so much manufacturing been offshored to places with cheaper manual labor? We know how to build highly automated factories. We know the enormous number of higher paying jobs we would create to design and build and operate those factories. We know — and we’re experiencing right now! — the strategic problem of relying on offshore manufacturing of key goods. Why aren’t we building Elon Musk’s “alien dreadnoughts” — giant, gleaming, state of the art factories producing every conceivable kind of product, at the highest possible quality and lowest possible cost — all throughout our country?

You see it in transportation. Where are the supersonic aircraft? Where are the millions of delivery drones? Where are the high speed trains, the soaring monorails, the hyperloops, and yes, the flying cars?

Is the problem money? That seems hard to believe when we have the money to wage endless wars in the Middle East and repeatedly bail out incumbent banks, airlines, and carmakers. The federal government just passed a $2 trillion coronavirus rescue package in two weeks! Is the problem capitalism? I’m with Nicholas Stern when he says that capitalism is how we take care of people we don’t know — all of these fields are highly lucrative already and should be prime stomping grounds for capitalist investment, good both for the investor and the customers who are served. Is the problem technical competence? Clearly not, or we wouldn’t have the homes and skyscrapers, schools and hospitals, cars and trains, computers and smartphones, that we already have.

The problem is desire. We need to *want* these things. The problem is inertia. We need to want these things more than we want to prevent these things. The problem is regulatory capture. We need to want new companies to build these things, even if incumbents don’t like it, even if only to force the incumbents to build these things. And the problem is will. We need to build these things.

And we need to separate the imperative to build these things from ideology and politics. Both sides need to contribute to building.

The right starts out in a more natural, albeit compromised, place. The right is generally pro production, but is too often corrupted by forces that hold back market-based competition and the building of things. The right must fight hard against crony capitalism, regulatory capture, ossified oligopolies, risk-inducing offshoring, and investor-friendly buybacks in lieu of customer-friendly (and, over a longer period of time, even more investor-friendly) innovation.

It’s time for full-throated, unapologetic, uncompromised political support from the right for aggressive investment in new products, in new industries, in new factories, in new science, in big leaps forward.

The left starts out with a stronger bias toward the public sector in many of these areas. To which I say, prove the superior model! Demonstrate that the public sector can build better hospitals, better schools, better transportation, better cities, better housing. Stop trying to protect the old, the entrenched, the irrelevant; commit the public sector fully to the future. Milton Friedman once said the great public sector mistake is to judge policies and programs by their intentions rather than their results. Instead of taking that as an insult, take it as a challenge - build new things and show the results!

Show that new models of public sector healthcare can be inexpensive and effective - how about starting with the VA? When the next coronavirus comes along, blow us away! Even private universities like Harvard are lavished with public funding; why can’t 100,000 or 1 million students a year attend Harvard? Why shouldn’t regulators and taxpayers demand that Harvard build? Solve the climate crisis by building - energy experts say that all carbon-based electrical power generation on the planet could be replaced by a few thousand new zero-emission nuclear reactors, so let’s build those. Maybe we can start with 10 new reactors? Then 100? Then the rest?

In fact, I think building is how we reboot the American dream. The things we build in huge quantities, like computers and TVs, drop rapidly in price. The things we don’t, like housing, schools, and hospitals, skyrocket in price. What’s the American dream? The opportunity to have a home of your own, and a family you can provide for. We need to break the rapidly escalating price curves for housing, education, and healthcare, to make sure that every American can realize the dream, and the only way to do that is to build.

Building isn’t easy, or we’d already be doing all this. We need to demand more of our political leaders, of our CEOs, our entrepreneurs, our investors. We need to demand more of our culture, of our society. And we need to demand more from one another. We’re all necessary, and we can all contribute, to building.

Every step of the way, to everyone around us, we should be asking the question, what are you building? What are you building directly, or helping other people to build, or teaching other people to build, or taking care of people who are building? If the work you’re doing isn’t either leading to something being built or taking care of people directly, we’ve failed you, and we need to get you into a position, an occupation, a career where you can contribute to building. There are always outstanding people in even the most broken systems — we need to get all the talent we can on the biggest problems we have, and on building the answers to those problems.

I expect this essay to be the target of criticism. Here’s a modest proposal to my critics. Instead of attacking my ideas of what to build, conceive your own! What do you think we should build? There’s an excellent chance I’ll agree with you.

Our nation and our civilization were built on production, on building. Our forefathers and foremothers built roads and trains, farms and factories, then the computer, the microchip, the smartphone, and uncounted thousands of other things that we now take for granted, that are all around us, that define our lives and provide for our well-being. There is only one way to honor their legacy and to create the future we want for our own children and grandchildren, and that’s to build

La Civiltà Cattolica: ABITARE LA POSSIBILITA' (n.4 2020): link

mons. Daniele Libanori: LA FEDE AL TEMPO DI COVID-19. Riflessioni ecclesiali e pastorali (La Civiltà Cattolica, quaderno 4076, anno 2020, vol. II, 18 aprile 2020)

Mons. Libanori è vescovo ausiliare di Roma per il settore Centro

«Ecco, io faccio una cosa nuova: non ve ne accorgete? Aprirò una strada nel deserto» (Is 43,19). Questo testo di Isaia mi sembra la chiave giusta per avviare una conversazione[1]. Penso che sia vitale, benché non facile, parlare tra di noi e alla gente con Parole di Dio perché la nostra voce non si perda in un coro scomposto. Sono persuaso che quello che accade e ad alcuni appare come l’avanzare della rovina, sia invece l’inizio di un nuovo esodo: niente sarà come prima!

In questi giorni sono uscito a più riprese per fare visita ai Sacerdoti che prestano il loro servizio nelle Parrocchie; non ho raggiunto ancora tutti, ma mi riprometto di completare il giro nei prossimi giorni. Il trovare sempre tutti presenti, e tanti in preghiera nelle loro chiese deserte, mi ha allargato il cuore.

Quello che sta accadendo ci porta a ridare più spazio a un aspetto del nostro ministero che è stato sempre presente, ma che oggi forse viviamo con una consapevolezza rinnovata: pregare e intercedere per il popolo che ci è stato affidato. Specie per le condizioni in cui ci troviamo, questo appare come il ministero più prezioso, il primo e fondamentale, dal quale trae forza ogni altro. Le circostanze ci spingono a tornare al posto che ci spetta, preferendo a tutto il resto la preghiera e l’annuncio della Buona Notizia (cfr At 6,4). La gente ha piacere di trovarci nel luogo che più naturalmente associa al nostro ministero, disponibili e pronti. Vale soprattutto per coloro che sentono il bisogno di gettare in Dio ogni loro preoccupazione (cfr 1 Pt 5,7). Ben inteso, non penso certo che dobbiamo abbandonare le altre forme di servizio che il Signore ci suggerisce attraverso le occasioni quotidiane, ma trovare il Prete in chiesa a pregare e intercedere certamente restituisce a tutti la consapevolezza del suo ministero più specifico, al quale tutti sono sempre invitati a unirsi, ma che egli non può delegare.

Ci sono domande…

In questi giorni, tra minori impegni routinari e nuove sfide che assorbono in modo diverso, la riflessione non può non trovare nuovi e necessari spazi… Da parte mia, mi sto interrogando da tempo sulle domande suscitate da quello che stiamo vivendo e che ha coinvolto il Paese e la Chiesa, spazzando d’un colpo programmi articolati e mettendoci dinanzi a quesiti che non eravamo più abituati ad affrontare. Noi siamo soliti porre a Dio delle domande con la (non tanto) segreta pretesa che egli risponda puntualmente e in modo chiaro. Oggi è lui che, attraverso la cronaca, ci interroga in modo esigente e anzi drammatico. Sono domande, quelle di Dio, che ci raggiungono in modo diretto e violento attraverso la percezione del pericolo incombente e la paura che sottilmente si insinua e ci agita. È la paura di ammalarci e non trovare soccorso, di essere sequestrati in un reparto di rianimazione… è la paura di morire.

Abbiamo bandito dalla nostra cultura il dolore e la morte 

C’è molta gente con qualche congiunto in ospedale o in quarantena in casa… già tanti hanno dovuto affrontare il lutto per una persona cara. Tutti noi, cresciuti in una cultura che ha bandito il dolore e la morte, oggi ci troviamo confrontati all’improvviso con la fragilità e l’impotenza dinanzi al dramma che ognuno dovrà interpretare da protagonista. L’impossibilità di trovare un rifugio sicuro da un nemico invisibile, l’ansia, la paura, sono i modi in cui prende forma il dolore che scuote l’anima e la mente, per mutarsi in rabbia o in disperata, immobile rassegnazione, se non riesce a fluire nell’alveo della carità. Il Signore, senza tanti riguardi, ci ha riportati davanti alla morte, l’evento altissimo e insostenibile che solamente la prospettiva della Pasqua consente di affrontare. La paura della morte è all’origine del male che avvelena la vita; è la forza malvagia che porta l’uomo ad accettare la limitazione della libertà, e perfino la sua rinuncia. La fede in una vita che continua oltre la soglia fatale è il fondamento della speranza, del coraggio, del perdono; la vita che sarà data e sarà piena è la meta da raggiungere, il tesoro prezioso per il quale si trova la capacità di sopportare tutto: la fede nella risurrezione è la forza creatrice che dà vita a una società nuova e più giusta. È per questa fede che Paolo può ripetere le parole di sfida usate già dai Profeti: «La morte è stata ingoiata per la vittoria. Dov’è, o morte, la tua vittoria?» (1 Cor 15,54-55).

Di fatto, è la presenza incombente della morte che sollecita la ricerca di una salvezza. Dunque, il Signore sta mettendo a fuoco un argomento che avevamo trascurato. Perché oggi parlare di risurrezione e di vita eterna può creare imbarazzo. Eppure bisogna tornare a parlarne senza timori, anche se vi sarà, come ad Atene, chi riguardo a questo se ne andrà scuotendo il capo (cfr At 17,4).

La folle sapienza 

Non mi pare che questo sia il tempo delle pur utili esortazioni sull’eco del «vogliamoci bene». La vera carità, che è dovuta a tutti e specialmente a chi maggiormente avverte la gravità della situazione, non ha niente a che fare con stucchevoli sorrisi, carezze affettate, pacche sulle spalle e minestre calde. Il mondo si aspetta dalla Chiesa ben altro che il pronto soccorso dell’elemosina: si aspetta delle ragioni che aiutino ad accettare e vivere con maturità quello che sta succedendo, ha urgente necessità di motivi seri per sperare, ha bisogno di qualcuno capace di aprirgli orizzonti diversi e veri, perché il telone di fondo sul quale per anni sono stati proiettati i deliri di grandezza di questa nostra età è stato improvvisamente strappato e ha svelato un buio angosciante.

È tempo che la Chiesa smetta di alimentare quei sentimentalismi dolciastri che rendono insopportabile tanta nostra predicazione per dire finalmente al mondo cose serie. La Chiesa deve ripetere instancabilmente a chi oggi, frastornato da quello che accade, cerca «la» buona ragione per vivere e per morire che la può trovare nella morte e risurrezione di Gesù. E deve aggiungere che se quest’anno non potremo celebrare la Pasqua nella liturgia, non di meno è il Signore stesso che la sta celebrando nella grande liturgia della storia che ci chiede di vivere con lui in questi giorni difficili.

Nell’Antico Testamento, la storia veniva interpretata sulla base della dottrina della retribuzione. Gli eventi naturali, le catastrofi e le guerre, come ogni altro avvenimento avverso, venivano attribuiti alla volontà punitrice di Dio, e il popolo, così come i singoli, doveva ricercare nella vita propria e della propria famiglia la ragione della sventura. Questa chiave interpretativa consentiva di dare un ordine alle cose, di riconoscere precise responsabilità, accettando umilmente il castigo purificatore, e finalmente di invertire il cammino tornando al Signore. In questa prospettiva, le prove dell’Esodo, le sconfitte, la distruzione di Gerusalemme e la perdita della terra potevano essere comprese come manifestazione della giustizia e della misericordia di Dio.

Questo modo di argomentare – peraltro così istintivo – contrasta con l’immagine di un Dio che noi sappiamo concepire misericordioso solamente nella sua infinita pazienza e raramente nelle prove che con le quali veniamo purificati. Distrutto il tempio e nell’impossibilità di immolare sacrifici, il Popolo di Dio riscopre la Parola e ricomincia a leggerla, a studiarla… ad ascoltarla e a udire in essa il sussurro di un Dio amante: «Ascolta, Israele…». Lo Sposo, dopo i giorni dell’ira, mostra di nuovo il suo volto alla sposa riconquistata, la porta nel deserto per parlare al suo cuore (cfr Os 2) e la consola.

Quando, secondo i Libri dei Maccabei, Antioco Epifane mette a morte coloro che rifiutavano di immolare agli idoli, Israele si trova dinanzi a un problema drammatico e si domanda: se Dio non protegge la sua vita, il giusto che cosa può fare? (cfr Sal 10,3). Hanno forse ragione gli empi che lo irridono dicendo: dov’è il tuo Dio? (cfr Sal 41,4). È allora che la Sapienza di Israele scopre e sviluppa la dottrina della sopravvivenza dell’anima, ossia di una vita che continua oltre il tempo. Dio infatti non può permettere che perisca chi è rimasto fedele alla sua alleanza. La fedeltà del Signore spesso sfugge all’occhio dell’uomo, ma «appare» allo sguardo della fede. Nel tempo di Dio, al giusto viene fatta giustizia e all’empio viene svelato l’orrore della sua colpa. La vita che il Padre ha dato alle sue creature è per sempre. Allora la morte può rattristare, ma non ha il potere di far disperare chi confida in lui.

La Bibbia si interroga sul dolore innocente: il libro di Giobbe è una riflessione sul mistero del male che colpisce il giusto. In quel dramma, la risposta tradizionale, sostenuta dagli amici che vorrebbero consolare Giobbe, portandolo a riconoscere una colpa inesistente, non regge. Vi è un momento in cui a Giobbe che insiste nel protestare la sua innocenza, Dio, silente e lontano, appare come nemico: infatti non lo ha difeso dalla sventura, né lo ha sostenuto davanti alle accuse degli amici. Solo alla fine il Signore comparirà sulla scena e prenderà la parola. Non risponderà alle domande di Giobbe, ma lo porrà dinanzi al Mistero della Sapienza creatrice. Giunto al fondo della sventura, condannato anche da coloro che erano andati per consolarlo e finiscono invece per giudicarlo tracotante, vedendolo risoluto nel protestare la sua innocenza, Giobbe è finalmente solo davanti a Dio.

La scena è come sospesa in un silenzio insondabile: un piccolo essere di polvere e cenere sta dinanzi alla maestà terribile e affascinante del Signore. La considerazione finale di Giobbe è sorprendente: «Ti conoscevo per sentito dire. Ora i miei occhi ti vedono» (Gb 42,5). Dio non gli ha rivelato il mistero del male, ma Giobbe, attraverso tutto quello che ha sopportato, è giunto al fondo della sua miseria, alla verità profonda della sua condizione di creatura, il punto – l’unico – dal quale un uomo può fissare lo sguardo sul Mistero ineffabile del Padre e ritrovarsi perdendosi in lui.

Nel dramma che ha sconvolto ogni cosa e ha travolto gli affetti più cari, Dio si è manifestato a Giobbe come colui che, nonostante ciò che appare, tiene saldamente nelle sue mani la vita del suo servo. Sarà quello che contempleremo nel Triduo pasquale. Oggi più che mai dobbiamo saper proporre la Sapientia crucis a chi è scandalizzato dal dolore e dalla morte. Offrire al mondo questa Sapienza è misericordia che solleva dalla polvere e disseta l’arsura dell’anima: Dio abita il deserto.

Il Signore ci chiede di imparare a pensare in modo nuovo 

Ci troviamo dinanzi a una situazione per noi nuova e inattesa, che costringe a maturare e strutturare un diverso modo di pensare, ad assumere atteggiamenti nuovi, a cercare nuove vie per servire il popolo di Dio. Il Signore parla nella storia e ci chiede di accogliere con fiducia la sua volontà, la quale si manifesta anzitutto nell’evidenza dei fatti. Ma passa anche attraverso la legge positiva emanata dalla legittima Autorità. Gesù ha obbedito al progetto del Padre sottomettendosi concretamente alla legittima Autorità del suo popolo e a quella abusiva dell’Impero. Oggi più che mai professiamo che Dio non rinuncia al suo disegno di restaurare in Cristo tutte le cose, e lo fa attraverso una rigenerazione che passa sempre per il mistero della Pasqua. Per questo Paolo, scrivendo ai Corinzi, va dritto al segno: «Io ritenni di non sapere altro in mezzo a voi se non Gesù Cristo, e Cristo crocifisso» (1 Cor 2,2). È tempo che facciamo nostre quelle parole: sommessamente, perché sono pesanti, ma senza fare sconti.

Vestire la debolezza di Cristo

Siamo stati portati dallo Spirito a vestire la debolezza di Cristo, perché possa apparire con chiarezza che quello che vi è di buono viene da lui. Deve fare riflettere il fatto che le circostanze abbiano «ridotto» – si fa per dire – noi preti a un temporaneo silenzio: noi tutti Popolo di Dio – pastori e fedeli – oggi siamo invitati a porgere orecchio al Signore, che vuole parlarci al cuore, facendoci passare attraverso un’esperienza che attende di essere illuminata dalla sua Parola. È questo che la gente ha diritto di attendersi da noi. È qui che potremo e dovremo recuperare appieno il nostro compito di umili ripetitori dell’unico Maestro: aiutando i piccoli ad «accendere» la luce delle Scritture per cogliere quello che il Signore sta dicendo alle Chiese e, per quanto ci riguarda, alla Chiesa pellegrina a Babilonia (il nome con il quale l’Apocalisse indica la città di Roma, cfr Ap 17,5).

L’esperienza che condividiamo con il popolo che ci è stato affidato riporta alle radici della vita e del Vangelo: così come non ci siamo dati la vita da noi stessi, allo stesso modo non possiamo darci la salvezza. Dalla fine della seconda guerra mondiale questa è forse la prima volta che la Nazione intera avverte di essere sottoposta a una minaccia che potrebbe essere fatale; inoltre il nostro Paese già guarda con preoccupazione le conseguenze sul piano economico. Certamente dovranno cambiare tante cose, a partire dal modo di pensare la vita e le relazioni. Lo stupore per la vita e la salute preservata, pur non avendo alcun merito rispetto a chi sarà stato vittima del virus, dovrebbe spingere a una vera conversione. Sant’Ignazio, al termine dell’itinerario della Prima settimana degli Esercizi (ES), invita l’esercitante, finalmente consapevole della benevolenza di Dio, a porsi dinanzi al Crocifisso e a domandarsi: che cosa posso fare per te, che hai fatto tanto per me? (cfr ES 53). Bisogna aiutare ognuno a vivere intensamente questa esperienza di pericolo e di salvezza: essere salvati è un dono.

Per stimolare una riflessione: il fallimento dell’impresa 

«Gli uomini si dissero l’un l’altro: Venite, costruiamoci una città e una torre, la cui cima tocchi il cielo e facciamoci un nome, per non disperderci su tutta la terra» (Gen 11,4). Secondo il racconto biblico, gli uomini sono rappresentati in modo molto somigliante agli ebrei quando erano schiavi dell’Egitto. Qui fabbricano mattoni per costruire la torre, non vi sono stati obbligati, come i figli di Abramo, ma lo decidono da soli. Il progetto per il quale lavorano riguarda la costruzione di una torre «per farsi un nome», cioè per darsi la stabilità propria di un sistema bene articolato ed efficiente. Quegli uomini parlano la stessa lingua e sono concordi in un progetto; si intuisce che non si tratta di un popolo, quanto di una massa: è venuta meno la diversità a favore dell’uniformità. L’unità per sentirsi sicuri è ricercata nell’omologazione, non nella comunione. Con il crollo della torre, gli uomini sono riportati al limite strutturale della condizione umana, ma anche alle originalità soggettive. Perdendo l’unità ottenuta a prezzo della sottomissione a un’unica cultura (lingua, progetto), possono recuperare la loro differenze e ricchezze e lo spazio della libertà. Gli uomini potranno ritrovare la sicurezza non nella sottomissione, ma nell’alleanza tra di loro.

Per la civiltà occidentale, il progresso scientifico ha avuto e continuerà ad avere un ruolo di prim’ordine. In esso ha posto la massima fiducia, facendo delle certezze raggiunte con la ricerca quasi altrettanti dogmi ai quali affidare la propria sorte. Chi respira questa cultura non pensa che non sarà mai in nostro potere aggiungere un giorno solo alla nostra vita (cfr Mt 6,27).

Perciò in momenti come quello che stiamo vivendo si evidenziano le crepe della torre che orgogliosamente si leva fino a toccare il cielo. I sistemi politici ed economici che regolano la vita delle Nazioni e che parevano garanti sicuri del benessere conquistato sono già scossi duramente e devono ammettere la loro fatica (o incapacità?) a resistere. Vediamo che anche la cultura dei diritti – reali o presunti – cede senza discutere, in cambio di sicurezze che oggi appaiono più urgenti. Un virus invisibile, nato chissà dove, ha superato tutte le difese e dilaga sconvolgendo ogni cosa; avanza in silenzio colpendo l’anima della comunità: semina sospetto, e i fratelli si guardano con dolore, temendo che la minaccia potenzialmente letale venga dal proprio sangue; gli amici sono divisi dalla paura che nelle relazioni più care si nasconda un morso velenoso. Il virus ha colpito i rapporti tra le persone.

Sta avvenendo – ce ne accorgeremo quando l’emergenza sarà finita – una massiccia opera di demolizione delle certezze fin qui accumulate; stiamo assistendo alla preparazione di un nuovo inizio in cui molto sarà rimesso in discussione. Appare la vanità del «nome» che l’uomo voleva farsi costruendo la torre. Il nome infatti è dono di Dio (cfr Ap 2,17; Is 65,15), e sarà quello con il quale chiamerà per la vita eterna gli amici del Figlio. Così la città: lui edificherà la città dalle salde fondamenta per il popolo fedele (cfr Eb 11,10; Ap 21); non vi sarà né torre, né tempio, perché l’Onnipotente e l’Agnello sono il suo tempio (cfr Ap 21,22).

Per poterci intendere bisognerà allora trovare un linguaggio comune, anzi un nuovo linguaggio che consenta di comunicare nella verità e dire senza infingimenti quello che si vive veramente, e tornare a capirsi come persone che condividono la stessa storia. La Chiesa questo linguaggio lo conosce bene, perché le è stato insegnato dallo Spirito: anzi, è lo Spirito stesso infuso nei cuori, la carità «che è paziente e benigna, non è invidiosa e non si vanta, non tiene conto del male ricevuto, non gode dell’ingiustizia, ma si compiace della verità…» (cfr 1 Cor 13,4-6). Questa è la lingua che ognuno è invitato a balbettare da subito, in attesa che risuoni nel canto di un popolo.

Nella prova si svelano i pensieri dei cuori

Il vivere – è l’esperienza di tante famiglie – in luoghi stretti, concepiti per dormire più che per viverci, mette a nudo i sentimenti dei cuori, mostrando, tra l’altro, se la famiglia è solamente una società di mutuo soccorso o se è invece un luogo unico in cui ciascuno può sentirsi accolto e amato per quello che è. Se ci si vuole bene veramente, si può vivere anche allo stretto, benché con (tanta) fatica. Ma se l’amore non c’è, lo spazio condiviso può essere una prigione insopportabile.

Allora le circostanze che ci sono imposte sono veramente un appello esigente e non procrastinabile a una conversione radicale: ognuno, se vuole vivere sereno, deve decidere di mettere da parte sé stesso e di farsi prossimo, fratello, compagno nella medesima sorte e, finalmente, amico, perché sono le fatiche vissute insieme che fanno nascere e alimentano le amicizie: ne sanno qualcosa gli sposi. Si scopre che i buoni sentimenti non vengono sempre spontanei e non durano a lungo con la medesima intensità, ma hanno bisogno di essere alimentati di continuo, altrimenti muoio­no. La casa in questi giorni propone a ognuno un’esperienza di vita che forse potrà essere difficile; per tutti sarà una novità stare tanto tempo insieme: sarà di sicuro una formidabile scuola di umanità. Si vedrà con quali risultati.

La prova purifica la fede

Il ripetersi che tutto andrà bene – come si fa con i bambini spaventati – è divenuto un rito per esorcizzare il timore che invece possa andare tutto male!… Un timore che, alla fine, denuncia una sfiducia radicale che colpisce anche Dio. Ma quel Dio che, a nostro parere, dovrebbe fare esattamente quello che ci si aspetterebbe da lui, ossia sconfiggere il male in un baleno, non esiste: è una figura costruita dai nostri bisogni e somiglia tanto al papà che rassicura il bambino spaventato strillando contro il buio. La realtà ci sta mettendo davanti al Dio vero, che ascolta il grido di Israele e fa udire la sua voce a Mosè; spinge il popolo a mettersi in cammino e apre il mare al suo passaggio. Ma in fondo questo Dio non piace, perché costringe chi vuole conoscerlo davvero ad andare nel deserto, dove non c’è il cibo dell’Egitto e l’acqua è scarsa. Dove, affrontando la prova, egli diventerà adulto.

«Come mai siede solitaria la città che era gremita di popolo?» (Lam 1,1)

«Come mai siede solitaria la città che era gremita di popolo?» (Lam 1,1). Queste parole delle Lamentazioni mi venivano in mente dinanzi alle immagini del nostro Vescovo Francesco su via del Corso, nel pomeriggio di domenica 15 marzo. In questi giorni il Centro di Roma appare nello splendore delle luci della primavera, ma desolato e spettrale.

Molti lamentano che tra le restrizioni imposte dalla situazione presente vi sia anche la chiusura delle chiese. Da una parte c’è chi argomenta la decisione con le esigenze della salute pubblica. Dall’altra chi rivendica il libero esercizio del culto. E non manca chi dice che, anche se in chiesa non va nessuno perché a tutti è chiesto di limitare drasticamente i movimenti, la chiesa aperta è un segno di speranza. Tutte ragioni degne di rispetto. Occorre però riflettere senza spinte emotive e riconoscere che la situazione che le Autorità sono chiamate a governare è di una complessità mai vista, della quale noi possiamo cogliere solamente alcune evidenze. Così come bisogna riconoscere che, se lo Stato non impone la chiusura dei luoghi di culto e delle attività pastorali, si aspetta però dai Pastori quel senso di responsabilità che ognuno deve avere verso i propri fedeli. (Qui per Pastori intendo principalmente e specificamente i Vescovi, che devono rispondere per primi davanti a Dio del popolo loro affidato e ai quali noi sacerdoti dobbiamo prestare fiducia sincera).

Bisogna riconoscere che non spetta alla Chiesa, ma allo Stato, legiferare in ordine alla salute pubblica. Dinanzi a un problema della cui gravità non tutti sono ancora pienamente persuasi, è questo – e questo soltanto – il piano sul quale si devono assumere decisioni circa l’accesso ai luoghi di culto, senza richiamare princìpi che hanno tanto di ideologico. In un tempo di emergenza come quello presente, la fede e la devozione devono trovare vie nuove. La chiesa aperta potrà anche essere un segno di conforto, ma, se di «segno» si tratta, basta che sia aperta la Cattedrale, che è la Chiesa madre della Comunità diocesana. Infine, come non ricordare ciò che suggerisce il Vangelo della terza domenica di Quaresima (anno A): «È venuto il tempo, ed è questo, nel quale né su questo monte né in Gerusalemme si darà gloria a Dio, ma in spirito e verità» (Gv 4,21).

Le chiese sono importanti, ma alla fine sono soltanto degli strumenti che speriamo di poter presto rivedere animate dalle comunità in festa. La Chiesa vera, quella fatta di uomini, ringraziando Dio, può vivere anche senza chiese, come è accaduto per i primi secoli e come ancora accade in molte parti del mondo.

Qui è necessario porci onestamente e con molto rispetto una questione di non poca importanza per noi pastori: se cioè la protesta, anche vibrata, contro la chiusura delle chiese sia animata dalla fede o non piuttosto da una religiosità da purificare.

Il digiuno eucaristico 

Attenzione a non lasciarsi catturare dal falso zelo! Questo tempo ci impone un digiuno eucaristico che per noi costituisce una novità, mentre è purtroppo una triste necessità in tante regioni del mondo in cui mancano i sacerdoti o non vi sono le condizioni per celebrare la Messa. Stiamo assistendo a una «domanda di Eucaristia» che può esserci di conforto (la CEI ha opportunamente emanato a questo proposito utili indicazioni). Quasi sempre la richiesta esprime un desiderio che è frutto di una vita spirituale intensa. Ma l’atteggiamento di alcuni, senz’altro in buona fede, ci fa comprendere che vi sono degli aspetti importanti da mettere a fuoco.

Nella richiesta troppo insistente dell’Eucaristia non di rado c’è una fede sincera… ma non matura. Si dimentica che la salvezza viene dalla fede e non dalle opere, benché sante, sicché ci si affida alle buone pratiche senza confidare in Dio, al punto da stimare i suoi doni più di Dio stesso. Come bambini, si afferra avidamente il dono senza ascoltare le parole amorose di chi lo porge. Si è concentrati più sul proprio grido che sul volto di Colui che si china per ascoltarlo. Questo ci dice che c’è un grosso lavoro da fare per aiutare i fedeli a cogliere il senso e la profondità del Mistero eucaristico e si possono sperare grandi frutti da una catechesi ben fatta. Intanto però occorre ricordare a tutti che il Signore è realmente presente con il suo Spirito tra coloro che sono riuniti nel suo Nome; è presente nella Parola e continua realmente a «nutrire» chi la legge e la medita; il Signore vivo si fa prossimo nel povero e nei bisognosi. Il Signore è nel desiderio stesso dei sacramenti. Ma soprattutto ha la sua dimora in colui che osserva i suoi comandamenti e condivide i suoi sentimenti, senza i quali neppure la comunione frequente può portare frutti di vita eterna.

Per noi preti: siamo stati configurati a Cristo sacerdote

Quanto a noi preti, le parole «Fate questo in memoria di me» ci impegnano a titolo tutto particolare. Grazie all’imposizione delle mani che ci ha configurato a Cristo sacerdote, è nella nostra stessa persona che si manifesta Cristo pastore, che conosce le pecore a una a una e se ne prende cura. In questo senso siamo costituti epifania e vero sacramento della presenza di Dio in mezzo al suo popolo. Perciò, mentre celebriamo il Memoriale, impegniamo anche noi stessi e ogni nostra risorsa. La nostra presenza diventa portatrice della sua grazia, la nostra preghiera si unisce alla preghiera di Cristo sacerdote affinché il Padre, ricordandosi dell’amore del suo Figlio, sia misericordioso verso il suo popolo. Probabilmente oggi il nostro modo di stare in mezzo alla gente dovrebbe manifestare l’amore sereno, forte e paziente del Signore: un amore che alimenta la fiducia. Qui mi viene in mente una preghiera che ci fu insegnata durante gli Esercizi: «Prendi, Signore, e accetta tutta la mia libertà, la mia memoria, il mio intelletto e tutta la mia volontà; quello che ho e possiedo: tutto è tuo! Di tutto disponi a tuo pieno piacimento. Dammi il tuo amore e la tua grazia e questo mi basta» (ES 234).

Una chiave per capire: «condannati» alla stessa pena 

C’è un testo del Vangelo di Luca che può aiutarci a comprendere il senso della condizione umana e dei limiti che essa impone e della morte stessa. Nel suo racconto l’Evangelista narra di Gesù in croce con a fianco i due malfattori crocifissi con lui e di come uno di essi, disperato, rinfacci a Gesù la sua inerzia dicendo: «Non sei tu il Cristo? Salva te stesso e noi!». Gesù tace, ma è l’altro compagno di sventura che interviene, con un’espressione che ognuno può fare sua: «“Non hai alcun timore di Dio, tu che sei condannato alla stessa pena? Noi, giustamente, perché riceviamo quello che abbiamo meritato per le nostre azioni; egli invece non ha fatto nulla di male”. E disse: “Gesù, ricordati di me quando entrerai nel tuo regno”» (Lc 23,39-42). Davanti al mistero del dolore e della morte servono a poco le ragioni suggerite dall’intelligenza. E non consola granché pensare che ognuno ha un poco di responsabilità nella propria sorte. Conforta invece rendersi conto che quello che si sta vivendo, qualunque cosa sia, è condiviso da Gesù, il quale «non ritenne un privilegio l’essere come Dio, ma svuotò sé stesso assumendo una condizione di servo, diventando simile agli uomini. Dall’aspetto riconosciuto come uomo, umiliò sé stesso facendosi obbediente fino alla morte e a una morte di croce» (Fil 2,6-8).

Ogni volta che la storia ci fa sentire più acuto il mistero del nostro limite dovremmo essere aiutati a capire che, quale che ne sia la ragione, siamo portati più vicini al cuore del Mistero di Dio. Egli, mandando il Figlio ad assumere la condizione umana e vivendola senza sconti, ha manifestato la sua prossimità amorosa per la creatura. In quest’ottica anche il dolore e la morte sono grazia, perché alla luce della Parola di Dio non solamente comprendiamo di non essere stati lasciati soli, ma anzi siamo stati chiamati a entrare con la nostra carne nel mistero che sfigurando trasfigura.

Beato chi ha ricevuto dallo Spirito la capacità di accogliere e di vivere in pace questa comunione di vita e di sorte con il Figlio di Dio! Costui, nel mezzo del tumulto del mondo, sentirà nel suo cuore la risposta alla sua preghiera: «Oggi sarai con me…» (Lc 23,43). Chi accetta di vivere l’avventura umana nella fede del Figlio di Dio sarà sempre con lui: chi muore con lui, con lui vive. Questa è la vita nuova. Questo è ciò che abbiamo da dire agli uomini, cioè alla gente che siamo stati inviati a servire.

Quest’anno dovremo inventarci qualcosa di diverso dal solito per fare risuonare l’annuncio della Pasqua. Che forse troverà finalmente orecchi attenti. Qui non posso non ricordare l’Anima Christi, una preghiera tanto cara a sant’Ignazio: «Anima di Cristo, santificami. / Corpo di Cristo, salvami. / Sangue di Cristo, inebriami. / Acqua del costato di Cristo, lavami. / Passione di Cristo, confortami. / O buon Gesù, ascoltami. / Dentro le tue piaghe, nascondimi. / Non permettere che io mi separi da Te. / Dal nemico maligno, difendimi. / Nell’ora della mia morte, chiamami. / Fa’ che io venga a Te per lodarTi / con tutti i santi nei secoli dei secoli. / Amen.»[2].

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[1].       Il testo che presentiamo ai lettori è quello di una Lettera pastorale di mons. Libanori, vescovo ausiliare di Roma per il Settore Centro, inviata ai parroci del suo Settore, il 19 marzo scorso. Riportiamo la Lettera integralmente, con un leggero intervento che pone in nota la parte iniziale e finale. La Lettera inizia con le parole: «Cari Confratelli e amici del Settore Centro, so di correre il rischio di essere invadente; mi permetto tuttavia di condividere con voi alcune riflessioni sviluppate in questi giorni sotto lo stimolo di quello che tutti stiamo vivendo. Sono pensieri in libertà che vi offro come comunicazione spirituale, nel desiderio di esprimere la mia prossimità a ognuno di voi, che immagino sollecitati quanto e più di me dalla difficile novità del momento».

[2].       La Lettera si conclude così: «Ho trattenuto a lungo chi è riuscito ad arrivare fin qui… ma che volete?, gli stimoli alla riflessione sono tanti. Abbiate pazienza con me. Il Signore ci sostenga. Nostra Madre interceda per il nostro Vescovo Francesco, per il Presbiterio di Roma e per noi, perché, quando apriamo la bocca, ci sia data una parola franca, per far conoscere il mistero del Vangelo, del quale siamo ambasciatori, e possiamo annunziarlo con franchezza, come è nostro dovere (cfr Ef 6,19-20)».

Anna Lombardi: CORONAVIRUS, LE "MAGNIFICHE SETTE" A CAPO DEI PAESI CHE GESTISCONO MEGLIO LA PANDEMIA (la Repubblica, 17 aprile 2020)

Avivah Wittenberg-Cox, specialista di parità di genere, non ha dubbi: le donne al potere stanno rispondendo alla pandemia meglio dei loro colleghi uomini. "Dalla tedesca Angela Merkel alla neozelandese Jacinda Ardern, hanno un approccio più creativo e più diretto". In comune - come ha scritto su "Forbes" - hanno onestà, risolutezza, capacità di sfruttare al meglio i social media e le nuove tecnologie. E soprattutto tanta empatia.

"In momenti di crisi come quello che stiamo vivendo, le donne hanno sempre un approccio differente: più diretto, più creativo. In una situazione d'emergenza come questa, è ciò che serve. Purtroppo questa capacità femminile è sottostimata nella vita politica, come in quella quotidiana". Al telefono dalla sua casa di Londra, Avivah Wittenberg-Cox, 58 anni, a capo di una delle principali società di consulenza che si occupano di parità di genere, la britannica "20-first", non ha dubbi: le donne al potere stanno gestendo la pandemia meglio di molti colleghi uomini.

"Negare, minimizzare, rimandare le decisioni fino all'ultimo è tipico dei maschi alfa, gente come Donald Trump e Boris Johnson. Mi ha colpito notare che, fra le nazioni che hanno gestito meglio l'emergenza, sette sono guidate da donne. E tutte avevano degli elementi in comune. Da Angela Merkel a Jacinda Ardern, hanno utilizzato un particolare tono e stile: dando informazioni con precisione, nei tempi giusti. Sì, il loro metodo ha funzionato meglio che altrove".

È stata proprio Wittenberg-Cox a notare, con un articolo sulla rivista economica Forbes (What Do Countries With The Best Coronavirus Responses Have In Common? Women Leaders, 13 aprile 2020) poi ripreso anche da Cnn e molti altri, che, dalla Germania alla Nuova Zelanda, passando per alcune nazioni scandinave e Taiwan, nei sette Paesi guidati da altrettante donne, le cose stanno andando meglio che in altri. "Le signore ci stanno mostrando un modo alternativo di esercitare il potere. Per carità, non sto dicendo che mancano validi esempi di azioni intraprese da uomini: solo, le scelte fatte delle donne sono più interessanti". In comune hanno onestà, risolutezza, capacità di sfruttare al meglio i social media e le nuove tecnologie. E soprattutto, appunto, tanta empatia.

Pure l'usualmente gelida Angela Merkel si è fatta prendere immediatamente sul serio col grave discorso alla nazione tenuto lo scorso marzo, dove si appellava a razionalità e disciplina dei cittadini. "Un messaggio rafforzato poche ore dopo da quel suo ingresso in un supermercato con addosso ancora lo stesso tailleur a pantalone blu indossato in tv, per fare scorta di cibo e carta igienica. Quelle immagini sono diventate simbolo di una leader consapevole e rassicurante, hanno restituito forza alla sua stella ormai sbiadita", nota Wittenberg-Cox.

A dare la risposta più veloce è stata però Tsai Ing-Wen, presidente di Taiwan. Già in gennaio ha introdotto 124 misure per bloccare la diffusione del virus, una risposta definita da Cnn "fra le migliori al mondo". "Un'intraprendenza ammirevole. Ha fatto tutto da sola e prima degli altri, quando ancora non c'era molta informazione né sostegno e ora sta inviando aiuti a mezzo mondo", commenta la Ceo di "20-first".

Decisa è stata pure l'azione di Jacinda Ardern, la premier neozelandese che ha imposto il lockdown in tempi incredibilmente veloci rispetto agli altri, quando nel Paese c'erano appena sei casi: dimostrando quanto la misura funziona, tanto da averla alleggerita dopo appena due settimane. La leader che fra l'altro ha annunciato proprio ieri la decisione di tagliare il suo stipendio e quello degli altri ministri del suo gabinetto, "perché dobbiamo eliminare quanto più è possibile i divari economici" è stata pure straordinariamente empatica, definendo le figure magiche del "coniglio pasquale e fatina dei denti lavoratori essenziali", rassicurando così i bambini. "Se non riescono ad arrivare per tempo nelle vostre case è solo perché in questo momento è più complicato. Ma vedrete, prima o poi ce la faranno" ha promesso.

Anche la premier norvegese Erna Solberg e la danese Mette Frederiksen si sono d'altronde rivolte direttamente ai più piccoli, dedicando loro una conferenza stampa dove nessun adulto era ammesso e rispondendo alle loro domande in diretta tv. Spiegando, fra l'altro, che non c'era nulla di male ad avere paura. Per Wittenberg-Cox "sono state capaci di usare un linguaggio semplicissimo: e insieme geniale". Notando che invece ci voleva una premier Millennial come la finlandese Sanna Marin, consapevole che "non tutti leggono i giornali" per usare "tutti gli stratagemmi dei social e degli influencer per convincere la gente a restare a casa".

La più tecnologica è stata invece la premier islandese Katrín Jakobsdóttir: capace di offrire test gratuiti ai suoi cittadini, contrariamente a chi li sta ancora offrendo solo alle persone con sintomi. In proporzione ha già esaminato 5 volte più persone della Corea del Sud, istituendo un sistema di tracciamento che le ha risparmiato la chiusura delle scuole e diventando un caso già studiato ovunque. "È un bene che viviamo in un mondo dove ci sono sempre più donne in posizione di potere". Conclude Avivah Wittenberg-Co: "Spero serva a far capire che c'è sempre più bisogno di bilanciamento: e non solo in politica, ma in ogni campo".

Alessandro Bugli e Maurizio Hazan: DISTRIBUZIONE, INSURTECH E SMART WORK AL TEMPO DI COVID-19 (TRA VIRTU' E CAUTELE) (Centro Studi e Ricerche Itinerari Previdenziali, 17 aprile 2020)

Alessandro Bugli e Maurizio Hazan sono membri del Comitato Tecnico Scientifico Itinerari Previdenziali e Socii dello Studio Legale Taurini&Hazan

Dall’angoscia delle nostre clausure forzate tutti noi cerchiamo di vedere una luce.  E ci interroghiamo su quale sarà il futuro.  Dopo il Medioevo, che ci aspetta nella cosiddetta, e tanto agognata, “fase 2”? Ci sarà finalmente, e come sarà, il Rinascimento? Saremo tutti davvero, irreversibilmente cambiati, dopo COVID-19, o piuttosto non aspetteremo altro che il momento giusto per compiere una drastica inversione a “U” e tornare a gambe levate verso le nostre antiche “aree di comfort”? Verso quelle abitudini di cui un tempo in realtà ci lamentavano ed alle quali oggi guardiamo con la nostalgia di un amante sedotto e abbandonato? 

Chi scrive, come quasi tutti del resto, è autenticamente convinto che lo tsunami che ci ha travolto cambierà davvero irreversibilmente il nostro modo di vivere, dando un’accelerazione supersonica a processi di trasformazione tecnologica e relazionale da tempo in atto ma lenti a carburare definitivamente. Quella esasperazione tecnologia a cui gli adulti guardavano (anche) con diffidenza – rimproverando ai loro figli l’abuso delle comunicazione telematica e la perdita di una più fisica ed immediata umanità – è diventata oggi, al tempo del COVID-19 , quasi come un paradosso, una specie di ancora di salvezza attorno alla quale non disperdere relazioni che la distanza avrebbe invece annichilito (ivi comprese quelle scolastiche). Ed ecco dunque che, volenti o nolenti, tutti abbiamo dovuto comprendere, in un lampo, la potenza straordinaria del nuovo linguaggio telematico e di una interazione necessarie, e comunque ineludibile, tra l’uomo e le macchine.

È con queste premesse che ci sembra opportuno calare lo sguardo sui cambiamenti che, in questi scenari di crisi, stanno riguardando il nostro settore di interesse, quello assicurativo e previdenziale. Le attività (pur con qualche rallentamento iniziale) sembrano non essersi fermate, anzi.

L’impatto di COVID-19 sui rischi e sulla solidità delle economie pubbliche e private impone di guardare alle assicurazioni, e ai sistemi di welfare mix, come a un sostegno sociale e solidaristico indispensabile. D’altra parte, i cambiamenti in atto impattano e impatteranno fortemente sugli equilibri tecnici e sugli assetti negoziali dei sistemi assicurativi e previdenziali, imponendo adeguamenti e revisioni di assetti e metodi non più al passo coi tempi.

La distribuzione assicurativa non sarà più quella di un tempo, e già lo stiamo vedendo. 

Le figure “chiave” di un mondo assicurativo che aveva un dannato bisogno di “personalizzarsi” (e darsi un volto e un’anima attraverso un’assidua presenza fisica sul territorio) sono quelle che oggi soffrono di più. Ci riferiamo agli agenti ed agli altri intermediari di prossimità che hanno da sempre fondato (giustamente) la loro relazioni con il cliente su relazioni personali il più possibile “fisiche” e assidue. A coloro i quali hanno saputo farsi interpreti reali dei bisogni della loro clientela, conquistandone la fiducia tra un caffè, una confidenza e un amichevole consiglio ed intercettandone le esigenze quali migliori interpreti, in concreto,  di quei principi tanto declamati in astratto dalla direttiva IDD (2016/97/UE),  tra cui quelli che stanno alla base della product governance (POG) di prodotto, tanto voluta.

Ecco: sono proprio loro, abituati a “metterci la faccia” a pagare di più le spese del distanziamento sociale; vuoi per i limiti di una riconversione veloce dell’operatività, vuoi per la fisiologica riduzione della domanda per alcune garanzie (vedi quelle auto in primis, in sostanziale blocco della circolazione per scopi non lavorativi), vuoi per la difficoltà dei clienti di adattarsi in tempi brevi alle nuove regole del gioco telematico. Ma è il tempo di una presa d’atto, forse definitiva, di un mondo che è già cambiato e delle necessità si deve fare virtù.

Il percorso di ripensamento dei modelli distributivi richiesto da IDD sta compiendo oggi, in tempo di distanziamento e pandemia, un forzoso ma brusco salto in avanti, che rende anacronistica ogni resistenza al cambiamento e ogni tentativo di voler continuare a “far tutto come prima”. Ci siamo tutti resi conto di quanto il telematico in realtà possa essere uno strumento non surrogatorio ma perfettamente complementare all’operatività tradizionale, consentendo di organizzare in tempo reale riunioni virtuali e attività a distanza un tempo semplicemente impensabili. Il che fornisce strumenti nuovi e ulteriori per essere paradossalmente più vicini, anche in momenti di lontananza fisica.

Allo stesso tempo, la sfida delle relazioni in remoto postula cambiamenti reali nella operatività dei player di mercato, imponendo nuove e più moderne interazioni tra compagnie, intermediari e clienti. Alcuni cantieri di lavoro, sin qui presidiati con soltanto apparente impegno, non possono più essere trascurati: la semplificazione dei prodotti, dei processi e del linguaggio diventa un momento essenziale per alimentare correttamente il dialogo con la clientela nei tempi, accelerati e velocissimi, degli scambi telematici. Per poter conquistare la fiducia degli assicurati occorre anzitutto parlar loro in modo davvero chiaro e immediato: DIP, DIP aggiuntivo e tutta la documentazione contrattuale, pensata da IDD in termini di intuitiva comprensibilità grafica, devono davvero esser costruiti in modo da poter capiti senza subito e senza equivoci. 

Il che vuol dire, davvero, abbandonare retaggi linguistici che, a fronte del futuro “rinascimento”, scontano il limite di una paleontologia semantica, sintattica ed espressiva. L’autoevidenza dei testi contrattuali, da sola, non basta.

L’educazione della clientela alla conoscenza del proprio rischio, quale momento centrale dell’assicurazione moderna nella sua funzione preventiva, postula capacità e competenza in tutti coloro che sono e saranno impegnati nella filiera distributiva. Tutti i prodotti assicurativi e previdenziali richiedono di essere presentati correttamente e ve ne sono alcuni che, per loro definizione più complessi, non possono non essere sostenuti dalla qualificata assistenza e consulenza di (qualificati) distributori. E, in certi casi, la velocità tipica dei transiti telematici non può comunque annichilire l’esigenza di disporre del tempo occorrente a presentare e spiegare taluni prodotti più complessi (si veda al riguardo quanto ben enunciato dal considerando 48 della direttiva IDD). Prodotti che, paradossalmente, spesso risultano quelli meno remunerati in termini di compenso (salvo ricorsi, non sempre ortodossi, alle cosiddette fatture per consulenza). 

E proprio in termini di costi e compensi, l’informatizzazione dei processi metterà in evidenza e distinguere, specie nelle architetture distributive complesse, quali siano i contributi intermediativi qualitativamente rilevanti da quelli puramente figurativi e tali da gonfiare la filiera di compensi non sempre provvidi. E non a caso la censura di IVASS (e anche di Banca d’Italia) relativa all’esorbitare dei costi per catene distributive spesso non necessitate in termini di qualità e quantità delle attività singolarmente svolte dai singoli anelli delle stesse, ritrova oggi casa nella recente lettera congiunta al mercato delle due Autorità, in tema di polizze abbinate (PPI, a tutela del bene in garanzia e “decorrelate”) ai finanziamenti.

Insomma, tutto sembra legarsi. Un compenso “giusto” per un’attività di consulenza “centrale”, quando necessaria, nell’educare e aiutare il cliente nelle scelte di sicurezza e previdenza della sua vita. Consulenza che, andando oltre al caffè e la pacca sulla spalla, può trarre supporto e forza dalla straordinaria capacità di penetrazione e di guida propria degli strumenti telematici, nonché dalla già ricordata semplificazione dei processi e dei linguaggi, di cui le compagnie dovranno essere prime artefici ponendo al servizio delle proprie reti strumenti di dialogo e prodotti efficaci e innovativi. 

Ci avviamo dunque verso il tempo della maturità del cosiddetto insurtech, ma tecnologia e sofisticazione richiedono anche una particolare e attenta valutazione dei sempre nuovi e maggiori rischi incidentali che insorgono in tema di cyber e di tutela della riservatezza. E ciò anche verso i professionisti esterni, nell’ambito dei cui rapporti la sicurezza dei transiti telematici sarà sempre più una priorità. Sarà così opportuno, ad esempio, fare in modo che i dati riferiti ai sinistri, in questo tempo di operatività a distanza e di dialogo con fornitori terzi e avvocati, non finiscano per essere indebitamente diffusi sulla rete in ragione di strutture operative non adeguate o a causa di un breach del sistema di sicurezza.

La rivoluzione di questi giorni, chiaramente non interessa solo il mondo dell’assicurazione e dei servizi: ma il fatto che anche là dove i beni non sono per natura dematerializzati (cibi, vestiti, piante, …), COVID-19 abbia spinto ancor più velocemente (almeno nei centri urbani) il mondo verso il “delivery”, dimostra quanto stiano mutando le nostre abitudini di consumo.

Ma il ragionamento non riguarda solo il consumo di beni e i servizi, ma anche, e forse soprattutto, il modo di produrli.

Lo smart work, oggi quasi imposto dalle contingenze, stravolge e stravolgerà molti degli assetti tradizionali della nostra società civile. Secondo l’Osservatorio Smart Working del Politecnico di Milano (2019), gli smart worker in Italia nel 2019 erano 570mila, oggi – nei limiti del possibile – l’intero Paese è passato in pressoché total smart working.

I dati, oggi ingigantiti dalla pandemia e dalla necessità cogente di rimanere distanziati, già nel 2019 (secondo il Politecnico di Milano) rivelavano un quadro in cui il 58% delle grandi imprese aveva avviato progetti (anche sperimentali) di smart work. Il 12% per le PMI; i cui settori maggiormente interessati dallo smart work erano, sempre secondo lo studio sin qui citato: coloro che si occupano di gestione personale (nel 56% dei casi), la proprietà (31%) e la direzione IT (30%); il fenomeno ha interessato, pur con numeri contenuti, pur se in crescita, anche la PA. Fiorella Crespi, direttrice dell’Osservatorio, affermava con chiara visione prospettica che molti datori avevano (e hanno) un'errata visione di fondo del moderno di lavoro agile. Riprendendo le sue parole: “Sono ancora poche le organizzazioni che … interpretano [lo smart work] come una progettualità completa, che passa anche dal ripensamento degli spazi e da un nuovo modo di lavorare basato sulla fiducia e la collaborazione. Agire sulla flessibilità, responsabilizzazione e autonomia delle persone significa trasformare i lavoratori da ‘dipendenti’ orientati e valutati in base al tempo di lavoro svolto a ‘professionisti responsabili’ focalizzati e valutati in base ai risultati ottenuti”. 

A riprova di quanto sopra, il settore PMI vedeva ancor con sospetto, almeno prima di COVID-19, questo tipo di operatività. L’idea, antica, era quella del dover essere presente fisicamente al lavoro, quasi come se la presenza fisica fosse sinonimo di efficienza e di reale possibilità di controllo: lo smart work è stato così spesso percepito come una possibile falla nell’eterodeterminazione del dipendente o del collaboratore, lasciando troppo discrezionalità e zone d’ombra. Da qui il pensiero di voler tornare ai cari vecchi impieghi, in uffici più prossimi a batterie di allevamento che a veri luoghi in cui spendere utilmente le proprie energie lavorative

Senza qui perdersi sulle distinzioni lavoristiche tra “telelavoro” (tradizionale) e “smart work”, si ricorda come questa “modalità” di lavoro subordinato (secondo l’art. 18 della legge 81/2017) debba essere in realtà  intesa come funzionale a incrementare la competitività e agevolare la conciliazione dei tempi di vita e di lavoro. Non tutto deve essere bianco o nero: lavoro da casa e confronto collegiale in ufficio (o in remoto..) sono momenti essenziali per coniugare i vantaggi di una flessibile elasticità prestazionale con il necessario coordinamento all’interno di organizzazioni eterogestite. Ma quando si parla di smart work sempre di lavoro si tratta. Non a caso, l’art. 22 delle stessa legge 81, in tema di sicurezza sul lavoro stabilisce che: “Il datore di lavoro garantisce la salute e la sicurezza del lavoratore che svolge la prestazione in modalità di lavoro agile e a tal fine consegna al lavoratore e al rappresentante dei lavoratori per la sicurezza, con cadenza almeno annuale, un'informativa scritta nella quale sono individuati i rischi generali e i rischi specifici connessi alla particolare modalità di esecuzione del rapporto di lavoro. 2. Il lavoratore è tenuto a cooperare all'attuazione delle misure di prevenzione predisposte dal datore di lavoro per fronteggiare i rischi connessi all'esecuzione della prestazione all'esterno dei locali aziendali”.

L’infortunio sul lavoro è espressamente coperto, secondo l’art. 23 della stessa legge, per cui: “2. Il lavoratore ha diritto alla tutela contro gli infortuni sul lavoro e le malattie professionali dipendenti da rischi connessi alla prestazione lavorativa resa all'esterno dei locali aziendali. 3. Il lavoratore ha diritto alla tutela contro gli infortuni sul lavoro occorsi durante il normale percorso di andata e ritorno dal luogo di abitazione … quando la scelta del luogo della prestazione sia dettata da esigenze connesse alla prestazione stessa o dalla necessita' del lavoratore di conciliare le esigenze di vita con quelle lavorative e risponda a criteri di ragionevolezza”.

Ora, in questi giorni, l’attenzione è andata giustamente verso coloro che sono rimasti sui luoghi di lavoro (medici e infermieri, in primis), per capire se e quali tutele apprestare in ipotesi di infezione COVID-19. Senza richiamare, qui, tutti i diversi passaggi regolamentari e gli interventi INAIL, si può rammentare come l’infezione da nuovo coronavirus sia considerata – almeno ai fini delle assicurazioni sociali – alla stregua di un infortunio per gli operatori sanitari; infortunio di natura professionale (sulla base di una presunzione di contaminazione in ragione dell’attività lavorativa prestata, si veda l'istruzione operativa INAIL 17 marzo 2020).

Di questa circostanza si è cercato di tirare le fila anche in ambito assicurativo per comprendere se e quando le polizze infortuni private o RCO trattino le “affezioni morbose” come vera e propria causa violenta, accidentale ed esterna equiparabile all’infortunio. Sul punto si è scritto poco, ma il tema è certamente di interesse non solo per le vittime (assicurate), ma anche per datori e per l’intero settore assicurativo. Si provi a immaginare, però, in termini più generali cosa potrebbe accadere dal lato delle polizze della persona ove l’infortunio o la malattia dello smart worker (COVID-19 o altro infortunio domestico) dovesse essere fatto oggetto di indennizzo di polizza; magari nel silenzio della stessa. Come detto, secondo la legge, lo smart worker deve godere delle stesse tutele del lavoratore in sede. Secondo INAIL, si veda la circolare n. 48/2017, l’infortunio dello smart worker è indennizzabile quando vi sia uno “stretto collegamento con quella lavorativa, in quanto necessitata e funzionale alla stessa, sebbene svolta all’esterno dei locali aziendali”. In questo senso assume importanza il modello di comunicazione predisposto da INAIL il 25 febbraio 2020 da trasmettere al lavoratore e al RLS (rappresentante dei lavoratori per la sicurezza) riportante l’informativa sulla sicurezza ex. art. 22 delle legge 81/2017, citato in precedenza. Nel modello si leggono tutta una serie di buone pratiche per evitare conseguenze negative per la propria salute in caso di smart work indoor (e, anche, outdoor).

Detto questo, il settore assicurativo della salute è pronto a far fronte all’incremento di fenomeni avversi che possano riguardare la salute degli smart worker? E come trattare il delicato tema della responsabilità del datore e dei presidi di sicurezza all’interno della sfera domestica del dipendente (specie a fronte dello smart working massivo in qualche modo imposto dai recenti provvedimenti governativi emergenziali)?

In più, in presenza di coperture per la salute (limitate o meno alla sola attività lavorativa), il solo fatto di rimanere di più negli ambienti domestici diviene comunque esso stesso ragione di aggravamento del rischio, al netto delle difficoltà di prova della natura (professionale od extraprofessionale) del danno. E invero in Italia, ante COVID-19 (dato ISTAT, 2019), gli infortuni domestici erano circa 3 milioni l’anno, per una raccolta assicurativa infortuni pari a 3,5 miliardi (dato ANIA).

In ogni caso, il ricorso massivo allo smart work, di cui per lungo tempo (e forse per sempre) non potremo fare a meno, introduce rischi e necessità di tutela di cui è chiaro il mondo delle assicurazioni dovrà giocoforza occuparsi, immaginando soluzioni specifiche per questo tipo di necessità e stile di vita. Certamente da integrare utilmente con la tutela pubblica da INAIL, in logica di corretta sinergia di welfare multipilastro. Il tutto, senza dimenticare la necessità di profilare correttamente le (nuove) esigenze dei contraenti, rispetto alle quali taluni prodotti di vecchia generazione rischiano di perdere molta della loro aderenza. 

Non pare quindi esservi dubbio, per concludere, che insurtech e smart work, in tempi di COVID-19, subiranno uno scossone evolutivo tale da imporre un veloce e “contagioso” ripensamento di ogni passato modello assicurativo e previdenziale,  in termini di prodotti, processi, distribuzione e tutele.

Roberto Saviano: "CARI TEDESCHI, ecco perché bisogna aiutare l'Italia nella lotta al virus" (la Repubblica, 17 aprile 2020)

L'errore più grave che i cittadini tedeschi possano commettere oggi è credere che gli aiuti economici ai Paesi più devastati dal Covid-19 siano risorse saccheggiate alla propria ricchezza; sono, al contrario, la messa in sicurezza della propria economia che, anche se tedesca, è indivisibile dalla condizione delle economie di tutti gli Stati membri. L'errore in cui l'opinione pubblica e la politica tedesche possono incorrere in queste ore è credere che gli aiuti all'economia italiana siano un regalo alle organizzazioni mafiose. Errore madornale.

Un articolo di qualche giorno fa del quotidiano Die Welt descriveva le mafie italiane in attesa della pioggia di euro che l'Europa sta discutendo se versare o meno all'Italia e ad altri Paesi in difficoltà: peccato che questa sia una posizione profondamente ingenua, perché le organizzazioni criminali si insinuano laddove la struttura economica legale entra in crisi e si trova in affanno. In questa fase, i clan si stanno comportando esattamente come un branco di predatori dinanzi ad una preda ferita: la lasciano dissanguare prima di sferrare l'ultimo assalto.

Alle aziende prosciugate dalla crisi del Covid-19 le mafie offriranno la loro liquidità per ripartire: soldi (disponibili subito e in grande quantità) in cambio di quote societarie o addirittura dell'intera società, che magari continuerà a mantenere ufficialmente la stessa proprietà, ma svuotata di ogni potere, perché a decidere e gestire saranno i clan. E quando un clan entra in un'azienda, finisce per inquinare tutto il mercato, perché quell'azienda - sostenuta da capitali criminali di origine illecita - potrà permettersi di offrire prezzi competitivi che le aziende sane non possono permettersi: questo annienterà la concorrenza, falserà il mercato, ucciderà l'economia pulita. E questo rischia di accadere non solo in Italia, ma anche - e soprattutto - in Germania.

Le mafie dominano militarmente i territori più difficili, ma riciclano e reinvestono dove l'economia è più florida e dinamica. I soldi delle organizzazioni criminali si trovano negli scrigni europei - a Londra, in Lussemburgo, in Liechtenstein, a Malta, ad Andorra, solo per citarne alcuni. I soldi lì depositati si trasformano in hotel, resort, ristoranti, negozi, imprese in ogni settore e in ogni luogo. Non penserete davvero che le organizzazioni si fermino all'interno dei confini italiani! Sarebbe una colpevole ingenuità crederlo. Solo che mentre il segmento criminale delle mafie è evidente, la sua trasformazione in capitale illegale diventa difficilissima da monitorare, anche perché è agevolata dalle falle dei nostri sistemi finanziari.


La Germania è una delle nazioni con maggiore opacità del proprio sistema finanziario, è un luogo dove è molto facile nascondere denaro. Il Tax Justice Network (autorevole gruppo internazionale indipendente che focalizza la sua ricerca sulla regolamentazione fiscale e finanziaria internazionale) ogni anno stila il Financial Secrecy Index, una classifica dei Paesi in base al loro grado di segretezza e alla portata delle loro attività finanziare offshore: ebbene, in un elenco guidato dalle Cayman Islands, la Germania si piazza al 14° posto, scalzando addirittura giurisdizioni come Panama e Jersey, classificati rispettivamente al 15° e al 16° posto. Uno studio del 2015 a cura del Prof. Kai Bussmann, docente all'università di Halle-Wittenberg, collocava la cifra del riciclaggio in Germania attorno ai cento miliardi di euro annui. Da allora sono passati cinque anni e, studiando gli affari criminali internazionali, possiamo ipotizzare che le somme siano aumentate.


Insomma, quello che vorrei poter dire a gran voce ai tedeschi, è che nel loro Paese c'è presenza mafiosa esattamente come in Italia, in Albania, in Serbia, o in Messico, ma non avere le diottrie giuste per l'analisi costringe a misurare il fenomeno mafie solo seguendo il sangue. In Germania si registrano molti meno omicidi di stampo mafioso rispetto all'Italia, e per questa ragione i tedeschi si credono al riparo. Non è così. Le organizzazioni mafiose sul territorio tedesco sono molto numerose e varie: dalla mafia russa, le mafie italiane (in particolare la 'ndrangheta) e i clan turchi, ben radicati sul territorio ormai da decenni, passando per la mafia albanese, dell'Est Europa e i gruppi libanesi, fino alla mafia nigeriana arrivata più di recente, la Germania è sempre stata l'El Dorado delle mafie.

Del resto, nei Paesi in cui storicamente non vi sono gruppi criminali autoctoni forti, è più facile che attecchiscano organizzazioni straniere, che trovano campo libero per i loro affari. Dal Report sulla Situazione Internazionale del Crimine Organizzato 2018 stilata dal Bundeskriminalamt le persone indagate risultano di ben 90 nazionalità diverse. Il numero vi stupisce? Forse c'è un motivo al vostro stupore, e voi non ne avete responsabilità: in Germania il reato di associazione mafiosa non esiste. Perseguire un clan a Monaco si rivela molto più difficile rispetto a perseguire lo stesso clan a San Luca d'Aspromonte, per cui un mafioso in Calabria può essere considerato un rispettabile imprenditore in Baviera. Inoltre, anche la normativa antiriciclaggio tedesca continua ad essere all'atto pratico molto debole nonostante l'adozione delle nuove direttive europee. L'azione di contrasto alle mafie è affidata prevalentemente all'associazionismo, con movimenti come Mafia? Nein danke!, che sopperiscono anche a un'informazione sul crimine organizzato che in Germania è molto carente per via di rigide leggi sulla tutela dei diritti della personalità e di un codice della stampa che spesso si trasforma in censura. Se la Germania adottasse una vera ed efficace legislazione antimafia, porrebbe al centro del suo dibattito anche i flussi di denaro criminale che la affliggono. Ora è tutto sott'acqua da anni, da troppi anni.

Abbiamo bisogno di una politica comune di contrasto per difenderci tutti. Se non organizziamo una tenuta forte dell'Europa l'economia tedesca verrà divorata. Come? Semplice: le aziende oneste soccomberanno inesorabilmente nello scontro concorrenziale con aziende che invece possono contare su alleati criminali. Lo so, state pensando che queste storie non vi riguardino direttamente, ma riguardino solo dei delinquenti stranieri che vi sono entrati accidentalmente in casa. Altra totale fesseria. Ad usare i capitali mafiosi sono le piattaforme finanziarie tedesche e una parte della borghesia tedesca che si rende partecipe di tutto questo. Ma allo stesso tempo, chi paga per questo flusso mafioso che sta alterando gli equilibri economico-sociali in Germania? I cittadini tedeschi.

Cari tedeschi, siamo sullo stesso fronte, dovete decidere da che parte stare. Con o contro i poteri criminali? Volete che la Germania sia una loro piattaforma? Sto già immaginando un'altra vostra domanda: ma se le mafie hanno sempre saccheggiato risorse pubbliche, perché non dovrebbe accadere in questo caso? Certo, i clan proveranno sempre a infiltrarsi negli appalti pubblici. Lo fanno in diversi modi: corrompendo i politici, i quali poi fissano i parametri dell'appalto su misura per quella determinata azienda mafiosa e ne facilitano la vincita; giocando al ribasso, ossia proponendo prezzi inferiori rispetto a quelli di mercato e quindi più bassi rispetto a quelli che le aziende concorrenti potrebbero mai offrire, tanto all'impresa mafiosa quell'appalto non serve per guadagnare ma solo per ripulire denaro già guadagnato con attività illecite; infine, con la forza dell'intimidazione, per cui le imprese sane hanno paura a partecipare alle gare in cui si presentano anche imprese mafiose e quindi lasciano a loro libero il campo. La soluzione a queste dinamiche malate, però, non è bloccare tutti gli appalti e i fondi pubblici, ma permettere alle aziende sane di essere protette.

Infine, vi starete chiedendo: perché l'Italia, ancora una volta, si è trovata impreparata al disastro? Perché ora i contribuenti tedeschi devono pagare per le sue mancanze, la sua fragilità, la sua disorganizzazione endemica che si trasforma in incapacità di far fronte a emergenze improvvise? È vero, l'Italia è un Paese spesso governato da politici incapaci, funestato da una burocrazia farraginosa e da una macchina della giustizia lenta. Ma far sentire il sostegno di un'Europa unita significa non fare appello al cuore o al sentimento e compiere un atto di cieca elargizione, bensì agire in modo lungimirante per salvare le proprie economie locali, sia - come abbiamo visto - dalla mano delle mafie sia dall'effetto domino che il collasso di alcuni Paesi europei può comportare. La crisi dei debiti sovrani del 2010-2011, che colpì inizialmente solo Grecia, Irlanda e Portogallo, si estese presto a Italia e Spagna e fece sentire i suoi contraccolpi sul PIL di tutta la zona euro, dimostrando che le crisi economiche in Europa non si fermano mai all'interno dei confini dei singoli Stati. Se alcuni Paesi europei si indeboliscono anche la Germania perderà mercato, sicurezza e stabilità. Siamo una catena, e la sua forza si misura sulla potenza dell'anello più fragile.

La lotta per l'Europa unita è ancora lunga, ma i destini dei suoi Stati sono già annodati e si realizzeranno soltanto insieme. In questo momento l'Europa è sotto attacco, non solo da parte del Covid-19 ma anche della sfiducia di tanti suoi cittadini: i movimenti antieuropeisti, dopo aver sputato a lungo sull'Unione, ora le chiedono un aiuto e vedono nella titubanza della politica nordica e nell'ostilità di certa stampa tedesca la conferma che l'Europa è matrigna; di contro, in Germania l'eventualità di un ennesimo aiuto economico ai Paesi meridionali viene visto come tradimento dell'Europa, che usa risorse tedesche per risolvere problemi che si considerano estranei. Bisogna tenere conto di un fatto oggettivo, però: la pandemia non è un problema italiano e sarebbe un errore imputare la situazione critica in cui ci troviamo solo all'incapacità degli italiani di costruirsi una stabilità economica. Nessuno qui sta implorando la Germania e il suo popolo, qui ci si sta guardando negli occhi: noi non siamo in guerra, non siamo quindi fronti che devono negoziare armistizi, la metafora bellica utilizzata con la pandemia è del tutto sbagliata, presuppone confini, battaglie, soldati e generali. Noi qui dobbiamo allearci contro il virus e provare a curarci a vicenda, la cura presuppone comprensione, dialogo e direzione comune non per vincere ma per guarire. O guariremo insieme o non si salverà nessuno.

IL "SILENZIO" DI JOHN CAGE (la Repubblica, 17 aprile 2020)

La prima cosa bella di venerdì 17 aprile 2020 è la colonna sonora per questo tempo, composta già sessantotto anni fa da John Cage. Si intitola 4’33’’ (Quattro, trentatre). Può essere affidata a qualunque strumento musicale o complesso. Il brano consta di tre movimenti (rispettivamente di trenta secondi, due minuti e ventitre secondi, un minuto e quaranta secondi). Lo spartito indica: tacet. Nessuno suona. La prima esecuzione curiosamente avvenne a Woodstock. La folla, ignara, si aspettava che il pianista, David Tudor, toccasse i tasti. Si limitò invece a sollevare e riabbassare per tre volte la copertura.  Poi si alzò e s’inchinò. Dal pubblico arrivò qualche risatina nervosa, poi partì l’applauso unanime. Nel tempo fu considerata raffinatezza estrema o estremo conformismo. L’idea restò controversa. Cage voleva far ascoltare non il silenzio, ma l’insopprimibile suono/rumore che resta. Persone dotate di cromestesia, la capacità di associare sensazioni colorate alle percezioni uditive, messe a confronto con il brano, non hanno visto il bianco, ma macchie colorate, azzurre, gialle, strisce indaco. Ora, se in questo apparente nulla vi imponete il tacet per quattro minuti e trentatre secondi, potrete ascoltare quel che della vita resta insopprimibile: il respiro di chi vi è accanto, la crescita degli organismi, il cuore del vostro piccolo mondo.

Mauro Magatti: CAPIRE QUALE SOCIETA' DOBBIAMO RICOSTRUIRE (generatività.it, 17 aprile 2020)

Stiamo vivendo in un grande esperimento collettivo. Con il lockdown, 4 miliardi (!) di persone in tutto il mondo vedono stravolte le loro abitudini quotidiane e si trovano scaraventate in una condizione di gravissima incertezza. Un dato per tutti: negli Stati Uniti, le domande per i sussidi di disoccupazione sono già schizzate a oltre 10 milioni.

A traballare sono i pilastri stessi della vita sociale su cui si fonda la nostra "sicurezza ontologica" (Giddens): la ragionevole aspettativa che ciascuno di noi ha di sapere quello che si può aspettare dalle persone e dalle istituzioni che lo circondano. Se il “mondo” nel quale la vita quotidiana si svolge è una realtà dotata di senso, continuità e stabilità, quello che sta accadendo ne costituisce una radicale messa in discussione.

In queste settimane nelle nostre società si sta sedimentando un’enorme quantità di angoscia. Dove, con questo termine, si deve intendere quel sentimento di incertezza che ci paralizza (etimologicamente angoscia viene da angere, stringere, soffocare: la stessa sensazione di quando manca il respiro e si sente oppressione al petto). Una vera e propria interferenza nel senso di continuità dell ’esistenza. Certo, sappiamo che il responsabile di tutto questo è il virus Covid-19, invisibile e sfuggente. Ma oltre ai tanti aspetti che ancora ignoriamo sulla dinamica del contagio e della malattia, quello che ci angoscia é che non sappiamo quando quest’epidemia finirà, quando avremo una cura o un vaccino e soprattutto cosa tutto questo comporterà nella vita di ciascuno. Di certo, i morti sono ormai già così tanti da aver toccato le cerchie familiari o amicali di molti, mentre non si contano quelli che hanno già visto il proprio reddito azzerato.

Nel suo libro Angoscia e politica F. Neuman ha sostenuto che la diffusione di questo stato d’animo fu alla base del sorgere del nazismo nella Germania degli anni 20. La ragione sta nel fatto che l’angoscia crea uno stato ansiogeno tale da innescare potenti dinamiche di aggiustamento. Una diagnosi che non dobbiamo dimenticare se non vogliamo finire travolti dall’accumulo di tensione di questi giorni.

Potremmo dire che l’angoscia ha bisogno di essere scaricata a terra.

Se si riconosce la portata della destabilizzazione psichica che la crisi sta portando questi due esiti nefasti non possono essere esclusi.

Per questo, mai come in questo momento è fondamentale non fare passi falsi e imboccare fin da subito una via diversa. Sulla base di quello che sappiamo, si può suggerire di tenere presente tre linee di lavoro.

  1. Servono, prima di tutto, istituzioni autorevoli coese e ben funzionanti, in grado di dispensare quel senso di appartenenza e protezione di cui tutti sentiamo bisogno. Litigi, polemiche, incertezze sono intollerabili. Qui a contare é soprattutto l’azione di governo. Ma ugualmente importanti sono il modo in cui si pone l’opposizione e l’efficacia delle istituzioni che gestiscono l’emergenza – in primis la protezione civile e la sanità. E che dire dell’Europa se non che la sopravvivenza dell’Unione è legata alla sua capacità di porsi come un grembo protettivo? Qualunque scelta si faccia, non ci sarà appello per le istituzioni di Bruxelles.
  2. In secondo luogo, occorre identificare obiettivi comuni. Non facciamoci illusioni. Non ci basterà né sarà possibile semplicemente tornare al passato. Il problema che abbiamo davanti è si quello di ricostruire. Ma in assenza di macerie. È perche non ci sono ponti, strade e case distrutte che occorre capire quale società edificare. Tenere aperte le imprese è vitale. Ma ugualmente decisivo è capire dove e come investire per rigenerare una economia che non potrà che essere diversa da quella che abbiamo conosciuto.
  3. Infine, non si deve dimenticare che l'angoscia tende a generare stati depressivi. Dopo queste settimane, non basterà dire alla gente di darsi da fare. Alcuni reagiranno in modo iperattivo. Molti, invece, non ne avranno la forza. Per tornare a vivere occorrerà credere di nuovo nel futuro, darsi un perché. Una partita che si vince solo sbloccando le persone, rimotivandole e soprattutto creando condizioni favorevoli all’ebrezza generativa della libertà. E questo sarà particolarmente vero per gli under40. Questa, in effetti, è la partita della loro vita. E noi più adulti possiamo e dobbiamo solo essere al loro servizio.

Giovanni Lanzone: COSA DIRE SUL DOPO! (generatività.it, 15 aprile 2020)

Parto da un piccolo articolo che ho scritto sul sito della Fondazione Bassetti, anzi da un suo frammento. Sono le parole di un filosofo e di una poetessa: Immanuel Kant e Wislava Szymborska. Uno nato nella serietà più estrema a Konigsberg e l’altra nell’ironia più profonda a Kornik, separati alla nascita da quattrocento chilometri, di verde pianura tedesca o polacca, folta d’erba e di alberi. Dicevo che, dopo la tragedia che oggi viviamo, l’uomo tornerà a generare, i mercanti a scambiare e le città torneranno a crescere. Dice Szymborska: tutto cambia in questo mondo ma i fiori si apriranno ogni primavera. Dunque tutto tornerà come prima. L’unica catastrofe immane, temuta, e che, per fortuna, non si è mai realizzata, è quella della guerra termonucleare che per tanti decenni ha occupato l’immaginario scientifico e popolare dell’Occidente. Una delle più efficaci rappresentazioni di una moderna apocalisse, è La strada, un gran bel libro dello scrittore americano Cormac McCarthy, racconta di un padre e di un figlio che si muovono, anime esangui in un mondo ridotto in cenere: Ce la caveremo, vero, papa? Sì. Ce la caveremo e non ci succederà niente di male. Esatto. Perché noi portiamo il fuoco. Non andrà proprio così ma non voglio anticiparvi nulla, se non l’avete letto, ve lo consiglio. Io penso che questa non sia una catastrofe ma sia “solo” una pandemia e che dunque gli uomini continueranno a generare e a commerciare (e purtroppo a combattere) come prima. Penso che una delle caratteristiche preminenti dell’uomo sia quella di generare (il fuoco che ci portiamo dentro) e che quello sia il fondamento della nostra identità. E’ una citazione del filosofo di Konigsberg che dedico a Mauro Magatti e tutti noi generativi d’animo. L’ho scovata in un prezioso libro di Aldo Schiavone sull’uguaglianza, dice: tutti gli uomini sulla vasta Terra appartengono a un medesimo genere naturale, perché essi generano fra loro sempre figli fecondi, per quanto possano esserci grandi diversità nel loro aspetto. Dunque torneremo a generare, a produrre, a scambiare e le città torneranno a riempirsi di gente. È, oggi, tuttavia, molto difficile dire esattamente quel che succederà dopo la pandemia, anche se è lo specifico quello su cui dobbiamo esercitarci. Dobbiamo chiederci, a partire dal nostro paese, cosa succederà nella realtà dei fatti e delle opere. Di previsioni generiche e distanti dai modelli operativi è pieno il mondo, si chiamano profezie o novelle e raramente hanno un senso pratico per gli uomini. Gli autori che hanno anticipato quel che è successo in questi mesi sono molti (dal romanzo di David Koontz sul virus Wuhan 400, alla ricerca romanzata di David Quammen di Spillover del 2012, al discorso di Bill Gates su TedX del 2014) ma tutto questo non ha cambiato d’una virgola l’impreparazione generale del mondo. Occorre, invece, costruire un pensiero di comunità sulle questioni chiave che riguardano il futuro prossimo e occorre che questi pensieri comuni abbiano la capacità di influenzare la politica e la finanza.

Che ci sia un crollo del prodotto interno lordo lo do per scontato sarebbe difficile pensare diversamente. Dopo l’epidemia di spagnola che colpi il mondo al termine della prima guerra mondiale e fece più di 50 milioni di morti, il crollo del PIL in Europa occidentale fu del 7.5%. Non vedo cosa ci possa essere di differente oggi dopo un arresto globale così prolungato della produzione e del consumo. Per altro verso, in diversi casi di pandemia simile a quella che stiamo vivendo, la fase successiva si è anche caratterizzata per una certa euforia post-traumatica. Jared Diamond in un suo libro (Crisi) suggerisce che le società reagiscono ai grandi fatti della vita come i singoli uomini. Dunque quando si riparte dopo una malattia c’è la gioia della sopravvivenza e lo slancio del nuovo inizio. Due casi, a suffragio di questa tesi sono: la belle epoque che segui la grande infezione della spagnola e la rivoluzione commerciale che segui la peste nera del trecento. Come orientare il possibile sviluppo, con una briciola di saggezza in più, è la parte più difficile a farsi. E’ molto più facile per tutti andare avanti, più o meno come prima, business as usual, dicono gli americani. Non è solo un pensiero retrivo è semplicemente il fatto che quel che si conosce è più facile a farsi che non l’ignoto, al passato siamo abituati ed è più confortevole immaginare di agire come sempre, un grande pensatore del secolo scorso diceva: l’armonia richiede più essere della disarmonia, è Kurt Godel, il più grande logico matematico dopo Aristotele. Ho cercato, dunque, di mettere qualche punto fermo nel fiume di parole che inevitabilmente accadrà. Non ho nessuna speranza che questo servirà a qualcosa ma sento, come tutti voi, come un dovere etico, la necessità di tentare. Tratto solo e brevemente tre punti che mi sembrano centrali:

  1. Lo stato e la civiltà. La cura delle pandemie richiede un surplus di scienza è un aumento delle capacità di fare sistema, un tempo si sarebbe detto che richiede anche un più di compassione divina è ancora oggi, poiché la realtà è stratiforme, il Papa prega e invoca il crocefisso della peste e noi gliene siamo grati. La pandemia, più di tante parole, serve a farci vedere che gli uni senza gli altri semplicemente non esistiamo, e che questa storia infame che ogni uomo è un’isola è vera quando ci guardiamo nello specchio dell’ordinario ma appare inevitabilmente falsa quando soffia il vento della tempesta. La consapevolezza che quel che facciamo – come individui – ha una’inferenza sociale grande e che, tuttavia, è la società (la totalità dei pari) e non l’individuo a definire i veri avanzamenti del fenomeno umano è l’elemento chiave che dall’insondabile azione del virus bisogna imparare. Il risultato generale di questa lotta corpo a corpo premierà le società capaci di essere più avvedute: più disciplinate e più umane insieme. Noi siamo stati duramente colpiti per il fatto d’essere una società molto aperta e conviviale ma bisogna essere anche orgogliosi della nostra capacità di risposta. Bisogna rilevare una generale soddisfazione per la nostra sanità e per il comportamento della maggioranza della nostra gente. Occorre però dire che la pandemia ha reso evidente la necessità di un comportamento unitario su di un territorio vasto, dovrebbe essere l’Europa, ma evidentemente non lo è, che almeno lo sia l’Italia. Io credo che – almeno in tempi d’emergenza – sia necessario un governo nazionale più forte nella gestione delle operazioni sanitarie. Un governo messo al riparo da inutili e insignificanti battibecchi. Sono dunque perché la sanità torni sotto il controllo dello stato. Non dobbiamo dimenticare che la prima linea non è stata un fronte bellico ma una corsia d’ospedale, che questo fenomeno potrebbe ripetersi e che un’ampia occupazione di risorse in questo settore, ivi compresa la ricerca (a misura di quel che si è cominciato a progettare con lo human technopole, sul sito della vecchia expo) è strategicamente indispensabile.
  2. L’impresa. La battaglia contro le esternalità negative del vecchio sistema industriale era già cominciata da tempo e mi auguro verrà rafforzata dalla pandemia. La salute della comunità che viene prima delle sue capacità produttive è un insegnamento che in Italia è stato scolpito nella carne della gente dalle tante battaglie contro il potere inquinante degli altiforni, dal processo Thyssen-Krupp per disastro colposo, ma soprattutto dall’eroica lotta, di pochi prima e di molti poi, contro le filiere produttive dell’Eternit e dell’amianto. Non sono solo le lotte a rendere conto di questi processi di avanzamento della produzione, c’è anche un’intima e progressiva riforma del capitalismo per il quale cambio dei materiali e dei processi costruttivi, miniaturizzazione, automazione (disintermediazione e robotica) sono diventati processi di fondo, in se vantaggiosi, che hanno contribuito a cambiare, dall’interno, le filiere della produzione dell’Occidente. A una domanda dei miei studenti sul futuro dell’impresa dopo la pandemia, ho risposto che non credo che i livelli di qualità e di sicurezza conquistati in questi decenni nello sviluppo del prodotto facilmente regrediranno, tre movimenti li hanno condizionati: una più rigorosa difesa dell’eco sistema, la bellezza che sormonta la funzionalità come accade nella rivoluzione gentile del design italiano e l’organizzazione snella, un movimento risparmioso nei processi di produzione, come è stato proposto dai giapponesi. Questa tendenze sono molto forti nei processi produttivi più avanzati (Barilla e Samsung, Tesla e Dyson), si sono dimostrate anche tendenze vantaggiose per i sistemi industriali, continueranno e verranno rafforzate dalla terribile temperie che abbiamo vissuto. Credo tuttavia che non si debba esagerare con il distanziamento e l’automazione e che le culture polari o diametrali (l’italiana e la giapponese, culture fortemente rituali) potrebbero darci una mano nel farlo, tenendo a freno l’incuria cino/americana per le relazioni fondamentali nel campo del produrre. Due esempi. Penso, al contrario di molti, che educare voglia dire portare appresso, richieda la seduzione dei corpi, dei gesti e delle voci (occorrano tutte queste cose per far crescere gli studenti), è questo la lezione di Platone nel Fedro, che Giorgio Agamben ha letto in modo forte e chiaro. Credo che, finita l’emergenza e, mettendoci in tasca quel che si è imparato sull’insegnamento a distanza, si debba tornare a quella didattica calda e di prossimità che la Montessori e Malaguzzi e Munari ci hanno insegnato a fare. Credo anche che l’affetto strabordante di questi giorni per i lavori umili come quelli di chi, per noi, organizza e rifornisce i negozi debba farci riflettere sul carattere strategico dei campi e dell’agro alimentare. Carlin Petrini ha sempre detto che il cibo è un fattore agricolo. Come paese abbiamo sottovalutato e spesso sottovalutiamo l’enorme e straordinario contributo che questo settore da, e ancor di più può dare, all’economia italiana. Investire e far crescere realtà medio-grandi di qualità in questa filiera comunque strategica è un compito di contro balzo e di contro tendenza che noi come paese possiamo realizzare mentre da tutte le parti si richiede un aumento, più che giusto, della innovazione delle reti e del digitale. Vacche, boschi, acqua e campi devono costruire il retaggio di questa crisi e completare la nostra idea di quel che vuol dire fare impresa moderna. Uscire dalla pandemia producendo significa aumentare la cura. Cura è parola assoluta e salvifica che non deve tornare nel repertorio delle parole abusate: cura degli uomini come i sistemi della sanità hanno fatto in questo tempo pauroso di epidemia, cura della terra come se fosse (ed è) la nostra casa e cura del prodotto come se dovesse accompagnarci non per un giorno ma per tutta la vita. Il titolo di un bel libro di Jonathan Safran Foer può esserci da guida: occorre lavorare come se tutto dovesse essere illuminato. Il timore di quel gran genio di Walter Benjamin era che i prodotti dell’arte avrebbero perso “aura” con l’avvento della tecnica, non è stato così perché cinema e fotografia hanno affiancato l’arte estendendone i confini. Ora come aveva intuito il surrealista André Breton e come il design ha continuato a fare, bisogna stendere l’aura (che è passione, intelligenza e cura) a ogni atto della vita quotidiana come se fossimo i creatori e i curatori di un’unica grande, infinito giardino di opere. Non costa di più, è solo meglio.
  3. Finanza, Come è ovvio per fare tutto questo occorre denaro, occorrono molti soldi ed è evidente che bisognerà mettere al centro del dibattito politico i temi di finanza straordinaria. Nei mesi a venire occorrerà un’immissione di liquidità e un distanziamento di tasse troppo gravose per le imprese e i singoli contribuenti. A questo devono corrispondere due misure di equità proporzionale una maggiore tassazione dei pochi settori che si sono avvantaggiati e di quelli che più velocemente si riprenderanno (le crisi non sono mai uguali per tutti, diceva il vecchio Marx) e un generale (direi obbligatorio) ricorso a un prestito di stato da parte dei patrimoni di riserva delle aziende e del risparmio privato. Tutto questo richiede al tempo grande equilibrio e una forte determinazione collettiva. I paesi del Nord hanno in parte ragione a dubitare di noi e non si può risolvere la cosa dicendo, con una sciiocca battuta, che non compreremo più i loro tulipani. E’ una storia facile-facile, quella della cicala e della formica. Non possiamo far finta di non conoscerla. Anche perché il nostro debito pubblico dice da solo, e ampiamente, quanto nei decenni passati, complici le politiche di competizione elettorale tra DC e PSI, abbiamo vissuto al di sopra dei nostri mezzi. Dunque dobbiamo dire chiaramente quali sono le garanzie sul lungo periodo della liquidità che le aziende e i singoli richiedono, è che è inevitabile, immettere nel mercato. Venderemo di più e incasseremo di più, forse, ma resta il problema di come la ricchezza privata, così ottenuta, possa convergere nelle casse dello stato. Se non risolviamo il problema dell’erario, continuiamo a fare i furbi (che è una delle nostre peggiori caratteristiche) e non facciamo altro – esattamente come temono gli olandesi – che trasferire su altri (i paesi del nord, le generazioni future) il debito maggiorato dall’iniezione di liquidità che ci apprestiamo a fare per rimettere in moto l’economia e dare ristoro alle persone senza lavoro. Che l’America lo faccia non è un’argomentazione che vale. L’America è l’America (finché i cinesi e il mondo lo sopportano) e noi siamo noi. Se non vogliamo parlare di “patrimoniale”, e mai parola fu più impopolare di questa, dobbiamo almeno parlare di un prestito volontario massiccio che trasferisca (a costi e vantaggi accettabili) una parte del risparmio dei privati e dei patrimoni di riserva delle imprese (quantità che nel nostro paese è enorme) nel pubblico erario. Non vedo altra via, ma poiché non sono un economista quantitativo attendo altre e più robuste idee. Il nodo è quello della capienza del nostro erario, è quello e non si scappa (hic Rhodus hic salta dice di nuovo Esopo, che, come credo sappiate, è anche l’inventore della cicala e della formica). Soluzioni altre ben vengano e le più fantasiose, che siano però anche semplici da fare. Non sopporto più i “faremo e dovremo”, diffido delle troppe idee declinate al futuro che se ne infischiano delle coperture nel presente o in un tempo economicamente responsabile.

Fare sistema, prendersi cura ed essere, un po’ più onestamente rigorosi di quel che siamo, mi sembrano tre piccole lezioni che questa grande epidemia può lasciarci, un piccolo lume da tenere alto oltre i lutti, le sofferenze e le lacrime.

Emilia Paolino, Paolo Gallo, Massimo Magni: IL CONTAGIO DELLE EMOZIONI (blog di HBR Italia, 14 Aprile 2020)

In questa crisi dobbiamo gestire le emozioni in maniera produttiva, tenendo in considerazione sia lo stato d’animo del leader che quello dei membri del team, in maniera etica, coerente ed efficiente. Emilia Paolino, SDA Bocconi Fellow | Paolo Gallo, Executive Coach e Autore | Massimo Magni, Università Bocconi e SDA Bocconi

Se qualcuno ci avesse detto il primo gennaio del 2020 che entro la fine del primo trimestre la metà della popolazione mondiale sarebbe stata chiusa in casa, che non avremmo potuto andare a trovare i nostri amici o familiari, che avrebbero chiuso tutti i negozi, che tutti gli spettacoli musicali, teatrali e sportivi sarebbero stati annullati – comprese le olimpiadi - e che la Borsa sarebbe calata del 30% in 3 settimane, avremmo fatto una risata, ritenendo il nostro interlocutore leggermente pazzo o in preda a sostanze illegali. Erano solo tre mesi fa, eppure sembrano tre decenni, durante i quali è successo di tutto: dopo la fase di negazione (“figurati se arriva da noi!”), siamo passati a quella della rabbia, (“nessuno mi deve obbligare a stare a casa”) poi abbiamo iniziato a negoziare (“ok, ma solo per due, massimo tre settimane”), fino ad una fase – legittima – di tristezza e depressione, per poi arrivare a comprendere ed accettare la nuova realtà: che niente sarà piu come prima e che dobbiamo adattarci e capire il nuovo mondo che avremo davanti.

Dal punto di vista emotivo, crediamo che tutti stiano vivendo emozioni intense, non sempre positive, difficili da capire e da gestire. La gestione del nostro stato emotivo diventa quindi un fattore essenziale non solo per noi ma per le persone che ci sono vicine, ironicamente obbligate a starci lontane nel momento in cui capiamo l’obbligo morale dello stare a casa e del social distancing. Se poi abbiamo anche la responsabilità di gestire un team, una funzione, una organizzazione, l’importanza di gestire le emozioni diventa semplicemente fondamentale perché le nostre emozioni sono contagiose e le trasmettiamo agli altri, soprattutto quando la distanza le amplifica.

In questo articolo, spieghiamo come sia possibile gestire le emozioni in maniera produttiva tenendo in considerazione sia lo stato d’animo del leader che quello dei membri del team, in maniera etica, coerente ed efficiente. 

La feroce complessità del contesto attuale richiede sempre più ai membri di un team la capacità di condividere la propria conoscenza e di essere in continuo ascolto sia dell’ambiente circostante sia dei propri colleghi. Un team che sviluppa un clima orientato all’apprendimento riesce a coniugare internamente le diversità e le specificità dei propri membri, ma è anche in grado di cogliere, sintetizzare e rendere propria la conoscenza derivante dall’esterno. In questo contesto il leader gioca un ruolo fondamentale nella costruzione e nello sviluppo di un clima volto a facilitare l’interazione tra gli individui e a favorire la capacità del team di gestire con agilità ed efficacia situazioni complesse. Ma se da una parte il comportamenteo del leader è fondamentale per influenzare lo sviluppo di un clima adeguato all’interno del team, dall’altra, la necessità di fare leva su competenze altamente diversificate per far fronte a problemi complessi non consente al leader di avere una profonda conoscenza di ciascuna delle attività presidiate dai singoli membri del team. A titolo di esempio, si prenda in considerazione il leader di un team che opera in ambito di ingegneria biomedica e che ha come obiettivo lo sviluppo di un robot per svolgere operazioni chirurgiche complesse. Difficilmente il leader di quel team avrà una conoscenza approfondita di tutte le competenze di ciascun membro della sua squadra (composta da medici, ingegneri, designer, esperti di AI, etc.). Il suo ruolo sarà prevalentemente quello di mettere a fattor comune le specifiche competenze ed orchestrare la collaborazione tra persone che si occupano di ambiti molto diversi tra loro. In tale contesto diventa quindi rilevante la capacità del leader di canalizzare emozioni positive al fine di favorire lo sviluppo di un clima disteso, di collaborazione, condivisione e volto alla ricerca di soluzioni innovative.

Ma non è così semplice: gestire un team in cui è necessario mettere a fattor comune tutte le competenze e le singolarità dei membri esercita una pressione sia sul risultato, sia sul clima emotivo. Molto spesso il leader si trova esposto a condizioni di stress che mettono a dura prova la sua capacità di gestire la pressione emotiva. Ciascuno di noi può pensare a situazioni lavorative che ha vissuto in prima persona (errori, ritardi di consegne, difetti di progettazione, guasti dei macchinari, etc.) che possono impattare sul risultato finale e di cui il team leader si sente responsabile. In queste situazioni il leader è esposto a frustrazione, rabbia, timore, ed altre emozioni negative che, se non gestite, impattano pesantemente sulla capacità del team di mantenere vivo un clima positivo, e di conseguenza raggiungere i risultati attesi. Non solo, gli studi fin qui condotti ci dicono che le emozioni negative hanno un effetto più forte e più duraturo rispetto alle emozioni positive, sottolineando quindi l’importanza di gestire la pressione emotiva.

L’incapacità da parte del leader di gestire la pressione emotiva, coniugata ad un’elevata diversità dei membri all’interno del team, può portare a scenari distruttivi in cui la collaborazione viene sostituita da conflitti interpersonali, accuse reciproche ed erosione della fiducia. Quando questo avviene, ci troviamo di fronte ad uno scenario preoccupante: il team ha perso il suo asset fondamentale, la possibilità di condividere, di discutere, di coniugare idee e punti di vista differenti. Le emozioni del leader non sono più qualcosa che rientra nella sfera personale, hanno conseguenze anche su quella professionale e sulle persone che lo circondano. È quindi necessario che il leader sia in grado di sviluppare la capacità di gestire la pressione emotiva per il proprio benessere e per quello del team di cui è responsabile.

Un leader con la maschera?

Una ricerca SDA Bocconi condotta su più di 1.000 individui e i loro team leader, mette in evidenza come la capacità del leader di gestire le emozioni sia particolarmente importante, e come le strategie di controllo emotivo abbiano un impatto sia sul team, sia sul leader stesso. La capacità del leader di cui stiamo parlando, non è quella di non far trasparire le proprie emozioni, ma di gestirle efficacemente in base alla situazione che il team sta affrontando.

Le strategie per regolare le proprie emozioni sono tipicamente due: una è un approccio di masking, mentre la seconda è una strategia di replacing.  La prima, masking, prevede di nascondere il proprio stato emotivo manifestando esternamente quello che la situazione richiede senza modificare le proprie emozioni. In altri termini, il leader mette una “maschera” per dissimulare il proprio stato emotivo.

La strategia di replacing si fonda sulla trasformazione del proprio stato emotivo e sull’interiorizzazione delle emozioni che è più opportuno mostrare in un determinato frangente. In altri termini l’individuo cerca di cambiare le proprie emozioni e di allinearle a quelle attese in quella determinata situazione.

Ricollegandoci alla progettazione di un robot per operazioni chirurgiche, possiamo pensare ad una situazione in cui il team, sotto pressione temporale, riceve dei pezzi difettosi che devono essere rimandati al fornitore per una ulteriore rilavorazione in quanto non conformi alle norme di legge. Il leader potrebbe ricorrere a una delle due strategie mezionate precedentemente per gestire il suo stato emotivo e la conseguente relazione con il proprio team. Da un lato potrebbe non far trasparire il proprio disappunto e la propria frustrazione mantenendo una maschera di impassibilità (masking). D’altro canto, il leader potrebbe provare a cercare di modificare il suo stato emotivo attraverso un processo di replacing. Ad esempio, potrebbe pensare al fatto che la scadenza del progetto non è ancora arrivata; che insieme ai membri del suo team può cercare i pezzi incriminati da differenti fornitori; oppure potrebbe pensare a possibili soluzioni per modificare internamente i pezzi difettosi per continuare con la creazione del prototipo, in attesa di ricevere quelli a norma di legge.

Il ragionamento fin qui fatto, ci porterebbe a dire che lo sforzo emotivo è proficuo solo quando il manager riesce a passare dal processo emotivo di masking a quello di replacing, modificando quindi il proprio stato emotivo da negativo a positivo.

I risultati emersi dalla ricerca di SDA Bocconi mettono in realtà in luce un quadro più complesso. Infatti, i risultati hanno messo in evidenza che una strategia di masking da parte del leader ha un effetto positivo sulla capacità del team di mantenere un clima di apprendimento e focalizzato all’obiettivo. Infatti, attraverso una strategia di masking, il leader non permette che vi sia un’escalation emotiva da parte del team. In una situazione difficile, sentire che il proprio leader risente emotivamente del contesto non favorevole può provocare un effetto contagio tale da non permettere di mantenere efficaci i processi e il clima all’interno del team stesso. In altri termini, il leader indossa una maschera per focalizzarsi sul qui ed ora e per fare in modo che anche i membri del team mantengano il sangue freddo e il focus sulle attività da svolgere. Seppur controintuitivo, il risultato emerso dalla nostra ricerca è coerente con quanto emerge da precedenti studi che hanno preso in considerazione il contagio emotivo, ovvero la situazione in cui gli stati emotivi di un soggetto vengono trasferiti ad altre persone senza che i contagiati ne siano pienamente consapevoli. Il contagio emotivo può portare a conseguenze auspicabili qualora il leader esprima stati d’animo positivi, ma è altresì vero che il leader può innescare un contagio emotivo negativo, con conseguenze molto pericolose per il proprio team. Come abbiamo sottolineato in precedenza, gli effetti delle emozioni negative sono più significativi e duraturi nel tempo. Un leader che fa ricorso ad un approccio di masking, tenendo dentro di sé frustrazione e disappunto, agisce secondo una logica di quarantena emotiva con l’obiettivo di contenere la diffusione di un clima negativo all’interno del team.

Ma l’isolamento delle emozioni finalizzato a mantenere un clima positivo nel team ha un prezzo per il leader. I risultati della ricerca condotta da SDA Bocconi e da altre ricerche in tale ambito, mettono in evidenza che, se da un lato una strategia di masking può essere positiva per i risultati del team, dall’altro l’inautenticità emotiva di questa strategia provoca una tensione interna al leader difficilmente sostenibile nel lungo periodo. I risultati di alcune ricerche in ambito di benessere organizzativo segnalano che gli individui che tendono a sopprimere le proprie emozioni presentano un aumento del 32% nel loro livello di stress. Inoltre, gli effetti negativi per il leader non si vedono solo in termini di benessere personale, ma si riflettono anche sulla performance del leader stesso. I dati della ricerca di SDA Bocconi, evidenziano che mettere in atto strategie di masking porta ad una diminuzione della performance personale del 13%, e ad una riduzione del 17% della capacità di leggere il contesto e di agire quindi con lucidità, in continuità con gli obiettivi prefissati.

Altrettanto intuitivamente, si potrebbe pensare che un leader che adotta strategie di replacing possa avere effetti positivi sul team grazie al fatto che cerchi genuinamente di cambiare il proprio stato emotivo, anziché mettere una maschera. Anche in questo caso, i risultati dello studio fanno emergere una fotografia apparentemente controintuitiva. Infatti, l’adozione di una strategia di replacing non ha influenza sulla capacità del team di mantenere un clima positivo che possa portare al raggiungimento del risultato. La ragione può essere dovuta a due aspetti. In primo luogo, il processo di replacing richiede tempo. In secondo luogo, lo sforzo che il leader mette in campo per cercare di modificare il proprio stato emotivo ha un focus prevalentemente interno, che quindi sortisce meno effetti sull’ambiente esterno e sul team. Ma i risultati della ricerca offrono un quadro altrettanto curioso e interessante se si osserva l’impatto che una strategia di replacing ha sul leader. Il tentativo di modificare il proprio stato emotivo aumenta del 19% la capacità del leader di trovare nuove modalità di sviluppo delle proprie competenze. Anche in questo caso, seppur controintuitiva, l’evidenza ottenuta è consistente con studi precedenti che indicano che all’esercizio nel tempo di strategie di replacing è associato un aumento della fiducia in se stessi e relativa autoefficacia.

L’impatto delle strategie emotive del leader

Questi risultati sembrano delineare uno scenario in cui il leader deve essere in grado di discernere il contesto in cui sta operando e gestire di conseguenza le proprie emozioni. Ad esempio, nel breve periodo e per far fronte a situazioni emergenti, il leader può adottare un approccio di masking per evitare il contagio emotivo e per mantenere il focus del proprio team sull’obiettivo. Questa strategia non può essere però sostenuta nel lungo periodo a causa degli impatti negativi sul leader stesso. Nel lungo periodo le emozioni potrebbero emergere attraverso gesti e comportamenti non controllati, come spesso accade con il body language. Nel lungo periodo, il leader può provare a sperimentare strategie di replacing, in modo da aumentare la propria consapevolezza e la propria abilità nella gestione delle sue emozioni. Questa strategia potrebbe anche attivare un circolo virtuoso in ottica complessiva. Infatti, aumentando la sicurezza e la capacità di gestione delle proprie emozioni, le persone tendono a governare meglio situazioni in cui utilizzano le strategie di masking. In altri termini, la sicurezza che si genera imparando a gestire le proprie emozioni, aiuta a vivere meglio la dissonanza e il conflitto interno che che caratterizza le strategie di masking.

Allenarsi a gestire le emozioni

I risultati della ricerca condotta da SDA Bocconi mettono quindi in evidenza che non vi sia un’unica via per gestire efficacemente la pressione emotiva, ma che il leader debba agire secondo una logica di contingenza tenendo in considerazione sia sé stesso che l’ambiente in cui si trova ad operare. Ma come può il leader gestire efficacemente la pressione emotiva a cui è soggetto? 

  1. Feel. Gli studi più recenti in ambito di gestione delle emozioni hanno messo in evidenza che il primo aspetto fondamentale è quello di non evitare le emozioni e di non adottare un approccio passivo. La maggior parte dei manager considerano le emozioni un aspetto trascurabile del proprio lavoro, ma le evidenze ci dicono che le emozioni costituiscono un elemento preponderante per spiegare il comportamento umano. Pensare di sfuggire ai propri stati d’animo e avere un atteggiamento di passività nella gestione della pressione emotiva, esporrebbero il leader e il proprio team alla diffusione di un clima di tensione e a conseguenze negative in termini di performance o risultati personali. È come se il leader avesse a disposizione un’auto molto potente e aggressiva, ma senza saperlo. Gli effetti potrebbero essere disastrosi. È quindi necessario che il leader impari a riconoscere le proprie emozioni e a comprenderne le conseguenze per il proprio team e per sé stesso.
  2. Read. I risultati della nostra ricerca sottolineano che il leader non solo deve riconoscere e accettare i propri stati emotivi, ma deve anche essere in grado di leggere il contesto in cui questi stati emotivi si sono sviluppati. La consapevolezza interna porta infatti il leader a conoscere quali strategie può mettere in atto per gestire le proprie emozioni, ma la consapevolezza esterna costituisce un elemento fondamentale per mettere in atto la strategia emotiva più coerente sulla base delle esigenze del contesto. Il leader, per poter ottenere i risultati desiderati, deve essere in grado di mantenere una coerenza tra la propria strategia emotiva e l’ambiente di riferimento. Ad esempio, in situazioni di emergenza in cui è richiesta velocità d’azione, è più opportuno cercare di evitare contagi emotivi adottando una strategia di masking e tenere il team focalizzato sull’obiettivo. In una situazione di emergenza sarebbe certamente meno appropriata una strategia di replacing. Infatti, in questo secondo caso sarebbe necessario tempo per rifocalizzare il proprio stato emotivo. 
  3. Train. L’ultimo elemento che può supportare il leader è quello di allenare la propria capacità di gestire le emozioni. Ad esempio, come abbiamo accennato in precedenza, allenare la propria capacità di replacing può esser utile nel lungo periodo a diminuire gli effetti negativi connessi a strategie di masking. Il leader deve quindi allenare la propria capacità di riconoscere le emozioni e di riconoscerne gli impatti sugli altri. È quindi necessario che il leader sviluppi senso critico per apprendere come le proprie emozioni concorrano alla creazione di un clima positivo nel team o contribuiscano alla creazione di un ambiente tossico.

Questi tre elementi, fondamentali per allenare la propria capacità di gestire la pressione emotiva, diventano ancora più critici nella situazione difficile che stiamo vivendo in questo periodo in cui la collaborazione a distanza rappresenta una necessità. Alcune ricerche recenti hanno infatti messo in evidenza che in situazioni di interazione a distanza, dove sperimentiamo un’alterazione delle relazioni e dei ruoli, sia molto più difficile gestire le proprie emozioni, ed è molto più facile che vengano trasferite emozioni negative rispetto a situazioni in cui le persone interagiscono vis à vis. Allo stesso modo, in situazioni di comunicazione virtuale e in distance, è molto più probabile che le persone diano una interpretazione negativa dei messaggi che ricevono, innescando quindi una spirale negativa di emozioni tra capo e collaboratore. La situazione di isolamento che stiamo vivendo richiede quindi ancora una maggiore responsabilità del leader perché un contagio emotivo negativo non avrebbe un impatto solo sui propri collaboratori, ma avrebbe un impatto immediato nel contesto familiare, innescando un’escalation di tensione.

Le emozioni sono quindi contagiose: ma possiamo essere portatori sani di emozioni positive che generano benessere. Per ora possiamo farlo a distanza nella speranza di tornare presto a farlo di persona. In un esperimento sociale di qualche anno fa, un attore fingendo di essere un passeggero in un treno di pendolari – tutti assonati e distratti – si mette a ridere e, nel giro di 2 minuti, tutti i passeggeri iniziano a ridere, senza averne un valido motivo, semplicemente contagiati da una inaspettata positività. Ecco, forse in un momento così intenso e difficile per tutti noi, abbiamo il dovere di trasmettere serenità ed essere contagiati da emozioni positive.

La ricerca in breve

Le evidenze principali su cui si fonda l’articolo derivano da una ricerca condotta da SDA Bocconi School of Management attraverso la somministrazione di questionari a più di 1000 individui (team leader e rispettivi membri) appartenenti a più di 200 team di lavoro. I team presi in considerazione operano in diversi settori (es. energia, servizi finanziari, telecomunicazioni) in modo da corroborare la robustezza delle evidenze e poter generalizzare la validità dei risultati in contesti differenti. Per diminuire possibili fenomeni distorsivi nella formulazione delle risposte, sono stati somministrati questionari differenti ai membri del team e ai team leader. Inoltre, i questionari sono stati compilati in tempi differenti per poter meglio cogliere la relazione causale tra le variabili.

Giorgio Armani: “IO NON VOGLIO PIU' LAVORARE COSI', È IMMORALE. È TEMPO DI TOGLIERE IL SUPERFLUO E RIDEFINIRE I TEMPI” (14 aprile 2020)

Una lettera che ha il valore di una road map per ripartire quando l'emergenza coronavirus sarà superata e ci sarà bisogno di ripartire dalle priorità, rallentando quei ritmi forsennati che il fashion system ha avuto in questi anni, ma che ha il sapore anche di uno sfogo

“Il declino del sistema moda, per come lo conosciamo, è iniziato quando il settore del lusso ha adottato le modalità operative del fast fashion con il ciclo di consegna continua, nella speranza di vendere di più…Io non voglio più lavorare così, è immorale”. Inizia così la lettera scritta da Giorgio Armani a WWD Women’s Wear Daily, rivista settoriale punto di riferimento del mondo della moda. Una lettera che ha il valore di una road map per ripartire quando l’emergenza coronavirus sarà superata e ci sarà bisogno di ripartire dalle priorità, rallentando quei ritmi forsennati che il fashion system ha avuto in questi anni, ma che ha il sapore anche di uno sfogo. Nel mese di marzo le imprese italiane della moda si sono viste azzerare i fatturati, con la merce bloccata nei negozi chiusi almeno fino al prossimo 4 maggio, e le stime di Federazione Moda Italia fanno prevedere un calo di almeno il 50% degli incassi per il 2020 motivo per cui – dopo aver riconvertito le produzioni per fare camici e mascherine – bisogna ripensare a come ripartire.

“Non ha senso che una mia giacca, o un mio tailleur vivano in negozio per tre settimane, diventino immediatamente obsoleti, e vengano sostituiti da merce nuova, che non è poi troppo diversa da quella che l’ha preceduta. Io non lavoro così, trovo sia immorale farlo – scrive Armani -. Ho sempre creduto in una idea di eleganza senza tempo, nella realizzazione di capi d’abbigliamento che suggeriscano un unico modo di acquistarli: che durino nel tempo. Per lo stesso motivo trovo assurdo che durante il pieno inverno, in boutique, ci siano i vestito di lino e durante estate i cappotti di alpaca, questo per il semplice motivo che il desiderio d’acquisto debba essere soddisfatto nell’immediato – prosegue lo stilista analizzando la situazione attuale -. Chi acquista i vestiti per metterli dentro un armadio aspettando la stagione giusta per indossarli? Nessuno, o pochi, io credo. Ma questo sistema, spinta dai department store, è diventata la mentalità dominante. Sbagliato, bisogna cambiare, questa storia deve finire Questa crisi è una meravigliosa opportunità per rallentare tutto, per riallineare tutto, per disegnare un orizzonte più autentico e vero”.

“Basta spettacolarizzazione, basta sprechi. Da tre settimane lavoro con i miei team affinché, usciti dal lockdown, le collezioni estive rimangano in boutique almeno fino ai primi di settembre, com’è naturale che sia. E così faremo da ora in poi. Questa crisi è anche una meravigliosa opportunità per ridare valore all’autenticità: basta con la moda come gioco di comunicazione, basta con le sfilate in giro per il mondo, al solo scopa di presentare idee blande. Basta intrattenere con spettacoli grandiosi che oggi si rivelano per quel che sono: inappropriati, e voglio dire anche volgari. Basta con le sfilate in tutto il mondo, fatte tramite i viaggi che inquinano. Basta con gli sprechi di denaro per gli show, sono solo pennellate di smalto apposte sopra il nulla. Il momento che stiamo attraversando è turbolento, ma ci offre la possibilità, unica davvero, di aggiustare quello che non va, di togliere il superfluo, di ritrovare una dimensione più umana… Questa è forse la più importante lezione di questa crisi”, conclude lo stilista.

Sarah Tilley and Maeve Prendergast: LIFESTYLE, TOURISM AND WELLBEING OFFERINGS SET UP SHOP IN THE DIGITAL REALM (Wunderman Thompson, 14 aprile 2020)

While modern consumers are no strangers to digital platforms, quarantines and social distancing measures have accelerated a migration to fully digital lives. With in-person events from sports games to concerts to restaurants shutting down, digital alternatives are being adopted with increasing fervor. As more of our lives are spent online, there is a growing focus on our digital worlds; from what we wear, what our spaces look like and even what we drive; to virtual tourism; to a new dimension of wellbeing practices for the digital self.

Digital possessions

In this new world of WFH (working from home), many are choosing to forgo the full work attire or makeup, but no one wants to do a video call with a messy kitchen filled with dirty dishes—or at least that’s West Elm’s thought. The home store launched a new set of digital interiors ready for Zoom meetings in March 2020. The home décor of your dreams is a few (free!) clicks away with luxury fittings and even your own virtual dog in one option.

Digital possessions are not a new concept. The gaming world is seeing an influx of designers like Louis Vuitton supplying clothes and other items for avatars. Lifestyle and esports organization 100 Thieves has just made its notoriously hard to get streetwear available in Animal Crossing. On April 6, 2020, the company released virtual versions of every piece of apparel from the last three years in the popular game. Launched last October, Ada, the Chinese mobile app, allows users to purchase clothing and other items from designer fashion brands like Prada and Gucci to dress their avatars for only a few dollars each. The avatars can then go and visit other avatars, all in rooms which can be customized with luxury furnishings in the social-based game. In November 2019, Jaguar launched their first all-electric sports car, the Jaguar Vision Gran Turismo Coupé, in the Gran Tourismo Sport Sony PlayStation 4 game. Featuring all the specs and intricate details of a real Jaguar, the GT Coupé was designed with experimental lightweight materials allowing racing capabilities never seen before.

Avatars aren’t the only ones playing dress up, as fashion brands look to dress real people on their social media accounts. The Fabricant, a digital-only fashion house, sells high-end items worth thousands of pounds while Swedish clothing brand Carlings released their virtual clothing line offering items for €30 or less proving that all ends of the spectrum are looking to this trend. Originally driven by concerns over the sustainability of the fast-fashion industry and the desire for unique social media posts, we could see even greater uptake as we spend more time online and in video calls.

Digital travel

As the radius of daily life constricts, consumers are using screens as a window to the world like never before. Airbnb is offering virtual travel with Online Experiences, launched on April 9, 2020. Virtual tourists can ‘travel’ via Zoom to meditate with Buddhist monks in Japan, visit with the dogs of Chernobyl and cook with a Moroccan family in Marrakech. “Human connection is at the core of what we do,” Catherine Powell, Head of Airbnb Experiences, said in a statement. “With so many people needing to stay indoors to protect their health, we want to provide an opportunity for our hosts to connect with our global community of guests in the only way possible right now, online.”

Destinations around the world are taking a similar approach. Hotels from California to Jerusalem to St. Bart’s are offering live streams of the views from their rooms so would-be guests can take a virtual getaway. The Jamaica Tourist Board kicked off its “Escape to Jamaica” series on April 3, 2020, inviting virtual visitors to participate in Jamaican culture with dance parties, cooking demos and yoga sessions hosted on Instagram Live.

Gaming, too, is offering a modern mode for digital tourism. In February 2020, Xbox partnered with Rough Guides, British travel guide publisher, to release a virtual travel guide through the diverse landscapes and captivating universes of various games, including Halo 5: Guardians, Metro Exodus and Forza Horizon 4. The guide highlights beautiful don’t-miss digital destinations and otherworldly vistas.

“Game graphics are so immersive and all-consuming, you don’t just experience the gameplay – you experience the very world in which the gameplay unfolds,” Rough Guide wrote in blog post. “That thrilling feeling of being somewhere new is no longer the exclusive domain of real-world travel.”

Digital wellbeing

The online realm has often offered a sense of escape for many, but as daily habits and everyday stressors are moving online, consumers are looking for wellbeing tools that reflect and cater to heightened digital-first lifestyles. New games and activity platforms are helping alleviate the pressures of the new normal and redirect extra energy into something purposeful and uplifting.

In the UK, the launch of Animal Crossing: New Horizons has sent a wave of stressed-out Brit’s into a paradoxical world of paradise. Users are able to pop into the game where their most important task for the day might resemble picking fruit and running errands, or even relaxing on a beach and doing some fishing.

Canadian start-up Tru Luv Media has revamped their #SelfCare app to cater to the current wellbeing state of its users. The app invites users into a virtual bedroom and gives them options to fulfill simple tasks, like watering a plant or picking up laundry, to help them find a sense of order and calm. The recent update includes gentler welcome messages and downloadable coloring and crafting pages available on their Instagram.

This marks an evolution of the digital detox, moving from a way to disconnect to a way to cultivate wellbeing practices in the digital realm. As every aspect of our lives—professional, personal and social—now shifts online and is increasingly dependent on virtual tools, fully disengaging from the digital space seems unimaginable. Instead, consumers are developing online habits that help them find balance for their digital selves and coexist peacefully with their digital presence.

Serena Nardo: RIAPRE LO STUDIO MEDICO (14 aprile 2020)

Spero abbiate passato comunque una buona Pasqua e nel salutare tutti voi, volevo comunicarvi che il mio studio medico riaprirà da lunedi  27  aprile (in base alle direttive del DPCM del 10-04-2020 - allegato 3, che regolamenta l'apertura delle attività professionali a carattere scientifico).
Con molti di voi ci siamo già sentiti nei giorni passati e abbiamo riprogrammato le visite direttamente a maggio.
Per chi ha fissato l'appuntamento dal 27 aprile in poi, ci risentiremo in questi giorni per decidere insieme se confermarlo o spostarlo.
Per poter lavorare tutti in serenità e in assoluta sicurezza:

Se avete dubbi, domande o spunti per migliorare ulteriormente il servizio scrivetemi senz'altro.

E' chiaro che stiamo tutti iniziando a fare le prove generali per la "fase due" che sarà inevitabilmente di convivenza con la pandemia e di acquisizione di abitudini nuove.

Collaborazione è la parola chiave in questo periodo, io sono la prima a voler trovare ogni modo possibile per garantire un servizio sicuro e continuare a svolgere la mia attività e sono sicura che troverò nei miei pazienti la capacità di comprendere qualche piccolo disagio.

Un grande saluto!

Alberto Olivetti: «ALCUNI ACCUSATI D'AVER PROPAGATO LA PESTE» (Centro per la riforma dello Stato, 13 aprile 2020)

Dalla colonna infame di Manzoni fino alla cronaca odierna del COVID-19. Un filo di diffidenza, malversazione e abuso nei confronti del vicino “untore”, capro espiatorio del male che desola il mondo. Si constata, con amarezza, che “tali ragioni non furon purtroppo particolari a un’epoca (pubblicato su Il Manifesto, 4 aprile 2020)

Una Nota di Leonardo Sciascia si legge in appendice alla edizione della Storia della Colonna Infame di Alessandro Manzoni, pubblicata nel 1981 da Sellerio nella collana “La memoria”. Sciascia non manca di constatare, prima di ogni altra considerazione, che “questo piccolo grande libro resta tra i meno conosciuti della letteratura italiana”, indizio sicuro, lascia intendere Sciascia, della debole educazione civile degli italiani, che non è mai giunta, per così dire, a consolidarsi in una robusta complessione.

Manzoni indica al lettore con queste parole l’argomento della Colonna Infame: "Ai giudici che, in Milano, nel 1630, condannarono a supplizi atrocissimi alcuni accusati d’aver propagata la peste con certi ritrovati sciocchi non men che orribili, parve d’aver fatto una cosa talmente degna di memoria, che, nella sentenza medesima, dopo aver decretata, in aggiunta dei supplizi, la demolizione della casa d’uno di quegli sventurati, decretarono di più, che in quello spazio s’innalzasse una colonna, la quale dovesse chiamarsi infame, con un’iscrizione che tramandasse ai posteri la notizia dell’attentato e della pena. E in ciò non si ingannarono: quel giudizio fu veramente memorabile".

Traendo alimento alla sua meditazione dalle Osservazioni sulla tortura di Pietro Verri che si era proposto, dice Manzoni, “di ricavar da quel fatto un argomento contro la tortura”, Manzoni, dal canto suo, “senza togliere all’ignoranza e alla tortura la parte loro in quell’orribile fatto”, orienta la sua riflessione convinto che “la menzogna, l’abuso del potere, la violazion delle leggi e delle regole più note e ricevute, l’adoprar doppio peso e doppia misura”, che, insomma “tali ragioni non furon purtroppo particolari a un’epoca”.

E per tanto, afferma Manzoni, “dalla storia, per quanto possa esser succinta, d’un avvenimento complicato, d’un gran male fatto senza ragione da uomini a uomini, devono necessariamente potersi ricavare osservazioni più generali, e d’un’utilità, se non così immediata, non meno reale”: ossia, ci pare di poter interpretare in sintonia con Sciascia, utili (diciamo necessarie) alla formazione d’una solida educazione civile da esercitarsi nella relazione virtuosa che ha da tenere insieme istituzioni e singoli cittadini.

Una lezione, insomma, che resti permanente, che sia capace, alla bisogna, di scongiurare il ricorso a rimedi illusori, ad espedienti pericolosi, ad interpretazioni tanto fallaci quanto interessate quando sopraggiunga il tempo della malattia infettiva che incombe e dilaga sull’intera popolazione. Si trattava in quell’anno 1630 di affrontare l’epidemia di peste che desolava Milano. Si tratta in quest’anno 2020 di affrontare la pandemia di Covid-19 che desola il mondo. Per affrontarla conoscerne le cause e non, in mancanza di conoscenza certa, stabilire, deciderne la causa.

Nel 1630 individuare negli untori coloro che avevano diffuso il contagio, consentiva di dare una risposta (infondata, illogica, assurda, ma, come che sia, una risposta) alla domanda che ogni milanese, morendo o temendo di ammalarsi e morire, si faceva chiedendosi il perché di quell’inarrestabile, incomprensibile scempio. Un dio adirato? La funesta congiunzione delle lontane stelle? I miasmi esalati da mefitiche arie? Cause per certo potenti queste, ma che operano invisibili pur quando, con la loro azione, determinano evidenze inoppugnabili: l’orrore dei cadaveri che si accumulano innanzi ai nostri occhi. Una causa visibile, questo era necessario indicare.

Dunque prossima quanto lo è il contatto diretto che provoca la morte: il contagio, appunto. E allora nel vicino, in chi mi trovo accanto, posso ben riconoscere l’autore indubbio della mia morte, se muoio. E in lui vedo, se morto non sono, il nemico ‘mortale’ che debbo distruggere. Verri nelle Osservazioni non conferisce il giusto rilievo alla ragion di stato o volontà politica che, nel caso degli untori, muove alla punizione esemplare di colpevoli ad arte confezionati.

È necessario non comminare una pena, ma annientare colui che si è stabilito sia, per decreto, il responsabile della peste. E ad una investigazione più sottile – ahinoi! – si vedono la coerenza e lucidità degli aguzzini. Se contagio c'è - e c'è - c'è chi contagia. E c'è. Vedete? Eccolo!

Padre Livio: RIFLESSIONE SULLA PASQUA (12 aprile 2020)

Maria di Magdala… le altre…
Tutte a correre di buon mattino alla tomba, 
Per finire quanto non era stato possibile fare il giorno prima,
per sistemare il corpo dell'Uomo tanto amato
Che aveva trasformato le loro vite,
Aveva aperto loro nuovi orizzonti,
Le aveva fatte sentire amate, rispettate,
Aveva donato loro quella dignità troppe volte negata.
E gli altri? I suoi? Mah… scomparsi, loro sì,
Loro sì che si sono fatti fantasmi,
Prede della paura di essere anche loro "contagiati"
Dalla violenza che strappa la vita.
Ma, magra consolazione, almeno le donne
Un corpo su cui piangere,
Un corpo su cui riversare l'ultimo bacio, l'ultima carezza
Una tomba su cui versare l'ultima lacrima
L'avevano, o così pensavano.
Noi, spesso, nemmeno quello:
Da un giorno all'altro il vuoto,
l'assenza più totale, quella che spacca dentro,
Quella per cui piangi ma su chi? Su cosa? 
E quanto dovrai attendere prima di? E dove sarà finito?
Nulla. Il vuoto. L'angoscia che ti spiazza anche il dolore,
Che quasi te lo rende vano, vacuo.
E la stessa cosa successe quel mattino,
Questo mattino,
Nel nostro giardino del quotidiano:
Non c'è, è Risorto!
Nemmeno il pietrone di quella tomba
È riuscito a fermare l'impeto della vita, 
Nemmeno tutta la violenza bruta ce l'ha fatta
A tenerlo prigioniero:
Non est hic, Resurrexit!
Chi? Il Crocifisso!
Proprio lui, proprio quello che abbiamo visto spirare,
Proprio Lui che porta i segni cruenti
Che lo rendevano maledetto,come tutti coloro che pendono da legno,
Proprio lui che ha attraversato gli abissi del dolore che nasce dalla violenza,
Proprio lui che ha assunto tutte le nostre sofferenze,
Le ha portate nella tomba
E lì le ha lasciate.
Il Signore Crocifisso che porta per sempre e ovunque
I segni della sua Passione per noi
Si fa ora fratello,
Cammina di nuovo sulle nostre strade
E ci toglie l'unica certezza che ancora deve cadere:
La morte non ha l'ultima parola,
La morte non è l'ultima parola.
Piegati e piagati,
Anche noi crocifissi con Lui,
Usciamo oggi dalla tomba
Per gridare, cantare, danzare con Lui
La forza della vita,
La forza di una vita che vince la morte,
Che vince ogni morte,
La forza di una vita che alla violenza risponde con il perdono,
La forza di una vita che solo nel dono totale
È capace di sfondare la pietra tombale 
Che ancora ci tiene prigionieri.
Il Crocifisso Risorto è con noi,
La sua vita è per noi:
Lasciamo il giardino,
Torniamo indietro
Per dirlo a tutti che noi ci crediamo:
È Risorto! Non siamo soli.
Coraggio! Ci precede e ci invita ad osare la sfida:
La morte non ci avrà! Mai!

Papa Francesco: OMELIA PASQUALE E MESSAGIO "URBI ET ORBI" (12 aprile 2020)

MESSAGGIO "URBI ET ORBI"

"Oggi l'Unione Europea ha di fronte a sé una sfida epocale, dalla quale dipenderà non solo il suo futuro, ma quello del mondo intero. Non si perda l'occasione di dare ulteriore prova di solidarietà, anche ricorrendo a soluzioni innovative". "L'alternativa - ha detto - è solo l'egoismo degli interessi particolari e la tentazione di un ritorno al passato, con il rischio di mettere a dura prova la convivenza pacifica e lo sviluppo delle prossime generazioni".

"Come una fiamma nuova", la "Buona Notizia" della Resurrezione "si è accesa nella notte": "la notte di un mondo già alle prese con sfide epocali ed ora oppresso dalla pandemia, che mette a dura prova la nostra grande famiglia umana. In questa notte è risuonata la voce della Chiesa: 'Cristo, mia speranza, è risorto!'". Per Francesco, "è un altro 'contagio', che si trasmette da cuore a cuore - perché ogni cuore umano attende questa Buona Notizia. È il contagio della speranza: 'Cristo, mia speranza, è risorto!'".

"Incoraggio quanti hanno responsabilità politiche ad adoperarsi attivamente in favore del bene comune dei cittadini, fornendo i mezzi e gli strumenti necessari per consentire a tutti di condurre una vita dignitosa e favorire, quando le circostanze lo permetteranno, la ripresa delle consuete attività quotidiane".

"Per molti è una Pasqua di solitudine, vissuta tra i lutti e i tanti disagi che la pandemia sta provocando, dalle sofferenze fisiche ai problemi economici", ha riconosciuto papa Francesco. "Il mio pensiero quest'oggi - ha detto - va soprattutto a quanti sono stati colpiti direttamente dal coronavirus: ai malati, a coloro che sono morti e ai familiari che piangono per la scomparsa dei loro cari, ai quali a volte non sono riusciti a dare neanche l'estremo saluto". 

"Gesù, nostra Pasqua, dia forza e speranza ai medici e agli infermieri, che ovunque offrono una testimonianza di cura e amore al prossimo fino allo stremo delle forze e non di rado al sacrificio della propria salute. A loro, come pure a chi lavora assiduamente per garantire i servizi essenziali necessari alla convivenza civile, alle forze dell'ordine e ai militari che in molti Paesi hanno contribuito ad alleviare le difficoltà e le sofferenze della popolazione, va il nostro pensiero affettuoso con la nostra gratitudine".

"Non è questo il tempo delle divisioni. Cristo nostra pace illumini quanti hanno responsabilità nei conflitti, perché abbiano il coraggio di aderire all'appello per un cessate il fuoco globale e immediato in tutti gli angoli del mondo". "Non è questo il tempo in cui continuare a fabbricare e trafficare armi, spendendo ingenti capitali che dovrebbe essere usati per curare le persone e salvare vite".

"Si allentino pure le sanzioni internazionali che inibiscono la possibilità dei Paesi che ne sono destinatari di fornire adeguato sostegno ai propri cittadini e si mettano in condizione tutti gli Stati di fare fronte alle maggiori necessità del momento, riducendo, se non addirittura condonando, il debito che grava sui bilanci di quelli più poveri". 

Per le disposizioni anti-coronavirus, la liturgia - trasmessa in diretta video - si è svolta senza la partecipazione dei fedeli. Nel corso della celebrazione, sempre per l'emergenza sanitaria in atto, è stato omesso il rito del "Resurrexit".

OMELIA DELLA VEGLIA PASQUALE NELLA NOTTE SANTA

«Dopo il sabato» (Mt 28,1) le donne andarono alla tomba. È iniziato così il Vangelo di questa Veglia santa, con il sabato. È il giorno del Triduo pasquale che più trascuriamo, presi dalla fremente attesa di passare dalla croce del venerdì all’alleluia della domenica. Quest’anno, però, avvertiamo più che mai il sabato santo, il giorno del grande silenzio. Possiamo specchiarci nei sentimenti delle donne in quel giorno. Come noi, avevano negli occhi il dramma della sofferenza, di una tragedia inattesa accaduta troppo in fretta. Avevano visto la morte e avevano la morte nel cuore. Al dolore si accompagnava la paura: avrebbero fatto anche loro la stessa fine del Maestro? E poi i timori per il futuro, tutto da ricostruire. La memoria ferita, la speranza soffocata. Per loro era l’ora più buia, come per noi.

Ma in questa situazione le donne non si lasciano paralizzare. Non cedono alle forze oscure del lamento e del rimpianto, non si rinchiudono nel pessimismo, non fuggono dalla realtà. Compiono qualcosa di semplice e straordinario: nelle loro case preparano i profumi per il corpo di Gesù. Non rinunciano all’amore: nel buio del cuore accendono la misericordia. La Madonna, di sabato, nel giorno che verrà a lei dedicato, prega e spera. Nella sfida del dolore, confida nel Signore. Queste donne, senza saperlo, preparavano nel buio di quel sabato «l’alba del primo giorno della settimana», il giorno che avrebbe cambiato la storia. Gesù, come seme nella terra, stava per far germogliare nel mondo una vita nuova; e le donne, con la preghiera e l’amore, aiutavano la speranza a sbocciare. Quante persone, nei giorni tristi che viviamo, hanno fatto e fanno come quelle donne, seminando germogli di speranza! Con piccoli gesti di cura, di affetto, di preghiera.

All’alba le donne vanno al sepolcro. Lì l’angelo dice loro: «Voi non abbiate paura. Non è qui, è risorto» (vv. 5-6). Davanti a una tomba sentono parole di vita… E poi incontrano Gesù, l’autore della speranza, che conferma l’annuncio e dice: «Non temete» (v. 10). Non abbiate paura, non temete: ecco l’annuncio di speranza. È per noi, oggi. Oggi. Sono le parole che Dio ci ripete nella notte che stiamo attraversando.

Stanotte conquistiamo un diritto fondamentale, che non ci sarà tolto: il diritto alla speranza. È una speranza nuova, viva, che viene da Dio. Non è mero ottimismo, non è una pacca sulle spalle o un incoraggiamento di circostanza, con un sorriso di passaggio. No. È un dono del Cielo, che non potevamo procurarci da soli. Tutto andrà bene, diciamo con tenacia in queste settimane, aggrappandoci alla bellezza della nostra umanità e facendo salire dal cuore parole di incoraggiamento. Ma, con l’andare dei giorni e il crescere dei timori, anche la speranza più audace può evaporare. La speranza di Gesù è diversa. Immette nel cuore la certezza che Dio sa volgere tutto al bene, perché persino dalla tomba fa uscire la vita.

La tomba è il luogo dove chi entra non esce. Ma Gesù è uscito per noi, è risorto per noi, per portare vita dove c’era morte, per avviare una storia nuova dove era stata messa una pietra sopra. Lui, che ha ribaltato il masso all’ingresso della tomba, può rimuovere i macigni che sigillano il cuore. Perciò non cediamo alla rassegnazione, non mettiamo una pietra sopra la speranza. Possiamo e dobbiamo sperare, perché Dio è fedele. Non ci ha lasciati soli, ci ha visitati: è venuto in ogni nostra situazione, nel dolore, nell’angoscia, nella morte. La sua luce ha illuminato l’oscurità del sepolcro: oggi vuole raggiungere gli angoli più bui della vita. Sorella, fratello, anche se nel cuore hai seppellito la speranza, non arrenderti: Dio è più grande. Il buio e la morte non hanno l’ultima parola. Coraggio, con Dio niente è perduto!

Coraggio: è una parola che nei Vangeli esce sempre dalla bocca di Gesù. Una sola volta la pronunciano altri, per dire a un bisognoso: «Coraggio! Alzati, [Gesù] ti chiama!» (Mc 10,49). È Lui, il Risorto, che rialza noi bisognosi. Se sei debole e fragile nel cammino, se cadi, non temere, Dio ti tende la mano e ti dice: “Coraggio!”. Ma tu potresti dire, come don Abbondio: «Il coraggio, uno non se lo può dare» (I Promessi Sposi, XXV). Non te lo puoi dare, ma lo puoi ricevere, come un dono. Basta aprire il cuore nella preghiera, basta sollevare un poco quella pietra posta all’imboccatura del cuore per lasciare entrare la luce di Gesù. Basta invitarlo: “Vieni, Gesù, nelle mie paure e di’ anche a me: Coraggio!”. Con Te, Signore, saremo provati, ma non turbati. E, qualunque tristezza abiti in noi, sentiremo di dover sperare, perché con Te la croce sfocia in risurrezione, perché Tu sei con noi nel buio delle nostre notti: sei certezza nelle nostre incertezze, Parola nei nostri silenzi, e niente potrà mai rubarci l’amore che nutri per noi.

Ecco l’annuncio pasquale, annuncio di speranza. Esso contiene una seconda parte, l’invio. «Andate ad annunciare ai miei fratelli che vadano in Galilea» (Mt 28,10), dice Gesù. «Vi precede in Galilea» (v. 7), dice l’angelo. Il Signore ci precede, ci precede sempre. È bello sapere che cammina davanti a noi, che ha visitato la nostra vita e la nostra morte per precederci in Galilea, nel luogo, cioè, che per Lui e per i suoi discepoli richiamava la vita quotidiana, la famiglia, il lavoro. Gesù desidera che portiamo la speranza lì, nella vita di ogni giorno. Ma la Galilea per i discepoli era pure il luogo dei ricordi, soprattutto della prima chiamata. Ritornare in Galilea è ricordarsi di essere stati amati e chiamati da Dio. Ognuno di noi ha la propria Galilea. Abbiamo bisogno di riprendere il cammino, ricordandoci che nasciamo e rinasciamo da una chiamata gratuita d’amore, là, nella mia Galilea. Questo è il punto da cui ripartire sempre, soprattutto nelle crisi, nei tempi di prova. Nella memoria della mia Galilea.

Ma c’è di più. La Galilea era la regione più lontana da dove si trovavano, da Gerusalemme. E non solo geograficamente: la Galilea era il luogo più distante dalla sacralità della Città santa. Era una zona popolata da genti diverse che praticavano vari culti: era la «Galilea delle genti» (Mt 4,15). Gesù invia lì, chiede di ripartire da lì. Che cosa ci dice questo? Che l’annuncio di speranza non va confinato nei nostri recinti sacri, ma va portato a tutti. Perché tutti hanno bisogno di essere rincuorati e, se non lo facciamo noi, che abbiamo toccato con mano «il Verbo della vita» (1 Gv 1,1), chi lo farà? Che bello essere cristiani che consolano, che portano i pesi degli altri, che incoraggiano: annunciatori di vita in tempo di morte! In ogni Galilea, in ogni regione di quell’umanità a cui apparteniamo e che ci appartiene, perché tutti siamo fratelli e sorelle, portiamo il canto della vita! Mettiamo a tacere le grida di morte, basta guerre! Si fermino la produzione e il commercio delle armi, perché di pane e non di fucili abbiamo bisogno. Cessino gli aborti, che uccidono la vita innocente. Si aprano i cuori di chi ha, per riempire le mani vuote di chi è privo del necessario.

Le donne, alla fine, «abbracciarono i piedi» di Gesù (Mt 28,9), quei piedi che per venirci incontro avevano fatto un lungo cammino, fino ad entrare e uscire dalla tomba. Abbracciarono i piedi che avevano calpestato la morte e aperto la via della speranza. Noi, pellegrini in cerca di speranza, oggi ci stringiamo a Te, Gesù Risorto. Voltiamo le spalle alla morte e apriamo i cuori a Te, che sei la Vita.

Riccardo Luna: COSA FAREBBE "IL PROFESSORE" CONTRO IL CORONAVIRUS (la Repubblica, 12 aprile 2020)

Ci muoviamo per slogan, che adesso si chiamano hashtag, come se fossero colonne alle quali appoggiarci mentre intorno a noi viene giù tutto. Tutto quello che eravamo prima. La nostra vita di prima. Che ogni giorno ci sembra un po’ più lontana, sbiadita. E allora #iorestoacasa perché così #andràtuttobene e #finirapresto. Ma forse no. Con quasi 20 mila morti lo possiamo già dire che non è andata benissimo? E con davanti ancora diverse settimane di quarantena chi se la sente di dire che la fine sarà “presto”?

Abbiamo fretta di ricominciare, scalpitiamo di dimostrare che ce l’abbiamo fatta. Infatti abbiamo riaperto le librerie, forse. I bambini non possono uscire da casa ma se il genitore vuole comprarsi un libro può attraversare la città. Bella la cultura ma serviva davvero questa fretta? Il virus non ha fretta, il virus ha i suoi tempi. Il virus è lento come un serial killer quando ormai è entrato in casa. Chi gli ha aperto la porta? Noi? Succede sempre così: il killer mica sembra un killer quando bussa, questo sembrava proprio una banale influenza e invece no. 

Il virus se ne infischia se già parliamo di fase 2 come se fossimo in un videogioco. Anzi, si diverte. Abbiamo chiuso tutto quando i contagi attivi erano circa 8 mila: che senso ha riaprire ora che sono 100 mila? Il 10 marzo, giorno del lockdown, i nuovi casi furono meno di mille, ieri oltre 4 mila. Stiamo meglio, dicono, ma esattamente: da che punto di vista? Perché ci siamo abituati a seicento morti al giorno? Non è una critica, la perdita di lucidità è un effetto collaterale della quarantena: succede a tutti, se ti bendano dopo un po’ non sai più dove sei, è normale. E fai altri errori. Epperò altri errori non ce li possiamo permettere. 

Ci servono speranze fondate e verità spietate. Serve un piano. Nella “Casa di Carta” quando la banda sembra spacciata, quando la logica imporrebbe una resa, cos’è che tiene il gruppo unito e vivo? Un piano. Il fatto che “il Professore” abbia studiato tutto, previsto tutto, calcolato tutto. Se hai un piano non ti arrendi, nemmeno alla disperazione. Se hai un piano, combatti. E invece: dove sono i test di massa di cui parliamo da mesi? E le analisi del sangue per stabilire chi è già immune? E la app di tracciamento dei positivi che fine ha fatto? Perché il premier non la ufficializza visto che ormai è chiaro a tutti come funzionerà e come tutelerà la nostra privacy?

Stare chiusi in casa ci salva dal contagio certo, ma intanto distrugge tutto quello che avevamo costruito. Ha senso? Sì, perché ci fa guadagnare tempo. Ma a patto di usarlo per fare un piano. Altrimenti è tempo perduto. Un piano però non è un hashtag, non è un altro slogan. Un piano è una storia in cui credere e per cui resistere provando a vincere.

Antonio Scurati: L'ARTE DI DIRE E RINCUORARE (Corriere della Sera, 10 aprile 2020)

Arrivano momenti nella storia dei popoli nei quali le parole non solo sono importanti ma addirittura vitali. Questo è uno di quei momenti. Eppure, purtroppo, proprio ora quelle parole mancano, le bocche che dovrebbero pronunciarle tacciono. Mi riferisco all’oratoria politica, alla capacità del leader di guidare un popolo attraverso la sola forza della parola.

Il linguaggio umano verbale è prodigo di numerose funzioni: con le parole si può nominare, spiegare, descrivere, inventare, informare, raccontare, conoscere e via dicendo. Con le sole parole si può addirittura agire ma la prestazione più alta cui la parola umana possa elevarsi è niente meno che la sopravvivenza stessa. La lotta interminabile con cui la specie umana - costantemente sottoposta a minaccia mortale - tenta faticosamente di mantenersi in vita trova nella parola un alleato fondamentale.

Ciò accade soprattutto nei frangenti del dramma collettivo. È allora che il discorso pubblico può e deve persuadere a tenere linee di condotta prudenti (l’autoreclusione, nel nostro caso) o muovere a un agire straordinario (la militanza «eroica» del personale sanitario). Ma quel tipo speciale di parola può avere un raggio ancora più vasto: l’eloquenza pubblica può dare una versione accettabile di una realtà terribile. Non si tratta di mistificare, nascondere, ingannare. Al contrario, si tratta di narrazioni veritative che illuminino il dramma con una luce che lo renda sopportabile, che renda il vivere possibile e, in taluni casi estremi, anche il morire accettabile. Proteggere gli uomini dalla violenza brutale della realtà conferendole un senso. Rincuorare. Di questo è capace l’arte oratoria degli uomini eminenti nei frangenti drammatici.

Quasi nessuno in questi mesi se n’è mostrato all’altezza. Non stupisce. La decadenza dell’oratoria politica è parte di un ampio processo storico di decadenza dell’uomo pubblico e di trasformazione dei mezzi di comunicazione. Eppure, l’inadeguatezza dei discorsi dei nostri leader di fronte alla pandemia è anche misura della loro inettitudine a fronteggiarla. Pochi esempi.

Io credo che, prima di parlare di qualsiasi «fase 2», noi si debba piangere i nostri morti. È essenziale non solo per la nostra dignità morale e salvezza spirituale ma anche per il futuro della nostra comunità politica. Poiché mi scopro inadeguato al compito, vorrei insieme a tutti voi compiangere i nostri morti affidandomi alle sconsolate, implacate ma pietose parole del poeta: «E tu, padre mio, là sulla triste altura / maledicimi, benedicimi, ora con le tue lacrime furiose. Te ne prego. / Non andartene docile in quella buona notte / infuria, infuria contro il morire della luce» (qui la voce di Dylan Thomas che legge «Do not go gentle into that good night»).

Gianluca Vecchi: VENERDI' SANTO, LA MESSA DEL PAPA - «Il virus non è un castigo di Dio» (la Repubblica, 10 aprile 2020)

IL TESTO DELLA VIA CRUCIS

Il Coronavirus non è un castigo divino, «Dio è alleato nostro, non del virus!». Ma come la Crocifissione, «il racconto del male oggettivamente più grande mai commesso sulla terra», ha cambiato «il senso del dolore e della sofferenza umana», allo stesso modo la pandemia, oltre agli effetti tragici, potrà averne di positivi, svegliarci dall’ «illusione di onnipotenza» e farci riscoprire «il sentimento di solidarietà».

Nella messa della passione in San Pietro, celebrata dal Papa, non è Francesco ma padre Raniero Cantalamessa, predicatore della Casa Pontificia, a tenere l’omelia. Nella Basilica, come in tutta la Settimana Santa, non ci sono fedeli, il pontefice presiede la celebrazione con pochi altri sacerdoti. Francesco si prostra davanti alla Croce, in preghiera silenziosa, e solo lui tra i presenti, per via della pandemia, si avvicina a baciarla. Padre Cantalamessa riflette sulla Croce che cambia il senso della sofferenza, «non è più un castigo, una maledizione. È stata redenta in radice da quando il Figlio di Dio l’ha presa su di sé». A volte «Dio sconvolge i nostri progetti e la nostra quiete, per salvarci dal baratro che non vediamo».

Ma «attenti a non ingannarci» , scandisce il predicatore: «Se questi flagelli fossero castighi di Dio, non si spiegherebbe perché essi colpiscono ugualmente buoni e cattivi, e perché, di solito, sono i poveri a portarne le conseguenze maggiori. Sono forse essi più peccatori degli altri?». No, «colui che un giorno pianse per la morte di Lazzaro, piange oggi per il flagello che si è abbattuto sull’umanità». Il predicatore non potrebbe essere più chiaro, con buona pace delle frange più conservatrici, non solo cattoliche: «Dio soffre, come ogni padre e ogni madre. Quando un giorno lo scopriremo, ci vergogneremo di tutte le accuse che gli abbiamo rivolte in vita. Dio partecipa al nostro dolore per superarlo».

Qui sta il punto: «Forse che Dio Padre ha voluto lui la morte del suo Figlio sulla croce, a fine di ricavarne del bene? No, ha semplicemente permesso che la libertà umana facesse il suo corso, facendola però servire al suo piano, non a quello degli uomini. Questo vale anche per i mali naturali, terremoti ed epidemie. Non le suscita lui. Egli ha dato anche alla natura una sorta di libertà, qualitativamente diversa, certo, da quella morale dell’uomo, ma pur sempre una forma di libertà. Libertà di evolversi secondo le sue leggi di sviluppo. Non ha creato il mondo come un orologio programmato in anticipo in ogni suo minimo movimento. È quello che alcuni chiamano il caso, e che la Bibbia chiama invece “sapienza di Dio”». Chiarito questo, nella «situazione drammatica che stiamo vivendo» tratta di guardare non solo «agli effetti negativi, di cui ascoltiamo ogni giorno il triste bollettino, ma anche quelli positivi che solo una osservazione più attenta ci aiuta a cogliere».

Anzitutto, «la pandemia del Coronavirus ci ha bruscamente risvegliati dal pericolo maggiore che hanno sempre corso gli individui e l’umanità, quello dell’illusione di onnipotenza. È bastato il più piccolo e informe elemento della natura, un virus, a ricordarci che siamo mortali, che la potenza militare e la tecnologia non bastano a salvarci». L’altro «frutto positivo» è «il sentimento di solidarietà», fa notare padre Cantalamessa: «Quando mai, a nostra memoria, gli uomini di tutte le nazioni si sono sentiti così uniti, così uguali, così poco litigiosi, come in questo momento di dolore? Ci siamo dimenticati dei muri da costruire. Il virus non conosce frontiere. In un attimo ha abbattuto tutte le barriere e le distinzioni: di razza, di religione, di ricchezza, di potere. Non dobbiamo tornare indietro, quando sarà passato questo momento. Come ci ha esortato il Santo Padre, non dobbiamo sciupare questa occasione. Non facciamo che tanto dolore, tanti morti, tanto eroico impegno da parte degli operatori sanitari sia stato invano. È questa la “recessione” che dobbiamo temere di più».

Il predicatore cita Isaia, «spezzeranno le loro spade e ne faranno aratri». E conclude: «Diciamo basta alla tragica corsa verso gli armamenti. Gridatelo con tutta la forza, voi giovani, perché è soprattutto il vostro destino che si gioca. Destiniamo le sconfinate risorse impiegate per gli armamenti agli scopi di cui, in queste situazioni, vediamo l’urgenza: la salute, l’igiene, l’alimentazione, la lotta contro la povertà, la cura del creato. Lasciamo alla generazione che verrà un mondo, se necessario, più povero di cose e di denaro, ma più ricco di umanità». Anche noi, dopo questi giorni che speriamo brevi, risorgeremo e usciremo dai sepolcri che sono ora le nostre case. Non per tornare alla vita di prima come Lazzaro, ma per una vita nuova, come Gesù. Una vita più fraterna, più umana. Più cristiana.

NOTA: «Non posso lasciar passare questa messa senza ricordare i sacerdoti: sacerdoti che offrono la vita per il Signore, sacerdoti che sono dei servitori. Questi giorni sono morti più di 60 qui in Italia, nell’attenzione ai malati negli ospedali, anche con i medici, infermieri, infermiere. Sono i santi della porta accanto, sacerdoti che servendo hanno dato la vita». Lo ha detto Papa Francesco nell’omelia, pronunciata interamente «a braccio», della Messa «in coena Domini» nella basilica di San Pietro (9 aprile 2020)

Paolo Benanti: FASE 2: DATIFICHIAMO LE FOGNE PER CONVIVERE CON COVID-19 (blog, 7 aprile 2020)

Sempre di più emerge la sfida più grande del COVID-19: "come gestire la cosiddetta Fase 2 ossia la convivenza con il virus SARS-CoV-2?". Una delle risposte è nell'utilizzo dei dati e molto si discute su come gestire questa il conflitto tra privacy e bene comune. La cosiddetta Fase 2 non può essere gestita solo con il ricorso ai dati personali ma dovrà utilizzare tutti i dati. Proviamo qui, grazie a un interessante articolo uscito su Nature, ad allargare l'orizzonte. Si tratta di acquisire tutto ciò che in forma aggregata possa essere datificato per convivere con agilità e rapidità con il virus, come, ad esempio, le acque reflue delle città. Questo studio ci permette di iniziare a costruire un framework di riflessione su quale ecosistema di dati serve per convivere in maniera più sicura con COVID-19.

Più di una dozzina di gruppi di ricerca in tutto il mondo hanno iniziato ad analizzare le acque reflue alla ricerca del nuovo coronavirus come un modo per stimare il numero totale di infezioni in una comunità, dato che la maggior parte delle persone non sarà sottoposta a test. Il metodo, secondo i ricercatori, potrebbe anche essere usato per rilevare se e quando il coronavirus dovesse ritornare nelle comunità. Finora, i ricercatori hanno trovato tracce del virus nelle acque reflue dei Paesi Bassi, degli Stati Uniti e in Svezia.

L'analisi delle acque reflue - acqua utilizzata che passa attraverso il sistema di drenaggio verso una struttura di trattamento - è un modo in cui i ricercatori possono rintracciare le malattie infettive che vengono escrete nelle urine o nelle feci, come SARS-CoV-2.

Un impianto di trattamento può catturare acque reflue da oltre un milione di persone, afferma Gertjan Medema, un microbiologo del KWR Water Research Institute di Nieuwegein nei Paesi Bassi. Il monitoraggio accurato su questa scala potrebbe fornire stime migliori di quanto sia diffuso il coronavirus rispetto ai tamponi attualmente in uso. Questo perché la sorveglianza delle acque reflue può intercettare coloro che non sono stati testati e hanno solo sintomi lievi o sono asintomatici. Questo è quello che sostiene Medema, che ha rilevato tracce genetiche di materiale legato a SARS-CoV-2 - RNA virale - in diversi impianti di trattamento nei Paesi Bassi.

Secondo il microbiologo belga: "Le autorità sanitarie stanno vedendo solo la punta dell'iceberg". Ma per quantificare la scala dell'infezione in una popolazione dai campioni di acque reflue, i ricercatori dicono che i gruppi dovranno scoprire quanto RNA virale viene secreto nelle feci ed estrapolare il numero di persone infette in una popolazione dalle concentrazioni di RNA virale nei campioni di acque reflue .

I ricercatori dovranno anche assicurarsi di guardare un campione rappresentativo del refluo della popolazione e non solo un'istantanea nel tempo. Inoltre dovranno essere certi che i loro test possano rilevare il virus a bassi livelli come sostengono gli scienziati che rappresentano l'Alleanza per l'ambiente del Queensland Health Sciences in Australia, un centro di ricerca che fornisce consulenza al governo sui rischi per la salute ambientale.

La cosa che sembra veramente notevole e importante è che la sorveglianza delle acque reflue, qualora sia fattibile, non toglie risorse ai test sugli individui, afferma il gruppo.

Alcuni di questi sforzi per monitorare il virus sono stati bloccati perché al momento ci troviamo in un contesto in cui i centri universitari e i laboratori sono bloccati e abbiamo una limitata disponibilità di reagenti per condurre i test - gli stessi utilizzati nelle cliniche, che sono già scarsi. Queste sono le ragioni che Kyle Bibby, un ingegnere ambientale dell'Università di Notre Dame in Indiana ricorda concludendo che, come ricercatori, "Non vogliamo contribuire alla carenza globale".

Abbiamo bisogno di un segnale di avvertimento

Le misure di controllo delle infezioni, come il distanziamento sociale, probabilmente sopprimeranno l'attuale pandemia, ma il virus potrebbe tornare dopo che tali misure sono state revocate. La sorveglianza di routine delle acque reflue potrebbe essere utilizzata come strumento di allerta precoce non invasivo per allertare le comunità sulle nuove infezioni da COVID-19.

Questa è la tesi di Ana Maria de Roda Husman, ricercatrice di malattie infettive presso l'Istituto nazionale olandese per la salute pubblica e l'ambiente a Bilthoven. L'istituto ha precedentemente monitorato le acque reflue per rilevare focolai di norovirus, batteri resistenti agli antibiotici, poliovirus e morbillo.

Il gruppo di de Roda Husman ha rilevato tracce di SARS-CoV-2 nelle acque reflue dell'aeroporto di Schiphol a Tilburg solo quattro giorni dopo che i Paesi Bassi hanno confermato il loro primo caso di COVID-19 usando test clinici. I ricercatori hanno ora in programma di estendere il campionamento alle capitali di tutte le 12 province dei Paesi Bassi e di altri 12 siti che non hanno avuto casi confermati.

Il gruppo di Medema ha trovato RNA virale nella città di Amersfoort prima che fossero state segnalate infezioni nella comunità.

Gli studi hanno anche dimostrato che la SARS-CoV-2 può comparire nelle feci entro tre giorni dall'infezione, che è molto prima del tempo impiegato normalmente dalle persone per sviluppare sintomi abbastanza gravi da poter cercare cure ospedaliere - tempi che vanno fino a due settimane - e ottenere una diagnosi ufficiale, afferma Tamar Kohn, un virologo ambientale presso l'Istituto Federale Svizzero di Tecnologia di Losanna.

Il monitoraggio delle particelle virali nelle acque reflue potrebbe dare ai funzionari della sanità pubblica un vantaggio decisivo nel decidere se introdurre misure come i blocchi. Da sette a dieci giorni possono fare molta differenza nel contenere la gravità di un eventuale focolaio.

L'identificazione precoce dell'arrivo del virus in una comunità potrebbe limitare i danni alla salute e ai danni economici causati da COVID-19, specialmente se il virus tornerà in futuro o se la curva dei contagi dovesse conoscere un continuo andamento sinusoidale.

Il monitoraggio delle acque reflue è stato utilizzato per decenni per valutare il successo delle campagne di vaccinazione contro il poliovirus, afferma Charles Gerba, un microbiologo ambientale presso l'Università dell'Arizona a Tucson. L'approccio potrebbe anche essere usato per misurare l'efficacia di interventi come il distanziamento sociale, afferma Gerba, che ha trovato tracce di SARS-CoV-2 nei liquami grezzi di Tucson.

Il caso dell acque reflue sembra quanto mai interessante per una serie di motivi che provo qui a sintetizzare:

  1. ci dimostra che la questione dati e digitale non è centrata solo su quelli personali e così facendo ci invita a smarcarci da discorsi accentrati solo sul conflitto tra privacy e bene comune;
  2. abbiamo bisogno di vedere i dati nella loro valenza per un'analisi granulometrica ma anche per il loro valore aggregato come dimostra l'uso delle acque reflue;
  3. ci invita a compiere delle "contaminazioni" (ci si perdoni il termine) tra competenze e discipline, serve una soluzione globale e per implementarla servono competenze globali e spazi che sappiano far dialogare le discipline;
  4. la datificazione delle acque reflue mostra che nel processo di monitoraggio e controllo digitale che possiamo mettere in atto per gestire la fase 2 dobbiamo fare un out-of-the-box thinking o divergent thinking: quello che nel processo di urbanizzazione fin'ora è stato capito come inutile, un sottoprocesso della convivenza o di scarto deve essere ora guardato con occhi nuovi;
  5. abbiamo bisogno di pensare come e dove inserire device e sensori che possano datificare i flussi e fornirci non solo fotografie istantanee ma anche le variazioni continue.
Infine ricordiamoci che i dati di cui abbiamo bisogno devono corrispondere allo standard delle 5V: volume, velocità, varietà, veridicità e variabilità. Perché questo sia possibile oltre le scienze biologiche e mediche, oltre le scienze informatiche, abbiamo bisogno di discipline del senso come l'etica. Solo un'approccio etico ci saprà dire come discernere tra valori in tensione tra loro (privacy e tutela della collettività) secondo direttrici di giustizia.

Tanya Basu e Karen Hao: PERCHE' SEMBRA IL 1999 SU INTERNET? (MIT Technology Review, 5 aprile 2020)

La pandemia di coronavirus ha riportato l'orologio al momento in cui è esplosa la novità della connessione virtuale. Potrà durare?

Il sentimento prevalente è il déjà vu: una gigantesca comunità che si raduna. È la stessa sensazione che si prova quando si scambiano ricette con estranei (il termine di ricerca numero uno di Google ) o si sperimenta una nuova  chatroulette su Google Hangouts. Ora che tutti condividono la loro separazione, sembra che le barriere online stiano tramontando. 

È un miraggio o qualcosa è davvero cambiato? Non sorprende che il nostro comportamento online sia in qualche modo diverso. Il coronavirus ha drasticamente modificato il corso della nostra vita, sequestrandoci all'interno delle rispettive case e rendendo le normali manifestazioni della vita pre-covid - aperitivi, abbracci e baci, persino toccarsi il volto - potenzialmente pericolosi.

Ma non è affatto scontato che trasferire le attività online abbia in qualche modo reso di nuovo piacevole Internet.
È come riportare l'orologio sulla fase propulsiva del web, quando la novità di potersi esprimere o di essere in grado di connettersi con qualcuno ci riempiva ancora con la sensazione di disporre di opportunità illimitate. 

Questo entusiasmo risale alla fine degli anni 1990 e all'inizio del primo decennio del Duemila - prima dei social media, prima degli smartphone - quando collegarsi online era un tentativo di creare una comunità. Si respira ora una rinnovata disponibilità delle persone a intrattenere relazioni virtuali. 

Prima che i social media ci inasprissero e ci rendessero distaccati e sprezzanti, prendevamo più sul serio la promessa di Internet di una connessione fortuita. Ora incontrarsi casualmente con sconosciuti ha ritrovato il suo fascino. Le persone si intrattengono in videochiamate con chi non avevano mai incontrato prima durante gli aperitivi, le serate culturali o i locali di moda

Ci si ritrova insieme in modo creativo sui Google Sheets, alla ricerca di nuovi amici di penna, e si inviano messaggi che si richiamano all'ottimismo. Si rimettono in moto vecchie relazioni. Prima che il "sentimentalismo" venisse spazzato via da una pulizia di primavera annuale degli amici di Facebook, era un'attività molto apprezzata tenersi in contatto con i vecchi compagni di scuola e andare alla ricerca degli insegnanti della scuola elementare.

Ora siamo tornati ad amare vecchi amici lontani; dopo tutto, non c'è più molta differenza tra uscire con loro o con quelli più vicini a casa. Le persone iniziano ad assomigliarsi tutte: inviare e-mail, lasciare messaggi vocali alla famiglia, scambiarsi consigli sulla salute.

Internet era anche un luogo in cui si poteva imparare qualcosa, vale a dire fino a quando il sovraccarico di informazioni non è diventato travolgente. Ora il senso di claustrofobia e la noia hanno portato le persone a tornare a Internet per imparare di nuovo, condividendo in massa la migliore ricetta di lievito madre, studiando nuove lingue o seguendo corsi a volte inutili.

Anche le app si sono ridimensionate e sono diventate più attente alla dimensione umana. Instagram non è più "patinata" come negli ultimi anni. Ora si respira un clima di complicità alle sessioni di yoga virtuale fatte in salotti ingombri. Martha Stewart e Ina Garten offrono i loro consigli culinari senza riprese da star del cinema. Celebrità dello spettacolo rimproverano on line la suocera perchè  troppo rumorosa.

Certo, potrebbero trattarsi semplicemente di una forma di nostalgia romantica. "I buoni e i cattivi sono sempre esistiti, ma al di là di ciò le persone erano più attente al modo di parlare di quanto non siano ora", afferma Andrew Sullivan, CEO della non profit Internet Society. La connessione remota rendeva costoso lo scorrimento continuo delle bacheche dei messaggi, costringendo le persone a fare delle scelte. Inoltre limitava l'accesso alle persone con istruzione, denaro e know-how, rendendo Internet molto più ristretta.

Tutti questi fattori sono certamente tra i motivi per cui le interazioni online erano all'apparenza molto più pacifiche. Per giustapposizione, fanno anche sentire l'attuale Internet molto più forte. Innovazioni come i browser e l'esplosione della larghezza di banda hanno aumentato la possibilità di esprimere il proprio pensiero, ampliato l'accessibilità e reso le nostre vite molto più resilienti di fronte alle difficoltà. 

Senza questi aggiornamenti, in altre parole, ora saremmo molto più isolati. "Internet ci consente di mantenere un senso di normalità, sostenerci a vicenda e incontrarci", afferma Sullivan. In sostanza, ci ha fornito un modo per rimanere umani.

Quando tutto sarà finito, prevarrà la gentilezza su Internet? Leah Lievrouw, professore all'UCLA che ha studiato il cambiamento sociale e Internet, afferma che ciò che sta emergendo è un senso della comunità senza precedenti. "Stiamo vedendo che non dobbiamo essere fisicamente presenti per mobilitarci", egli spiega. Forse è questo il cambiamento introdotto dalla pandemia: non Internet, ma il nostro rapporto con la rete. Ora che rappresenta la linfa vitale per sentirci connessi con il mondo, stiamo rivalutando le relazioni e le comunità virtuali. 

Sullivan dice che non c'è modo di prevedere cosa accadrà dopo. Ma gli ultimi due mesi di Internet ci mostrano le possibilità per l'Internet di domani. "Abbiamo visto che le storie distopiche non si stanno avverando", egli conclude. "Quando gli uomini sono nei guai, si rivolgono l'uno all'altro".

Gaël Giraud: PER RIPARTIRE DOPO L'EMERGENZA COVID-19 (la Civiltà Cattolica, Quaderno 4075, anno 2020, Volume II, 4 aprile 2020)

Ciò che stiamo sperimentando, al prezzo della sofferenza inaudita di una parte significativa della popolazione, è il fatto che l’Occidente, dal punto di vista sanitario, non ha strutture e risorse pubbliche adeguate a questa epoca e a questa situazione. Come fare per entrare nel XXI secolo anche dal punto di vista della salute pubblica? È questo che gli occidentali devono capire e mettere in atto, in poche settimane, di fronte a una pandemia che, nel momento in cui scriviamo, promette di imperversare per il Pianeta, a causa delle ricorrenti ondate di contaminazione e delle mutazioni del virus[1]. Vediamo come e perché.

Il sistema sanitario occidentale e la pandemia

Dobbiamo innanzitutto ribadire, a rischio di creare sconcerto, che la posizione di molti specialisti di salute pubblica è coerente su un punto[2]: la pandemia Covid-19 sarebbe dovuta rimanere una epidemia più virale e letale dell’influenza stagionale, con effetti lievi sulla grande maggioranza della popolazione, e molto seri solo su una piccola frazione di essa. Invece – se consideriamo in particolare alcuni Paesi europei e gli Stati Uniti – lo smantellamento del sistema sanitario pubblico ha trasformato questo virus in una catastrofe senza precedenti nella storia dell’umanità e in una minaccia per l’insieme dei nostri sistemi economici.

Ciò che affermano gli esperti è che sarebbe stato relativamente facile frenare la pandemia praticando lo screening sistematico delle persone infette sin dall’inizio dei primi casi; monitorando i loro movimenti; ponendo in quarantena mirata le persone coinvolte; distribuendo in modo massiccio mascherine all’intera popolazione a rischio di contaminazione, per rallentare ulteriormente la diffusione. Trasformare un sistema sanitario pubblico degno di questo nome in un’industria medica in fase di privatizzazione si rivela un problema grave. Ciò non impedisce a «eroi» e «santi» di continuare e lavorare nella sanità pubblica: ne abbiamo una vivida rappresentazione in questi giorni.

La diffusa privatizzazione dell’assistenza sanitaria ha portato le nostre autorità a ignorare gli avvertimenti fatti dall’Organizzazione mondiale della sanità (Oms) in merito ai mercati della fauna selvatica a Wuhan. Non si tratta di dare lezioni ex post a nessuno, ma di comprendere i nostri errori per agire nel modo più intelligente possibile nel futuro.

Prevenire eventi come una pandemia non è redditizio a breve termine. Pertanto, non ci siamo premuniti né di mascherine né di test da eseguire massicciamente. E abbiamo ridotto la nostra capacità ospedaliera in nome dell’ideologia dello smantellamento del servizio pubblico, che ora si mostra per quella che è: un’ideologia che uccide. Non avendo mai aderito a tale ideologia, e forti dell’esperienza dell’epidemia di Sars del 2002, Paesi come la Corea del Sud e Taiwan hanno predisposto un sistema di prevenzione estremamente efficace: lo screening sistematico e il tracciamento, puntando alla quarantena e alla collaborazione della popolazione adeguatamente informata e istruita, facendole indossare le mascherine. Nessun confinamento. Il danno economico risulta trascurabile.

Invece dello screening sistematico, noi occidentali abbiamo adottato una strategia antica, quella del confinamento[3], a fronte di una frazione esigua di infetti, e di una parte ancora più piccola tra questi che potrebbe avere gravi complicazioni. Ma, per quanto piccola possa essere, quest’ultima frazione è ancora maggiore dell’attuale capacità di assistenza dei nostri ospedali.

Non avendo altre strategie, è chiaro che il non fare nulla equivarrebbe a condannare a morte centinaia di migliaia di cittadini, come mostrano le proiezioni che circolano all’interno della comunità degli epidemiologi, comprese quelle dell’Imperial College di Londra[4]. Anche se alcuni aspetti di questo documento sono discutibili, esso ha il merito di chiarire che l’inazione è semplicemente criminale. È stata questa prospettiva a indurre Emmanuel Macron in Francia e Boris Johnson nel Regno Unito a rinunciare alla loro iniziale strategia di «immunizzazione di gregge»[5] e a «svegliare» l’amministrazione Trump. Ma troppo tardi: questi Paesi ora rischiano di pagare un prezzo pesantissimo in termini di vite umane per il loro ritardo nell’intervenire adeguatamente.

Il ritorno dello Stato sociale

Il parziale isolamento dell’Europa ha ravvivato l’idea che il capitalismo è sicuramente un sistema molto fragile, e così lo Stato sociale è tornato di moda. In realtà, il difetto nel nostro sistema economico ora rivelato dalla pandemia è purtroppo semplice: se una persona infetta è in grado di infettarne molte altre in pochi giorni e se la malattia ha una mortalità significativa, come nel caso di Covid-19, nessun sistema economico può sopravvivere senza una sanità pubblica forte e adeguata.

I lavoratori, anche quelli più in basso nella scala sociale, prima o poi infetteranno i loro vicini, i loro capi, e gli stessi ministri alla fine contrarranno il virus. Impossibile mantenere la finzione antropologica dell’individualismo implicita nell’economia neoliberista e nelle politiche di smantellamento del servizio pubblico che la accompagnano da quarant’anni: l’esternalità negativa indotta dal virus sfida radicalmente l’idea di un sistema complesso modellato sul volontarismo degli imprenditori «atomizzati».

La salute di tutti dipende dalla salute di ciascuno. Siamo tutti connessi in una relazione di interdipendenza. E questa pandemia non è affatto l’ultima, la «grande peste» che non tornerà per un altro secolo, al contrario: il riscaldamento globale promette la moltiplicazione delle pandemie tropicali, come affermano la Banca Mondiale e l’Intergovernmental Panel on Climate Change (Ipcc) da anni. E ci saranno altri coronavirus.

Senza un efficiente servizio sanitario pubblico, che consenta di selezionare e curare tutti, non esiste più alcun sistema produttivo praticabile durante un’epidemia da coronavirus. E questo per decenni. L’appello lanciato il 12 marzo dal Mouvement des entreprises de France (Medef) – il sindacato francese dei datori di lavoro – per «rendere il sistema produttivo più competitivo» tradisce un profondo malinteso sulla pandemia.

Come uscire dall’isolamento?

Se gli operatori sanitari si ammalano, c’è il rischio del collasso del sistema ospedaliero, come sembra stia accadendo in Italia a Bergamo, Brescia e, in misura minore, a Milano. È quindi necessario che lo Stato promuova la diffusione di farmaci anti o retrovirali, in modo da consentire molto rapidamente, ovunque, di alleviare il carico del sistema ospedaliero sull’orlo del tracollo. E che i cittadini di tutti i Paesi mostrino finalmente senso di responsabilità.

Perché il confinamento sia rigoroso, insieme ai noti comportamenti elementari di igiene personale, tutti devono comprenderne il significato e l’utilità. Il confinamento rallenta efficacemente la diffusione del virus e – ripetiamolo –, in assenza di un sistema di screening, rimane la strategia meno negativa a breve termine. Tuttavia, se ci fermiamo a esso, diventa inutile: se usciamo dal confinamento, diciamo, tra un mese, il virus sarà ancora in circolazione e causerà gli stessi decessi di quelli che avrebbe causato oggi in assenza di contenimento.

Attendere, attraverso l’isolamento, che la popolazione si immunizzi – più o meno, la stessa strategia inizialmente proposta da Johnson, ma «a casa» – richiederebbe mesi di confinamento. Per capirlo, è sufficiente tornare al parametro essenziale di una pandemia, R0, il «numero di riproduzione di base», ossia il numero medio di infezioni secondarie prodotte da ciascun individuo infetto. Finché R0 è maggiore di 1, vale a dire fino a quando un individuo infetto può contagiare più di una persona, il numero di persone infette aumenta in modo esponenziale. Se lasciamo il contenimento senza ulteriori indugi prima che R0 scenda al di sotto di 1, avremo quelle centinaia di migliaia di morti che la pandemia ha minacciato di causare sin dall’inizio.

Tuttavia, affinché l’immunizzazione collettiva porti R0 al di sotto di 1, è necessario immunizzare circa il 50% della popolazione, cosa che – dato il tempo medio di incubazione (5 giorni) – richiederebbe probabilmente più di 5 mesi di reclusione, se ipotizziamo che ci sia oggi un milione di infetti. Un’opzione insostenibile in termini economici, sociali e psicologici. È l’intero sistema di produzione dei nostri Paesi che collasserebbe, a partire dal nostro sistema bancario, che è estremamente fragile.

Per non parlare del fatto che, in questo momento, i più poveri tra noi – rifugiati, persone di strada ecc. – sono costretti a morire non a causa del virus, ma perché non possono sopravvivere senza una società attiva. Senza dimenticare inoltre che non abbiamo alcuna garanzia che i nostri circuiti di approvvigionamento alimentare possano resistere allo shock della quarantena per un tempo così lungo: vogliamo costringere i lavoratori a reddito medio/basso a mettere a rischio la propria vita per continuare, per esempio, a trasportare il cibo per i dirigenti che rimangono tranquillamente a casa o nella loro tenuta in campagna?

È quindi necessario organizzare una «prima» liberazione dal contenimento, al più tardi tra qualche settimana. Prendere questo rischio collettivamente ha senso però solo a una condizione: applicare, questa volta, la strategia adottata in Corea del Sud e a Taiwan con il massimo rigore. Il tempo che stiamo guadagnando chiudendoci in casa dovrebbe servire per:

Se porremo fine al nostro confinamento collettivo quando i nostri mezzi di rilevazione non saranno pronti o mancheranno le mascherine, correremo nuovamente il rischio di una tragedia. Sfortunatamente, oggi è impossibile misurare R0. Pertanto, dobbiamo attendere fino a quando non saremo organizzati per lo screening e pianificare l’uscita ordinata dalla quarantena il più rapidamente possibile.

Cosa succederà a quel punto? Coloro che vengono «liberati» devono essere sottoposti a screening sistematico e indossare le mascherine per diverse settimane. Altrimenti, l’uscita dal confinamento avrà un esito peggiore di quello dell’inizio della pandemia. Coloro che sono ancora positivi verranno quindi messi in quarantena, insieme al loro entourage. Altri possono andare a lavorare o riposare altrove. I test dovranno continuare per tutta l’estate per essere sicuri che il virus è stato sradicato all’arrivo dell’autunno.

La salute come bene comune globale

La pandemia ci sta costringendo a capire che non esiste un capitalismo davvero praticabile senza un forte sistema di servizi pubblici e a ripensare completamente il modo in cui produciamo e consumiamo, perché questa pandemia non sarà l’ultima. La deforestazione – così come i mercati della fauna selvatica di Wuhan – ci mette in contatto con animali i cui virus non ci sono noti. Lo scongelamento del permafrost minaccia di diffondere pericolose epidemie, come la «spagnola» del 1918, l’antrace, ecc. Lo stesso allevamento intensivo facilita la diffusione di epidemie.

A breve termine, dovremo nazionalizzare le imprese non sostenibili e, forse, alcune banche. Ma molto presto dovremo imparare la lezione di questa dolorosa primavera: riconvertire la produzione, regolare i mercati finanziari; ripensare gli standard contabili, al fine di migliorare la resilienza dei nostri sistemi di produzione; fissare una tassa sul carbonio e sulla salute; lanciare un grande piano di risanamento per la reindustrializzazione ecologica e la conversione massiccia alle energie rinnovabili.

La pandemia ci invita a trasformare radicalmente le nostre relazioni sociali. Oggi il capitalismo conosce «il prezzo di tutto e il valore di niente», per citare un’efficace formula di Oscar Wilde. Dobbiamo capire che la vera fonte di valore sono le nostre relazioni umane e quelle con l’ambiente. Per privatizzarle, le distruggiamo e roviniamo le nostre società, mentre mettiamo a rischio vite umane. Non siamo monadi isolate, collegate solo da un astratto sistema di prezzi, ma esseri di carne interdipendenti con gli altri e con il territorio. Questo è ciò che dobbiamo imparare nuovamente. La salute di ciascuno riguarda tutti gli altri. Anche per i più privilegiati, la privatizzazione dei sistemi sanitari è un’opzione irrazionale: essi non possono restare totalmente separati dagli altri; la malattia li raggiungerà sempre. La salute è un bene comune globale e deve essere gestita come tale.

I «beni comuni», come li ha definiti in particolare l’economista americana Elinor Ostrom, aprono un terzo spazio tra il mercato e lo Stato, tra il privato e il pubblico. Possono guidarci in un mondo più resiliente, in grado di resistere a shock come quello causato da questa pandemia.

La salute, ad esempio, deve essere trattata come una questione di interesse collettivo, con modalità di intervento articolate e stratificate. A livello locale, per esempio, le comunità possono organizzarsi per reagire rapidamente, circoscrivendo i cluster dei contagiati da Covid-19. A livello statale, è necessario un potente servizio ospedaliero pubblico. A livello internazionale, le raccomandazioni dell’Oms per contrastare una situazione di epidemia devono diventare vincolanti. Pochi Paesi hanno seguito le raccomandazioni dell’Oms prima e durante la crisi. Siamo più disposti ad ascoltare i «consigli» del Fondo monetario internazionale (Fmi) che quelli dell’Oms. Lo scenario attuale dimostra che abbiamo torto.

In questi giorni abbiamo assistito alla nascita di diversi «beni comuni»: come quegli scienziati che, al di fuori di qualsiasi piattaforma pubblica o privata, si sono coordinati spontaneamente attraverso l’iniziativa OpenCovid19[7], per mettere in comune le informazioni sulle buone pratiche di screening dei virus.

Ma la salute è solo un esempio: anche l’ambiente, l’istruzione, la cultura, la biodiversità sono beni comuni globali. Dobbiamo immaginare istituzioni che ci permettano di valorizzarli, di riconoscere le nostre interdipendenze e rendere resilienti le nostre società.

Alcune organizzazioni del genere esistono già. La Drugs for Neglected Disease Initiative (Dndi) è un eccellente esempio. Un organismo creato da alcuni medici francesi 15 anni fa per il reperimento dei farmaci per le malattie rare o dimenticate: una rete collaborativa di terze parti, in cui cooperano il settore privato, quello pubblico e le Ong, che riesce a fare ciò che né il settore farmaceutico privato, né gli Stati, né la società civile possono fare da soli.

A livello individuale, poi, scopriamo la paura della scarsità dei beni. Ciò può essere un aspetto positivo in questa crisi? Essa ci libera dal narcisismo consumistico, dal «voglio tutto e subito». Ci riporta all’essenziale, a ciò che conta davvero: la qualità delle relazioni umane, la solidarietà. Ci ricorda anche quanto sia importante la natura per la nostra salute mentale e fisica. Coloro che vivono rinchiusi in 15 metri quadrati a Parigi o a Milano lo sanno bene. Il razionamento imposto su alcuni prodotti ci ricorda la limitatezza delle risorse.

Benvenuti in un mondo limitato! Per anni, i miliardi spesi per il marketing ci hanno fatto pensare al nostro pianeta come a un gigantesco supermercato, in cui tutto è a nostra disposizione a tempo indeterminato. Ora proviamo brutalmente il senso della privazione. È molto difficile per alcuni, ma può essere un’occasione di risparmio.

D’altra parte, anche un certo romanticismo «collapsologico»[8] sarà rapidamente mitigato dalla percezione concreta di cosa implichi, nell’attuale situazione, la brutale difficoltà dell’economia: disoccupazione, bancarotta, esistenze spezzate, morte, sofferenza quotidiana di coloro in cui il virus lascerà tracce per tutta la vita.

Sulla scia dell’enciclica Laudato si’ di papa Francesco, vogliamo sperare che questa pandemia sia un’opportunità per indirizzare le nostre vite e le nostre istituzioni verso una felice sobrietà e verso il rispetto per la finitudine del nostro mondo. Il momento è decisivo: si può temere quella che Naomi Klein ha definito la «strategia dello shock». Alcuni governi non devono, con il pretesto di sostenere le imprese, indebolire ulteriormente i diritti dei lavoratori; o, per rafforzare ulteriormente la sorveglianza della polizia sulle popolazioni, ridurre permanentemente le libertà personali.

Nel frattempo, come si salva l’economia?

Proviamo a ipotizzare in questa situazione alcune possibili scelte di politica economica:

  1. Iniettare liquidità nell’economia reale. Alcuni economisti tedeschi prevedono un calo del Pil in Germania del 9% nel 2020. Il dato è ragionevole e ci sono pochi motivi per cui le cose possano andare diversamente in Francia e, anche peggio, in Italia, Inghilterra, Svizzera e Paesi Bassi. Ciò dovrebbe indurre Germania e Olanda – i fautori della convinzione secondo la quale una maggiore austerità di bilancio aggiusta l’economia, mentre la macroeconomia più elementare dimostra il contrario – a rivedere i loro dogmi, se ancora l’escalation di vittime nei rispettivi Paesi non bastasse a far loro aprire gli occhi.
    Negli Stati Uniti, Donald Trump e il suo segretario al Tesoro Steven Mnuchin propongono al Congresso di distribuire un assegno di 1.200 dollari a ciascun cittadino statunitense. Sono un po’ «soldi dall’elicottero» o, supponendo che la Banca centrale si occupi di questo problema monetario, «un quantitative easing per le persone». Misure che, eventualmente, avrebbero dovuto già essere state prese nel 2009. Possiamo anche vedere nell’iniziativa dell’amministrazione Trump l’abbozzo di un reddito minimo universale per tutti. Una proposta che è stata avanzata da molti per lungo tempo.
    In Europa, la sospensione delle regole del Patto di stabilità, l’emissione di «obbligazioni corona» o l’attivazione di prestiti del Meccanismo europeo di stabilità sono tutte misure essenziali.
  2. Creare posti di lavoro. Tuttavia, le iniziative appena menzionate sono insufficienti. È necessario comprendere che il sistema di produzione occidentale è, o sarà, parzialmente bloccato. A differenza del crollo del mercato azionario del 1929 e della crisi dei mutui subprime del 2008, questa nuova crisi colpisce innanzitutto l’economia reale. Nella maggior parte delle aziende, al 30% dei dipendenti ai quali venisse impedito di lavorare non corrisponderebbe il 30% in meno di produzione, ma una produzione pari a zero. Se un’azienda inserita in una catena del valore smette di produrre, l’intera catena viene interrotta. Stiamo constatando che le catene di approvvigionamento just-in-time (ossia senza scorte) ci rendono estremamente fragili. Pensiamo alla filiera della produzione e della fornitura del cibo. Naturalmente, alcuni governi sono pronti a inviare la polizia o l’esercito per costringere i lavoratori a rischiare la propria vita per non interrompere le catene di approvvigionamento. Le lavoratrici e i lavoratori posti più in basso nella catena di produzione e approvvigionamento sono i primi esposti e i primi sacrificati. Un’enorme ammissione di impotenza!
    Nella maggior parte dei Paesi costretti a praticare il contenimento, il sistema produttivo viene quindi parzialmente bloccato, o lo sarà presto. Le catene del valore globali stanno rallentando e alcune saranno tagliate. Il lavoro è involontariamente «in sciopero». Non siamo solo di fronte a una carenza keynesiana della domanda – perché chi ha i contanti non può spenderli, dal momento che deve rimanere a casa –, ma di fronte anche a una crisi dell’offerta. Questa pandemia ci introduce, dunque, in un tipo di crisi nuovo e senza precedenti, in cui si uniscono il calo della domanda e quello dell’offerta. In tale contesto, l’iniezione di liquidità è tanto necessaria quanto insufficiente. Essere appagati da questo equivarrebbe a dare le stampelle a qualcuno che ha appena perso le gambe…
    Solo lo Stato, perciò, può creare nuovi posti di lavoro capaci di assorbire la massa di dipendenti che, quando usciranno finalmente di casa, scopriranno di aver perso il lavoro. L’idea dello Stato come datore di lavoro di ultima istanza non è neppure nuova: è stata studiata molto seriamente dall’economista britannico Tony Atkinson. Naturalmente, affinché ciò abbia un senso, dobbiamo seriamente pensare al tipo di settori industriali per i quali vogliamo favorire l’uscita dal tunnel. Questo discernimento dev’essere fatto in ciascun Paese, alla luce delle caratteristiche specifiche di ciascun tessuto economico.
    È quindi legittimo e indispensabile che gli Stati occidentali, oggi come ieri, utilizzino una spesa in deficit per finanziare lo sforzo di ricostruzione del sistema produttivo che sarà necessario alla fine di questo lungo parto; e lo dovranno fare in modo acuto e selettivo, favorendo questo o quel settore. Ovviamente, il loro debito pubblico aumenterà. Ricordiamo che, durante la Seconda guerra mondiale, il deficit pubblico degli Stati Uniti raggiunse il 20% del Pil per diversi anni consecutivi. Ma il deficit sarebbe molto più grande in assenza di ingenti spese da parte dello Stato per salvare l’economia.
    Possiamo anche notare che il piano di aggiustamento strutturale imposto alla Grecia alcuni anni orsono è stato assolutamente inutile: il rapporto debito pubblico/Pil di Atene ha raggiunto nel 2019 gli stessi livelli del 2010. In altre parole, l’austerità uccide – lo vediamo bene coi nostri occhi in questo momento, nei nostri reparti di rianimazione –, ma non risolve alcun problema macroeconomico.

Ricostruire e salvare la democrazia

A questo punto, un possibile errore sarebbe quello di apprezzare l’efficacia dell’autoritarismo come soluzione. «E se le nostre democrazie fossero scarsamente pronte? Troppo lente? Bloccate dalle libertà individuali?». Questo ritornello risuonava già prima della pandemia. Se consideriamo la Cina, la situazione sta sicuramente migliorando, ma l’epidemia non è stata ancora sconfitta, neppure a Wuhan. D’altra parte, è vero che a Pechino sono stati costruiti due ospedali in pochi giorni e che il governo cinese non è in mano alla lobby finanziaria, ma, per trarre i benefici di questi due punti a favore, dovremmo forse rinunciare alla democrazia?

Una volta abbandonato il contenimento in maniera controllata, un’altra pericolosa trappola sarebbe quella di limitarci a ripristinare semplicemente il modello economico di ieri, accontentandoci di migliorare in modo marginale il nostro sistema sanitario per far fronte alla prossima pandemia. È urgente capire che la pandemia Covid-19 non solo non è un cosiddetto «cigno nero» – era perfettamente prevedibile, sebbene non sia stata affatto prevista dai mercati finanziari onniscienti –, ma non è nemmeno uno «shock esogeno». Essa è una delle inevitabili conseguenze dell’Antropocene. La distruzione dell’ambiente che la nostra economia estrattiva ha esercitato per oltre un secolo ha una radice comune con questa pandemia: siamo diventati la specie dominante sulla Terra, e quindi siamo in grado di spezzare le catene alimentari di tutti gli altri animali, ma siamo anche il miglior veicolo per gli elementi patogeni.

In termini di evoluzione biologica, per un virus è molto più «efficace» infettare gli esseri umani che la renna artica, già in pericolo a causa del riscaldamento globale. E questo sarà sempre più così, perché la crisi ecologica decimerà altre specie viventi. È soprattutto la distruzione della biodiversità, in cui siamo da tempo impegnati, a favorire la diffusione dei virus[9]. Oggi molti ne sono consapevoli: la crisi ecologica ci garantisce pandemie ricorrenti. Accontentarsi di dotarsi di mascherine ed enzimi per il prossimo futuro equivarrebbe a trattare solo il sintomo. Il male è molto più profondo, ed è la sua radice che dev’essere medicata. La ricostruzione economica che dovremo realizzare dopo essere usciti dal tunnel sarà l’occasione inaspettata per attuare le trasformazioni che, anche ieri, sembravano inconcepibili a coloro che continuano a guardare al futuro attraverso lo specchietto retrovisore della globalizzazione finanziaria. Abbiamo bisogno di una reindustrializzazione verde, accompagnata da una relocalizzazione di tutte le nostre attività umane.

Ma, per il momento, e per accelerare la fine della crisi sanitaria, è necessario fare ciò che è possibile, e dunque proseguire negli sforzi per schermare e proteggere la popolazione.

BIBLIOGRAFIA

[1].      Cfr P. Baker – E. Sullivan, «U.S. Virus Plan Anticipates 18-Month Pandemic and Widespread Shortages», in New York Times, 17 marzo 2020.

[2].      Cfr J.-D. Michel, «Covid-19: fin de partie?!» (https://bit.ly/3996Evs), 18 marzo 2020; T. Pueyo, «Coronavirus: The Hammer and the Dance. What the Next 18 Months Can Look Like, if Leaders Buy Us Time» (https://bit.ly/3bjAA9K), 19 marzo 2020.

[3].      Già nel 1347 Pierre de Damouzy, medico di Margherita di Francia, contessa delle Fiandre, raccomandò il confinamento agli abitanti di Reims per sfuggire alla peste nera. Cfr Y. Renouard, «La Peste noire de 1348-1350», in Revue de Paris, marzo 1950, 109.

[4].      Cfr N. M. Ferguson – D. Laydon et Al., «Impact of non-pharmaceutical interventions (NPIs) to reduce COVID-19 mortality and healthcare demand» (https://doi.org/10.25561/77482), Londra, Imperial College, 16 marzo 2020.

[5].      È noto che la prima tentazione del governo Johnson è stata quella di lanciare il Regno Unito in un esperimento di immunizzazione collettiva. Anche il governo francese è stato tentato da questa «soluzione», sebbene in modo meno esplicito. Su questo argomento, cfr T. Vey, «La France mise sur l’“immunité de groupe” pour arrêter le coronavirus», in Sciences, 13 marzo 2020.

[6].      Si tratta della trascrittasi inversa (AMV o MMLV) e del Taq (o Pfu) che amplifica la reazione chimica, consentendo di identificare la presenza di Covid-19. Questi sono i due enzimi che diversi laboratori stanno cercando di produrre ininterrottamente.

[7].      «Low-cost & Open-Source Covid19 Detection kits», cfr https://app.jogl.io/project/118 e anche hashtag su Twitter: #OpenCovid19

[8].      La collapsologia è un discorso pluridisciplinare interessato al collasso della nostra civiltà. Parte dall’idea che le azioni umane abbiano un impatto duraturo e negativo sul pianeta. Si basa su dati scientifici, ma anche su intuizioni, per cui a volte viene accusata di non essere una vera scienza, ma piuttosto un movimento.

[9].      Cfr J. Duquesne, «Coronavirus: “La disparition du monde sauvage facilite les épidémies”», intervista a Serge Morand, ricercatore del Cnrs-Cirad, in Marianne, 17 marzo 2020.

"PRENDIAMOLA CON FILOSOFIA" (progetto filosofico Tlon, 4 aprile 2020): link

Dopo il successo della prima edizione del 21 marzo - che ha raggiunto due milioni di spettatori, riuniti con l’intento di usare la filosofia come strumento per affrontare il particolare momento che il Covid-19 ci sta facendo vivere - torna “Prendiamola con filosofia” in una nuova veste internazionale. Una “maratona” in streaming dalle 11 alle 23 che ha come protagonisti grandi nomi del panorama culturale mondiale: da Vandana Shiva a Chomsky da Quammen a Peter Singer fino a Nancy Fraser e Alain De Botton. Ideata dal progetto filosofico Tlon - condotto da Maura Gancitano e Andrea Colamedici - e dall’agenzia Piano B, la giornata verrà trasmessa in diretta streaming.

Ad intervenire i più importanti filosofi e pensatori internazionali: a partire da Vandana Shiva, ambientalista e attivista. Miguel Benasayag, filosofo e psicanalista argentino, studioso di sistemi complessi; Jean-Luc Nancy, professore emerito presso l’università di Strasburgo, che nel corso della sua carriera si è occupato di pensiero politico e di estetica, affrontando i temi legati alla comunità, alla libertà e al corpo; il filosofo e imprenditore culturale svizzero Alain de Botton; la statunitense Nancy Fraser, filosofa e teorica femminista; Richard Tarnas, creatore del programma di specializzazione in Filosofia, Cosmologia e Consapevolezza all’Istituto di Studi Integrali della California; il filosofo belga Laurent de Sutter; il filosofo dell’altuismo efficace Peter Singer; lo statunitense David Quammen, autore, tra gli altri, del libro Spillover in cui descrive l’evoluzione delle pandemie. In esclusiva sarà possibile ascoltare anche le parole di Noam Chomsky attraverso l’interpretazione di grandi attori e attrici italiane. A partire dagli spunti internazionali rifletteranno insieme pensatori e pensatrici d’Italia: Massimo Temporelli, divulgatore scientifico che con TheFabLab ha ideato in questi giorni innovative valvole salvavita, dialogherà con Nicola Lagioia, scrittore e direttore del Salone del Libro di Torino, sui temi affrontati da Quammen. Si parlerà di “Ritorno alla Terra” sulla scia dell’intervento di Vandana Shiva con Emanuele Coccia, Paola Maugeri e Leonardo Caffo. Con Christian Raimo, Stefania Auci, Francesca Maccani e Massimo Mantellini si discuterà di scuola, a partire dalle riflessioni di Benasayag. La filosofia si trasformerà in un valido aiuto per vivere questi giorni con Moreno Montanari, Luigina Mortari, Romano Madera e Laura Campanello. Con Vito Mancuso e Franco Arminio saranno affrontati i temi relativi a cosmo e psiche. Verità della democrazia sarà il tema dell’incontro con Simone Regazzoni, Francesca Romana Recchia Luciani, Lia Quartapelle e Roberto Esposito, che si muoveranno dalle riflessioni di Nancy. Sui temi della leadership femminile interverranno Vera Gheno, Giulia Blasi e Jennifer Guerra, subito dopo l’intervento di Nancy Fraser. Parteciperanno anche Michela Giroud e grandi musicisti italiani: Brunori Sas, Daniele Silvestri, Margherita Vicario, Dardust, Malika Ayane.

Stefano Zamagni: LE QUATTRO LEZIONI DELLA CRISI DEL COVID-19 (www.politicainsieme.com, 3 aprile 2020)

Ha scritto Erodoto: “Ta pathemata mathemata”, le sofferenze [quelle serie] insegnano. Cosa ci sta insegnando la terribile crisi che dal 21 febbraio ci sta perseguitando?

  1. Primo. Dobbiamo riconoscerlo: negli ultimi decenni, la cultura, anche quella blasonata, ha di fatto posto in disparte quella virtù cardinale che è la prudenza. Anzi, si è voluto far credere che prudente è il soggetto che teme di prendere decisioni, perché avverso al rischio. Ma la prudenza – l’auriga virtutum secondo l’Aquinate, perché guida tutte le altre virtù – è esattamente il contrario. È piuttosto la virtù del voler guardare lontano per mirare al bene comune. Perché si è atteso fino al 21 febbraio per prendere i primi timidi provvedimenti quando si sapeva da oltre un mese e mezzo che in Cina (e subito dopo in Corea del Sud) il virus andava mietendo vittime? Perché si è fatto credere che la pandemia fosse un caso di cigno nero, cioè un evento imprevedibile, quando invece era stato previsto da almeno tre anni? (Cfr. la dichiarazione di Anthony Fauci, Direttore dell’Istituto Nazionale per le malattie infettive, USA, su Healio, genn. 2017) Perché non si è tenuto conto del fatto, arcinoto, che il tratto iniziale della curva esponenziale che descrive l’andamento temporale dell’infezione è quasi piatto, il che ha indotto a credere che non ci fosse motivo di preoccuparsi più di tanto?
  2. Secondo. La pandemia ci sta facendo comprendere la profonda differenza tra government e governance. (Purtroppo la lingua italiana possiede un solo vocabolo: governo). Government è l’istituzione politica cui spetta l’ultima parola, come si è soliti dire; governance, invece, dice dei soggetti e dei modi in cui le decisioni finali prese dal governo devono essere concretamente realizzate per conseguire l’obiettivo dichiarato. Chi l’ha detto che la funzione implementativa vada affidata alla sola burocrazia o ad altri organi dello Stato? Solo chi non conosce o non crede al principio di sussidiarietà (circolare) può pensare questo. E dire che il nuovo articolo 118 della Costituzione (introdotto nel 2001) parla esplicitamente di sussidiarietà, rinviando ai corpi intermedi della società (art. 2 della Costituzione) il compito di intervenire fin dalla fase di coprogettazione degli interventi e non solo in quella della cogestione degli stessi. Un solo esempio (per ragioni di spazio) di mancata applicazione del principio di sussidiarietà. Il prof. Giuseppe Pellicci, direttore dell’Istituto Europeo di Oncologia di Milano (un Ente di Terzo Settore) ha dichiarato: “Con più di 290 colleghi abbiamo offerto di aprire i nostri laboratori in tutta Italia e mettere a disposizione macchine e personale. Insieme possiamo analizzare i tamponi necessari. Solo in Lombardia saremmo in grado di passare dai circa centomila attuali a cinquecentomila”. (Corriere della Sera, 26 marzo 2020). Ma l’offerta non è stata accolta. Penso anche al Servizio Civile Universale, a questo “esercito del bene comune”, come è stato definito. Ci sono 80.000 giovani che nell’ultimo bando non hanno trovato posto per fare un anno di servizio civile volontario per la mancanza di copertura finanziaria, peraltro modesta. Perché non provvedere subito alla bisogna? E così via con tanti altri esempi.
  3. Terzo. La salute di una persona e di una popolazione è funzione di cinque variabili. Certamente la sanità è la prima di queste, le altre quattro sono: gli stili di vita, le condizioni lavorative, l’ambiente (ecologico), la famiglia. L’errore che continuiamo a commettere è quello di pensare che la nostra salute dipenda unicamente dalle strutture sanitarie. È bensì vero che questa crisi ha messo a nudo non poche carenze e inefficienze del nostro sistema sanitario, alle quali occorrerà porre rimedio in fretta. Ma se non prestiamo attenzione alle altre variabili potrà accadere che i tassi di mortalità e di morbilità non declineranno di certo. Per farmi capire: non si muore e non ci si ammala solo a causa del virus, ma anche per la denutrizione (o malnutrizione) o per il senso di isolamento sociale che deriverebbero da una eventuale grave e lunga recessione economica. Con l’aggravante che, mentre il virus colpisce tutti indistintamente, le nuove povertà andrebbero a colpire gli scarti umani, come li ha chiamati papa Francesco. Che fare allora? Occorre intervenire, sin da ora, senza aspettare la fine della pandemia (prevista per l’inizio dell’autunno), affinchè il governo dia vita ad un gruppo di lavoro formato da persone competenti, libere da ogni legame di partito e di affari, con forte motivazione intrinseca, al quale chiedere di elaborare, in un lasso di tempo di non più di tre mesi, un piano di rinascita nazionale. Il gruppo dovrà darsi da sé le regole per lo svolgimento della propria missione, senza interferenza alcuna dall’esterno. Il piano verrebbe poi affidato al governo e al parlamento che decideranno in merito. (A scanso di equivoci, un piano non è una lista di proposte – ce ne sono già fin troppe – ma un insieme articolato di progetti).  Sarebbe questo un esempio concreto di quella democrazia deliberativa (che non è, beninteso, la democrazia decidente) verso la quale il nostro paese dovrà andare se vorrà vedere l’alba di un nuovo giorno.
  4. C’è infine una quarta lezione da trarre, quella riguardante l’urgenza di ripensare in radice i Trattati Europei, perché l’Unione Europea ha bisogno di un “supplemento d’anima”. Non saranno le tecnicalità, pur necessarie, a salvare l’Unione. Ma di ciò, in un’altra occasione.
Termino ricordando che la possibilità è sempre la combinazione di due elementi: le opportunità e la speranza. È sbagliato pensare che perché qualcosa possa realizzarsi sia necessario intervenire solamente sul lato delle opportunità, cioè delle risorse e degli incentivi. Occorre piuttosto insistere sull’elemento della speranza, che non è mai utopia. Essa si alimenta con la creatività dell’intelligenza politica e con la purezza della passione civile. È la speranza che sprona all’azione e all’intraprendere, perchè chi è capace di sperare è anche chi è capace di agire per vincere la paralizzante apatia dell’esistente. “Tutto andrà bene!

Padre Sosa: “Quando sarà finita non diciamo «è stato un incubo, torniamo alla vita di prima», o la prossima crisi sarà peggiore” (la Stampa, 3 aprile 2020)

Il Superiore dei Gesuiti: il virus peggiore è l’ingiustizia nel mondo.

«Il peggior virus non è il covid-19 ma l’ingiustizia che impedisce a così tante persone di avere una vera vita umana»: lo ha detto il preposito generale dei gesuiti, padre Arturo Sosa, sottolineando che «quelli che soffrono di più ora sono quelli che soffrivano di più già prima del virus». In un «webinar» (seminario via web) in video-collegamento con le case dei gesuiti di tutto il mondo, in questi giorni di clausura, il superiore della Compagnia di Gesù, dalla casa generalizia di Roma, ha raccomandato l’impegno spirituale, intellettuale e sociale dei confratelli per affrontare la pandemia, avvertendo che questa «crisi» è anche una «opportunità» per cambiare l’attuale «fragile struttura di relazioni» del mondo: quando sarà finita, ha detto il gesuita venezuelano, «non diciamo: “è stato un brutto incubo, ora torniamo alla nostra vita di prima”, no: dobbiamo imparare la lezione che se non cambiamo dopo questa crisi, la prossima sarà peggiore».

«La sfida è come non dimenticare», ha detto padre Sosa, sottolineando, in risposta alle domande dei gesuiti di diverse parti del globo, che la crisi del covid-19 «non è un incidente, è il frutto di come l’umanità ha compreso le sue relazioni ed è la conferma che è necessario collaborare per cambiare questo mondo. Possiamo mostrare alle persone la fragilità del mondo che abbiamo creato e indicare la necessità di collaborare per andare in un'altra direzione. Non penso che (dopo l’epidemia, ndr) le cose cambieranno facilmente: ci sono così tanti interessi, e poi sogniamo di tornare alla nostra normalità di prima, sogniamo di tornare là dove eravamo prima che il virus arrivasse nelle nostre vite: ma questa è una grande tentazione. Cogliere l’opportunità di questa crisi significa essere consapevoli che deve cambiare qualcosa, perché siamo in una struttura davvero fragile di relazioni e di vita umana. E quindi: non dimentichiamo questa crisi! Non diciamo (quando sarà finita) “è stato un brutto incubo, ora torniamo alla nostra vita di prima”, no: dobbiamo imparare la lezione che se non cambiamo dopo questa, la prossima sarà peggiore». Per padre Sosa, «la mancanza di cibo per una grande parte dell’umanità c’era già prima del covid-19. Forse il covid-19 è una specie di choc che ci può spiegare e far vedere che viviamo in un mondo molto ingiusto. Quelli che soffrono di più ora sono quelli che soffrivano di più già prima del virus e non a causa del virus. Questa è la sfida. Sono d’accordo con l’idea che il peggior virus non è il covid-19 ma l’ingiustizia che impedisce a così tante persone di avere una vera vita umana». Questa, ha detto il preposito generale, «è la sfida per la Società di Gesù: siamo in missione per la riconciliazione e la giustizia. Batterci per la giustizia è parte della nostra fede cristiana, non possiamo viverla indifferenti nei confronti dell’ingiustizia. E abbiamo tre modi di realizzarlo: un modo spirituale, collegati in spirito e preghiera con i poveri e i fragili; c’è poi la sfida intellettuale, ossia come contribuire a trovare vie per superare la crisi, per creare nuovi modelli di relazioni tra persone, paesi, strutture sociali in tutto il mondo; e la terza è l’azione sociale, condividendo la vita delle persone».

In introduzione del «webinar», padre Sosa ha illustrato come in tempo di coronavirus si declinano le quattro preferenze apostoliche universali che, dall’anno scorso e dopo l’approvazione del Papa, orientano la Compagnia di Gesù per il prossimo decennio: indicare il cammino verso Dio (prima), camminare con gli esclusi (seconda), accompagnare i giovani in cammino (terza) e prendersi cura della casa comune (quarta). «Lo Spirito ci sta mostrando come anche questa esperienza possa far parte del viaggio dell'umanità verso Dio», ha detto Sosa, «con questa intuizione, senza negare la sofferenza, possiamo aiutare gli altri a trovare la loro strada verso Dio». I poveri e gli emarginati, ha sottolineato, «sono ancora una volta quelli che soffrono di più. Hanno scarso accesso alle cure sanitarie se si ammalano o all'acqua pulita e al sapone con cui lavarsi le mani. Per molti dei più poveri del nostro mondo, se gli viene detto di stare al chiuso o di praticare il distanziamento sociale, ciò significa che non possono guadagnare il loro salario giornaliero. Inoltre, questo, a sua volta, significa che non avranno cibo da mettere in tavola per la loro famiglia. Può sembrare una scelta tra malattia o fame. Questi sono gli uomini, le donne e i bambini della seconda preferenza apostolica universale, quelli che vengono gettati da parte dalla società e considerati sacrificabili. Oggi dico loro: “La Compagnia di Gesù non vi dimentica. Siamo con voi; camminiamo al vostro fianco. Diteci come possiamo aiutarvi e faremo del nostro meglio”». La terza preferenza «ci chiede di imparare dai giovani», ha detto ancora padre Sosa: «Con oltre 2 milioni di studenti nelle nostre scuole e università, questo contatto con i giovani è un dono prezioso per la Società e per la Chiesa». Per un corpo apostolico con una lunga storia come la Compagnia di Gesù, «imparare dai giovani significa acquisire la stessa libertà interiore e la stessa indifferenza di Abramo. Era in grado di lasciarsi alle spalle tutto ciò che aveva ottenuto nella sua vita, nonché la sua stabilità e il suo confort. Partì senza conoscere la destinazione, confidando solo in Dio che glielo avrebbe indicato». Infine, la crisi di Covid-19 «ci ricorda anche come l'umanità abbia sfruttato il nostro prezioso pianeta». E «se lavoriamo tutti insieme, possiamo apportare cambiamenti. Non è troppo tardi Stiamo davvero entrando in una nuova epoca nel nostro mondo e anche in una nuova era per la Compagnia di Gesù».

Non sono mancate, nello scambio via web, questioni più specificamente ecclesiali. A chi domandava se le creative iniziative liturgiche adottate dalle chiese in tutto il mondo in questo periodo di quarantena porteranno ad attualizzare ancor di più il Concilio Vaticano II e a modificare il rapporto tra sacerdoti e fedeli, Sosa ha risposto: «Lo spero: il grande desiderio del mio cuore è che questa crisi sia una opportunità per trovare un miglior posto per la comunità nella Chiesa. Stiamo imparando a essere più flessibili su molte cose, concordo nel desiderio che questa sia una opportunità». A chi domandava come affrontare una Settimana santa e una Pasqua che sarà priva, per la prima volta nella storia recente, di partecipazione fisica alle liturgie, Sosa ha dato un consiglio semplice: «Prendete il Vangelo e cercate di accompagnare Gesù nel suo percorso verso Gerusalemme. La contemplazione del Vangelo porta in contatto con quello che stiamo vivendo in questo momento, e la storia di Gesù è la storia dell’umanità e di come Dio è presente in questa storia».

Infine, per un ordine religioso, quello dei Gesuiti, noto per avere delle forti personalità, a discapito, a volte, della condivisione piena della vita comunitaria, Sosa ha sottolineato, a partire dall’esperienza di queste settimane nella curia generalizia, che l’epidemia e la clausura forzata può essere un’occasione per rileggere le dinamiche interne alla Compagnia di Gesù: «All’inizio», ha ammesso il Preposito generale con una punta di humor, «c’era un po’ di lamentela… non siamo abituati a stare tutto il tempo in comunità, è una nuova esperienza per molti di noi, anche per me. Ma forse dobbiamo scoprire qualcosa: la comunità non è solo avere una stanza nella stessa casa, è una missione, e dobbiamo costruire le relazioni in modo che una comunità divenga un gruppo di uomini capaci di discernere insieme. Questa nuova situazione è un’opportunità per scoprire molte cose, per conoscersi meglio, parlare, condividere sentimenti, timori, speranze. Avere più tempo per pregare insieme, condividere la responsabilità della comunità, ora che non abbiamo aiuti esterni. È un’opportunità di servire l’un l’altro, di offrire la propria generosità per aiutare gli altri. E c’è la conversazione spirituale: quando arrivo a tavola temo che si parli solo di coronavirus: ma la vita è molto altro, e magari scopriremo qualcosa di nuovo nei nostro compagni: noi qui abbiamo scoperto che c’è chi suona bene gli strumenti musicali, o ha una buona conoscenza del cinema e condivide film. È una opportunità di crescere come comunità».

Monica Martinelli: L'ESILIO DEI "FERMATI" (http://generativita.it, 2 aprile 2020)

Come in un paradosso, noi, gli abitanti del tempo accelerato e dello spazio dematerializzato, ci troviamo fermi. Improvvisamente, per una pandemia non più lontana.

Abituati a far coincidere la vita con gli attraversamenti continui di spazi in cui non sostare, con gli oltrepassamenti vertiginosi di tempi che si volatilizzano, ci troviamo in uno spazio confinato e in un tempo sospeso. Ci manca la terra sotto i piedi.

Lo spazio che avevamo pensato di abitare era quello immaginato senza confini, potendo andare – noi, cittadini globali – ovunque. E poi potendo tornare. Il più delle volte al punto di partenza senza che quel viaggio ci avesse più di tanto cambiati.

Il tempo che avevamo interiorizzato, quasi ingoiato, era l’istante  del carpe diem dei gaudenti, avvolto nell’ebrezza di nuovi cominciamenti a ripetizione continua, senza che niente si consolidasse, mai. Se Marx guardava con preoccupazione al fatto che “tutto ciò che è solido si dissolve nell’aria”, noi ne traevamo un godimento compulsivo senza saperlo denominare, nel quale però nuotavamo ossessivamente in vista di un nuovo colpo di fortuna. Come in una brusca svolta a U, ci troviamo altrove. Fermi. Presi dalle vertigini. Scalzati dalle precedenti abitudini che, come un manto ovattato, smussano angoli e attutiscono rumori, ci sentiamo quasi espulsi dal nostro stesso corpo, esposto a un rischio sconosciuto che rende tutto attorno spigoloso.

Le immagini di chi, in prima linea, lotta e spera, e non conta più il tempo chinandosi sulla sofferenza dell’altro, donandogli il respiro della vita e con tenerezza i gesti di parenti e amici che non possono esser lì; le immagini di chi, dietro a mille quinte di scene che cercano di tenere accesa la luce, lavora per una comunità che improvvisamente è meno anonima e dispersa, popolano i nostri occhi. Mentre si guarda, si rimane attoniti, senza parole, come sbalorditi. E se finalmente ci lasciamo andare, ci troviamo con le lacrime che spuntano agli occhi. Sentiamo compassione. Non sulla base di idee razionalizzate che vorrebbero governare la realtà anziché tenersi in contatto con essa, ma in modo viscerale – un sentire profondo che avvicina. Niente improvvisamente è così scontato come pensavamo. Tanto meno la vita. E la vita è un viaggio, un esodo esigente.

In maniera misteriosa siamo fermi e in viaggio allo stesso tempo. Un viaggio coraggioso. Dal bagaglio strano. Non chiede di aggiungere ma di togliere. Non di assicurare ma di liberare. Per percorrere un tratto nuovo, in direzione opposta al consueto espediente di ri-sedimentare continuamente la terra sotto i piedi, in senso sia materiale che spirituale. Il pensatore russo Lev Šestov sembra metterci in guardia: Ci sono istanti in cui, a un tratto, la nostra condizione ci si rivela in tutta la sua stridente incongruenza, in tutta la sua barbara oltranza, costringendoci a guardare in noi stessi. E allora la terra ci scivola via da sotto i piedi ma non per molto. Perché il terrore per questo senso di sradicamento rimette subito in sella l’essere umano. Scordiamoci di tutto, l’importante è tornare alla terra natia”.

Se però sospendiamo questa tentazione di un ritorno mosso dall’angoscia, l’espulsione da quei luoghi e tempi che sentivamo come ‘terra nostra’ – fossero stati anche dei non-luoghi o dei tini delle nostre miserie dentro cui non ci accorgevamo di sprofondare –, il vuoto inaugura un’altra aurora, dentro il passo dell’esilio.

Per molti, nei meandri di quell’umanità da tempo compresa tra le vite di ‘scarto’, si tratta di una condizione non nuova. La conoscono sulla loro pelle, immersi in un dolore che attende il parto di patrie diverse. E la cui esperienza, come una finestra, ci ha portato vicino i drammi del mondo. Ma quella finestra non è mai stato facile tenerla aperta per i globali che non conoscono cosa voglia dire essere espulsi da spazio e tempo. Per quegli esiliati della storia, caduti fuori dal tempo e scalzati dallo spazio, quelle coordinate si sono ritirate dal loro sangue.

Nell’esilio si finisce con il ‘vedersi’. Cosa che risulta quasi impossibile stando dentro le abitudini senza strappi, senza traumi. E si finisce con il vedere la città che si cerca, laddove forse è possibile farsi una vita migliore.

Nell’esilio, scrive la filosofa spagnola Maria Zambrano, si addensa la complessità dell’umana condizione, in cui ciascuno è invocato a essere partecipe di un possibile risveglio di se stesso e al mondo che non rimuove il vuoto dell’oscurità, e può mantenersi aperto alla convocazione della luce, a una possibilità di trascendersi, di inaugurarsi all’esistenza nella libertà, attraversando fino in fondo i labirinti del tempo. La condizione dell’esiliato diventa così una di quelle situazioni in cui si presentano i segni della condizione umana. Quasi si stesse compiendo l’iniziazione dell’essere uomini”. Si finisce con il vedere che, come esseri umani, siamo ciò che stiamo per essere in virtù di quello che patiamo e non di quello che ragioniamo. Forse una ri-nascita, che avviene passando dalla ‘dis-nascita’, secondo la Zambrano: ciò che ha comportato la dissoluzione della casa abitabile e del tempo storico, ha spossessato l’Io delle sue illusioni e pretese, facendo iniziare un percorso di attraversamento di esperienze-limite che portano con sé il patire e una radicale operazione di decostruzione, quasi una nudità simile a quella sperimentata, appunto, alla nascita. Difficile lasciarsi interpellare da questa nascita in cui tutti, come esseri umani, siamo provocati a dire: non sono nato ancora.  E a continuare a nascere, in un processo incessante che espone, senza riserve.

Tale nascita avviene ogni volta che non si esce troppo velocemente dal dolore volendolo esorcizzare; avviene tutte le volte che non si abdica alla vita, anche dentro la morte.

Vulnerabili e esposti – realtà che le tante seduzioni verso altri approdi ci ha fatto dimenticare -, ci si apre davanti un’immensità che ci sembra non avere contorno. Non è facile non lasciarsi schiacciare dalle situazioni. Di oggi. Ma, nel finire con il ‘vedersi’, si scopre che non si può più nemmeno tollerare la disumanità accaduta nel mondo e ancora in atto, che produce disperati. Nel finire con il ‘vedersi’, sale come un’onda silenziosa il pudore per la vita.

L’esilio – una situazione-limite per chi la vive dentro gli esodi umani da sempre ma oggi appello che sembra attraversarci da ‘fermi’ – è come se custodisse tra le mani ‘un pegno’: la realtà della nostra condizione umana stretta nell’interstizio tra angoscia e speranza, tra patimento del tempo e libertà, tra solitudine e appartenenza, tra vuoto e inaugurazione di sé. In questo interstizio vertiginoso, che ha il sapore del deserto, ci si chiede: e dopo?

Finendo con il ‘vedersi’, si percepisce che il dramma della libertà – con le sue grandi conquiste dentro le continue liberazioni mai finite – non può dileguarsi nell’ipotesi illusoria dello slegamento totale dall’altro, da tutto e da tutti, inseguendo l’illimite. E’ troppo poco. E che rimettersi a correre per inseguire una crescita incurante di ciò che essa implica non ci può più assicurare né felicità né umanità. La divaricazione dei destini individuali e di quelli collettivi ci appare, oggi, in tutto il suo tumulto lacerante. Ci è mancata l’aria ben prima di questo trauma collettivo. Avevamo perso il gusto della vita e il sapore delle sue pieghe ispessite. La potenza che il trauma porta con sé, oggi percepita come drammaticamente negativa, può evolvere in distruzione. Ma può divenire slancio generativo di trasformazione. Di nascita e rinascita.

Ci pensavamo senza relazioni, felici così. Le relazioni che oggi ci mancano in tutta la loro forza e i loro limiti, ci accorgiamo essere ciò che ci fa uscire dallo stato di mutismo in cui c’eravamo infilati pur tra miriadi di parole buttate lì, vere e false, dentro l’oceano caotico che solo l’accelerazione sfrenata dello yacht su cui eravamo imbarcati riuscita a evitare. Ora che siamo fermi a riva ci accorgiamo del mare, e che a muoverci davvero forse è un altro vento.

E ci riscopriamo a onorare chi si china sul dolore e sull’amore più forte della morte.

Ci accorgiamo che l’esperienza della sofferenza – individuale e collettiva -, che ci scalza dai nostri linguaggi e rende balbettii tutti i nostri tentativi di spiegazione – pone un limite a quella reversibilità del senso cui ci eravamo abituati, quell’equivalenza divenuta un tarlo delle democrazie occidentali. Non tutto sta sullo stesso piano, tanto più di fronte a un volto sofferente, a tanti volti che invocano. Ci accorgiamo che, in esilio dalle nostre isole senza arcipelago e acqua attorno, su cui ci sembrava di essere avvolti dal mito dell’onnipotenza, ascoltare la sofferenza può divenire una guida per ricostruire mondi più umani. La questione dell’uomo non è mai oggettiva, neutrale, statistica, tecnica.

Immedesimarci ci sembra coincida con il vedere una luce nel tunnel. Quando si soffre si cerca un ‘tu’ con cui contendere, da chiamare in causa, a cui confidare perché sa tenere aperte le domande, permette di affrontare anche il non-senso in ragione e in forza del suo silenzio.

Come accade per l’esiliato che sperimenta la nudità – e che oggi forse possiamo guardare in modo diverso -, così l’uomo in alcune situazioni della vita tocca con mano che l’ex-istere è un uscire da sé, fino a confrontarsi con la domanda: ‘che altro posso fare se non nascere e rinascere con l’altro?’. L’esiliato manifesta così che anche la patria, oltre la categoria storica cui essa rimanda, ha un’altra forma, custodisce un’altra verità: l’esilio è il luogo privilegiato per scoprire la patria – scrive ancora Zambrano. E siccome è vissuto nei suoi inferi”, chi attraversa l’esilio ne è uscito con un poco di verità “per essere la sua coscienza critica”, intravedendo su quella via la città che cerca.

Una città e patria sensata, il cui orizzonte tiene insieme il visibile e l’invisibile con cui confina.

Il pensatore ceco-brasiliano V. Flusser ce lo lascia intuire: un mistero ancora più profondo di quello della patria geografica è la ricerca dell’altro. La patria del senza patria è l’altro (…) patria per me sono le persone per le quali mi assumo la responsabilità

Mauro Magatti: PRIMA E INGIUSTA GLOBALIZZAZIONE FINITA. Coronavirus, Europa e mondo al bivio vitale (http://generativita.it, 1 aprile 2020)

Il Covid-19 sembra avere le idee chiare. La sua “strategia” per dividere e mettere in ginocchio il mondo intero si muove su due piani: da un lato, esso colpisce le fragilità – personali (anziani, pluripatologici, fumatori…) e istituzionali (i morti si moltiplicano laddove ci sono inadeguatezze organizzative e alti livelli di inquinamento) – dall’altro manda in tilt le interconnessioni su cui si fonda il nostro mondo: le catene degli scambi e delle interazioni tra le persone, le imprese, le istituzioni.

La domanda a cui siamo chiamati a rispondere è dunque questa: come reagiamo di fronte a questa doppia sfida che sembra davvero avere tratti “diabolici’ (divisivi)? Nelle settimane scorse i politici più sbruffoni (Trump e Johnson, oggi lui stesso contagiato) avevano annunciato che il virus non faceva paura, lasciando quasi intendere che in fondo esso avrebbe “alleggerito” società che “soffrono” del peso dovuto all’invecchiamento della popolazione. Secondo l’idea cinica che la potenza nazionale e gli interessi economici debbano venire prima della vita e della pietà umane.

Quando necessario, il debole va abbandonato per far vivere il forte. Abbiamo poi visto com’è andata: sotto la pressione della pubblica opinione, i due leader anglosassoni hanno dovuto fare marcia indietro e ora si trovano a rincorrere un problema che è scoppiato loro in mano, anche per il ritardo con cui lo hanno affrontato. Adesso, nella stessa logica, vediamo spuntare l’idea che i “forti” – o i presunti tali – in Europa (Olanda, Finlandia, Austria e in qualche misura la stessa Germania, a cui certo va riconosciuto il merito di avere i conti in ordine) sono tentati di fare da soli. Un po’ come nella favola della cicala e della formica, questi Paesi ritengono di potercela fare usando il cosiddetto Fondo Salva Stati (Mes) pensato in un’epoca completamente diversa.

E per questo si oppongono all’introduzione di quegli strumenti straordinari di politica economica che il buon senso dice necessari per gestire una situazione come quella che stiamo vivendo. Come ha autorevolmente affermato Mario Draghi sul Financial Times. La tentazione di questi Paesi è credere che il loro destino possa essere disgiunto da quello dei loro vicini (Italia, Spagna, Francia, cioè mezza Europa). Ma si tratta di un grandissimo abbaglio: il mondo che si va configurando vede crescere il peso delle grandi aree geopolitiche – Stati Uniti, Cina, India, Russia. In un gioco in cui nessun Paese europeo ha la stazza per potercela fare da solo. Per gli Stati nazionali del Vecchio Continente l’unica via di salvezza è riscrivere un’alleanza che li unisca. Un’alleanza che impegni tutti – i forti e i deboli – e che sia basata sul riconoscimento che c’è un bene in comune per raggiungere il quale si può aprire davvero la strada per la nascita della nuova Europa.

La Cina, che dichiara di aver superato la crisi del virus, ieri ha chiuso i voli internazionali. Una decisione che ci dice la direzione verso cui il mondo è destinato a muoversi: come dopo l’11 settembre abbiamo introdotto i controlli negli aeroporti, così dopo il Covid–19 la forma stessa delle interconnessioni internazionali dovrà essere rivista. La globalizzazione nella forma che abbiamo conosciuto alla fine del XX secolo è superata. Già traballante dopo il 2008, essa non sopravvivrà alla pandemia.

Quello che ci aspetta è invece il rafforzamento di aree politico-economico-culturali relativamente integrate e chiuse, la cui prosperità dipenderà prima di tutto dai mercati interni. E dal modello di sviluppo che sapranno mettere in campo per evitare la depressione che rischia di innescarsi. Dove il tema sarà duplice: all’interno come combattere le fortissime spinte a radicalizzare le disuguaglianze (sociali, generazionali, territoriali) con un nuovo modello di solidarietà che possa scongiurare il collasso dei sistemi politici; all’esterno, come definire i termini di una nuova interdipendenza tra le diverse aree del mondo, allontanando così i fantasmi della guerra e muovendosi verso forme più evolute di cooperazione per il governo delle grandi sfide comuni (ambiente, migrazioni, salute, etc).

L’Europa è oggi di fronte a questo bivio. O prende con coraggio la strada di una maggiore integrazione, aprendo così il proprio futuro (attraverso, ma ben oltre, i Reconstruction Bond) oppure è destinata a disgregarsi in preda agli egoismi interni. Nell’illusione, sempre risorgente nella storia, che i forti possono salvarsi a danno dei deboli. Ci convinca papa Francesco: «È tempo di reimpostare la rotta». Ci scuota il richiamo formulato, con saggezza e urgenza, dal presidente Mattarella: ogni ritardo nel riavviare autentica coesione e fattiva solidarietà potrà esserci fatale. E ci sia di monito l’antico proverbio africano: «Da soli si va più veloci. Insieme si va più

Marco Ronconi: SACERDOTI SENZA ESSERE PRETI (Osservatore Romano, 1 aprile 2020)

«Non dire: “Di che cosa ho bisogno e di quali beni disporrò d’ora innanzi?”[…] Nel tempo della prosperità si dimentica la sventura ma nel tempo della sventura non si ricorda la prosperità» (cfr. Sir 11, 23.25). E così, da un giorno all’altro, vissuto nel timore di una crescente oscurità, senza diventare preti, ha preso luce quanto dal Battesimo abbiamo ricevuto, la nostra identità di popolo sacerdotale. Non è poco. Alcuni sentono così insopportabile l’assenza dei preti e dell’eucaristia, da estorcere al reale tutto quello che possono. Li capisco. Sfruttano la tecnologia per condividere, se non i corpi, almeno uno sguardo e una voce. Qualcuno si inginocchia davanti all’immagine di un televisore senza — almeno ci sembra — commettere atto di idolatria, mentre qualcun altro fissa in un angolo del monitor un prete imporre le mani, ritenendo che la actuosa participatio di tanti individui in chat potesse essere un adattamento liturgico adeguato, addirittura profetico.

Accanto a questi ce ne sono altri che, altrettanto feriti dall’assenza dell’eucaristia e dei preti, sembrano monaci, ma senza noviziato. Sono rassegnati a non voler colmare vuoti incolmabili e provano a resistere rivolgendosi alla vita — proprio questa qui, claustrofobica negli spazi e impazzita nei tempi — cercando da rabdomanti quella grazia la quale, non più disponibile nei sacramenti, non sono disposti a credere abbia lasciato il mondo. Affinano i sensi per lasciarsi trovare. Disimparano le regole della conversazione per impararne un’altra, come quando si videoconnettono e inciampano su parole fuori sincrono, per cui aumentano le pause, sostano con gli sguardi ed esercitano la pazienza della ripetizione. Visto che monaci si ha da essere, non cercano il carisma di un fondatore, ma pratiche di una regola da declinare e praticare, non importa in che ordine, basta sia comune.

«Nei monasteri il tempo del lavoro non è tempo sottratto alla preghiera, né il tempo della preghiera è sottratto al lavoro. Non si prega meno perché si lavora, né si lavora meno perché si prega. Per realizzare questa alchimia […] i monaci inventarono il “tempo-qualità”: mentre l’horologium scandiva rigorosamente il “tempo-quantità”, il chronos, un altro orologio che i greci avrebbero chiamato kairos, allargava questo stesso tempo» (Luigino Bruni) indirizzandolo verso l’infinito. Soprattutto le monache, non potendo barare a causa del genere, impararono che — è vero — si poteva assumere la forma di Cristo diventando misteriosamente ciò che si mangiava, ma lo si poteva anche vivendo semplicemente ciò che si faceva, come un corpo. Non potendo darsi l’eucaristia, trovarono e parteciparono la grazia in luoghi insospettati e comuni: nell’ospitalità, nel frutto del lavoro (birra e formaggio, ad esempio), in giardini ordinati, in miniature e profumi, persino nella convivenza da consorti, senza poter fuggire, nella salute e nella malattia, credendo che in quel tempo Dio sta.

Liturgia delle Ore: i monaci che l’hanno inventata non sono tirchi, non l’hanno tenuta per loro, ma non è solo il titolo del libro che ogni battezzato ha tutta la dignità e l’autorità per aprire e usare. È piuttosto l’azione di un popolo che offre il tempo a Dio, per sé e per gli altri. Per i monaci è un dovere, o non reggerebbero il mondo. Forse anche per noi, oggi. All’ora mediana si recita un frammento del Salmo 118 (119) e alla prima ora della notte ci si accuccia sotto le parole del vecchio Simeone. Ma all’ora quarta (diciamo le 10) si organizzano gli spazi e i compiti, e non è una passeggiata; e all’ora undecima (le 18), almeno nelle grandi città, è convocato sui balconi un coro improvvisato di sconosciuti che prova a agirsi come un tutto. E ovviamente, a qualsiasi ora, quando arriva una chiamata da un amico bisognoso di parole, ci si ferma, anche solo per condividere una lacrima e tenere viva una promessa.

È vero, le case delle chiese sono chiuse e i preti presiedono con frazioni di popolo minuscole, ma la Chiesa non smette di celebrare. Io, per fatica o per vizio, posso smettere. E per fortuna anche essere riaccolto. Ma i santi e le sante, che della Chiesa fanno parte piena, non interrompono mai il loro canto di lode all’Altissimo e di intercessione per il Popolo di Dio che cammina lungo le strade della storia. E la storia è fatta di urgenze, mai evidenti e confuse come oggi. Se le vivessimo per quello che sono e le presentassimo all’Altissimo per quello che si mostrano alla luce della Parola di Dio, forse, faremmo solo cosa buona e giusta, nostro dovere e fonte di salvezza. Sacerdoti, senza essere preti. «Di grande sta avvenendo qualcosa che alla fede non deve sfuggire, e che, nell’esperienza cristiana, rivela una sacramentalità che non dipende esclusivamente dai sacramenti» (Giuseppe Bonfrate).

Scuola di Economia Civile: GUARDANDOCI DENTRO. GUARDANDOCI FUORI. Pensieri su come abiteremo le città domani (SEC, 1 aprile 2020)

sul tema “Guardandoci dentro. Guardando fuori. Pensieri su come abiteremo le città domani”.

di Francesca Giglio

Come abiteremo domani? Si potrà ancora vivere nelle città? Con acuta professionalità e visione, ma anche grande tatto e rispetto per il dolore e l'incertezza che caratterizzano questi tempi, si è vissuta un'altra stimolante serata mercoledì 1 aprile, nel 4° webinar organizzato dal Polo Lionello Bonfanti e dall'Associazione Salve! Health to share con il suo progetto Noi Qui. Relazioni Generative.

Questa volta si è riflettuto sul senso dell'abitare, presente e futuro, inteso come l'oscillare tra un dentro che custodisce e un fuori che accoglie. In dialogo con il prof. Luigino Bruni e i molti collegati, l'urbanista e docente al Politecnico di Milano, Elena Granata, a cui è seguito anche un intervento di Johnny Dotti, imprenditore sociale, in diretta dal borgo bergamasco in cui abita e alle prese dirette con l'esperienza del virus che ha colpito intensamente quelle zone.

Le piazze sono vuote, così come le strade del nostro immaginario storico e le nostre teste, svuotate di pensieri...ma le città non sono vuote, o meglio incarnano un vuoto che è diventato pieno, rappresentano un'intera comunità che, nella protezione della casa, cerca un senso.

In tanti c’è l’anelito di un cambio, un reset a più dimensioni ed è possibile che avvenga come anche che non succeda niente! A livello cognitivo, -ci evidenzia la Granata- c'è una resilienza al cambiamento, la mente umana non reagisce all'allarmismo (ad es. la passività di molti di fronte alla questione climatica), pertanto oggi è richiesta grande lucidità ed un potente slancio creativo collettivo per prendere decisioni sagge ed affrontare al meglio il domani, quando la morsa sarà allentata.

Solo insieme si può superare il rischio, l'immunità risiede nella comunità, ricorda anche Papa Francesco, che in quella piazza vuota a San Pietro rappresentava un pieno.

E la città è la risposta, è il luogo dove si è già sperimentata quell'intelligenza creativa delle connessioni, quella biodiversità (culturale, sociale, religiosa, di competenze, ecc...) che permette di trovare soluzioni geniali a problemi: per salvarci, con grande coraggio dovremo essere in grado di cercare queste soluzioni non solo mentre siamo immersi nella disperazione ma anche quando non è più necessario farlo! Come ci insegnano i visionari del Central Park che nel 1857, pur se allora non ce n'era bisogno, hanno ben pensato di mettere un polmone verde in città o ancora -sottolinea Bruni- guardando ad Israele, che sotto esilio e senza più tempio -distrutto-, inventò comunque il tempio del tempo, lo Shabbat, un giorno totalmente diverso dagli altri.

Per un efficace salto creativo comunitario, dovremo guardare alla città integrando anche la dimensione "tempo" a fianco dello spazio ed arrivando al superamento della dialettica del "o - o" poiché è piuttosto un approccio complementare, l' " e - e" ciò che funziona. Alcuni esempi: ben venga la GDO ma sono essenziali anche servizi essenziali e piccole botteghe di quartiere ad un quarto d’ora da casa; servono ospedali grandi ma anche presidi sanitari territoriali; è bello ed efficiente ritrovarsi in azienda, ma può funzionare anche lo smart working, qualche giorno alla settimana.

Questo è anche un tempo di grande rinnovamento spirituale, interviene Dotti: se finora tale dimensione risulti abbandonata e le forme democratiche dell'occidente non ci fanno ancora vivere quell' "e - e" sopra auspicato, ora si sta comunque facendo un'esperienza spirituale che, venendo meno anche il rituale, tocca tutti, tra il visibile e l'invisibile. Serve un pensiero nuovo dell'abitare, come dimensione centrale dell'essere, come un qualcosa che non appartiene solo ai tecnici, ma un'arte popolare che riguarda e chiama in gioco tutti, serve riscoprire quanto la città sia portata avanti dai lavori più "umili e guardare a nuovi modelli di lavoro.

Così, in questo stand by collettivo, la crisi può essere acceleratore virtuoso di futuro. Così il dolore vissuto non andrà sprecato ma convertito in generativo.

Luca De Biase: «SIAMO IMMERSI NEI NUOVI PARADIGMI DELL'INTELLIGENZA CONNETTIVA». Intervista a Derrick De Kerckhove (Il Sole 24 Ore, 31 marzo 2020)

Indiscusso maestro della cultura digitale, ricorda il singolare rapporto con Marshall McLuhan e riflette sui profondi cambiamenti sociali imposti dalla tecnologia della rete.
Derrick de Kerckhove si teneva la testa tra le mani. Era solo, quella sera all’inizio degli anni Settanta, nella Coach House, la sede del Centre for Culture and Technology all’università di Toronto guidato da Marshall McLuhan. Si preparava ad abbandonare l’università e tutta la vita che aveva immaginato di vivere.

Sarebbe stato un peccato. Perché de Kerckhove era destinato a diventare un intellettuale originale, un cosmopolita della cultura, un provocatore non violento, capace di insegnare a milioni di persone un modo creativo di pensare i media digitali. Avrebbe aiutato a leggere con un taglio culturale una storia tecnologica destinata a diventare un gigantesco fenomeno economico-finanziario. Avrebbe diretto per un quarto di secolo il McLuhan Program a Toronto trovando i soldi per mantenerlo in vita nonostante una distratta ostilità dell’accademia, avrebbe tenuto corsi in diverse università, compresa la Federico II di Napoli, scritto libri come Brainframes (1993), Intelligenza connettiva (1997), L’architettura dell’intelligenza (2001), diretto riviste come «Media Duemila». E, senza perdere il suo distacco da intellettuale, avrebbe avuto una funzione impegnata, costruttiva, persino confortante. Anche nel pieno delle grandi crisi: dalla fine della bolla di internet del 2000 alla pandemia di questi giorni.

Eppure quella sera nella Coach House per lui tutto - passato e futuro - era perduto. Il giovane de Kerchhove era da qualche anno a Toronto per perfezionare i suoi studi in letteratura francese. Ma seguiva anche altri corsi. Comprese le lezioni di McLuhan. «Quell’uomo parlava con autorevolezza di cose che nessuno capiva. Ma ne parlava in modo tale che si desiderava ascoltarlo» ricorda. Quando «Le Monde» intervistò McLuhan, il professore chiese a de Kerckhove di rivedere il testo francese. Il ragazzo indicò i punti che avrebbero meritato qualche precisazione. McLuhan lo nominò traduttore ufficiale. «Fu una sorta di investitura nobiliare». Come conseguenza de Kerckhove contribuì alla produzione di due libri, Du cliché à l’archétype e D’œil à oreille: «Qualcosa di più di semplici traduzioni» ricorda de Kerckhove. «McLuhan mi telefonava anche alle due di notte per aggiungere idee che non erano presenti nella versione in inglese».

De Kerckhove racconta questi suoi esordi passeggiando proprio davanti alla Coach House nella quale aveva vissuto quella serata di crisi nera. Interrotta dall’improvvisa entrata in scena di McLuhan in persona. «Lei sembra piuttosto triste» osservò il professore. «Ho deciso di lasciare l’università» rispose Derrick. «Che strana idea» commentò McLuhan, che volle una spiegazione. «Il problema è l'argomento della mia tesi di dottorato. Non mi interessa. Ma se non la finisco perdo il lavoro all’università». McLuhan gli chiese quale fosse l’argomento. «La decadenza dell’arte tragica nella letteratura francese del XVIII secolo». Il professore si sedette: «Lei non procede perché pensa che la tragedia sia una forma d’arte», disse McLuhan. «Perché? Che altro è la tragedia?», chiese de Kerckhove. «Secondo me, è un "quid"» sorrise McLuhan «una "quest for identity": è una strategia inventata dai greci per superare la crisi di identità dovuta all’introduzione dell'alfabeto che aveva distrutto la cultura tradizionale». Silenzio. Il maestro aveva parlato. «Di colpo, la mia tesi non era più un cumulo di nozioni. Era un problema storico, antropologico, mediatico. Avevo un taglio col quale guardare a tutto quello che sapevo per creare qualcosa di nuovo». Quattro mesi dopo de Kerckhove aveva conseguito il dottorato. McLuhan era presente alla discussione e commentò compiaciuto: «La ricerca è un’attività magnifica quando si sa che cosa cercare».

Chi incontra oggi de Kerckhove lo definirebbe un “mcluhaniano non ortodosso”. Che poi, conoscendo McLuhan, è l’unico modo per essere un mcluhaniano. L’accademia, per lunghi decenni, non capì. La ricerca normale vive di esperimenti, pubblicazioni, metodo. Ma le ipotesi che la scienza empirica deve verificare vengono anche dall’immaginazione, alimentata da percorsi umanistici non sempre formali. Il maestro di de Kerckhove da questo punto di vista era un gigante. Seguiva un’ispirazione, che i conformisti non comprendevano, ma che lo sincronizzava col pubblico. «Come quando valutò il risultato del dibattito televisivo tra John Kennedy e Richard Nixon, nel 1960, dicendo che il primo era fresco (cool) e il secondo accalorato. E il fresco attira, mentre il caldo respinge». Per de Kerckhove, «McLuhan cercava le risonanze tra le idee». Era illuminante. «Viveva di una libertà intellettuale della quale non abusava ma, di certo, approfittava». Con ironia: «L’ho sentito dire: “Non le piace questa idea? Non importa, ne ho anche altre…”».

Negli anni Novanta, nel contesto generato da internet, de Kerckhove avrebbe avuto un ruolo fondamentale per la riscoperta del pensiero di McLuhan. «Eravamo molto diversi» ricorda de Kerckhove. «McLuhan aveva la capacità di arrivare a conclusioni giuste a partire da premesse completamente “fuori di melone”. La sua forza era di riuscire a vedere le conseguenze. Io cercavo le ragioni. Avevo studiato in Francia, del resto: Cartesio mi aveva segnato in modo indelebile».

De Kerckhove lo comprese incontrando Jean Duvignaud, uno dei fondatori della ricerca sulla sociologia dell’arte e dello spettacolo. Con Duvignaud, a Tours, studiò l’alfabeto, superando le intuizioni di McLuhan attraverso il ricorso alla neuroscienza. I media, per de Kerckhove, sono tecnologie che "incorniciano" il cervello conducendolo verso modelli di interpretazione coerenti alla loro struttura. L’alfabeto greco è una tecnologia che genera mutazioni nell’attività cognitiva. Per esempio, col riorientamento della scrittura da sinistra a destra si definisce il verso del tempo: «Nel pensiero scritto, si viene da sinistra e si va verso destra: il futuro è da quella parte». Tutto questo si inserisce nel grande dibattito sull’oralità e la scrittura. «La scrittura ha separato lo spettacolo e lo spettatore, la conoscenza e il conoscente, il significante e il significato. Genera una razionalità: come osservava Walter Ong, nel mondo dell’oralità si riportavano i fatti l'uno accanto l’altro; nella scrittura si strutturano relazioni di causa ed effetto; si passa dall’orecchio all’occhio, diceva McLuhan, dalla giustapposizione di suoni all’architettura visibile del pensiero». La sua tesi francese non è pubblicata, ma resta una pietra miliare nell’ecologia dei media. In Brainframes, de Kerckhove avrebbe elaborato intorno al tema dei media come ambienti cerebrali.

Ebbene. La nuova struttura fondamentale, secondo de Kerckhove, è lo schermo connesso a internet. «Ha conseguenze enormi, di portata simile e senso opposto all’alfabeto. Modifica la percezione, come suggeriva John Thackara, visionario del design. Modifica il cervello, come mostra Stanislas Dehaene, neuroscienziato. Ora siamo immersi nella conoscenza. Lo spettatore è lo spettacolo. I tempi si confondono, il passato e il presente sono meno distinti». E forma un’intelligenza “connettiva”: «Il concetto mi è stato suggerito da un artista per aiutarmi a superare la mia ritrosia a usare il termine “intelligenza collettiva” diffuso da Pierre Lévi. Persona molto gentile, Lévi mi dice: “Combattiamo la stessa battaglia intellettuale”. Temo di non essere d’accordo. Il collettivo è il risultato di un processo sociale che anonimizza le persone e omogeneizza i modelli di partecipazione. Una piattaforma invece connette persone che restano sé stesse». La cultura digitale è una complessa trasformazione. E continua a evolvere. Oggi sulla rete si sviluppa un doppio digitale per ciascun umano connesso. «Tutti i dati che si lasciano in rete sono ordinati, elaborati e analizzati per fornire informazioni, consigli, obblighi. Il doppio digitale è una rappresentazione della persona fisica che agisce nei diversi contesti, ricordando tutto. Questo “machine learning personale” può diventare un liberatore o un grande inquisitore. C’è bisogno di discutere sui diritti umani e di aggiornarli per questo contesto». Si sviluppa una sorta di sistema limbico globale che, appunto, proprio in questi giorni di pandemia rivela le sue conseguenze. «In Italia e in altri paesi occidentali l’emotività ha preso il sopravvento, i media tradizionali hanno ripreso l’emozione che circola in rete e le misure decise sono esagerate: Corea, o Singapore, dimostrano un atteggiamento completamente diverso con un uso razionale della rete».

Il mondo digitale: molti lo raccontano concentrando l’attenzione sugli oltre 4mila miliardi di dollari di capitalizzazione dei giganti di internet, citando incessantemente le ricchezze dei capitalisti del web, narrando le vicende degli startupper diventati miliardari, oppure ricordando le crisi dei settori rivoluzionati dal web, dall’editoria al commercio; in realtà, il mondo digitale è soprattutto una questione di conoscenza, di cultura, di mentalità. Di certo, la connessione tra il cervello e lo schermo non può essere solo tecnologica. Avrà sempre bisogno di qualcuno che, come de Kerckhove, la pensi in termini ecologici e culturali. Altrimenti gli umani subiranno, inconsapevoli, fino a che sarà troppo tardi. Le tecnologie spostano il limite del possibile. Ma la libertà è conoscenza. Le parole sono importanti.

Vescovi Umbri: ALLA PANDEMIA DEL CORONAVIRUS SOSTITUIAMO LA PANDEMIA DELLA PREGHIERA E DELLA TENEREZZA (www.chiesainumbria.it, 31 marzo 2020)

Il diffondersi impressionante dell’epidemia da Coronavirus ha reso necessaria l’assunzione di numerose drastiche misure per la tutela della salute pubblica. Tra queste, anche quella – accolta non senza difficoltà e sofferenza – di celebrare la liturgia, compresa la S. Messa, senza la partecipazione della comunità credente. Nelle stesse condizioni dovremo vivere la Settimana Santa ormai alle porte, con il Triduo Pasquale e la Pasqua di risurrezione, centro dell’anno liturgico. Per ogni fedele questa situazione costituisce una amara esperienza di autentico “digiuno”: egli deve infatti rinunciare ad accostarsi alla mensa eucaristica e a condividere con gli altri fratelli e sorelle questo momento essenziale e costitutivo della vita cristiana.

Le diverse liturgie che – nel rispetto delle norme di sicurezza stabilite dalla competente autorità – si terranno nelle chiese Cattedrali e nelle parrocchie saranno comunque e sempre a nome e a beneficio di tutto il popolo fedele, raccolto idealmente attorno all’altare per il mistero della comunione dei santi. Perciò i Vescovi, attingendo al Magistero e alla Tradizione della Chiesa, hanno ritenuto di qualche utilità fornire in proposito alcuni elementi chiarificatori, che favoriscano una serena comprensione del momento difficile che stiamo vivendo.

1. La riforma del Concilio Vaticano II auspica che «i fedeli prendano parte alla celebrazione consapevolmente, attivamente e fruttuosamente» (SC 11), e raccomanda ai battezzati la comunione al sacrificio eucaristico – alle condizioni richieste – come partecipazione più perfetta al sacrificio stesso (cf SC 55).
Le indicazioni conciliari non significano tuttavia che la validità della celebrazione eucaristica dipenda o sia condizionata dalla presenza del popolo. La “materia” imprescindibile della Messa sono il pane e il vino, così come la “forma” è data dall’atto celebrativo presieduto dal sacerdote. Quando un presbitero celebra l’Eucaristia «con l’intenzione di fare ciò che vuole fare la Chiesa», quella Messa attualizza oggettivamente il mistero pasquale di Cristo. È dottrina di fede infatti che nella memoria eucaristica «è contenuto e immolato in modo incruento lo stesso Cristo che si offerse una volta in modo cruento sull’altare della croce… Si tratta infatti di una sola e identica vittima e lo stesso Gesù la offre ora per il ministero dei sacerdoti, egli che un giorno offrì se stesso sulla croce: diverso è solo il modo di offrirsi» (DS 1743). Oltretutto, se la “materia” fosse l’assemblea si dovrebbe pensare paradossalmente ad una sua trasformazione o addirittura ad una sua “transustanziazione”, concetto del tutto estraneo alla tradizione cattolica e alla teologia dell’Eucaristia.

2. L’assemblea partecipa alla celebrazione ma non è la protagonista costitutiva dell’atto sacramentale, come lo è invece il ministro ordinato, presbitero o vescovo. Egli stesso d’altronde non è ministro di se stesso, ma solo di Cristo e del suo corpo che è la Chiesa. La presidenza eucaristica infatti, come ha sempre insegnato il Magistero, è un agire “nella persona stessa di Cristo” (in persona Christi), tanto è vero che il ministro in quel momento non si esprime in terza persona, bensì in prima: «Questo è il mio corpo. Questo è il mio sangue». È chiaro che da un punto di vista pastorale la presenza del popolo è quanto mai auspicabile, così come è raccomandato «che i fedeli non assistano come estrani o muti spettatori e vi partecipino anzi consapevolmente, piamente e attivamente» (SC 48). Teologicamente, tuttavia, l’attuazione oggettiva della pasqua di Cristo nell’azione eucaristica della Chiesa non dipende dalla loro presenza. Una cosa è la validità oggettiva, altra la fecondità o la fruttuosità soggettiva. Il celebrante e l’assemblea dei fedeli svolgono un ruolo di rappresentanza visibile, ma il ministro originario dell’azione eucaristica è lo stesso Signore Gesù, eternamente glorificato presso il Padre, Lui che «possiede un sacerdozio che non tramonta» (Eb 7, 24; cf 7, 25-26; 8, 1-2; 9, 12. 24). Lo stesso vale per la presenza eucaristica di Cristo nei segni sacramentali del pane e del vino.

3. La presenza del popolo di Dio non è accessoria e il sacerdozio battesimale è inseparabilmente unito a quello ministeriale (cf LG 10). La Messa però non dipende dal sacerdozio battesimale. I fedeli «compiono la propria parte nell’azione liturgica» (LG 11), ma non sono loro che attuano e rendono presente il gesto di Cristo che si offre al Padre ogni volta che, obbedendo al suo comando, il ministro – a nome della Chiesa e in persona Christi – fa memoria della sua pasqua. (A questo proposito, è quanto mai urgente una appropriata catechesi che educhi la comunità alla piena partecipazione all’azione eucaristica; sarà anzi indispensabile operare in questa linea appena si possa tornare alla normalità).

4. La liturgia è un’azione comunitaria, ma quando si parla di comunità e di comunione si deve avere la consapevolezza che essa va al di là dei confini visibili; è una comunione di grazia che unisce sempre realmente tutti i battezzati nell’unico corpo mistico di Cristo. Ciò significa che i fedeli sono inclusi in ogni celebrazione eucaristica, alla quale si possono unire spiritualmente pur non essendo visibilmente presenti. È bello ricordare cosa fece P. Theilhard de Chardin quando, nel deserto di Ordos in Cina nel 1923, nel giorno della Trasfigurazione, trovandosi senza pane e senza vino, celebrò “la Messa sul mondo”, presentando a Dio la storia dell’universo come una grande oblazione che, per mezzo di Cristo nello Spirito, sale al Padre: «Poiché … sono senza pane, senza vino, senza altare, mi eleverò al di sopra dei simboli alla pura maestà del reale, e ti offrirò, io tuo sacerdote, sull’altare della terra totale, il lavoro e la pena del mondo» (“La Messa sul mondo”», in Inno dell’universo, Brescia 1992, p. 9). Il “digiuno eucaristico” a cui i fedeli sono costretti in questo momento diventa un’opportunità per educarsi a fare di tutta la propria esistenza un’offerta vivente a Dio, secondo quel “culto spirituale” tanto raccomandato da San Paolo (cf Rm 12, 1-2), e costituisce un’occasione preziosa per riscoprire la bellezza e la grandezza di potersi comunicare, non appena sarà possibile, al corpo e sangue del Signore Gesù. La Messa che i sacerdoti celebrano ogni giorno da soli, non senza una loro grande sofferenza per l’assenza dei fedeli, rappresenta un segno di comunione soprannaturale di tutta la Chiesa e dice “in atto” come i battezzati siano chiamati a farsi «pietre vive, costituiti come edificio spirituale, per un sacerdozio santo e per offrire sacrifici spirituali graditi a Dio, mediante Gesù Cristo» (1Pt 2, 4-5).

5. La decisione assunta non è dunque di sospendere le Messe, ma di celebrarle senza il popolo; una scelta obbligata, che ovviamente non esclude che si debbano incrementare molteplici forme di preghiera e di carità e ricercare i tanti tipi di presenza e dialogo con i fedeli resi possibili dai moderni mezzi di comunicazione, per mantenere viva la fede e la comunione con la Chiesa in un tempo in cui nemmeno è permesso incontrarsi in gruppo per la catechesi e per altri momenti di formazione e condivisione. La mancanza della Messa coram populo chiama tutti i fedeli ad educarsi o ri-educarsi ad un rinnovato clima di ascolto della Parola di Dio, riflessione e preghiera per riscoprire la comunità familiare come “chiesa domestica” o piccola chiesa nella grande Chiesa (cf LG 11; AA 11).

La certezza che ogni giorno numerose azioni eucaristiche sono celebrate vicino alle nostre case rappresenta una grazia e una benedizione per tutti. Ad esse ci uniamo spiritualmente ed offriamo al Signore le nostre sofferenze e lo stesso “digiuno eucaristico”, affinché Dio ci aiuti a superare questo momento doloroso e sia vicino a quanti soffrono nel corpo e nello spirito. E accogliamo fiduciosi il duplice invito del Santo Padre: alla pandemia del coronavirus sostituiamo la pandemia della preghiera e della tenerezza.

Assisi, 31 marzo 2020.

+ Renato Boccardo, Arcivescovo di Spoleto-Norcia - Presidente della Conferenza Episcopale Umbra

Katie Shonk: COMBATTING COVID-19 WITH COMMON INTERESTS (PON Daily blog, 30 marzo 2020)

During the coronavirus disease pandemic, scientists have time to think, build networks, and offer governments the best advice. By identifying common interests and negotiating collaboratively, we will be well positioned to build a better future, one expert says.

As nations rush to slow the COVID-19 pandemic, treat victims of the virus, and develop cures, they face strong motivations to cooperate with one another rather than compete. Scientists and technical experts can help spearhead this collaboration, said Professor Paul Berkman, director of Tufts University’s Science Diplomacy Center, during a March 26 online talk hosted by the Program on Negotiation at Harvard Law School.

During this time of crisis and uncertainty, “science diplomats” have opportunities to build international, inclusive networks, facilitating informed decision-making that balances national and common interests “for the benefit of all on Earth across generations,” according to Berkman. Collaborative negotiation skills can help guide this challenging process.

A CALL TO COLLABORATE

After World War II, the world was “brought to its knees by the horror and destruction of violence,” Berkman noted. In the following two decades, the international community recognized that all nations would benefit from designating areas of the earth—and beyond—as common interests. International treaties were negotiated to prevent destructive competition in Antarctica, outer space, and the deep sea.

Eventually, the world succumbed to a period of nationalism that lasted “until a couple weeks ago,” when governments were newly motivated to cooperate to fight the spread of the virus, said Berkman. “We’re living through a period of common interests in the absence of global conflict.”

“There’s been a tide change, in that the world is now keenly aware of the importance of common interest-building as opposed to self-interest,” said Berkman. “Presumably, that will increase. I hope we will carry that sentiment with us and use it as guidance as we build on a planetary scale.”

Analyzing currently available data on the global spread of COVID-19, Berkman projected that it will take four to five months for the infection to sweep the globe and subside. Out of this “gloom and doom time,” Berkman said, “my hope is to work with you and others to awaken a global renaissance of lifelong learning as we rebuild on the other side.”

Calling science the “study of change,” Berkman noted that different levels of learning and cooperation are possible at different points in the current pandemic. The challenge is to respond to change with informed decisions—ones that begin with questions rather than assumptions.

MAKING THE MOST OF THE GLOBAL PAUSE

“While we’re all sequestered, we can think and produce together in ways that would not have been possible when we were running around the world to meetings on a regular basis,” Berkman noted. “There is time in a way there wasn’t before”—including time to identify questions of common concern and the methods needed to answer these questions. “While the world has slowed down, we have the greatest opportunity to plan thoughtfully for the future . . . through discussions and networks.”

“Some nations are working together more rather than others,” Berkman acknowledged. The key is to “emphasize the cooperative moment, learn from it, and figure out how to sustain it beyond the pandemic.”

When asked to identify current hotspots of common interest-building, Berkman noted that “data is a rallying point right now” for nations and organizations. “Health organizations are sharing data. Journals are making all articles on COVID-19 available for free,” he said.

“Governments around the world are recognizing that science and technology advice is important in decision making,” Berkman added. “The challenge is to aggregate advice from individual experts to the benefit of all. New collaborative communities will need to be built.”

EDUCATING FOR A MORE COLLABORATIVE TOMORROW

Berkman sees education at the heart of the global renaissance he envisions—from K-12 education to college and beyond. “The challenge is to give people the skillset to make informed decisions that operate along a continuum of urgency,” he said. Armed with “a generalized skillset,” younger and future generations will be able to “work in the face of change, to think short-term to long-term.” Tomorrow’s leaders need to be “the most gifted, informed decision makers—those who are best at distilling information and creating balance among different stakeholders and being inclusive.”

“When we share common interests, competition between allies and adversaries is minimized,” said Berkman. He described how the United States and the Soviet Union came together in 1959, at the height of the Cold War, to negotiate a treaty that banned nuclear weapons from Antarctica for all time. The parties built a process of continued consultation on matters of common interest—most notably, the survival of all of the Earth’s inhabitants.

“Science is a tool of diplomacy,” said Berkman. “We all have opportunities to serve as science diplomats, bringing together allies and adversaries.” He described how he and a colleague from Moscow, despite having no ties to government, managed to convene a formal dialogue between NATO and Russia to address security issues arising in the Arctic Ocean. “If someone like me without any real position call pull together allies and adversaries, that capacity belongs with all of us.”

“Our journey as a civilization is to think across centuries,” Berkman concluded. “I hope we have opportunities to build a civilization across centuries that is hopeful and peaceful.”

Arcivescovo Carlo Maria Viganò (intervista a): IL CORONAVIRUS E LA MANO DI DIO (The Remnant, 30 marzo 2020)

Pubblichiamo la versione italiana dell’importante intervista rilasciata da S.E. l’arcivescovo Carlo Maria Viganò a Michael Matt, e pubblicata su “The Remnant” il 30 marzo 2020

Eccellenza, con quale sguardo il cristiano deve valutare la pandemia del Covid-19?

La pandemia del Coronavirus, come tutte le malattie e la stessa morte, sono una conseguenza del Peccato Originale. La colpa di Adamo, capo del genere umano, ha privato lui e i suoi discendenti non solo della Grazia, ma anche di tutti quei doni che Dio gli aveva dato alla Creazione. Da quel momento la malattia e la morte sono entrate nel mondo, quale punizione per aver disobbedito a Dio. La Redenzione annunciata nel Protoevangelo (Genesi 3), profetizzata nell’Antico Testamento e portata a compimento con l’Incarnazione, la Passione, la Morte e la Risurrezione di Nostro Signore ha riscattato dalla dannazione eterna Adamo e la sua discendenza, ma ha lasciato che le sue conseguenze rimanessero come marchio dell’antica caduta, e fossero definitivamente ripristinate solo alla Resurrezione della carne, che noi professiamo nel Credo, e che avverrà prima del Giudizio universale. Questo va ricordato, specialmente in un momento in cui i principi basilari del Catechismo sono ignorati o negati.

Il Cattolico sa che la malattia, e quindi anche le epidemie, la sofferenza, la privazione dei propri cari, devono essere accettate con fede e umiltà anche in espiazione dei nostri peccati personali. Grazie alla Comunione dei Santi – tramite la quale i meriti di ogni battezzato si comunicano anche agli altri membri della Chiesa – possiamo offrire tali prove anche per il perdono dei peccati altrui, per la conversione di chi non crede, per abbreviare la purificazione delle anime sante del Purgatorio. Una sventura come il Covid-19 può anche essere occasione preziosa per crescere nella Fede e nella Carità operosa.

Come si vede, limitarsi all’aspetto meramente clinico della malattia – che ovviamente va combattuta e guarita – toglie ogni dimensione trascendente alla nostra vita, privandola di quello sguardo soprannaturale senza il quale è inevitabile chiudersi in un sordo egoismo senza speranza. 

Alcuni esponenti della Gerarchia e sacerdoti hanno affermato che «Dio non punisce» e che considerare il Coronavirus come un flagello «è un’idea pagana». È d’accordo?

La prima punizione, come dicevo pocanzi, è stata inflitta al nostro Progenitore. Ma, come recita l’Exsultet che intoneremo la notte del Sabato Santo: O felix culpa, qui talem ac tantum meruit habere Redemptorem! Felice colpa, che ci ha meritato un tale Redentore!

Un padre che non punisce dimostra di non amare il figlio, ma di disinteressarsi di lui; un medico che osserva indifferente il malato peggiorare fino alla cancrena non vuole la sua guarigione. Il Signore è Padre amorevolissimo perché ci insegna come dobbiamo comportarci per meritare l’eternità beata del Cielo, e quando col peccato disobbediamo ai Suoi precetti, non ci lascia morire, ma ci viene a cercare, ci manda tanti segnali – talvolta anche severi, com’è giusto – perché ci ravvediamo, ci pentiamo, facciamo penitenza e riacquistiamo l’amicizia con Lui. Sarete miei amici, se farete quel che Io vi comando. Mi pare che le parole del Signore non diano adito ad equivoci.

Vorrei anche aggiungere che la verità di un Dio giusto che premia i buoni e punisce i malvagi fa parte di quell’eredità comune alla legge naturale che il Signore ha instillato in tutti gli uomini di tutte le epoche: un richiamo insopprimibile del Paradiso terrestre, che consente anche ai pagani di comprendere come la Fede Cattolica sia il necessario compimento di quel che loro suggerisce un cuore sincero e ben disposto. Mi stupisce che oggi, anziché evidenziare questa verità profondamente iscritta nel cuore di ogni uomo, proprio coloro che sembrano nutrire tanta simpatia per i culti pagani non accettino l’unica cosa che da sempre la Chiesa ha considerato importante per attrarli a Cristo.

Vostra Eccellenza ritiene che vi siano dei peccati che hanno suscitato lo sdegno di Dio in modo particolare?

I crimini di cui ognuno di noi si macchia davanti a Dio sono un colpo di martello sui chiodi che hanno trafitto le Mani del nostro Redentore, un colpo di frusta che ha strappato la carne del Suo santissimo Corpo, uno sputo sul Suo amorevole Volto. Se avessimo dinanzi agli occhi questo pensiero, nessuno di noi oserebbe peccare. E chi ha peccato, non finirebbe di piangere per tutto il resto dei suoi giorni. Eppure è questa la realtà: nella Sua Passione, il nostro divino Salvatore ha assunto su di Sé non solo il Peccato Originale, ma anche tutti i nostri peccati, di tutti i tempi e di tutti gli uomini. E la cosa mirabile è che Nostro Signore ha voluto affrontare la morte sulla Croce, quando una sola goccia del Suo preziosissimo Sangue sarebbe bastata per redimerci: Cujus una stilla salvum facere totum mundum quit ab omni scelere, come ci insegna San Tommaso.

Ma oltre ai peccati commessi dai singoli, vi sono anche i peccati commessi dalle società, dalle Nazioni. L’aborto, che anche durante la pandemia continua a uccidere bambini innocenti; il divorzio, l’eutanasia, l’orrore del cosiddetto matrimonio omosessuale, la celebrazione della sodomia e delle peggiori perversioni, la pornografia, la corruzione dei piccoli, la speculazione delle élites finanziare, la profanazione della domenica…

Posso chiederLe per quale motivo fa una distinzione tra colpe dei singoli e colpe delle Nazioni?

San Tommaso d’Aquino ci insegna che, come è dovere del singolo riconoscere, adorare e obbedire al vero Dio, così la società – che è appunto costituita da singoli – non può non riconoscere Dio e far sì che le proprie leggi consentano ai suoi membri di conseguire il bene spirituale cui sono destinate. Nazioni che non solo ignorano Dio, ma lo negano apertamente; che impongono ai sudditi di accettare leggi contrarie alla Morale naturale e alla Fede cattolica, quali il riconoscimento di diritti all’aborto, all’eutanasia e alla sodomia; che si adoperano per la corruzione dei fanciulli, profanando la loro innocenza; che consentono il diritto di bestemmiare la divina Maestà non possono considerarsi esenti dalla punizione di Dio. Così i peccati pubblici richiedono pubblica confessione e pubblica espiazione, se vogliono ottenere pubblico perdono. Non dimentichiamo che la comunità ecclesiale, in quanto società anch’essa, non è esente dalle punizioni celesti, laddove i suoi capi si rendano responsabili di offese collettive.

Vuol dire che ci sono anche colpe della Chiesa?

La Chiesa è in sé sempre, indefettibilmente santa, poiché essa è il Corpo Mistico di Nostro Signore, e sarebbe non solo temerario, ma blasfemo anche solo pensare che la divina istituzione che la Provvidenza ha posto in terra come dispensatrice della Grazia ed unica arca di salvezza possa anche minimamente essere imperfetta. Le lodi che attribuiamo alla Vergine Santissima – che è Mater Ecclesiae, appunto – si applicano anche alla Chiesa: essa è mediatrice delle grazie, tramite i Sacramenti; è Madre di Cristo, di Cui genera le membra; Arca dell’alleanza, ossia custode del Pane celeste e dei Comandamenti; la Chiesa è rifugio dei peccatori, cui concede il perdono nella Confessione; salute degli infermi, cui ha sempre prodigato le proprie cure; regina della pace, che promuove tra i popoli predicando il Vangelo. Ma è anche terribilis ut castrorum acies ordinata, perché il Signore ha dato ai suoi Ministri il potere di scacciare i demoni e l’autorità delle Sante Chiavi, grazie alle quali essa apre o chiude le porte del Cielo. E non dimentichiamo che la Chiesa non è solo quella Militante sulla terra, ma vi è quella Trionfante e quella Purgante, i cui membri sono tutti Santi.

Ma è pur vero che, se la Chiesa di Cristo è Santa, essa può essere però peccatrice nei suoi membri qui sulla terra, ed anche nella sua Gerarchia. In questi tempi travagliati abbiamo purtroppo numerosi esempi di ecclesiastici indegni, come gli scandali degli abusi da parte di chierici e addirittura di alti Prelati hanno purtroppo dimostrato. L’infedeltà dei Sacri Pastori è di scandalo per i loro confratelli e per molti fedeli, non solo quando riguarda la lussuria o la brama di potere, ma anche – e direi soprattutto – quando colpisce l’integrità della Fede, la purezza della dottrina e la santità della morale, sconfinando addirittura in episodi di inaudita gravità, come ad esempio nel caso dell’adorazione dell’idolo della pachamama in Vaticano. Credo anzi che il Signore sia particolarmente sdegnato per la moltitudine di peccati e scandali di coloro che dovrebbero essere d’esempio e modello, in quanto Pastori, per il gregge loro affidato.

Non dimentichiamo inoltre che l’esempio offerto da tanta parte della Gerarchia non è di scandalo solo per i Cattolici, ma anche per tante persone che, pur non avendo la grazia di appartenerle, guardano ad essa come ad un faro e ad un punto di riferimento. Non solo: questo flagello non può esimere la Chiesa, nella sua stessa Gerarchia, a compiere un severo esame di coscienza per essersi arresa al mondo; essa non può sottrarsi al dovere di condannare con fermezza gli errori che ha lasciato dilagare nel suo seno dal Vaticano II in poi, e che hanno attirato sulla Chiesa stessa e sul mondo giuste punizioni perché abbiamo a ravvederci e ritornare a Dio.

Mi duole notare che ancor oggi, quando tutti noi siamo testimoni della collera divina che si abbatte sul mondo, si continui ad offendere la Maestà di Dio parlando della «vendetta della madre terra che reclama rispetto», come ha affermato papa Bergoglio qualche giorno fa nella sua ennesima intervista. Urge invece chiedere perdono per il sacrilegio perpetrato nella Basilica di San Pietro, riconsacrandola secondo le norme canoniche prima di celebrarvi nuovamente il Santo Sacrificio. E si dovrebbe parimenti indire una solenne processione penitenziale – anche di soli Prelati, guidati dal Papa – che implorino la misericordia di Dio su loro stessi e sul popolo. Sarebbe un gesto di umiltà autentica, che molti fedeli attendono, in riparazione delle colpe commesse.

Come contenere lo sconcerto per le parole pronunciate a Santa Marta nel corso dell’omelia della Messa del 26 Marzo da papa Bergoglio? Il Papa ha detto: «Che il Signore non ci trovi, alla fine della vita, e dica di ognuno di noi: “Ti sei pervertito. Ti sei allontanato dalla via che io avevo indicato. Ti sei prostrato dinanzi a un idolo”». Si resta del tutto sconvolti e indignati nell’udire queste parole, considerando che egli stesso ha consumato davanti a tutto l’Orbe un vero e proprio sacrilegio, persino sull’Altare della Confessione di San Pietro, una profanazione, un atto di apostasia con l’idolo immondo e demoniaco della pachamama

Nel giorno dell’Annunciazione di Maria Santissima, i Vescovi del Portogallo e della Spagna hanno consacrato al Sacro Cuore di Gesù e al Cuore Immacolato di Maria le loro Nazioni. L’Irlanda e la Gran Bretagna hanno fatto lo stesso. Molte Diocesi e città, nella persona dei loro Vescovi e delle Autorità pubbliche hanno posto le loro comunità sotto la protezione della Vergine. Come valuta questi eventi?

Questi sono gesti che lasciano ben sperare, ancorché insufficienti a riparare le nostre colpe e finora ignorati dai vertici della Chiesa, mentre il popolo cristiano invoca a gran voce un gesto solenne e collettivo ai suoi Pastori. Nostra Signora, a Fatima, ha chiesto che il Papa e tutti i Vescovi consacrassero la Russia al Suo Cuore Immacolato, preannunciando sciagure e guerre finché ciò non fosse avvenuto. I Suoi appelli sono rimasti inascoltati. I Pastori si ravvedano ed obbediscano alla Vergine Santissima! È vergognoso e scandaloso che la Chiesa in Italia non si sia unita a questa iniziativa!

Come giudica la sospensione delle celebrazioni che ha coinvolto quasi tutto il mondo?

Questa è una grande sofferenza, anzi direi la più grande che si sia imposta ai nostri fedeli, specialmente ai moribondi, privandoli del ricorso ai Sacramenti.

In questi frangenti è sembrato che la Gerarchia, ad eccezione di rari casi, non abbia avuto alcun scrupolo a chiudere le chiese e ad impedire la partecipazione dei fedeli al Santo Sacrificio della Messa. Ma questo atteggiamento da freddi burocrati, da esecutori della volontà del Principe, viene percepito ormai dalla maggior parte dei fedeli come un inquietante segnale di mancanza di Fede. E come dar loro torto?

Mi chiedo – e tremo a dirlo – se la chiusura delle chiese e la sospensione delle celebrazioni non sia una punizione che Dio ha aggiunto alla pandemia. Ut scirent quia per quae peccat quis, per haec et torquetur. Perché capissero che con le cose con cui uno pecca, con quelle viene punito (Sap XI, 17) Offeso dalla sciatteria e dalla mancanza di rispetto di tanti Suoi Ministri; oltraggiato dalle profanazioni del Santissimo Sacramento che quotidianamente si perpetrano con la sacrilega abitudine di amministrare la Comunione in mano; stanco di sopportare canzonette volgari e prediche eretiche, il Signore si compiace ancor oggi – nel silenzio di tanti altari – di sentir elevare a lui la lode austera e composta di tanti sacerdoti che celebrano la Messa di sempre, quella Messa che risale ai tempi apostolici, e che nel corso della storia rappresenta il cuore palpitante della Chiesa. Prendiamo molto seriamente questo monito: Deus non irridetur.

Comprendo e condivido, ovviamente, il doveroso rispetto dei basilari principi di protezione e sicurezza che l’Autorità civile stabilisce per la salute pubblica. Ma proprio come essa ha il diritto di intervenire sulle materie che riguardano il corpo, così l’Autorità ecclesiastica ha il diritto e il dovere di occuparsi della salute delle anime, e non può privare i suoi fedeli del nutrimento della Santissima Eucaristia, né tantomeno della Confessione, della Messa e del Santo Viatico.

Eppure, quando i negozi e i ristoranti erano ancora aperti, molte Conferenze Episcopali avevano già disposto la sospensione delle funzioni, senza che fosse stato loro richiesto dall’Autorità civile. Un atteggiamento, questo, che rivela la dolorosa situazione in cui si trova la Gerarchia, disposta a sacrificare il bene delle anime per compiacere il potere dello Stato o la dittatura del pensiero unico.

A proposito di ristoranti aperti: come valuta i pranzi per i poveri che si sono tenuti negli scorsi mesi all’interno di luoghi di culto?

Per il Cattolico, l’assistenza ai bisognosi ha il proprio motore nella virtù della Carità, ossia in Dio stesso: Deus caritas est. Egli ama il Signore sopra ogni cosa, ed il prossimo per amor Suo, perché ci permette – secondo le Beatitudini evangeliche – di vedere Cristo nel povero, nell’ammalato, nel carcerato, nell’orfano. La Chiesa è sempre stata, sin dai suoi primordi, un fulgido esempio in questo senso, al punto che gli stessi pagani ne erano edificati. La Storia testimonia le imponenti opere assistenziali istituite grazie alla munificenza dei suoi fedeli, anche in epoche di aperta ostilità dello Stato, il quale incamerò i beni delle fondazioni per l’odio che la Massoneria nutriva verso una così chiara testimonianza da parte dei Cattolici. L’attenzione ai poveri e agli emarginati non è quindi una novità del nuovo corso bergogliano, né appannaggio di organizzazioni ideologicamente schierate.

Ma è significativo che l’enfasi all’aiuto dei poveri si riveli non solo priva di qualsiasi riferimento soprannaturale, ma che si limiti alle opere di misericordia corporale, evitando meticolosamente quelle di misericordia spirituale. Non solo: quest’ultimo Pontificato ha sancito definitivamente la rinuncia all’apostolato, alla missionarietà della Chiesa anche in questo contesto, liquidandola con il termine spregiativo di proselitismo. Si pensa ad offrire nutrimento, ospitalità e cure sanitarie ma non ci si preoccupa di nutrire, accogliere e guarire nell’anima chi ne ha bisogno, riducendo così la Chiesa ad una ONG con finalità filantropiche. Ma la Carità non è una declinazione della filantropia di ispirazione massonica, appena ammantata di un vago spiritualismo, bensì il suo esatto opposto; perché la solidarietà oggi praticata nega che vi sia una sola Religione vera e che il suo messaggio salvifico vada quindi predicato a chi ancora non ne fa parte. Non solo: a causa delle deviazioni penetrate nella Chiesa con il Concilio in materia di libertà religiosa ed ecumenismo, gli enti assistenziali finiscono col confermare le persone loro affidate nell’errore del paganesimo o dell’ateismo, giungendo addirittura ad offrire luoghi di culto in cui esse possano pregare. Abbiamo anche visto casi deplorevoli di Messe durante le quali, su esplicita richiesta del sacerdote, al posto del Vangelo è stato proclamato il Corano o, per riprendere casi recenti, si è data la possibilità di praticare riti idolatrici in una chiesa cattolica.

Credo che la decisione di destinare le chiese a refettori o dormitori per accogliervi persone bisognose sia un fenomeno rivelatore di questa ipocrisia di fondo che, come nel caso dell’ecumenismo, utilizza un pretesto apparentemente lodevole – assistere i bisognosi, accogliere i rifugiati ecc. – come strumento per realizzare progressivamente il sogno massonico di una grande religione universale senza dogmi, senza riti, senza Dio. Usare una chiesa come un’osteria, alla presenza di compiaciuti Prelati che servono pizze o braciole in veste filettata e grembiule, vuol dire profanarla; specialmente quando chi si mette in mostra sorridendo ai fotografi si guarda bene dall’aprire le porte del Palazzo Vescovile a quelli che, in fondo, considera utili al perseguimento di altri scopi. Per tornare a quanto ho detto pocanzi, mi pare che anche questi sacrilegi siano all’origine della pandemia e della chiusura delle chiese.

Mi pare inoltre che troppo spesso si cerchi di spettacolarizzare la povertà o lo stato di bisogno di tanti sventurati – come nel caso degli sbarchi di clandestini traghettati da organizzazioni di veri e propri negrieri – col solo scopo di metter in moto l’industria dell’accoglienza, dietro la quale si nascondono non solo meschini interessi economici, ma anche una non confessata complicità con chi vuole la distruzione dell’Europa cristiana ad incominciare dall’Italia.

In alcuni casi – ad esempio in Italia, a Cerveteri – le forze dell’ordine hanno interrotto la celebrazione di una Messa. Come si pone l’Autorità Ecclesiastica davanti a questi episodi?

Il caso di Cerveteri è stato forse un eccesso di zelo da parte di due guardie municipali, certamente stressate dal clima di allarme che si è venuto a creare all’inizio dell’epidemia. Ma dev’essere chiaro che, specialmente in una nazione come l’Italia – in cui vige un Concordato tra la Chiesa Cattolica e lo Stato – all’Autorità ecclesiastica è riconosciuta l’esclusiva competenza sui luoghi di culto, e sarebbe quindi stato più che necessario che la Santa Sede e l’Ordinario del luogo protestassero fermamente per una violazione dei Patti Lateranensi, confermati nel 1984 e tuttora validi. Ancora una volta, l’esercizio dell’autorità da parte dei Pastori – che deriva loro direttamente da Dio – si dissolve come neve al sole, dimostrando una pusillanimità che potrebbe un giorno autorizzare abusi ben peggiori. Colgo questa occasione per sollecitare una fermissima condanna di queste intollerabili ingerenze dell’Autorità civile nelle questioni di immediata e diretta competenza dell’Autorità Ecclesiastica. 

Papa Francesco ha invitato il 25 Marzo a recitare il Pater noster tutti i Cristiani, indipendentemente dal fatto che siano Cattolici, per chiedere a Dio la fine della pandemia, e ha lasciato intendere che anche chi professa altre religioni poteva unirsi alla sua preghiera.

Il relativismo religioso insinuato dal Concilio ha cancellato la persuasione che la Fede Cattolica sia l’unica via di salvezza e che il Dio Uno e Trino che adoriamo sia l’unico vero Dio.

Papa Bergoglio ha affermato, nella Dichiarazione di Abu Dhabi, che tutte le religioni sono volute da Dio: questa è non solo un’eresia, ma una forma di gravissima apostasia ed una bestemmia. Perché affermare che Dio accetta di esser adorato indipendentemente da come Egli si è rivelato, significa vanificare l’Incarnazione, la Passione, la Morte e la Resurrezione del nostro Salvatore. Significa rendere inutile lo scopo per cui esiste la Chiesa, la ragione per cui milioni di Martiri hanno offerto la loro vita, per cui esistono i Sacramenti, il Sacerdozio e lo stesso Papato.

Purtroppo, proprio quando si dovrebbe espiare l’oltraggio alla Maestà di Dio, vi è chi chiede di pregarLo assieme a chi rifiuta di onorare la Sua Santissima Madre proprio nel giorno della sua festa.

È questo il modo più appropriato per ottenere la fine della pestilenza?

Però è anche vero che la Penitenzieria Apostolica ha concesso particolari Indulgenze per chi è colpito dal contagio e per quanti assistono materialmente e spiritualmente i malati.

Anzitutto occorre ribadire con forza che non è possibile sostituire le Indulgenze ai Sacramenti. È necessario opporsi con la massima fermezza alle decisioni scellerate di alcuni Pastori, che sono recentemente giunti a proibire ai loro sacerdoti di ascoltare le Confessioni o di amministrare il Battesimo. Queste disposizioni – assieme alla mancata celebrazione della Messa ed alla sospensione delle Comunioni – sono contro il diritto divino e dimostrano che dietro tutto ciò vi è Satana. Solo il Nemico può ispirare provvedimenti che provocano la perdita spirituale di tante anime. È come se si ordinasse ai medici di non somministrare cure vitali a pazienti in pericolo di vita.

L’esempio dell’Episcopato polacco, che ha ordinato di moltiplicare le Messe per consentire la partecipazione dei fedeli senza rischio di contagio, dovrebbe essere assunta da tutta la Chiesa, se ancora la sua Gerarchia ha a cuore la salvezza eterna del popolo cristiano. Ed è significativo che, proprio in Polonia, l’impatto della pandemia sia inferiore a quello di altre nazioni.

La dottrina delle Indulgenze sopravvive agli attacchi dei novatori, e questa è comunque una buona cosa. Ma se il Romano Pontefice ha il potere di attingere a piene mani dal tesoro inesauribile della Grazia, è anche vero che le Indulgenze non possono esser banalizzate, né considerate quasi si trattasse di saldi di fine stagione. I fedeli hanno avuto un’impressione simile anche in occasione dell’ultimo Giubileo della Misericordia, per il quale l’Indulgenza Plenaria era accordata a condizioni tali, da attenuare in chi la lucrava la consapevolezza della sua importanza.

Si pone inoltre il problema della Confessione sacramentale e della Comunione eucaristica richieste per beneficiare delle Indulgenze, ma che nelle norme emanate dalla Sacra Penitenzieria slittano sine die con un generico «non appena sarà loro possibile». 

Ritiene che le particolari dispense relative all’Assoluzione generale al posto dell’Assoluzione individuale possano applicarsi all’epidemia presente?

L’imminenza della morte legittima il ricorso a soluzioni che la Chiesa, nel suo zelo per la salvezza eterna delle anime a lei affidate, sempre ha generosamente concesso, come nel caso dell’Assoluzione generale che si imparte ai militari prima di un attacco, o a chi ad esempio si trova su una nave che affonda. Se l’emergenza di un reparto di terapia intensiva non consente l’accesso del Sacerdote che in momenti limitati, ed in questi frangenti non è possibile ascoltare le Confessioni individuali dei moribondi, credo che la soluzione prospettata sia legittima.

Ma se questa norma vuole creare un pericoloso precedente per estenderla poi all’uso comune, senza che vi sia alcun pericolo imminente per la vita del penitente, si dovrà vigilare con la massima attenzione perché ciò che la Chiesa magnanimamente concede per casi estremi non diventi una norma.

Ricordo inoltre che le Messe trasmesse in streaming o in televisione non assolvono dal precetto festivo. Esse sono un modo lodevole per santificare il giorno del Signore, quando è impossibile recarsi in chiesa. Ma deve essere chiaro che la pratica sacramentale non può esser sostituita alla virtualizzazione del sacro, così com’è evidente che nell’ordine naturale non si può nutrire il corpo guardando l’immagine di un alimento.

Qual è il messaggio di Vostra Eccellenza a quanti oggi hanno la responsabilità di difendere e guidare il gregge di Cristo?

È indispensabile e indifferibile una vera e propria conversione del Papa, della Gerarchia, dei Vescovi e di tutto il clero, così come dei Religiosi. I laici lo reclamano, mentre soffrono in balia della confusione per la mancanza di guide fedeli e sicure. Non possiamo permettere che il gregge che il divino Pastore ci ha affidato per governarlo, proteggerlo e condurlo alla salvezza eterna sia disperso da mercenari infedeli. Dobbiamo convertirci, tornare ad essere totalmente di Dio, senza compromessi col mondo.

I Vescovi devono riprendere coscienza della propria Autorità Apostolica, che è personale, che non può esser delegata a soggetti intermedi come le Conferenze Episcopali o i Sinodi, i quali hanno snaturato l’esercizio del ministero apostolico, recando gravi danni alla costituzione divina della Chiesa come Cristo l’ha voluta.

Basta sentieri sinodali, basta con una malintesa collegialità, basta con questo assurdo senso di inferiorità e cortigianeria verso il mondo; basta con l’uso ipocrita del dialogo al posto dell’annuncio intrepido del Vangelo; basta con gli insegnamenti di false dottrine e il timore di predicare la purezza e la santità di vita; basta con i silenzi pavidi davanti all’arroganza del Male. Basta con la copertura di ignobili scandali: basta con la menzogna, l’inganno e le vendette!

La vita cristiana è una milizia, non una spensierata passeggiata verso il baratro. A ciascuno di noi, in ragione dell’Ordine Sacro che abbiamo ricevuto, Cristo chiede conto delle anime che abbiamo salvato e di quelle che abbiamo perduto per non averle ammonite e soccorse. Torniamo all’integrità della Fede, alla santità dei costumi, al vero Culto gradito a Dio.

Conversione e penitenza, dunque, come ci esorta la Vergine Santissima, Madre della Chiesa. A Lei, tabernacolo dell’Altissimo, chiediamo di ispirare nei Pastori questo eroico slancio per la salvezza della Chiesa e per il trionfo del Suo Cuore Immacolato.

James Hansen: LUBRIFICANTE (Nota Diplomatica, 30 marzo 2020)

In un senso molto reale, ma forse non facilmente afferrabile, tutte le valute che utilizziamo sono “virtuali”. In sé, non hanno valore. Valgono solo ciò che possono comprare. Siamo però abituati a pensarla al rovescio. Così, a luglio del 2008, in un evento in qualche modo “propedeutico” al crac di quell’anno, il prezzo del petrolio è schizzato in poco tempo al valore incredibile, mai più toccato, di $147 al barile per poi scendere del 80% nei mesi immediatamente seguenti.

È sembrato cioè che il petrolio improvvisamente valesse molto di più. Invece, una possibile interpretazione di quel fatto è che il dollaro e le monete collegate per un po’ valessero molto di meno. Il punto è che, in fondo e da tempo, l’unità di conto che “conta” è il barile, non tanto la valuta, che pare sempre di più una sorta “artifizio contabile”.

Ora, d’un tratto, il prezzo al barile del petrolio è sceso da un picco recente di $66 dollari a circa $30 a causa dei riflessi economici della crisi coronavirus e per via di una sorta di guerra commerciale in corso tra i russi e l’Opec. Analisti seri temono un possibile ulteriore crollo a $10 al barile (greggio Brent, Energy Aspects) e a $5 (greggio WTI, Citigroup). Mizuho Securities parla perfino di possibili valori negativi ...

Se accettiamo che la base del “vero” valore sia il petrolio in sé, può mai essere che il dollaro e le altre valute ora valgano molto di più? Dopotutto, acquisterebbero di più. Sfortunatamente no. Quello che invece succede è che il giocattolo economico che ha retto il mondo sviluppato dalla fine della Seconda Guerra Mondiale sta scricchiolando in una maniera allarmante. Il prezzo del petrolio scende perché non lo si vuole comprare, ormai il suo prezzo è sostanzialmente indifferente. Già si scambia—nei limiti in cui esista ancora un mercato—a valori vicini al semplice costo d’estrazione e di trasporto.

È illuminante quello che sta succedendo nel mercato chiave del carburante per gli aviogetti. Visto che praticamente non ha più compratori, il “jet fuel” si sta stoccando sulle petroliere inutilizzate. L’uso delle navi come serbatoi galleggianti è un comune mezzo per assorbire temporaneamente eccessi di produzione del greggio, ma non del carburante per gli aerei, molto sensibile alla contaminazione e soggetto a un veloce deterioramento che lo rende inutilizzabile. Lo si “stocca” perché è registrato in contabilità e non può essere semplicemente buttato via, anche se non ha mercato.

Quanto al denaro, l’altra parte dell’equazione, se non può “esprimere un valore” comprando qualcosa, è semplicemente l’elemento di fondo della contabilità. Al momento, la totalità delle ipotesi su come rimettere in moto le economie mondiali ha a che fare con le iniezioni di liquidità nel sistema, di tanti soldi - non importa il loro valore - per "resettare" la contabilità delle aziende e dei privati. Il problema è che i libri contabili non sono in sé un valore, sono solo un’idea, una “concettualizzazione” che si sta rivelando progressivamente più fragile. I soldi virtuali che rappresentano sono il lubrificante degli ingranaggi economici, una convenzione culturale - la "finanziarizzazione" dell’economia - che ha funzionato bene e a lungo, ma che davanti ad eventi epocali come l’attuale epidemia sta repentinamente mostrando la corda. Quando gli ingranaggi non girano più, cosa c’è da lubrificare?

Jaime D'Alessandro: CORONAVIRUS, ERA GIA' ACCADUTO TUTTO IN UN VIDEOGAME. "E dopo ci fu la rabbia" (la Repubblica, 29 marzo 2020)

Per un errore del programma 15 anni fa un virus iniziò a uccidere la popolazione nel gioco di ruolo di massa World of Warcraft. L'epidemiologa Nina Fefferman: "Tentarono di tutto, ma finì nel caos"

“DOPO la tempesta c’è stata la rabbia, ecco cosa è successo 15 anni fa”. Nina Fefferman, al telefono da Knoxville dove insegna epidemiologia all’Università del Tennessee, lo racconta dopo una notte passata ad esaminare i dati dei contagi negli Stati Uniti. Per lei, in parte, è un film già visto. Nel 2005 studiò la pandemia che si diffuse nel videogame online World of Warcraft della Blizzard uccidendo buona parte della popolazione. Un errore di programmazione scatenò un virus nel gioco di ruolo di massa e il comportamento degli utenti lo diffuse rendendolo inarrestabile. “Ovviamente un videogame e il mondo reale sono cose diverse, ma certe reazioni e dinamiche sono le stesse”, spiega la ricercatrice americana. Assieme al collega Eric T. Lofgren, è autrice dello studio The untapped potential of virtual game worlds to shed light, che potremmo tradurre con Per far luce grazie al potenziale non sfruttato dei mondi di gioco virtuali. Non fu l’unico. Un altro epidemiologo, l’israeliano Ran Balicer, scrisse anche lui un saggio in quel periodo e oggi, come la Fefferman, è in prima linea nel combattere il coronavirus nel suo Paese.

Questa storia inizia il 13 settembre del 2005, quando World of Warcraft veniva frequentato da poco meno di sei milioni di persone. La casa di sviluppo aveva appena realizzato un’espansione che aggiungeva alcune terre remote accessibili solo ai giocatori più forti. Vi abitava una creatura, un drago chiamato Hakkar, che se attaccata rispondeva con l'incantesimo "Corrupted Blood", capace sia di dimezzare i punti vita dell’avversario sia di contagiare i suoi compagni. Poco alla volta continuava ad assorbirli quei punti vita fino ad uccidere le vittime se non si interveniva con costanti magie di cura. In teoria l’effetto non avrebbe dovuto superare i confini della foresta di Hakkar, ma qualcosa andò storto. Il paziente zero, con il suo gruppo, tornò in una delle città principali portando con sé l’infezione e così il contagio ebbe inizio. A differenza del coronavirus, ad esser colpiti furono i più giovani. Per i giocatori di alto livello era l’equivalente di un brutto raffreddore che richiedeva attenzioni costanti. Chi era agli inizi, coloro che non si sarebbero mai avvicinati nemmeno alla lontana ad Hakkar, moriva quasi all’istante e gli effetti della malattia si ripresentavano anche se si veniva resuscitato.

Qualcuno improvvisò dei centri d’emergenza coinvolgendo i personaggi che avevano poteri curativi, ma anche loro vennero infettati. “Con la fascia di popolazione più debole decimata, l'equivalente di bambini, anziani o immunodepressi, le città si svuotarono”, ricorda Fefferman. “Alcuni capirono il rischio ed evitarono di entrare nel gioco. Altri, presi dalla curiosità, andarono a vedere cosa succedeva sottostimando il contagio. E, prendendo a viaggiare, diffusero ancor più il virus”. Non solo: il virus si diffuse agli animali e ai personaggi gestiti dal gioco, i mercanti ad esempio, che divennero veicoli di infezione asintomatici. La Blizzard le tentò tutte per correggere l’errore, quarantena compresa, alla fine però non poté far altro che chiudere i server colpiti riportando il gioco a prima del rilascio dell’espansione.

“Quel che accadde in World of Warcraft, dopo la pandemia, fu una lunga sequenza di accuse alla software house per la gestione dell’emergenza e recriminazioni reciproche sui comportamenti tenuti durante il contagio”, conclude la studiosa. “E così la rabbia ruppe amicizie che duravano da anni. Se guardo al mondo di oggi, vedo già i semi di un risentimento generazionale e fra Paesi, segno di quel che probabilmente ci aspetta”. E stavolta il rischio non è l’azzeramento di qualche server, ma una ferita creata dalla sfiducia reciproca che richiederà molto tempo per essere rimarginata

Jeremy Rifkin: "LA GLOBALIZZAZIONE MORTA E SEPOLTA: LA DISTANZA SOCIALE SARA' LA REGOLA" (la Repubblica, 29 marzo 2020)

Il guru dell'economia applicata all'ecologia: "Dovrà cambiare la governance mondiale, il futuro è nel Glocal e nelle Bioregioni"

"Beh, ci siamo arrivati all'abbattimento delle energie fossili e della CO2 nell'atmosfera che da anni vado predicando. Ma le assicuro che avrei preferito di grandissima lunga che ci si arrivasse per altre vie". Trova un attimo di amara autoironia Jeremy Rifkin, il guru mondiale dell'economia applicata all'ecologia. Puntualizza subito il suo pensiero: "Spero che lei e la sua famiglia stiate bene. Questa è un'immane tragedia che lascia sgomenti. Quando sarà finita la carneficina faremo i conti con una crisi economica senza precedenti". Mentre parliamo con il professore, chiuso nella sua casa iperconnessa di Washington, le agenzie battono la previsione di Morgan Stanley per il Pil americano: -30% nel secondo trimestre.


Non solo nulla sarà come prima, ma non torneremo mai alla normalità, ha scritto il direttore dell'Mit Technology Review, Gideon Lichfield. Lei è d'accordo?
"Sicuramente sì. Bisognerà studiare nuove modalità di comportamento, studio, lavoro, vita sociale, per mantenere sempre una distanza di sicurezza l'uno dall'altro. Dovranno essere studiati di nuovo i teatri, gli stadi, i cinema, gli aerei, perché contengano meno gente e meno ammassata. Io vado più in là. Mentre la ricerca di vaccini prosegue serve uno screening globale. I dati andranno depositati con qualche forma di tutela della privacy in una piattaforma blockchain a disposizione delle autorità internazionali. Per ora dobbiamo rassegnarci: il virus resterà fra di noi, e visto che non si potrà mantenere il lockdown in eterno per non piegare definitivamente l'economia mondiale, bisognerà aspettare qualche remissione per riaprire (parzialmente) le porte, rassegnandosi a richiuderle in fretta appena le terapie intensive degli ospedali segnalino un anomalo aumento degli accessi. Ma la rivoluzione dovrà andare oltre, ridisegnando la governance mondiale".

È la Waterloo della globalizzazione?
"Così come l'abbiamo conosciuta, è morta e sepolta. Dobbiamo prendere confidenza con il termine glocal. Io sono coinvolto in un progetto Ue propedeutico al Green deal della presidente Ursula von der Leyen: le Bioregioni, aree anche sovranazionali con particolare omogeneità e vocazione industriale, agricola, culturale. Stiamo delineandone i confini per valorizzare le attività, le produzioni, gli scambi all'interno. Beninteso, visto che le tecnologie lo consentono, con il massimo delle connessioni con il resto del mondo. L'area campione è la Hauts-de-France, la dorsale da Lione su fino a Dunquerque, una rust belt storica da destinare a uno sviluppo industriale più moderno. Abbiamo già riscontri favorevoli in termini di investimenti. Altre aree sono nei Paesi Bassi e in Lussemburgo. In questi giorni ci stavamo concentrando sull'Italia. A proposito: a me vengono in mente le affinità fra Lombardia e Svizzera, quali bioregioni individuerebbe lei, quale differenza c'è oltre al clima fra il nord e il sud?"

Nasce il nazionalismo ecologico?
"Le istituzioni politiche restano nella pienezza dei loro poteri. Solo che vengono affiancate da un comitato di esperti che vivono nell'area, 300 persone fra accademici, sindacalisti, gente di cultura, studenti. Ad essi vengono assegnati dieci mesi per fare proposte. La presidente von der Leyen stava per rendere pubblico il progetto quando siamo stati travolti dagli eventi. Anche negli Stati Uniti c'è un piano analogo: qui le bioregioni sono cinque, dai grandi laghi del nord al deserto della California. Abbiamo palesi difficoltà con la Casa Bianca ma lo spartiacque è stato varcato con l'elezione nel novembre 2018 di Alexandria Ocasio-Cortez, grintosa come solo i giovani sanno essere con un fortissimo seguito di opinione pubblica presso i suoi coetanei".

Cogliere l'occasione di questa pausa tragica per ripensare il nostro modello di sviluppo?
"Nella storia, le trasformazioni epocali sono sempre state precedute da disastrose epidemie, compresa la rivoluzione industriale dell'inizio dell'800 e indietro nei secoli dei secoli. Ogni volta si ripensa agli errori fatti. Qui, non per ripetermi, l'errore, chiamiamolo così per non usare termini più apocalittici, si chiama cambiamento climatico. Gli eventi estremi - incendi, alluvioni, maremoti, siccità, carestie - arrivano con cadenza pluriannuale anziché ogni cinquant'anni come un tempo. E comportano sempre una fuga e una migrazione scomposta di uomini, animali e virus: questi ultimi per sopravvivere si attaccano disperatamente agli altri esseri viventi. Così si diffondono nel mondo".

Non dobbiamo più viaggiare?
"Parlo di fughe di massa. Però, a pensarci: lo sa con le teleconferenze quanto si risparmia in viaggi di lavoro, quanto inquinamento, stress, tempo sottratto alla famiglia? Torniamo sempre al punto di base: l'uomo deve diminuire lo spreco e il consumo di combustibili fossili. Non sono così ingenuo da pensare che il cambiamento avvenga in tempi immediati ma gli orizzonti temporali cominciano a stringersi, diciamo che ci restano vent'anni".

Non si rischia la decrescita?
"Non pensate a un impoverimento diffuso ma al contrario. La svolta dei fondi pensione di prelevare centinaia di miliardi di dollari di investimenti dal settore dei combustibili fossili e industrie collegate per reinvestirli nell'economia verde, segna l'avvento dell'era del capitalismo sociale. Ora abbiamo quest'amarissima occasione: era meglio non averla ma cerchiamo di coglierla. Tutte le rivoluzioni industriali sono state caratterizzate dalla disponibilità di mezzi di comunicazione, tecnologie e fonti di energia. Se nell'800 c'era la stampa a caratteri mobili oggi abbiamo il web, e la stessa tecnologia ci dà mille risorse dall'Internet of things alla digitalizzazione delle fonti rinnovabili. Nulla sarà più come prima, cerchiamo di far sì che sia migliore".

Paolo Benanti: TANSTAAFL: I DATI DURANTE COVID-19 E IL FUTURO CHE CI ATTENDE (blog, 29 marzo 2020)

Viviamo un tempo "innaturale", rinchiusi in casa per la quarantena ma connessi al mondo grazie alle infrastrutture digitali. Separati fisicamente ma connessi nei social. In questo tempo "alieno" produciamo dati come mai prima. Utilizziamo internet per parti della nostra vita che normalmente non avevano alcun riflesso nel digitale (si pensi anche solo alle Messe in streaming). Che conseguenze può avere tutto questo? Che potere stiamo dando a chi monetizza i nostri dati e a chi li usa per fare politica? Proviamo ad approfondire.

Una storia vera

Domenica di quarantena. Per cambiare un po' il ritmo delle giornate e per fare qualcosa di buono per i miei confratelli mi sono messo in testa di fare un dolce. Dopo un po' di indecisione ho puntato sulla famigerata torta della nonna. Un dolce impegnativo che poteva svolgere il duplice scopo che mi prefiggevo: tenermi occupato un paio d'ore e far contenti i miei confratelli.

Premetto che i risultati sono stati più che dignitosi e anche apprezzati come mostra questa foto:

Tuttavia questa storia ha un altro lato importante. Nel seguire una ricetta a un certo punto ho trovato questa espressione: "maneggiate brevemente gli ingredienti giusto il tempo di compattare la frolla e non formare la maglia glutinica". Ora dalle mie conoscenze di chimica e biologia so che il glutine è la parte proteica di cui è costituita la farina di frumento e che le proteine nella farina sono presenti in linea di massima in una percentuale variabile dal 8 al 15% (in base al tipo di cereale e alle zone di provenienza). Di tutte le proteine contenute nella farina, due, la gliadina e la glutenina, durante l'impastamento della farina con l'acqua, formano un reticolo che prende il nome di “glutine” od anche “maglia glutinica”.

Insomma la teoria la sapevo. Ma come riconoscere "ad occhio" (e ad occhio da principiante come quello del sottoscritto) quando questo bel processo biologico-chimico che so teoricamente si sarebbe manifestato nell'impasto che avevo sotto le mani?

Qui la mia "fantasia" digitale mi ha aiutato. Grazie a YouTube ho trovato il video che mostrava fino a che punto dovevo impastare.

A questo punto arriva la questione che mi ha fatto pensare. La sera tornando su YouTube per la prima volta gli annunci pubblicitari prima dei video sono cambiati. Rispetto a cose più classiche per me (corsi on-line, computer o software) mi è partita la pubblicità per la brava massaia che vuole lavare alla perfezione la sua casa: una nota ditta di saponi mi ha sparato i suoi 10' secondi di annuncio prima di farmi accedere a una canzone che avevo ascoltato già altre volte in passato.

Come mai tutto questo? E perché questo è importante in un periodo come questo? Proviamo a fare qualche ragionamento sul tema.

TANSTAAFL (There ain't no such thing as a free lunch)

Con questa frase, There ain't no such thing as a free lunch (o TANSTAAFL nel suo acronimo), che in italiano si potrebbe tradurre con "Nessuno ti dà da mangiare in cambio di niente", oppure "Non esistono pasti gratis" si vuole intendere che non si può ottenere qualcosa in cambio di niente.

In economia il concetto è conosciuto come "costo opportunità". Anche se una cosa sembra essere gratuita, c'è sempre un costo.

È possibile mangiar gratis al bar durante una promozione, ma il padrone del bar si assicurerà di riuscire a recuperare il costo del cibo con altri mezzi, oppure sceglie di affidarsi ad altri benefici (attrarre nuova clientela). Un altro esempio: sebbene sia possibile per una persona ottenere un "pasto gratis" (come quando un'azienda taglia i costi e guadagna competitività inquinando l'aria), qualcun altro finirà per pagare quel "pasto". Anche se non ci fosse un costo individuale o privato, ci sarebbe un costo sociale.

Cosa significa nel nostro caso?

Di certo non che ti chiederò dei soldi per la mia torta (che è già finita...) ma che il guadagno che ciascuno di noi fa dall'avere piattaforme e social gratuitamente in realtà ha un costo e anche molto elevato. Ma andiamo con calma.

La creazione di profili è diventata onnipresente nella società digitale. Siamo regolarmente invitati e spesso tenuti a creare profili per molti servizi digitali; servizi bancari online, siti di giochi, app di incontri e piattaforme di social media. Anche come accademici, siamo incoraggiati a creare profili su siti come Academia.edu e ResearchGate. Inoltre, le innovazioni tecnologiche, in particolare gli sviluppi negli smartphone, ci consentono di essere "sempre attivi", controllando costantemente questi profili e condividendo sempre più tipi di informazioni; fotografie, video live e tag di geolocalizzazione. I profili riguardano le identità, il modo in cui presentiamo ed esprimiamo noi stessi online. Rispetto ai media tradizionali come la stampa, la radio e la televisione - dove solo un numero limitato di persone è stato in grado di presentarsi e rappresentare gli altri - la natura "molti-a-molti" dei media digitali ha funzionato come forza di compensazione e ha permesso un numero maggiore di persone per presentare ed esprimersi senza fare affidamento su intermediari. Ma possiamo davvero creare il nostro io online come preferiamo? Un limite alle possibilità di auto-presentazione sui social media è il design stesso dei profili. Su Facebook, ad esempio, possiamo scegliere le nostre foto principali e di copertina, ma perché è necessario innanzitutto avere un profilo e una foto di copertina? Facebook lo ha semplicemente progettato in questo modo, suggerendo sottilmente che è così che dovremmo presentarci in questo ambiente digitale. Allo stesso modo, Instagram, che appartiene a Facebook, suggerisce che dovremmo presentarci in foto quadrate e Twitter, in brevi messaggi di testo fino a 280 caratteri. Questa logica si estende alle regole su ciò che possiamo pubblicare sui social media - ad esempio, termini di servizio e linee guida della comunità - che servono a limitare il modo in cui possiamo presentare ed esprimerci attraverso i profili.

Le piattaforme digitali hanno un costo di esercizio. Questi dati spesso sono segreti. Sappiamo che nel 2011 per esempio Facebook ha speso $ 860 milioni, ovvero circa 1 dollaro per utente mensile attivo, per consegnare e distribuire i suoi prodotti. Poiché le piattaforme di social media sono società commerciali, il principale fattore che influenza il modo in cui sono progettate e governate è non solo coprire i costi ma generare anche profitto. Con l'ascesa dell'analisi dei dati, le società di social media hanno tratto la maggior parte dei loro profitti dalla pubblicità mirata basata sull'analisi dei dati degli utenti . In questo modo, il processo di datafication guida la progettazione e la governance delle piattaforme di social media. Il principio alla base di questo modello di business è quello di raccogliere quanti più dati possibili e collegarli a determinati utenti, mentre allo stesso tempo classificare gli utenti in obiettivi sempre più preziosi per le pubblicità. Questo principio si traduce nella progettazione di profili di social media, che di solito consistono in un flusso costante di aggiornamenti e un nucleo del profilo. Infine, questo progetto, insieme alle regole su come usare i profili, promuove modi particolari di come dovremmo presentarci ed esprimerci: essere capaci, complessi e volatili (il sé abbondante) ma, allo stesso tempo, singolari e coerenti (il sé ancorato).

Sé abbondante Mentre la parola "profilo" originariamente significava qualcosa di conciso, come una dichiarazione di apertura in un CV, i profili dei social media sono anche flussi praticamente infiniti di informazioni su noi stessi. Quando utilizziamo i social media, ciò che vediamo al centro dello schermo non è solo il nucleo del nostro profilo, ma flussi di aggiornamenti, che ovviamente sono tutti i punti dati utilizzati per la pubblicità mirata. Inoltre, le piattaforme di social media ci incoraggiano attivamente a fornire più aggiornamenti, a presentare esplicitamente sempre più dettagli su di noi e, quindi, a creare più dati. Lo fanno, usando istruzioni come "Cosa hai in mente?" (Facebook) e "Che cosa sta succedendo?" (Twitter). L'analisi dei dati viene anche utilizzata per generare ancora più dati. Gli algoritmi analizzano i profili non solo per mostrarci annunci personalizzati, ma anche per suggerirci altri profili - utenti, fanpage o eventi - con i quali è più probabile che ci connettiamo. In questo modo gli algoritmi lavorano per massimizzare l'abbondanza delle nostre connessioni digitali, che creano nuovi dati su noi stessi e si aggiungono al nostro già digitale capace. Sé ancorato L'abbondanza di dati prodotti attraverso i profili dei social media avrebbe un valore molto inferiore se non fosse possibile ancorare i dati, individuarli a un determinato utente. Pertanto, prima che l'intero meccanismo di stimolazione della produzione di dati venga messo in moto, gli utenti dei social media devono identificarsi creando un account. Facebook richiede inoltre, nei suoi "Termini di servizio" , di "creare un solo account", che aiuta l'azienda a costruire il nostro profilo cliente dettagliato. Tuttavia, ciò può comportare problemi per gli utenti vulnerabili di Facebook, ad esempio i rifugiati. i credenti che vivono in paesi in cui sono perseguitati, le persone che sono discriminate per il loro orientamento sessuale, ecc.

Dal punto di vista di un modello di business basato sui dati, sarebbe l'ideale, se avessimo un profilo, non solo su una particolare piattaforma di social media, ma anche su più piattaforme. Si immagini che tipo di profili dei clienti potrebbero essere costruiti su noi stessi, se i dati dei nostri diversi profili fossero combinati. Questo sta già accadendo. Facebook, ad esempio, tiene traccia del modo in cui navighiamo sul Web attraverso i cookie e ci incoraggia a utilizzare il suo profilo per accedere ad altri servizi digitali come Instagram, Pinterest, Netflix, Spotify e Tinder. Facebook mira a convincerci che un tale "super meta profilo", "ti rende più facile portare la tua identità online con te in tutto il Web", omettendo il fatto che sia anche più facile per Facebook raccogliere più dati su di noi e più difficile per noi presentarci ed esprimerci in modo diverso su diversi social media.

In altri termini vale il seguente adagio per tutte le piattaforme digitale: If You're Not Paying For It, You Become The Product. Se non paghiamo per un servizio siamo noi il prodotto che il servizio vende!

Per convincerci definitivamente della verità di questo adagio basta pensare a come eravamo abituati con il GPS. Fino a qualche anno fa pagavamo delle società per avere delle mappe GPS aggiornate e funzionali per poterci spostare. Oggi il miglior servizio di navigazione, con un aggiornamento continuo ci è dato preinstallato e gratuito nei nostri cellulari. Chi copre quei costi? Come guadagna chi lo produce? Semplice con i nostri dati.

La camicia di forza dei dati Mai come ora, in forza della quarantena per il COVID-19 così tante persone trascorrono il loro tempo su internet. Il nostro abitare lo spazio digitale non si limita a quello cui eravamo abituati in precedenza ma si espande anche in ambiti della nostra vita che prima erano del tutto analogici o invisibili al digitale (non mi sarei mai immaginato di andare in cerca di video tutorial su come evitare la maglia glutinica). Il nostro se - tanto quello abbondante che quello ancorato - sta raggiungendo volumi di dati impensabili.

Questo tempo innaturale che trascorriamo isolati e, spesso, in internet fornisce una metrica granulare e dettagliata di chi siamo alle piattaforme social. Inizia ad essere datificabile un intero universo personale che prima non lo era. I nostri desideri, le nostre paure e anche le nostre credenze più intime. Si pensi ad esempio a cosa sta producendo lo streaming o le dirette Facebook di tutte le celebrazioni. Rendiamo profilabile e quantificabile tutta l'intimità spirituale delle persone che si connettono per seguire le Messe.

Di fatto stiamo consegnando una delle mappe comportamentali e dei profili dettagliati impossibili da ottenere in precedenza. Questo in cambio di quello che sembra "un pasto gratis" (o nel mio caso di una buona torta della nonna).

Questa mappatura delle persone e il valore che questi dati assumono sono al centro anche dell'analisi di diversi studiosi.

Ne Il capitalismo della sorveglianza Shoashanna Zuboff propone un nome da dare a questa cornice. Iniziare a chiamare le cose, soprattutto quelle nuove che non si conoscono ancora, è il primo passo per iniziare a comprenderle e superarle. Di fatto, quello che viene teorizzato è proprio l’ingresso dentro una “nuova era”. Un’era in cui la logica di accumulazione e sfruttamento del capitalismo tradizionale si è in qualche modo spostata verso la sfera immateriale e comportamentale. Per la Zuboff questa logica — che non va intesa come una conseguenza della tecnologia, ma dell’uso che della tecnologia ne fanno determinati attori come Google (indiziato principale) e Facebook — parte dai dati, li offusca, li rende in qualche modo proprietà non di chi li emette ma di chi li sfrutta, e costruisce un nuovo castello di stimoli e tentazioni che non vogliono solo trasformarti in un prodotto (andando quindi oltre il vecchio adagio per cui “se una cosa è gratis vuol dire che il prodotto sei tu”), non vogliono solo costringerci a un consumo senza confini, ma portarci proprio a una modifica predittiva del comportamento e a una graduale erosione del libero arbitrio. In questo contesto, in gioco non c’è solo una questione — sacrosanta — di privacy e di contrasto ai monopoli, ma tutta l’architettura democratica e personale. Del resto, vediamo tutti i giorni nella nostra esperienza come le dinamiche che sottendono a questa cornice stiano via via modificando usi, costumi, abitudini e modi di stare insieme.

Byung Chul Han in Psicopolitica ci ricorda che: “Il potere furbo, dall’aspetto liberale, benevolo, che invoglia e seduce, è più efficace di quel potere che ordina, minaccia e prescrive. L’opzione-like è il suo segno: mentre si consuma e si comunica, ci si sottomette al rapporto di dominio. Il neoliberismo è il capitalismo del mi-piace”. Un’infinita possibilità di connessione e di informazione ci rende veramente soggetti liberi? Partendo da questo interrogativo, Han tratteggia la nuova società del controllo psicopolitico, che non si impone con divieti e non ci obbliga al silenzio: ci invita invece di continuo a comunicare, a condividere, a partecipare, a esprimere opinioni e desideri, a raccontare la nostra vita. Con un volto amichevole ci seduce e ci lusinga, mappa la nostra psiche e la quantifica attraverso i big data, ci stimola all’uso di dispositivi di automonitoraggio, ottimizzando le nostre prestazioni. Nel panottico digitale del nuovo millennio – con internet, gli smartphone e i Google Glass – non si viene torturati, ma twittati o postati, il soggetto e la sua psiche diventano produttori attivi di beni immateriali, i dati personali e le emozioni sono costantemente monetizzati e commercializzati. Han pone l’attenzione sul cambio di paradigma che stiamo vivendo, mostrando come la libertà oggi vada incontro a una fatale dialettica che la porta a rovesciarsi in costrizione: per ridefinirla è necessario diventare eretici, rivolgersi alla libera scelta, alla non conformità.

Celebrare le nuove possibilità che i media digitali ci hanno dato di presentarci ed esprimerci, non dovrebbe anche impedirci di riflettere sui loro limiti e sul perché questi limiti sono imposti. Attraverso l'analisi dei dati, le piattaforme di social media utilizzano i nostri profili per profilarci. Ci incoraggiano a essere molto e uno allo stesso tempo, a condividere costantemente sempre più dettagli della nostra vita che potrebbero essere combinati in un unico profilo cliente.

Realizzare il nostro sé abbondante e ancorato secondo questa logica di datafication potrebbe funzionare bene per alcuni di noi, a volte. Potremmo voler esprimere molte informazioni su di noi e potrebbe essere più comodo per noi utilizzare un profilo per accedere ad altri social media, piuttosto che creare un altro profilo.

Il tempo che viviamo è difficile e provante, non voglio qui dire che dobbiamo privarci del digitale e dei servizi social, che spesso ci consentono di avere anche grandi vantaggi. Facciamo quello che ci sentiamo e facciamolo liberamente. Ma pensiamo a quello che facciamo e pensiamoci ora per evitare camicie di forza che, domani, ci restituiscano un mondo privo di virus letali ma privo anche di quell'ossigeno che ci serve per sopravvivere: il potere di autodeterminarci.

Cerchiamo di non svendere il nostro futuro per qualche briciola di servizio gratuito oggi. 

Gian Paolo Cadalanu: CORONAVIRUS, PER L'ISIS E' UNA PUNIZIONE AGLI INFEDELI (la Repubblica, 29 marzo 2020)

I redattori della newsletter Al Naba ("L'annuncio"), organo di informazione interna dell'Isis, vantano la fortuna di avere tutto chiaro. Il coronavirus "è un tormento che Dio può mandare contro chi vuole, e Lui ne ha fatto una benedizione per i credenti. Chiunque stia sulla terra, aspettando che la piaga colpisca, e sapendo che colpirà solo coloro che Dio ha scelto, per lui sarà come la ricompensa di un martire".

La prova migliore della volontà divina è nell'attuale distribuzione del morbo. La malattia, sottolineano i fondamentalisti dello Stato Islamico, "ha colpito (ne sia lode al Signore) soprattutto le Nazioni idolatre". Il riferimento non è solo ai Paesi occidentali ma anche all'Iran, centro focale dell'Islam sciita e dunque nemico odiatissimo degli estremisti sunniti. Nell'editoriale di Al Naba sul virus non c'è spazio per la compassione: "Possa Dio aumentare la sofferenza degli infedeli e tenere al sicuro i credenti".

Naturalmente l'epidemia, come momento di difficoltà per i Paesi coinvolti, può diventare un'opportunità per colpirli ulteriormente: "Le Nazioni 'crociate' sono preoccupate per la sicurezza interna, e schierano le loro forze per evitare conseguenze sull'economia e sull'ordine pubblico", ma temono nuovi attentati: "L'ultima cosa che vogliono è che questi momenti critici coincidano con nuovi attacchi dai soldati del Califfato, come quelli di Parigi, Londra o Bruxelles, o che i mujahiddin conquistino parti della Terra come nel passato". A guardare l'impaginazione della newsletter, un brivido è inevitabile, perché per illustrare la pagina con l'editoriale sul tema, i jihadisti hanno utilizzato una foto di soldati italiani con la mascherina, impegnati nel controllo a un posto di blocco,

Gli infedeli, insomma, "sperano che i combattenti musulmani stiano tranquilli e abbiano pietà per le loro sofferenze attuali, ma fanno finta di dimenticare i crimini commessi contro i musulmani che continuano a commettere". Ma l'insegnamento divino non ammette pietà: "I musulmani non devono commuoversi davanti agli infedeli e agli apostati, ma usare le opportunità attuali per liberare i prigionieri musulmani dai campi dove subiscono abusi". Tanto più che l'obbedienza a Dio - la cui forma più apprezzata è la jihad - "libera dalla collera del Signore". In altre parole, "è la migliore garanzia di protezione dall'epidemia".

Il problema, però, è che il virus non sembra seguire i desideri dei fondamentalisti: nei giorni scorsi il blog Difesa&Sicurezza ha segnalato un'epidemia nella zona di Deir Ezzor, dove ancora cellule dell'Isis affrontano le milizie filo-iraniane. I contagiati sarebbero forse 150, con poche o nulle possibilità di terapia. Anche perché, alla luce della dottrina integralista, per un jihadista ammettere di aver preso il virus sarebbe come confessare di non essere un buon credente.

IL TEMA DELLA SORVEGLIANZA (varie fonti)

Giovanni Cagnoli: EMERGENZA SANITARIA COVID – RIFLESSIONI SU EMERGENZA SANITARIA, ECONOMICA E VALORIALE (www.holdingcarisma.it, 28 marzo 2020)

1. I contagiati (tutti anche gli asintomatici) sono un multiplo enorme dei dati ufficiali che non hanno più ormai molto valore. I contagiati sono 10 volte forse 20 volte (speriamo) di più dei dati ufficiali. Lo sapremo solo dopo i test anticorpali.

2. I decessi sono molti di più dei dati ufficiali anche qui un multiplo per fortuna inferiore.
E’ oggettivo e certo vedendo i dati anagrafici di Bergamo. I dati ufficiali sono un sottoinsieme purtroppo molto inferiore alla realtà. È inutile anche fare riflessioni su questi dati. Per rapporto tra i due moltiplicatori (decessi e contagi) la mortalità è molto molto inferiore ai dati ufficiali. A mio avviso, ma è un’inferenza non provata, anche molto inferiore al range 0,3%-1,1% stimato negli studi recenti. La sicurezza sulla mortalità si potrà avere solo dopo i test anticorpali. Per mortalità poi si intende mortalità sui casi sintomatici, da moltiplicarsi poi per il rapporto casi sintomatici/popolazione il cui unico dato completo (nave da crociera Diamond Princess) dice 20% circa anche se molto incompleto e preliminare.

3. Si confermano tassi di mortalità molto elevata sopra gli 80 anni, a scendere oltre i 60 anni e davvero molto bassi sotto i 60 anni. La comorbilità è assolutamente importante. Aggiunge età “ virtuale” all’età anagrafica sul piano individuale.

4. La strategia di riapertura deve esistere e deve essere differenziata, e anche molto differenziata, per età e comorbilità e anche sesso (le donne sono molto meno contagiate e con decorso meno ostile). È quasi evidente e se ne sta ormai parlando. Dire che non si può parlare adesso di riapertura è del tutto miope. La riapertura non sarà né immediata né facile né totale. Le supply chain sono interrotte, i negozi chiusi e hanno (o non hanno) stock, le stagioni proseguono il loro corso. Bisogna programmare subito prevedendo un’evoluzione dei casi (reale) e le azioni conseguenti. I passaggi e la progressività degli stessi devono essere valutati attentamente privilegiando le riaperture a maggiore impatto. E soprattutto quelle a minore rischio. L’apertura di aziende, negozi e ristoranti è chiaramente il passaggio critico e più importante. Meno importanti altri tipi di mobilità (un esempio per tutti le partite di calcio con pubblico). Se gli scienziati dicono che non possono prevedere, si cambiano gli scienziati, il cui compito appunto è prevedere. Poi chiaramente la previsione non sarà accurata, e infatti deve essere aggiornata dai dati quotidianamente tenendo conto dei dati italiani ed esteri. Si deve decidere ADESSO in funzione di una curva di previsione cosa si fa e quando. Si deve comunicare e si deve anche dire che se la curva peggiorasse o migliorasse si dà immediata comunicazione e si posticipano o anticipano le date previste di apertura.

5. Il virus non sparirà. L’ azzeramento del contagio dovrebbe essere peraltro su base globale e non succederà. Sarà con noi per sempre probabilmente. Quindi posticipare l’apertura alla fine del contagio è irrealistico. Si dovrà scegliere a che punto della riduzione riaprire e con quali modalità. Dire “aspettiamo la fine e guardate gli ospedali” è pura demagogia elettorale di cui non si sente proprio il bisogno. Quando è la fine? 10, 100, 1000 contagi? Diciamolo adesso. E quali contagi? Quelli dei tamponi o quelli veri? Diciamo anche questo adesso. Se parliamo di azzeramento, in Hong Kong e Singapore (best in class nella gestione della situazione) e anche in Cina il virus è riapparso dopo essere scomparso circa 10 giorni fa prima da casi importati e poi con diffusione locale. Non c’è nulla da fare. Se così fosse la strategia dell’azzeramento durerebbe fino a settembre o forse oltre. Non è compatibile. È bene dirlo, chiaramente e subito.

EMERGENZA ECONOMICA

1. Ogni posticipazione della riapertura ha un costo più che proporzionale. 2 mesi invece di 1 non costa 2 volte tanto; costa 2,5 volte (per dare un idea, non so se il parametro sia matematicamente corretto) 3 mesi invece di 1 costa 4 volte è così via. Questo accade per 2 motivi entrambi certi: la rottura delle supply chain e la desuetudine e paura dei consumatori finali a riprendere le loro abitudini (viaggi e turismo sono buoni esempi).
Quindi a un certo punto (non so quando ma a un certo punto è cosi) il costo diventa così esorbitante da potere essere pagato solo con un elevato tasso di inflazione cioè attaccando risparmio e pensioni (vedi sotto). Tra l’altro le spinte alla riduzione della globalizzazione e la contrazione dell’economia generano nel medio termine alcune pressioni inflazionistiche per fortuna contrastate dal calo vertiginoso della domanda, ma io ritengo che a 2 o 3 anni da oggi il tema inflazione sarà molto complesso da gestire. Inflazione significa erosione immediata di risparmio e pensioni e in generale peggioramento delle condizioni di vita delle classi più deboli.

2. Il concetto di conservazione della base imponibile degli Stati espresso da Draghi con lucidità e coraggio impressionanti, non è stato colto in pieno. Se non si difende la base imponibile mancherà il supporto alla spesa dello Stato, cioè nel tempo (non moltissimo tempo ahimè) a pensioni, sanità, ordine pubblico e pubblico impiego. La difesa della base imponibile passa dalla difesa “a qualsiasi costo” della capacità produttiva, del lavoro e delle aziende che danno lavoro. Il settore pubblico chiaramente (ma forse qualcuno si illude o vuole illudere che così non sia) non è base imponibile. Il coraggio di Draghi tocca anche un punto politicamente molto sensibile cioè il moral hazard (sarà inevitabile che alcuni denari pubblici possano essere spesi “male” e con soggetti economici inappropriati) che è in questa fase preferibile (per quanto deprecabile) all’alternativa e cioè all’erosione della base fiscale.
Tra l’altro la difesa della capacità produttiva è anche difesa dal pericolo inflazionistico (più offerta uguale meno spinta inflazionistica) e quindi aiuta nel tempo la difesa di risparmi e pensioni.

3. La politica tradizionale tax and spend (tassiamo chi può e redistribuiamo) cardine di anni di politica economica italiana e prodromica della bassa crescita in Italia negli ultimi 20 anni (errore che adesso ci costa carissimo e di cui nessuno prende responsabilità concreta) è uno dei più madornali e pericolosi errori di politica economica in questa fase. Abbiamo già la pressione fiscale più alta d’Europa (e il tasso di evasione fiscale più alto) l’errore sarebbe tanto madornale che sarebbe ricordato nei libri di storia come ciò che ha affossato il nostro per sempre e documentato come “ciò che non si deve fare” per decenni. Una fama imperitura ma al contrario la nozione di Caporetto sarebbe sostituita per sempre nel nostro vocabolario da una disfatta molto peggiore.
Purtroppo il riflesso condizionato dei “politici ante coronavirus” è sempre questo perché i tassati sono pochi voti e i beneficiari della spesa molti voti (esempi reddito di cittadinanza 5 stelle nel 2018 e molti altri esempi). Piu la politica tax and spend è diffusa, facile da capire, e apparentemente “salvifica” oltre che “giusta” per motivi etici (in passato era stata la scala mobile) più i voti e il relativo potere arriva a piena mani. In questa epoca digitale la (fasulla) promessa di reddito sposta con facilità enorme masse di consenso elettorale.
Nel mondo post coronavirus tax and spend è letale, mortifero ma il divario tra demagogia elettorale e ciò che bisogna davvero fare non potrebbe essere più ampio e questo è molto pericoloso.
La politica economica deve essere all’opposto chi ha possibilità investe. Incluso ovviamente lo stato con lo sblocco immediato dei cantieri di ogni tipo. Bisogna quasi “costringere” chi ha ricchezza a investire per salvare capacità produttiva, ammodernarla e, se possibile (seppur difficile), conquistare mercati. Gli altri paesi (Cina, USA, Germania) lo faranno, anzi lo stanno già facendo, e la lotta sarà brutale, senza quartiere, quasi di sopravvivenza . Ci sono già dopo 1 mese ampi e preoccupanti segnali in tal senso (tariffe, geo politica, guerra sul petrolio, schieramenti nuovi e diversi).
Nel frattempo bisogna sostenere ovviamente la popolazione e stimolare la domanda di beni e servizi in modo molto massiccio anche con trasferimenti diretti. I trasferimenti non possono essere poi all’infinito e bisognerà sostenere la domanda per 20 anni incentivando tutti al lavoro (opposto del reddito di cittadinanza), perché senza lavoro, capacità produttiva, aziende, imprenditori capaci di organizzare tutta questi fattori in quella che sarà una vera e propria battaglia con altri sistemi paese, non solo non avremo il reddito di cittadinanza o meglio la capacità di sostenere i più deboli, ma nemmeno le pensioni, il risparmio soprattutto e una sanità moderna e qualificata.

4. Il tempo di decisione e l’efficacia di trasmissione della decisione al Paese è quasi più importante della bontà al 100% della decisone stessa. Se autorizzo la cassa integrazione ma non arriva alle aziende in tempo utile (a marzo non è arrivata) è come non averlo fatto. Decisione giusta, applicazione non efficace, decisione inutile.
Sostenere le imprese significa farlo adesso, ad Aprile e Maggio. A Settembre o Novembre non conta più. Le imprese chiudono prima. Questo è un cambio di paradigma non interiorizzato. Il girovagare sul modulo di autocertificazione (definire il modulo per uscire di casa è onestamente molto ma molto più facile che definire i “moduli” per sostenere le imprese di cui non esiste nemmeno una vaga o vaghissima prima bozza e sono tremendamente più complessi) denomina la cifra di quanto siamo lontani da questo obiettivo.

5. Uscire dall’Europa è una follia. Anche minacciarlo direttamente o indirettamente è un attentato (da punire severamente) alle pensioni e al risparmio. L’uscita dall’Europa e dall’euro comporterebbe immediatamente e con certezza assoluta un tasso di svalutazione della lira superiore in pochi mesi al 100% (forse di più), oneri di emissione debito pubblico senza pari e l’esplosione immediata del tasso di inflazione (guardare argentina oggi per riferimento). Inoltre tutti i paesi europei innalzerebbero subito e concordemente barrire tariffarie pesanti per impedire concorrenza del Made in Italy a basso prezzo, vanificando l’impatto sulla competitività del Paese della svalutazione. L’impatto ultimo sarebbe la totale perdita di circa 500 miliardi di risparmi in titoli di stato delle famiglie italiane, che rimarrebbero tali in valore nominale, ma di valore reale in termini di potere di acquisto bassissimo, la svalutazione sempre in termini reali delle pensioni con grave pregiudizio delle fasce più deboli e una definitiva perdita dell’ancoraggio con i paesi più evoluti a noi contigui. Un errore clamoroso ante coronavirus. Adesso una tragedia senza pari. Evocare o anche solo accennare a questa eventualità è una colpa grave per chiunque faccia politica. Né a mio avviso si può pensare che i paesi del nord accettino in questa fase la mutualizzazione del nostro debito, anche quello nuovo che dovremo fare. Ciò che si deve fare da subito è chiedere flessibilità nella emissione del nuovo debito presso la BCE o istituzione analoga sovranazionale, debito che è e resta solo italiano che sarà onorato dagli italiani nei prossimi 20 anni, purché a tasso di interesse nominale e quindi anche reale molto basso o zero. Per ottenere questa flessibilità bisogna presentarsi con un piano di ripartenza serio, accurato e credibile, con un impegno a fare riforme sempre promesse (e mai realizzate nemmeno in pare negli ultimi 10 anni da qui la difficolta di essere credibili), con un’enorme credibilità personale (ogni riferimento a persona non è per nulla casuale) e con un solenne impegno di tutto il paese a rispettare questo piano. Va capito al nostro interno che se non rispettassimo questo impegno solenne la mutualizzazione del debito sarebbe una conseguenza de facto anche se non concessa (o richiesta oggi). Da qui la riluttanza dei nostri partner a credere alle nostre parole. Va anche capito che se dichiariamo nel corso di questa trattativa che diamo supporto anche a chi lavora in nero, estendiamo il reddito di cittadinanza e altre dichiarazioni consimili, che hanno vasta e pessima eco all’estero, la probabilità che ci diano credito scende rapidamente a zero, con conseguenze ancora una volta drammatiche. Solo un interlocutore serio competente, credibile e un impegno solenne del paese a tutti i livelli può aiutare in questa difficilissima e urgente trattativa. Le minacce o la “muscolarità” sono vacue e dannose. Non abbiamo sovranità monetaria. Abbiamo e avremo sempre però la responsabilità fiscale del nostro debito che non è e non sarà mai condivisa se non in minima parte e con “strings attached” cioè condizionalità pesanti da altri paesi europei. Senza sovranità monetaria e con la dimensione del nostro debito pubblico il nostro unico asset è la credibilità e l’impegno solenne. Altro non abbiamo da offrire. Purtroppo. Il tempo di questa trattativa è strettissimo. Ogni dilazione o discussione non costa agli altri paesi europei e per noi è invece pericolosissima. “Fare da soli” non è un’opzione percorribile e nemmeno una minaccia minimamente credibile perché implica raccogliere sul mercato i mezzi necessari a tassi astronomici e comunque con importi largamente insufficienti al necessario. I bluff a questo tavolo sono molto dannosi perché riducono la credibilità che ribadisco è l’unico nostro asset.

6. La crisi durerà molti anni. Pensare ai prossimi 2 mesi (l’ emergenza sanitaria) senza pensare ai prossimi 3 anni (l’emergenza economica che seguirà l’emergenza sanitaria) senza pensare ai prossimi 20 anni (l’emergenza valoriale che seguirà l’emergenza economica) è assolutamente impossibile oltre che profondamente sbagliato. Bisogna mettere in campo decisioni che con visione, competenza tecnica, rapidità ed efficacia di trasmissione al paese, siano coerenti. Serve una competenza, un coraggio, una lungimiranza, una capacità di comunicare al paese, una credibilità per definire soluzioni nell’ambito irrinunciabile a qualsiasi costo dell’Europa del tutto straordinarie. Il prezzo di errori e intempestività non sono solo i decessi del coronavirus , ma il risparmio, le pensioni, il reddito dei singoli e il futuro di un intero paese. Un prezzo terribile da pagare, enormemente più alto dei già drammatici decessi subiti dalla nostra comunità.

EMERGENZA VALORIALE

In questo ambito purtroppo le soluzioni possono essere solo 20ennali e peraltro difficilissime. Mi limito anche per mia incompetenza specifica a citare alcuni temi che reputo importanti da affrontare e non più rimandabili:
  1. Difficolta di avere politici competenti (che decidono cose giuste anche se impopolari nel breve e non promettono) rispetto a populisti (che fanno cose sbagliate ma popolari e promettono cose infattibili)
  2. Necessità di maggiore integrazione anche economica nelle imprese tra “lavoro” e “capitale” (partecipazione del lavoro al profitto e informazione)
  3. Rapporto di potere e decisione centro periferia (regioni e comuni)
  4. Emergenza climatica e sostenibilità
  5. Rapporto tra diritti e doveri degli individui rispetto allo Stato
  6. Ruolo e crescita di importanza dell’istruzione
  7. De burocratizzazione di uno stato ancora borbonico in natura
  8. Riorientamento del dilemma tra stato liberale-liberista e stato socialista in un nuovo paradigma con un sistema misto con chiara definizione delle liberta individuali e dei poteri dello stato
  9. Ripensamento del modello Europeo e recupero dei principi fondatori dell’Unione
Sono temi molto complessi che verranno fortemente impattati dalle scelte dei prossimi 6 mesi. Sarebbe bene iniziare una riflessione seria anche se probabilmente nella concitazione ed emergenza attuale risulta quasi impossibile, ma a breve sarà improcrastinabile. Il sistema comunista e collettivista ha fallito miseramente la prova della storia e l’ultra liberismo globalizzato a questo punto è ufficialmente in crisi. Bisogna trovare una terza via. Il pensiero etico, filosofico, il diritto e l’analisi storica e sociale in cui il nostro paese eccelle dovrebbero essere di aiuto. La contrapposizione ideologica a priori è solo dannosa. L’osservazione attenta di altri sistemi paese che affronteranno lo stesso dilemma e l’inserimento in un più grande ancoraggio europeo molto meno ideologico e radicalizzato del nostro saranno fondamentali.
Osservo solo che l’Europa è meglio attrezzata culturalmente e storicamente di USA e Cina a trovare la terza via e questo mi conforta moltissimo in questo momento tremendo.
In Italia abbiamo sviluppato eccellenze econometriche assolute. Sono state di grande aiuto ai politici del passato per prendere decisioni importanti e spesso poco popolari. Ma si sono dimostrate di grande accuratezza. Forse sarebbe il caso che si torni a valorizzare e utilizzare tali competenze.

Pupi Avati: LETTERA ALLA RAI (28 marzo 2020)

RIFLESSIONE E PROPOSTA

E piango e rido davanti alla televisione come piangono e ridono i vecchi, che è poi come piangono e ridono i bambini, cercando di fare in modo che mia moglie non se ne accorga. Fra i tanti che se ne sono andati un mio amico, Bruno Longhi, grande clarinettista milanese, che il coronavirus ha portato via senza tener conto della sua bravura, di come suonava Memories of you, meglio di Benny Goodman . E’ il primo periodo della mia vita in cui anziché abbracciare vorrei essere abbracciato. Mi manca persino quella specie di bacio notturno con il quale auguro la buonanotte a mia moglie e che lei giustamente mi ha vietato. Dormo di più la mattina, nel silenzio profondo ,cimiteriale di una città morta , appartengo anagraficamente alla categoria di quelli più svelti a morire .

Ma in questo sterminato silenzio , che è sacro e misterioso e che ci fa comprendere la nostra pochezza, la nostra vigliaccheria , ci commuove la consapevolezza dei tanti che stanno mettendo a repentaglio le loro vite per salvarci.
E questo stesso silenzio sarebbe opportuno per i tanti che destituiti di ogni competenza specifica continuano a sproloquiare saltapicchiando da un programma all’altro privi di ogni pudore , di ogni senso del limite. Coloro che con tanta solerzia, con tanta supponenza, ci hanno accompagnato nel corso degli ultimi decenni appartengono al Prima del Coronavirus, quando era possibile il cazzeggio. Ora, se usciremo da questa esperienza, dovremo farne tesoro, dovremo trovare un senso a quello che è accaduto , soccorrendo le tante famiglie di chi ha pagato con la vita, aiutando a superare le difficoltà enormi, spesso insormontabili, nelle quali si troveranno i più, impegnandoci tutti a sostituire il dire con il fare, come accadde dopo la liberazione.

Quello che provo somiglia a quando al cinematografo negli anni cinquanta si rompeva la pellicola e accadeva che venivi scaraventato fuori da quella storia che era stata capace di sottrarti allo squallore del tuo quotidiano. Rottura accolta da un boato di delusione simultaneo all’accensione improvvisa di luci fastidiose. Me ne restavo seduto, stretto in me stesso, cercando di tenermi dentro il film , “ dimmi quando ricomincia “ dicevo a mia madre tenendo gli occhi chiusi e pregando perché quelli su in cabina si sbrigassero a riattaccare la pellicola. Perché fossi restituito al più presto a quel magico altrove. . Ecco questo tempo che sto vivendo che non somiglia a niente , è un pezzo della mia vita che vivo con gli occhi chiusi, in attesa di poterli riaprire

Il Coronavirus  è “la morte del capitalismo e un’opportunità per reinventare la società”: ne è convinto il filosofo sloveno Slavoj Zizek, che ha proposto la sua teoria su ciò che sta accadendo nel mondo a causa della pandemia di Covid-19 su Russia Today. Secondo Zizek, infatti, l’epidemia di Coronavirus è “un segno” che l’umanità non può continuare a vivere come fatto fino ad ora e che è “necessario un cambiamento radicale". "Forse un altro virus, ideologico e molto più benefico - sostiene il filosofo - si diffonderà e si spera che ci infetti: il virus del pensiero di una società alternativa, una società al di là dello stato-nazione, una società che si aggiorna nelle forme di solidarietà e cooperazione globale".E quel mondo che si sta allontanando ,che non tornerà più ad esserci, che non piaceva a nessuno, del quale tutti si lamentavano, eppure temo che di quel mondo proveremo una crescente nostalgia.

E allora mi chiedo perché In questo tempo sospeso, fra il reale e l’irreale, come in assenza di gravità, i media e soprattutto la televisione e soprattutto la RAI, in un momento in cui il Dio Mercato al quale dobbiamo la generale acquiescenza alll’Auditel , non approfitti di questa tregua sabbatica di settimane, di mesi, per sconvolgere totalmente i suoi palinsesti dando al paese l’opportunità di crescere culturalmente. Perché non si sconvolgono i palinsesti programmando finalmente i grandi film, i grandi concerti di musica classica, di jazz, di pop, i documentari sulla vita e le opere dei grandi pittori, dei grandi scultori, dei grandi architetti , la lettura dei testi dei grandi scrittorii, la prosa, la poesia, la danza, insomma perché non diamo la possibilità a milioni di utenti di scoprire che c’è altro ,al di là dello sterile cicaleccio dei salotti frequentati da vip o dai soliti opinionisti. Perché non proporre quel tipo di programmazione che fa rizzare i capelli ai pubblicitari ! Perché non approfittiamo di questa così speciale opportunità per provare a far crescere culturalmente il paese stravolgendo davvero i vecchi parametri, contando sull’effetto terapeutico della bellezza ? Il mio appello va al Presidente, al Direttore Generale, al Consiglio di Amministrazione della RAI affinché mettano mano a un progetto così ambizioso e tuttavia così economico. Progetto che ci faccia trovare , quando in cabina finalmente saranno stati in grado di aggiustare la pellicola, migliori, più consapevoli di come eravamo quando all’improvviso si interruppe la proiezione . E potremo allora riaprire gli occhi.

Fondazione Feltrinelli: CORPO SOCIALE. IL VIRUS E NOI (La nostra città futura, 28 marzo 2020)

È possibile che la “mappa” del contagio da coronavirus dipenda anche dalle strutture sociali dei Paesi? Alcuni scienziati hanno avanzato questa ipotesi. In Germania, ad esempio, i numeri di contagiati di coronavirus aumentano di giorno in giorno. Eppure i dati forniti quotidianamente sono molto diversi sia da quelli italiani, sia da quelli del resto del mondo. Se il tasso di crescita dei contagi tedeschi è esponenziale, il numero dei morti assoluti resta basso, lo 0,3%. In Italia per Covid19 muoiono 8,5 persone ogni 100 infettate, in Spagna il 5,4%. Come si spiega questa differenza? Gli esperti del Koch Institute di Berlino segnalano che in Germania per ora si sono ammalati soprattutto i più giovani, diversamente da quello che è accaduto in Italia e Spagna (El Paìs). Eppure la Germania ha una percentuale di anziani molto simile a quella italiana. Bruce Aylward, vicedirettore generale Oms, in una intervista al New York Times ha ipotizzato che le differenze potrebbero dipendere appunto dalle diverse strutture sociali. In Cina quasi l’80 per cento delle infezioni si è sviluppato in famiglia. E le famiglie numerose caratterizzano anche l’organizzazione sociale dei Paesi mediterranei. Se in Italia e Cina le persone tra i 30 e i 49 anni che vivono ancora con i genitori sono più del 20%, in Germania la percentuale si dimezza. È possibile dunque che in Italia e Cina i giovani abbiano poi contagiato genitori o nonni che vivono con loro (L’Espresso). L’ipotesi viene anche avanzata in uno studio realizzato dall’Università di Oxford e citato da Wired: gli italiani passano più tempo con i nonni rispetto ai coetanei di altri Paesi e questo avrebbe favorito la diffusione tra gli anziani.

I NERVI SCOPERTI

La cautela su queste spiegazioni è d’obbligo, come raccomandano anche gli scienziati dell’istituto Koch. Ma l’epidemia sta comunque mettendo in luce vizi e virtù del nostro tessuto sociale. Se da una parte in questi giorni sono emerse forme di solidarietà che hanno fatto leva su quell’arte dell’arrangiarsi tutta italiana, con iniziative di associazioni e singoli cittadini (Repubblica), dall’altra sono risultate più evidenti le falle di un welfare che si appoggia su un impianto familistico, lasciando enormi lacune nella protezione sociale di grandi gruppi di popolazione (Dinamopress). La pandemia ha fatto emergere anche le forti differenze di genere che caratterizzano la nostra società: operatrici sanitarie e del settore domestico in questi giorni stanno pagando il prezzo più alto dell’emergenza sanitaria (InGenere). Davanti a un sistema di ammortizzatori legati alle tipologie contrattuali, il governo è corso ai ripari con il decreto “Cura Italia” allargando la cassa integrazione e fornendo nuove forme di indennità per le partite Iva e i meno garantiti (Secondo Welfare). Ma qualcuno, come ha spiegato lo stesso presidente dell’Inps Pasquale Tridico, resterà fuori (Yahoo). Tant’è che da più parti – da destra e sinistra, dai freelance ai rider – sta emergendo un coro di voci che chiede una estensione del reddito di cittadinanza, una sorta di “reddito di quarantena” universale per non lasciare scoperto nessuno (Linkiesta). Una protezione che, come chiedono dal Forum Disuguaglianze e Diversità, vada oltre le circostanze e la base di partenza. È quello che ha detto anche il ministro per il Sud Peppe Provenzano in un’intervista al Corriere: “Se la crisi si prolunga dobbiamo prendere misure universalistiche per raggiungere anche le fasce sociali più vulnerabili: le famiglie numerose, oltre a chi lavorava in nero”.

SOLI, INSIEME

E in un momento in cui le misure di contenimento del virus costringono tutti a casa, si danno a vedere anche i punti deboli delle nostre stesse comunità, sempre più frammentate. Se è vero che il virus è democratico perché colpisce tutti, la quarantena non è uguale per tutti, fa notare Il Foglio. Per chi sta da solo, in 30 metri quadri, in un quartiere dormitorio la reclusione può essere più dolorosa e angosciante (L’Espresso). Il poter contare su reti sociali – familiari, parentali, amicali, di vicinato – sembra oggi più importante che mai, eppure non sono un bene da dare per scontato. Non solo: rimanere a casa per alcuni può significare restare chiusi in situazioni conflittuali e pericolose, soprattutto per le donne (Il Sole 24 Ore). L’assenza dei legami sociali forti, a maggior ragione in questo momento, impone allora una rinnovata attenzione a come sono strutturati i nostri sistemi di welfare, scrive Simone Cremaschi. Quello che serve – e oggi appare più evidente che mai – è investire in una comunità in cui un welfare rinnovato metta a disposizione risorse e crei canali di comunicazione per chi chiede e chi offre cura. Non a caso, le persone iniziano in questi giorni a mettere in campo comportamenti che sono contemporaneamente volti alla tutela di se stessi, delle proprie reti di prossimità e della collettività tutta (Dinamopress). Nuove forme di cura capaci di ricomporre affetti e di offrire sostegno reciproco utile alla coesione della comunità, come quelle che vengono raccontate anche nell’ebook “E se domani. Famiglie”.

AFFACCI SUL MONDO

Ma cosa accade fuori dalle nostre finestre, oltre le nostre porte, mentre siamo in isolamento in casa? Com’è la quarantena al di fuori dei contesti urbani, più o meno confortevoli, che conosciamo? Paola Piscitelli racconta le vite degli altri con cui si tiene in contatto in questi giorni. Come quella di R., immigrato irregolare a Johannesburg, la cui “sopravvivenza” è garantita solo dal fatto di uscire dall’isolamento, dall’andare ogni giorno in giro per la città alla ricerca di lavoretti di ogni tipo. Simone Cremaschi ci apre invece uno squarcio sui ghetti dei braccianti del foggiano: il fatto che si viva in molte persone nella stessa baracca di pochi metri impedisce di mantenere le distanze di sicurezza, e in questo contesto l’ipotesi di isolamento di chi mostra sintomi è praticamente inconcepibile. E lo stesso pericolo si corre nei centri di accoglienza per migranti, tra sovraffollamento e carenze igieniche che potrebbero essere una bomba a orologeria per il contagio (Vita). In questi giorni, scrive Lilia Giugni da Londra, vengono fuori polveriere sociali che finora erano rimaste nascoste: dai senza tetto che non possono restare a casa perché una casa non ce l’hanno ai rider costretti a fare consegne per vivere, dalle condizioni delle carceri alle donne vittime di violenze domestiche. È da qui, che una volta che sarà tutto finito, dovremo ripartire: dai diritti da garantire a tutti, con una nuova cura e attenzione per lo stato della cosa pubblica

Domenico De Masi: IMPARARE DAL CORONAVIRUS (28 marzo 2020)

Albert Camus: LA PESTE

L'inizio

"I bei cieli azzurri, traboccanti di luce gialla, i ronzii degli aeroplani nei primi calori, tutto, nella stagione, invitava alla serenità. In quattro giorni, tuttavia, la febbre fece un balzo straordinario: sedici morti, ventiquattro, ventotto, trentadue. Il quarto giorno si annunciò l’apertura dell’ospedale ausiliario in una scuola materna. I nostri concittadini che sino a qui avevano continuato a dissimulare l’inquietudine sotto gli scherzi, sembravano, per le strade, più abbattuti e silenziosi”.

Primavera

"In primavera si aspettava da un momento all'altro la fine della malattia, e nessuno pensava di domandare agli altri delle previsioni sulla durata del contagio: tutti erano persuasi che non ne avrebbe avuto. Ma via via che i giorni passavano, si cominciò a temere che il malanno veramente non avesse fine, e, insieme, la cessazione della malattia diventò l'oggetto di tutte le speranze. E di mano in mano passavano diverse profezie dovute ai magi o ai santi della chiesa cattolica .... quando persino la storia fu a corto di profezie, nè furono ordinate ai giornalisti, i quali, almeno su questo punto, si mostrarono competenti al pari dei loro modelli dei secoli passati".

Estate

"A metà del mese di agosto la peste aveva ricoperto ogni cosa: non vi erano più destini individuali, ma una storia collettiva, la peste, e dei sentimenti condivisi da tutti. Il più forte era quello della separazione e dell'esilio con tutto quanto comportava di paura e di rivolta. E per questo il narratore crede opportuno, a questo culmine del caldo e della malattia, descrivere le violenze dei nostri concittadini vivi, i seppellimenti dei defunti e la pena degli amanti divisi uno dall'altro".

La fine del morbo

"Ascoltando i gridi d’allegria che salivano dalla città, Rieux ricordava che quell’allegria era sempre minacciata: lui sapeva quello che ignorava la folla, e che si può leggere nei libri, ossia che il bacillo della peste non muore né scompare mai, che può restare per decine d’anni addormentato nei mobili e nella biancheria, che aspetta pazientemente nelle camere, nelle cantine, nelle valigie, nei fazzoletti e nelle cartacce e che forse verrebbe giorno in cui, sventura e insegnamento agli uomini, la peste avrebbe svegliato i suoi sorci per mandarli a morire in una città felice".

Jacques Prévert 

Un minuto di primavera
dura spesso più a lungo
di un’ora di dicembre
una settimana di ottobre
un anno di luglio
un mese di febbraio. 

Umberto Saba: La foglia

Io sono come quella foglia, guarda,
sul nudo ramo, che un prodigio ancora
tiene attaccata.

Negami dunque. Non ne sia rattristata
la bella età che a un'ansia ti colora,
e per me a slanci infantili s'attarda.

Dimmi tu addio, se a me dirlo non riesce.

Morire è nulla; perderti è difficile.

STARDUST Da La peste di Albert Camus 

Andrea Grillo: Una Lettera Aperta sullo “STATO DI ECCEZIONE LITURGICA” (Munera - Rivista Europea di cultura)

Grillo è stato il professore di Teologia di Natale Brescianini

Alle Teologhe e ai Teologi,
alle Studiose e agli Studiosi,
alle Studentesse e agli Studenti di teologia

La grande tradizione liturgica, che da sempre accompagna e sostiene la Chiesa nella sua storia di grazia e di peccato, sente il gemito delle persone e delle nazioni, in questa crisi pandemica, che porta sofferenza e afflizione a chi è malato, isolamento, solitudine e paura a tutti gli altri. Così il ritmo ordinario del cammino quaresimale e pasquale è alterato, è sovvertito, facendosi solidale con la comune sofferenza. Non avremmo mai pensato, però, che una piccola, ma non marginale sofferenza, venisse, in questo tempo, anche dall’esercizio della autorità ecclesiale e dai Decreti Quo magis e Cum sanctissima, che la Congregazione per la Dottrina della fede ha pubblicato il 25 marzo 2020. Non fa specie che tale Congregazione dedichi le sue attenzioni anche alla liturgia. Ma speciale e singolare è il fatto che essa modifichi gli ordines, introduca prefazi e formulari di feste, modifichi calendari e criteri di precedenza. E che lo faccia su un messale del 1962. Come è possibile tutto ciò? La Congregazione, come è noto, in questo caso si muove nello spazio di una autorità eccezionale, che risale a 13 anni fa, ai sensi del Motu Proprio Summorum Pontificum. Ma siccome il tempo è superiore allo spazio, ciò che è possibile sul piano normativo, non sempre risulta opportuno. Una riflessione critica sulla logica di questa vicenda diventa allora decisiva. Il tempo, infatti, ci spiega il paradosso di una competenza sulla liturgia che è stata sottratta ai Vescovi e alla Congregazione del culto: ciò era stato disposto, in Summorum Pontificum, con una intenzione di solenne pacificazione e di generosa riconciliazione, ma ben presto si era mutata in grave divisione, in capillare conflitto, addirittura nel simbolo di un “rifiuto liturgico” del Concilio Vaticano II. Il massimo della distorsione delle intenzioni iniziali si nota oggi in quei seminari diocesani, dove si pretende di formare i futuri ministri contemporaneamente a due diversi riti: al rito conciliare e a quello che lo smentisce. Tutto ciò è giunto al suo punto più surreale quando, l’altro ieri, i due Decreti hanno attestato il culmine di una distorsione non più tollerabile, che si può esporre in questi termini sintetici:

Lo “stato di eccezione”, però, oggi accade anche sul piano civile, nella sua dura necessità: ma questo fatto ci permette una maggiore lungimiranza ecclesiale. Per tornare alla normalità ecclesiale, noi dobbiamo superare lo stato di eccezione liturgico stabilito 13 anni fa, in un altro mondo, con altre condizioni e con altre speranze, da Summorum Pontificum. Non ha più senso sottrarre ai vescovi diocesani la loro competenza liturgica; non ha più senso né una Commissione Ecclesia Dei (che di fatto è già stata soppressa), né una Sezione della Congregazione per la Dottrina della fede, che sottraggano la autorità o ai Vescovi diocesani o alla Congregazione del Culto; non ha più alcun senso che si facciano decreti per “riformare” un rito che è chiuso in una storia passata, ferma e cristallizzata, senza vita e senza forza. Per esso non può esservi rianimazione alcuna. Il doppio regime è finito, la nobile intenzione di SP è tramontata, i lefebvriani hanno alzato sempre più la posta e poi sono scappati lontano, ad insultare il Concilio Vaticano II, il papa attuale insieme a tutti i suoi tre predecessori. Alimentare ancora uno “stato di eccezione liturgica” – che era nato per unire, ma non fa altro che dividere – porta solo a frantumare, privatizzare, distorcere il culto della Chiesa. Sulla base di queste considerazioni, ci proponiamo di condividere, tra tutti noi, la richiesta alla Congregazione per la Dottrina della Fede di ritirare immediatamente i due Decreti del 25/03/2020 e di restituire tutte le competenze sulla liturgia ai Vescovi diocesani e alla Congregazione per il Culto divino. Salva restando, come sempre, alla detta Congregazione, la competenza in materia dottrinale. Usciamo dunque dallo “stato di eccezione liturgica”. Se non ora, quando?

Con i migliori auguri a tutti i colleghi e le colleghe,  agli studenti e alle studentesse, per la vita assediata, ma non espugnata, in questi tempi amari, ma non avari.

PAPA FRANCESCO IMPARTISCE LA BENEDIZIONE URBI ET ORBI CON L'INDULGENZA PLENARIA (Corriere della Sera, 27 marzo 2020)

Venerdì 27 marzo, alle ore 18, papa Francesco presiederà un momento di preghiera straordinario, per molti versi senza precedenti, annunciato lo scorso 22 marzo al termine della preghiera dell’Angelus.

L’orazione - che durerà all’incirca un’ora - sarà tenuta sul sagrato della basilica di San Pietro, con la piazza vuota, e sarà trasmessa in mondovisione. Secondo quanto comunicato dalla sala stampa vaticana, il momento di preghiera prevederà un momento di ascolto della Bibbia, una supplica «in questo tempo di prova», l’adorazione eucaristica, e sarà conclusa da una benedizione Urbi et Orbi («Alla Città - cioè a Roma - e al Mondo») a cui sarà annessa la possibilità di ricevere l’indulgenza plenaria. La formula dell’indulgenza sarà pronunciata dal cardinale Angelo Comastri, Arciprete della Basilica di San Pietro.

L’indulgenza plenaria è lo strumento che - secondo la dottrina cattolica - rimette totalmente le pene che sono state maturate con i peccati (anche quelli che sono stati già perdonati da Dio e assolti dal sacerdote con la confessione). Secondo la dottrina cattolica, quelle pene - se non rimesse - verrebbero scontate nel Purgatorio. Per conseguire le indulgenze, i fedeli devono pentirsi, ripudiare il peccato e confessarsi.

Il Papa ha già compiuto, il 15 marzo, una preghiera speciale, andando a piedi alla Basilica di Santa Maria Maggiore, dove si trova l’immagine di Maria Salus populi Romani (dove andò la mattina dopo la sua elezione) e alla chiesa di San Marcello al Corso, dove si trova il crocifisso che nel 1522 venne portato in processione per i quartieri della città perché finisse la «Grande Peste» a Roma. Il «crocifisso miracoloso», in legno del XV secolo, è venerato sin dal 1519, da quando fu l’unico oggetto rimasto illeso dopo un incendio che distrusse la chiesa che lo ospitava.

Ecco la MEDITAZIONE DEL SANTO PADRE nel MOMENTO STRAORDINARIO DI PREGHIERA IN TEMPO DI EPIDEMIA

«Venuta la sera» (Mc 4,35). Così inizia il Vangelo che abbiamo ascoltato. Da settimane sembra che sia scesa la sera. Fitte tenebre si sono addensate sulle nostre piazze, strade e città; si sono impadronite delle nostre vite riempiendo tutto di un silenzio assordante e di un vuoto desolante, che paralizza ogni cosa al suo passaggio: si sente nell’aria, si avverte nei gesti, lo dicono gli sguardi. Ci siamo trovati impauriti e smarriti. Come i discepoli del Vangelo siamo stati presi alla sprovvista da una tempesta inaspettata e furiosa. Ci siamo resi conto di trovarci sulla stessa barca, tutti fragili e disorientati, ma nello stesso tempo importanti e necessari, tutti chiamati a remare insieme, tutti bisognosi di confortarci a vicenda. Su questa barca… ci siamo tutti. Come quei discepoli, che parlano a una sola voce e nell’angoscia dicono: «Siamo perduti» (v. 38), così anche noi ci siamo accorti che non possiamo andare avanti ciascuno per conto suo, ma solo insieme.

È facile ritrovarci in questo racconto. Quello che risulta difficile è capire l’atteggiamento di Gesù. Mentre i discepoli sono naturalmente allarmati e disperati, Egli sta a poppa, proprio nella parte della barca che per prima va a fondo. E che cosa fa? Nonostante il trambusto, dorme sereno, fiducioso nel Padre – è l’unica volta in cui nel Vangelo vediamo Gesù che dorme –. Quando poi viene svegliato, dopo aver calmato il vento e le acque, si rivolge ai discepoli in tono di rimprovero: «Perché avete paura? Non avete ancora fede?» (v. 40).

Cerchiamo di comprendere. In che cosa consiste la mancanza di fede dei discepoli, che si contrappone alla fiducia di Gesù? Essi non avevano smesso di credere in Lui, infatti lo invocano. Ma vediamo come lo invocano: «Maestro, non t’importa che siamo perduti?» (v. 38). Non t’importa: pensano che Gesù si disinteressi di loro, che non si curi di loro. Tra di noi, nelle nostre famiglie, una delle cose che fa più male è quando ci sentiamo dire: “Non t’importa di me?”. È una frase che ferisce e scatena tempeste nel cuore. Avrà scosso anche Gesù. Perché a nessuno più che a Lui importa di noi. Infatti, una volta invocato, salva i suoi discepoli sfiduciati.

La tempesta smaschera la nostra vulnerabilità e lascia scoperte quelle false e superflue sicurezze con cui abbiamo costruito le nostre agende, i nostri progetti, le nostre abitudini e priorità. Ci dimostra come abbiamo lasciato addormentato e abbandonato ciò che alimenta, sostiene e dà forza alla nostra vita e alla nostra comunità. La tempesta pone allo scoperto tutti i propositi di “imballare” e dimenticare ciò che ha nutrito l’anima dei nostri popoli; tutti quei tentativi di anestetizzare con abitudini apparentemente “salvatrici”, incapaci di fare appello alle nostre radici e di evocare la memoria dei nostri anziani, privandoci così dell’immunità necessaria per far fronte all’avversità.

Con la tempesta, è caduto il trucco di quegli stereotipi con cui mascheravamo i nostri “ego” sempre preoccupati della propria immagine; ed è rimasta scoperta, ancora una volta, quella (benedetta) appartenenza comune alla quale non possiamo sottrarci: l’appartenenza come fratelli.

«Perché avete paura? Non avete ancora fede?». Signore, la tua Parola stasera ci colpisce e ci riguarda, tutti. In questo nostro mondo, che Tu ami più di noi, siamo andati avanti a tutta velocità, sentendoci forti e capaci in tutto. Avidi di guadagno, ci siamo lasciati assorbire dalle cose e frastornare dalla fretta. Non ci siamo fermati davanti ai tuoi richiami, non ci siamo ridestati di fronte a guerre e ingiustizie planetarie, non abbiamo ascoltato il grido dei poveri, e del nostro pianeta gravemente malato. Abbiamo proseguito imperterriti, pensando di rimanere sempre sani in un mondo malato. Ora, mentre stiamo in mare agitato, ti imploriamo: “Svegliati Signore!”.

«Perché avete paura? Non avete ancora fede?». Signore, ci rivolgi un appello, un appello alla fede. Che non è tanto credere che Tu esista, ma venire a Te e fidarsi di Te. In questa Quaresima risuona il tuo appello urgente: “Convertitevi”, «ritornate a me con tutto il cuore» (Gl 2,12). Ci chiami a cogliere questo tempo di prova come un tempo di scelta. Non è il tempo del tuo giudizio, ma del nostro giudizio: il tempo di scegliere che cosa conta e che cosa passa, di separare ciò che è necessario da ciò che non lo è. È il tempo di reimpostare la rotta della vita verso di Te, Signore, e verso gli altri. E possiamo guardare a tanti compagni di viaggio esemplari, che, nella paura, hanno reagito donando la propria vita. È la forza operante dello Spirito riversata e plasmata in coraggiose e generose dedizioni. È la vita dello Spirito capace di riscattare, di valorizzare e di mostrare come le nostre vite sono tessute e sostenute da persone comuni – solitamente dimenticate – che non compaiono nei titoli dei giornali e delle riviste né nelle grandi passerelle dell’ultimo show ma, senza dubbio, stanno scrivendo oggi gli avvenimenti decisivi della nostra storia: medici, infermiere e infermieri, addetti dei supermercati, addetti alle pulizie, badanti, trasportatori, forze dell’ordine, volontari, sacerdoti, religiose e tanti ma tanti altri che hanno compreso che nessuno si salva da solo. Davanti alla sofferenza, dove si misura il vero sviluppo dei nostri popoli, scopriamo e sperimentiamo la preghiera sacerdotale di Gesù: «che tutti siano una cosa sola» (Gv 17,21). Quanta gente esercita ogni giorno pazienza e infonde speranza, avendo cura di non seminare panico ma corresponsabilità. Quanti padri, madri, nonni e nonne, insegnanti mostrano ai nostri bambini, con gesti piccoli e quotidiani, come affrontare e attraversare una crisi riadattando abitudini, alzando gli sguardi e stimolando la preghiera. Quante persone pregano, offrono e intercedono per il bene di tutti. La preghiera e il servizio silenzioso: sono le nostre armi vincenti.

«Perché avete paura? Non avete ancora fede?». L’inizio della fede è saperci bisognosi di salvezza. Non siamo autosufficienti, da soli; da soli affondiamo: abbiamo bisogno del Signore come gli antichi naviganti delle stelle. Invitiamo Gesù nelle barche delle nostre vite. Consegniamogli le nostre paure, perché Lui le vinca. Come i discepoli sperimenteremo che, con Lui a bordo, non si fa naufragio. Perché questa è la forza di Dio: volgere al bene tutto quello che ci capita, anche le cose brutte. Egli porta il sereno nelle nostre tempeste, perché con Dio la vita non muore mai.

Il Signore ci interpella e, in mezzo alla nostra tempesta, ci invita a risvegliare e attivare la solidarietà e la speranza capaci di dare solidità, sostegno e significato a queste ore in cui tutto sembra naufragare. Il Signore si risveglia per risvegliare e ravvivare la nostra fede pasquale. Abbiamo un’ancora: nella sua croce siamo stati salvati. Abbiamo un timone: nella sua croce siamo stati riscattati. Abbiamo una speranza: nella sua croce siamo stati risanati e abbracciati affinché niente e nessuno ci separi dal suo amore redentore. In mezzo all’isolamento nel quale stiamo patendo la mancanza degli affetti e degli incontri, sperimentando la mancanza di tante cose, ascoltiamo ancora una volta l’annuncio che ci salva: è risorto e vive accanto a noi. Il Signore ci interpella dalla sua croce a ritrovare la vita che ci attende, a guardare verso coloro che ci reclamano, a rafforzare, riconoscere e incentivare la grazia che ci abita. Non spegniamo la fiammella smorta (cfr Is 42,3), che mai si ammala, e lasciamo che riaccenda la speranza.

Abbracciare la sua croce significa trovare il coraggio di abbracciare tutte le contrarietà del tempo presente, abbandonando per un momento il nostro affanno di onnipotenza e di possesso per dare spazio alla creatività che solo lo Spirito è capace di suscitare. Significa trovare il coraggio di aprire spazi dove tutti possano sentirsi chiamati e permettere nuove forme di ospitalità, di fraternità, di solidarietà. Nella sua croce siamo stati salvati per accogliere la speranza e lasciare che sia essa a rafforzare e sostenere tutte le misure e le strade possibili che ci possono aiutare a custodirci e custodire. Abbracciare il Signore per abbracciare la speranza: ecco la forza della fede, che libera dalla paura e dà speranza.

«Perché avete paura? Non avete ancora fede?». Cari fratelli e sorelle, da questo luogo, che racconta la fede rocciosa di Pietro, stasera vorrei affidarvi tutti al Signore, per l’intercessione della Madonna, salute del suo popolo, stella del mare in tempesta. Da questo colonnato che abbraccia Roma e il mondo scenda su di voi, come un abbraccio consolante, la benedizione di Dio. Signore, benedici il mondo, dona salute ai corpi e conforto ai cuori. Ci chiedi di non avere paura. Ma la nostra fede è debole e siamo timorosi. Però Tu, Signore, non lasciarci in balia della tempesta. Ripeti ancora: «Voi non abbiate paura» (Mt 28,5). E noi, insieme a Pietro, “gettiamo in Te ogni preoccupazione, perché Tu hai cura di noi” (cfr 1 Pt 5,7).

Mario Draghi: WE MUST MOBILISE AS IF FOR WAR (Financial Times, 27 marzo 2020): link

Commento di Nostra città Futura (Fondazione Feltrinelli)

Il 25 Marzo, il Financial Times ha pubblicato una lettera dell’ex presidente della Banca Centrale Europea Mario Draghi. Il contenuto della lettera, considerato da molti commentatori esplosivo, ha lanciato un dibattito sulle conseguenze finanziarie ed economiche della corrente crisi sanitaria dovuta al covid-19 e alle politiche di lockdown messe in atto dalla maggioranza degli Stati nel mondo. Secondo Draghi, l’inevitabile recessione rischia di trasformarsi in una depressione economica aggravata da default degli Stati con livelli di debito già alti. Perché questo non succeda, occorre che le banche concedano prestiti alle imprese a costo zero, a condizione che queste mantengano i posti di lavoro. I governi dovranno farsi garanti dei prestiti, assumendo nuovo debito pubblico. Il dibattito che è seguito si è concentrato principalmente su quali strumenti di politica pubblica impiegare.

Gli economisti Baez e Zucman hanno proposto che lo Stato crei una nuova forma di assicurazione sociale per lavoratori ed imprese, coprendo i debiti ed i costi di queste ultime in modo che evitino la bancarotta; una soluzione che richiama quanto sta già facendo la Danimarca.

L’economista Wolfgang Munchau ha però osservato che fornire credito anziché liquidità rischia di replicare il ciclo negativo iniziato durante la grande recessione: se un’impresa prende in prestito soldi mentre crollano i profitti, aumenta a sua volta il rischio che questa diventi insolvente; in questo senso, sarebbe meglio fornire “helicopter money”, mettendo soldi direttamente nelle tasche di cittadini ed imprese. Una terza soluzione è quella di creare interventi mirati volti a finanziare la spesa privata dei consumatori presso attività commerciali che accettino di non lasciare a casa lavoratori dipendenti durante i lockdown (Politico). Quello su cui però la maggior parte dei commentatori concordano è la valutazione del contesto: come ricorda Draghi, “siamo in guerra contro il coronavirus e dobbiamo mobilitarci di conseguenza”. La specificità dell’economia di guerra, secondo Luca Michelini, è quella di spingere alla creazione di “strumenti di azione collettiva i più adatti per raggiungere l’interesse generale e gli obiettivi strategici”.

PROCLAMATO IL CESSATE IL FUOCO NEI PAESI IN GUERRA PER PAURA DELLA PANDEMIA (la Repubblica, 27 marzo 2020)

Dallo Yemen alla Siria e dal Camerun alle Filippine, ribelli e eserciti governativi rispondono all'appello per una tregua lanciato dal Segretario generale dell'Onu, Antonio Guterres. E' uno dei pochi effetti positivi del virus.

Lunedì scorso, il Segretario generale delle Nazioni Unite, Antonio Guterres, aveva lanciato un appello affinché le parti in lotta facessero tacere i loro cannoni e i loro kalashnikov. La sua invocazione, dicono alcuni funzionari del Palazzo di Vetro, era soprattutto destinata a proteggere i civili delle zone di guerra, i più vulnerali di fronte alla furia del Covid-19. Ma nessuno sperava che le sue parole venissero ascoltate sul campo dai vari belligeranti.
 
Invece, in un Paese in guerra dopo l'altro, le diverse fazioni ribelli e gli eserciti governativi contro cui combattono sono giunti a un accordo di pace temporanea per difendersi da un'altra aggressione, più subdola e potenzialmente altrettanto mortifera, quella della pandemia virale. Ora, secondo una fonte diplomatica che preferisce restare anonima, si sarebbe anche parlato del progetto di una risoluzione tra i cinque membri permanenti del Consiglio di Sicurezza sull'impatto del coronavirus sulle situazioni di guerra. "Alcuni Paesi dell'Onu hanno pensato a una dichiarazione congiunta per sostenere l'appello di Guterres", ha detto la fonte.

ALBERGHI, RISTORANTI E CULTURA: con l'Italia "chiusa" fino a ottobre, in fumo 52 miliardi di consumi (la Repubblica, 26 marzo 2020)

Oltre 23 miliardi di consumi sottratti al mondo di alberghi e ristorazione, più di 16 a trasporti e case automobilistiche, oltre 8 miliardi alla cultura. E' l'elenco solo parziale di un totale di 52 miliardi di consumi che mancheranno alle attività italiane, chiuse a causa coronavirus. E' la stima che arriva dalla Confcommercio, che ipotizza una reale ripresa italiana soltanto ad ottobre. Con il protrarsi delle chiusure delle attività produttive e di quelle del terziario - come il commercio, il turismo, i servizi, i trasporti e le professioni - e con la prospettiva che questa situazione si prolunghi nel tempo, la situazione economica e il calo dei consumi sono destinati a peggiorare", dice una nota dell'associazione. Vista l'evoluzione dell'epidemia, per Confcommercio "rischia di saltare la previsione più ottimistica che era quella della “riapertura” dell’Italia a giugno che avrebbe comportato, per il 2020, la perdita di 1 punto di Pil e 18 miliardi di consumi. Si fa, quindi, più realistica l’ipotesi della riapertura del Paese solo all’inizio di ottobre, con una riduzione dei consumi di oltre 52 miliardi e un calo del Pil di circa il 3%, stime che incorporano anche gli aiuti stanziati con l’ultimo decreto.
In attesa di un secondo decreto che potrebbe raddoppiare le risorse sul tavolo, Confcommercio stima che i settori che saranno più colpiti sono: alberghi e ristorazione (-23,4 mld di consumi nel 2020), trasporti e acquisto autoveicoli (-16,5 mld), cultura e tempo libero (-8,2 mld), abbigliamento (-6,6 mld).

CORONAVIRUS: UN'ALTRA INFERMIERA SI SUICIDA IN OSPEDALE (La Provincia di Biella, 26 marzo 2020)

Non ha retto lo stress. Ogni giorno a contatto con malati di coronavirus in fin di vita e il terrore di ammalarsi anche lei, di contagiare i propri cari. Così questa infermiera di 34 anni, del San Gerardo di Monza si è tolta la vita in ospedale. E il suo non è nemmeno il primo caso. Il suo suicidio, riporta il Giorno, è il secondo a distanza di pochi giorni da quello di un’altra infermiera che si è buttata nel Piave a Jesolo lo scorso 19 marzo. La 34enne brianzola avrebbe dovuto riprendere servizio lunedì nel reparto di terapia intensiva, ma “ha chiamato la caposala e non è venuta al lavoro”, ha spiegato il direttore generale Mario Alparone. In ospedale è arrivata ieri e, nel bagno di un padiglione non ancora aperto, si è impiccata, L’ infermiera, secondo la Procura, sarebbe stata molto stressata dall’emergenza sanitaria e preoccupata per il suo ruolo lavorativo, per la sua salute e quella dei suoi familiari. Non era positiva al Covid-19

L'AUTOPSIA SUL GIOVANE DI 34 ANNI: “Emanuele era sano, vittima del Covid" (la Repubblica, 26 marzo 2020)

Emanuele Renzi era sano, sanissimo. Il 34enne, uno dei responsabili del call center Youtility, non aveva nessuna patologia pregressa. A dirlo sono i risultati dell'autopsia effettuata allo Spallanzani e trasmessi ieri ai medici del policlinico Tor Vergata che hanno seguito il caso del ragazzo di Cave, a 50 chilometri dalla capitale. Sabato notte a strappare Lele alla figlia, alla famiglia e agli amici è stato un improvviso peggioramento dell'infiammazione causata dal coronavirus.
Il referto degli esami effettuati sulla vittima - che potrebbe aver contratto l'infezione durante un addio al celibato a Barcellona, dov'era stato dal 6 all'8 marzo - evidenzia un quadro complesso. Racconta come il Covid-19, nella sua forma più aggressiva, non faccia poi troppe differenze tra giovani e anziani. Pericardite, miocardite, coagulopatia intravascolare disseminata. Un colpo dietro l'altro, in rapida successione. Per Emanuele non c'è stato nulla da fare.
Al 34enne, a casa per sei giorni con la febbre e poi trasportato in ospedale già gravissimo, era stata applicata la terapia standard: antivirali e il farmaco contro l'artrite che sembra aiutare i pazienti intubati a limitare i danni. Armi che nella storia clinica di Emanuele si sono rivelate spuntate. La morte del ragazzo, come spiega Massimo Andreoni, virologo del Tor Vergata, è tra quelle " inattese".
"In letteratura - spiega il primario, senza nascondere l'amarezza - sono già presenti casi in cui l'autopsia non ha evidenziato la presenza di morbosità pregresse. Parliamo quindi della morte di un giovane sano, venuto a mancare nonostante siano stati applicati tutti i trattamenti a disposizione. È una nostra sconfitta, dovuta alle armi che abbiamo ora. Aiutano, ma non sono sicuramente vincenti e questo caso ne è la dimostrazione. La ricerca ci deve dare qualcosa in più".

Carlo Alberto Pratesi: FUTURE TALKS - due chiacchiere con Luciano Floridi (25 marzo 2020): link

Giorgio Scichilone: LA DEMOCRAZIA AI TEMPI DEL VIRUS (Atlante Treccani, 25 marzo 2020)

Giorgio Scichilone Insegna storia delle istituzioni politiche all’Università degli Studi di Palermo.

La democrazia ai tempi del virus, l’espressione su cui si eserciteranno gli storici, è la questione che sta sollecitando con insistenza sociologi, filosofi politici, giuristi e opinionisti di svariata natura e competenze. Non sono riflessioni oziose, riguardano le nostre vite in modo quasi altrettanto importante come quelle più dirette che attengono alla nostra salute. Il quasi è decisivo per le successive argomentazioni. Questo breve discorso potrebbe essere un modesto prolegomeno al ruolo della cultura – o degli intellettuali se si vuole – nella società. Ma di questo un’altra volta.

Ai margini, si direbbe dunque, delle questioni prioritarie e urgenti che riguardano gli effetti dell’epidemia sulla vita, c’è quello legato sulle ricadute sulle libertà, le restrizioni imposte dai governi agli individui per evitare la diffusione del contagio. Sono limitazioni talmente radicali che sembra di essere stati catapultati in un romanzo distopico. In Italia solo le generazioni passate hanno conosciuto la guerra e ciò che significa un bombardamento, un coprifuoco, un’occupazione militare, la lotta partigiana per le strade della città. I più, per fortuna, lo hanno letto nei libri di storia e nella percezione sbadata dei nostri mondi virtuali sembra assumere la stessa distanza empatica delle vicende di Cesare che varca il Rubicone. Lo stile di vita odierno di una porzione privilegiata del pianeta, nella quale abbiamo la buona sorte di vivere, con elevata mobilità e indipedenza, le straordinarie possibilità che economia e tecnologia consentono per raggiungere obiettivi personali e sociali inimmaginabili solo poco tempo fa, sono state improvvisamente compresse da un virus che ha spiazzato gli Stati, precipitandoli in una corsa verso soluzioni politiche e amministrative per contrastare la virulenza della pandemia che sembrano cancellare in un colpo gli standard antropologici abituali. Rimanere chiusi in casa, come prescrivono le norme emergenziali, appare assurdo e inaccettabile. Risulta ormai incompatibile con la nostra visione del mondo, con il nostro essere nel mondo. La riflessione finale a cui ormai risulta polarizzarsi l’attenzione accademica, ed uso questo termine con un’involontaria autoironia, è la relazione delicata che sussiste in uno Stato liberale tra gli inviolabili diritti fondamentali e le prerogative del governo. Fino a dove può spingersi il potere politico, nell’ambito dello Stato di diritto, per assicurare la salute degli individui?   

In sostanza l’attuale situazione è stata descritta da molti in termini preoccupati come “stato d’eccezione”. Carl Schmitt, il giusfilosofo tedesco di simpatie naziste, coniò questa formula per descrivere l’essenza della sovranità. Mentre in una dittatura abbiamo uno stato d’eccezione permanente, in cui le libertà costituzionali sono nella disponibilità dell’autorità politica, la democrazia trova la sua legittimazione dal consenso individuale e volontario finalizzato a garantire la libertà naturale dell’uomo. In casi eccezionali, come già l’antica repubblica romana prevedeva, l’ordine costituzionale può sospendersi per tutelare la “salus rei publicae”. La salvezza dello Stato è una delle possibili traduzioni, ma letteralmente si tratta della salute della cosa pubblica, cioè dei cittadini. Una sedizione interna o una guerra che minacciavano la dissoluzione dello Stato e le vite delle persone giustificavano il ricorso a mezzi inusitati, che avevano però il carattere della temporaneità e responsabilità, per contrastare nel modo più efficace e tempestivo possibile il rischio fatale che incombeva sulla società. Era uno stato d’eccezione in cui a qualcuno, in deroga alle procedure ordinarie, veniva affidata la summa potestas, i pieni poteri, per difendere e tutelare lo Stato. I repubblicani dell’età umanistica videro in Giulio Cesare il guastatore della repubblica perché aveva fatto saltare il limite temporale della dittatura, differendo sine die il momento in cui occorreva riferire al Senato sull’uso del potere assoluto. Se la straordinarietà temporanea che consente i mezzi speciali non si incontra poi con la responsabilità, allora la salute pubblica non è più garantita dalla legge ma dalla discrezionalità arbitraria di chi è – o si è posto – al di sopra della legge. Del resto, il primo documento di ‘filosofia politica’ della tradizionale occidentale, la dotta discussione tra ‘barbari’ (i Persiani) riportata da Erodoto, poneva un discrimine tra quelli che potremmo definire regimi autoritari e liberali. Nei secondi chi detiene il potere deve rendere conto del proprio operato. Dove c’è invece arbitrarietà, la libertà dei sudditi è in pericolo.

Schmitt era un ammiratore di Hobbes, il filosofo inglese del Seicento che ha fatto derivare la legittimità dello Stato dal patto tra individui liberi e uguali. Ne è risultato il mostruoso Leviatano, che ha costantemente i pieni poteri per garantire la vita dei cittadini. Hobbes scriveva il suo trattato durante una guerra civile. In quel momento l’unica preoccupazione era salvare la vita, e ogni individuo aveva paura della morte violenta. Il pensiero elementare del filosofo era di risolvere quella sfida capitale. La sua idea era di fondare un potere talmente forte – onnipotente – che potesse ergersi, di fronte alle fazioni armate che avevano disfatto l’ordinamento giuridico e insanguinato il Paese, per imporre una legge comune evitando le faide private. Un compito epocale che richiedeva il consenso di ciascuno. Lo scambio era seducente e ha generato una retorica che non smette di mostrare la sua vitalità: la sicurezza al posto dei diritti. Hobbes è stato naturalmente molto criticato, e i successivi pensatori liberali hanno ritenuto che uno Stato non può fondarsi sulla sola difesa della vita per potere essere considerato legittimo. Alla vita John Locke ha aggiunto in modo imperituro la libertà e la proprietà, e nella Dichiarazione d’indipendenza americana campeggia, come un tempo la parola libertas sui torrioni delle città medievali italiane, la felicità, l’ulteriore fine che lo Stato è chiamato a garantire.

Nulla può essere maggiormente condivisibile. Ma oggi siamo costretti impietosamente a considerare, dalle notizie degli ospedali con i loro crudeli bollettini giornalieri e dalla attonita visione di colonne militari che trasportano le salme dei deceduti di Coronavirus, immagini agghiaccianti e simboliche che ritroveremo nei manuali di storia al pari delle Torri gemelle o di altri eventi che descrivono un’epoca, che è la vita ad essere aggredita: è la sopravvivenza dei cittadini, e senza esagerazione, delle comunità, che è sotto attacco dalla letalità dell’epidemia. E per quanto sia banale dirlo, senza la vita non può esistere alcun altro bene che gli esseri umani hanno il diritto di godere e gli Stati, per essere riconosciuti come democratici, il dovere di assicurare. La nostra fortuna, che ci siamo meritati abbattendo armi in pugno una dittatura, è che continuiamo a vivere in una parte privilegiata del mondo, dove chi sta prendendo misure estreme lo fa sempre sub lege, rendendo conto del proprio operato e delle decisioni adottate, su cui saremo chiamati ad esprimerci, nei termini fissi e stabiliti dalla Costituzione, con quegli strumenti e procedure che la democrazia liberale ha codificato e che ci mettono al riparo da derive cesaristiche. Anche in presenza di uno stato d’eccezione.

Slavoj Zizek: “IL CORONAVIRUS E' LA MORTE DEL CAPITALISMO E UN'OPPORTUNITA' PER REINVENTARE LA SOCIETA'” (21 marzo, https://www.tpi.it/)

Slavoj Zizek is a cultural philosopher. He’s a senior researcher at the Institute for Sociology and Philosophy at the University of Ljubljana, Global Distinguished Professor of German at New York University, and international director of the Birkbeck Institute for the Humanities of the University of London. A documentary film about his life describes him as the 'Elvis of Cultural Theory.'

"Man mano che il panico si diffonde sul coronavirus, dobbiamo fare la scelta definitiva: o mettiamo in atto la logica più brutale della sopravvivenza del più adatto o parliamo di comunismo globale” spiega Zizek, che poi aggiunge: “Questo collasso economico è dovuto al fatto che l’economia si basa fondamentalmente sul consumo e sulla ricerca di valori promossi dalla visione capitalista, come la ricchezza materiale. Ma non dovrebbe essere così, non dovrebbe esserci una tirannia del mercato".

Secondo il filosofo, inoltre, bisogna "riflettere su un fatto triste che abbiamo bisogno di una catastrofe per ripensare le caratteristiche di base della società in cui viviamo". Zizek, infatti, è convinto che da questa situazione "emergeranno nuovi valori e si riaffermerà l’importanza della comunità, della convivenza e dell’intimità".

Gulio Sapelli: 2020 - PANDEMIA E RESSUREZIONE (nuovo libro con Guerini)

Con i contributi di Giuseppe De Lucia Lumeno e Alessandro Mangia: dagli errori nella gestione dell’emergenza alle conseguenze economiche, politiche e sociali della pandemia: l'analisi puntuale di una crisi che può rivelarsi un’occasione di radicale trasformazione. O o meglio, di resurrezione.

Sul mondo, con spaventosa virulenza, si è abbattuto un “cigno nero” di proporzioni immense. Impossibile, dunque, prevederne l’impatto. Tuttavia, in quello che verrà ricordato a lungo come l’“anno fatale”, sorge più di un’ombra sulla corretta gestione dell’emergenza. Giulio Sapelli, con la consueta profondità di pensiero, prova a fare luce su questa drammatica crisi e sugli scenari futuri. La pandemia e la sua gestione sono il frutto amaro di una società e di un sistema economico globalizzato come pure di un arretramento della politica, dello Stato e dello spirito pubblico. Sapelli ricostruisce bene le ragioni e gli sbocchi di questo disgraziato stato di cose.
Ma tale sciagura, per l’autore, è anche una rara occasione di trasformazione. O meglio di Resurrezione. Il bene comune, così prezioso in questo momento, deve essere messo al centro della scena e devono soccombere i meri tornaconti sia privati sia nazionali. Il passaggio decisivo è la fine del dominio del mercato e il riconoscimento del lavoro come strumento principe per garantire equità sociale, benessere, sicurezza e giustizia.

James Hansen: L'ENTROTERRA (Nota Diplomatica, 20 marzo 2020) !!

L’entroterra — La novità demografica degli ultimi decenni è stata la smisurata crescita delle grandi, grandissime, metropoli. Londra e New York una volta erano il massimo delle concentrazioni di popolazione. Ormai sono metropoli di medie dimensioni: New York con 18 milioni di abitanti è la decima città del mondo e Londra (11 mln) la 28a, dietro a megalopoli come Tokyo (38 mln), Delhi (26 mln) e Shanghai (24 mln).
La crescita delle metropoli è stata accompagnata da un’inedita concentrazione di potere economico, politico e culturale a danno non solo della “provincia”, ma di tante città minori - anche di dimensioni medio-grandi—che una volta contavano. Ovunque la crescente disparità tra la Metropoli e il Paese che l’ospita è fonte di tensioni, un elemento comune a fenomeni come l’elezione di Trump, la Brexit, i gilets jaunes francesi e il “populismo” in genere.

Non solo “la Città” tende a monopolizzare le risorse del paese, ma pretende di comandare dal centro con una nuova capacità di invadenza resa possibile dai progressi nei trasporti e nelle comunicazioni. Spesso comanda senza né conoscere a fondo i problemi dell’entroterra né curarsene più di tanto, supponendo sotto sotto che sia una landa culturalmente desolata abitata da zoticoni incapaci di gestirsi al meglio.  Il problema è che la Città crede di essere “normale”, di rappresentare il modello di vita a cui tutti dovrebbero aspirare. Ciò malgrado fior di ricerche che sottolineano la povertà emotiva della vita urbana, dominata dall’isolamenti dei singoli e da un certo “si salvi chi può” darwiniano, per non citare il degrado e le gigantesche difficoltà ambientali che i grandi centri creano.

È la Città che pretende di comandare perfino sulla natura—che vuole decidere a tavolino la temperatura media della superficie terrestre. Lo fa allontanando, in zone extra-urbane, i “termovalorizzatori”, le discariche e le centrali elettriche, sempre più distanti dai centri che servono. La neutralizzazione dei processi naturali, necessaria per mantenere la Metropoli, ora ha incontrato un ostacolo terribile e per il momento insormontabile: l’epidemia che stiamo vivendo. L’unico strumento finora disponibile per combatterla è la negazione della vita urbana: con la sua caratteristica facilità d’interazione occasionale tra gli abitanti, la complessissima logistica dei rifornimenti, la densità abitativa e una certa riottosità della popolazione, cose che mancano alle comunità minori.

La Metropoli si difende tentando di trasformarsi in ciò che non è, imponendo una sorta di vita di provincia, tutti tappati in casa, in famiglia, con poche uscite per i rifornimenti o per portare fuori il cane: a cercare un senso di comunità cantando dai balconi. Di giorno l’impiego urbano si trasforma in “smart working”, con molti a lavorare a quel “telaio” che è il computer portatile posto in un angolo del salotto. Intanto, l’estrema densità della popolazione, la fragilità della logistica e dei servizi - anche ospedalieri - sono elementi calibrati con grande precisione che crollano almeno temporaneamente davanti all’improvvisa trasformazione delle regole di vita: e il disastro incombe.

Vogliamo avere certezze dal mondo attorno a noi. Per ora la nuova certezza è solo l’incertezza. Chissà come torneremo indietro poi...

Joseph Grima: LA VITA IN ISOLAMENTO (18 marzo 2020, www.triennale.org)

Grima è il direttore della Triennale di Milano

Le abitudini sono uno dei fattori più determinanti nel comportamento umano, e molte cose che facciamo quotidianamente sono fatte in un certo modo non tanto perché sia questo l’unico, o magari il migliore, ma semplicemente perché è la modalità in cui le abbiamo sempre fatte. Sotto quarantena, tutto questo cambia. Le abitudini sono interrotte, e quasi ogni aspetto della vita quotidiana deve essere riconsiderato alla luce del rischio di mettere in pericolo se stessi o gli altri.

Nella misura in cui la quarantena è stata applicata in tutta Italia, dove vivo e lavoro, condizioni che fino a poco tempo fa si sarebbero ritenute inimmaginabili sono diventate improvvisamente normali. Non viaggiamo. Lavoriamo da remoto. Cuciniamo a casa. Accadono strane inversioni: migliaia fuggono dal ricco Nord, storicamente una destinazione per i migranti, in cerca di relativa sicurezza al Sud, solo per essere circondati dalle autorità e messi in quarantena non appena scendono dai treni. E così via. La vita, tuttavia, continua e troviamo nuovi modi di fare ciò che abbiamo sempre fatto. Con Triennale chiusa, siamo stati costretti a sospendere tutta la nostra programmazione. Ma vediamo questo come una opportunità per mettere in discussione le nostre abitudini di fare mostre e sperimentare nuove forme di produzione culturale compatibili con le condizioni in cui operiamo. Dalla scorsa settimana, abbiamo sviluppato l’idea di un nuovo Decamerone, una serie di performance ispirate alla raccolta di novelle del Boccaccio che ha per protagonisti dieci giovani aristocratici che fuggono dalla noia della quarantena del XIV secolo e si raccontano delle storie in una villa nelle colline toscane mentre aspettano la fine della peste fiorentina. Allo stesso modo, ogni giorno alle 17.00 un artista, designer, musicista, performer, intellettuale o poeta milanese proporrà una sua personale narrazione per Triennale. Tutto questo non è solo una scelta di ripiego: è un modo per mettere in discussione i nostri presupposti su come una istituzione culturale debba lavorare.

De Masi: PROVATE A PENSARE (19 marzo 2020)  !!

Provate a pensare di essere francesi,
di avere un presidente che chiude tutto da mezzanotte
ma che l'indomani vi invita ad andare a votare
nonostante oltre 6.500 contagiati.

Poi provate a pensare di essere tedeschi,
con la vostra cancelliera
che annuncia un probabile contagio
che coinvolgerà il 70% della popolazione
senza prendere grosse decisioni.

Fate ancora finta di essere inglesi,
con il primo ministro che annuncia
che molti dovranno abituarsi a perdere i propri cari,
come se fosse una cosa normale,
in attesa di vedere morire oltre 400.000 persone.

Provate a sentirvi spagnoli,
e vedere il vostro presidente Sanchez
che dichiara lo stato di allarme
chiudendo tutto ed emulando l'Italia,
solo quando scopre che la moglie è positiva al tampone,
come se 7500 casi non fossero sufficienti.

Infine provate a sentirvi statunitensi,
dove un presidente, fotografato con un positivo,
prima si rifiuta di fare il test,
poi lo fa e offre un miliardo di dollari
ad una casa farmaceutica
per avere in esclusiva il vaccino
poi dichiara lo stato di emergenza
e il suo popolo fa la fila fuori i negozi,
ma non solo quelli alimentari,
ma soprattutto quelli di armi e munizioni.

Bene, ora vorrei chiedere a tutti:
in quali di questi paesi vorreste vivere in questo periodo?

Roberto Saviano: LA MAFIA DEL CORONAVIRUS. Dalla droga alla sanità, la pandemia aiuta l'economia criminale (la Repubblica, 23 marzo 2020)

Le organizzazioni criminali sono come la Borsa, anticipano sempre le direzioni. La natura dei mercati azionari non è fotografare la crisi, ma prevederla; così, le mafie sentono gli affari prima che le esigenze di mercato si definiscano. Cosa fanno i clan, le strutture meglio organizzate del capitalismo contemporaneo, al tempo del coronavirus? È quasi impossibile capirlo ora, ma possiamo cogliere già dei segnali. Dall’osservazione di questi giorni sembra emergere che le mafie non fossero in possesso di informazioni maggiori rispetto agli altri.

Le mafie beffate anche loro, come tutti, dal regime comunista cinese che prima ha sottovalutato, poi nascosto e, quando era ormai impossibile occultare, ha comunicato ufficialmente la diffusione del virus. Nemmeno la mafia di Hong Kong (le potenti Triadi) aveva anticipato i tempi orientando i suoi affari in vista della pandemia. Ora quello che sta accadendo dal Messico al Kosovo, dall’Italia all’Iran è che le mafie si stanno muovendo verso la grande speculazione.

Le emergenze pubbliche aumentano la possibilità di guadagno per molte imprese, non solo per le organizzazioni criminali, ma queste ultime in particolar modo ne hanno un doppio vantaggio: affari e silenzio. Qualsiasi emergenza monopolizza l’attenzione mediatica: i meccanismi criminali non occupano più il loro spazio (già esiguo) nelle cronache, l’imperativo della sopravvivenza domina su tutto. Inoltre, in Paesi come l’Italia rallenta in forma finale la già compromessa macchina giudiziaria. La pandemia è il luogo ideale per le mafie e il motivo è semplice: se hai fame, cerchi pane, non ti importa da quale forno abbia origine e chi lo stia distribuendo; se hai necessità di un farmaco, paghi, non ti domandi chi te lo stia vendendo, lo vuoi e basta. È solo nei tempi di pace e benessere che la scelta è possibile.

Basta guardare il portfolio delle mafie, per capire quanto potranno guadagnare da questa pandemia. Dove hanno investito negli ultimi decenni? Imprese multiservizi (mense, pulizie, disinfezione), ciclo dei rifiuti, trasporti, pompe funebri, distribuzione petroli e generi alimentari. Ecco, quindi, come guadagneranno. Le mafie sanno ciò di cui si ha e si avrà bisogno, e lo danno e lo daranno alle loro condizioni. È sempre stato così. Le mafie negli anni sono riuscite ad infiltrarsi ai vertici del settore sanitario, come ha dimostrato la condanna per mafia di Carlo Chiriaco, che poteva essere al contempo direttore della Asl di Pavia e referente della ‘ndrangheta nella sanità lombarda. Il business criminale vero non è quello dei furti di mascherine destinate alla rivendita. Turchia, India, Russia, Kazakistan, Ucraina, Romania hanno fermato o ridotto le esportazioni di mascherine; 19 milioni di esemplari (tra Fpp2, Fpp3 e chirurgiche) sono bloccati all’estera, nei Paesi di produzione o in quelli di transito verso l’Italia. Chi negozierà gli sblocchi e i transiti, secondo voi?

E cosa succederà quando il cibo o la benzina inizieranno ad avere una distribuzione più lenta? Chi riuscirà ad aggirare divieti ed elargire beni senza soluzione di continuità? Le mafie. Ecco perché – se ne discute in queste ore – non bisogna creare allarme sulla possibilità di reperire cibo. Bisogna mettere in sicurezza gli esercizi commerciali che vendono al dettaglio i beni di prima necessità facendo nuove assunzioni, aumentando la turnazione e gli stipendi; ogni chiusura favorisce solo le organizzazioni criminali. Oggi più che mai la politica è chiamata a prendere decisioni che determineranno la vita del nostro Paese nei decenni che verranno. È nella stagnazione dell’emergenza che vedremo il potere delle organizzazioni criminali, non in queste prime fasi, in cui si è portati a vedere solo l’eroismo e l’abnegazione dei singoli e l’intervento di uno Stato che si muove perentorio per rispondere alla crisi assumendo il volto del salvatore (sarà solo dopo che ci troveremo ad analizzare le mancanze, i tagli alla sanità, lo stato di degrado in cui versano molti ospedali pubblici, gli stipendi da fame riservati ai ricercatori).

Ma non bisogna solo pensare alla dimensione italiana del fenomeno criminale: gli aeroporti e le compagnie navali dell’Est Europa e del Sud America che spesso vengono utilizzati per il traffico di droga ora si stanno preparando ad accogliere le nuove merci richieste dal mercato dell’emergenza. Come lo sappiamo? L’abilità delle mafie è sempre stata quella di riuscire ad applicare schemi commerciali vincenti a prodotti di volta in volta più convenienti. E il mercato della droga al tempo dell’epidemia? L’emergenza ha favorito cartelli e cosche sull’ingrosso: in questo momento i controlli nei porti internazionali sono diminuiti, i carichi passano con più facilità. Al dettaglio, c’è stata una iniziale impennata poco prima del lockdown, quando la gente ha fatto scorte di droga esattamente come ha fatto con gli alimentari. Fuori dai coffee shop di Amsterdam c’erano file lunghissime (a volte più lunghe che nei supermercati); a New York la marijuana gestita dagli spacciatori ha avuto un aumento esponenziale nella distribuzione nelle ore in cui le misure di chiusura sono state annunciate. I pusher hanno riempito i propri magazzini, pronti a tirarla fuori nel momento in cui i prezzi saranno saliti alle stelle; nel frattempo si sono liberati della merce più scadente che avevano in giacenza, riuscendo a piazzarla a un prezzo molto più alto rispetto a quello che il mercato normalmente avrebbe consentito.

In Italia, i clan hanno perso le piazze di spaccio e mantenuto un residuale mercato mettendosi in fila davanti ai supermercati e alle farmacie, che hanno sostituito scuole e parchi, ora chiusi. Hanno cercato di incrementare le consegne a domicilio, confondendosi nella schiera di runner che girano per le città, ma i controlli aumentati nelle strade e l’imposizione di viaggiare da soli hanno reso questo metodo difficile e rischioso. C’è, infatti, un elemento nuovo in questa situazione. Sino ad ora le mafie hanno sempre potuto contare su affari che coinvolgevano, anche in circostanze di emergenza, movimenti di materiali, di mezzi, di persone: dai terremoti, alle alluvioni, alle inondazioni. Per la prima volta si devono relazionare con l’isolamento, con il non-movimento delle persone, con l’immobilità. La domanda non è se di questo sapranno approfittare, ma come. Come riusciranno a trarre vantaggio dalle code infinite per entrare al supermercato, dalla difficoltà (per non dire impossibilità) di fare la spesa online, dalle mascherine e dai disinfettanti introvabili, dalla perdita di lavoro che sta interessando il settore della ristorazione e del commercio in un Paese già segnato dalla disoccupazione?

Per osservare l’ultima epidemia che ha visto il crimine organizzato arricchirsi, bisogna andare indietro al 1884, quando Napoli fu devastata dal colera. Più del 50% dei decessi si registrò a Napoli. Affinché una simile strage non accadesse più, il Parlamento italiano approvò una legge per il risanamento della città di Napoli e stanziò 100 milioni di lire per le opere di bonifica. Da quel risanamento guadagnarono tutti: appaltatori corrotti e senza scrupoli, ditte che vincevano le gare al ribasso per poi eseguire lavori incompleti o di cattiva fattura, politici alleati delle famiglie di camorra. Tutti, tranne la città di Napoli. La relazione della Commissione d’inchiesta di Giuseppe Saredo del 1900 parlava già allora di un’opera di «alta camorra». Fu una speculazione così evidente che lo storico Pasquale Villari arrivò a dire: «Meglio il colera che il Risanamento».

Ogni emergenza ha visto la criminalità organizzata sempre in prima linea. Durante la peste del ‘600 – raccontata da Salvatore De Renzi – l’aristocrazia, che non riusciva più a gestire l’emergenza in città, dovette fare accordi con le bande criminali, una sorta di proto-camorra che prese in carico vari servizi, dal controllo delle strade alla gestione dei cadaveri. Anche il settore agricolo, se non protetto dalla speculazione, rischia il collasso e la totale invasione criminale. Esiste un precedente. Come scrive Piero Grima raccontando il colera in Sicilia nel 1867, i prodotti agricoli scarseggiavano perché la manodopera malata o terrorizzata non lavorava più nei campi. La mafia rurale decise di intervenire proponendo un patto ai proprietari terrieri: fornire lavoratori (che venivano costretti con minacce e ricatti, o scelti tra quelli più affamati e disposti a tutto) in cambio di pezzi di latifondo.

Questo accadeva 150 anni fa. Ma cosa potrebbe accadere oggi a una filiera in cui i clan sono già presenti dai mercati ortofrutticoli al trasporto sino al controllo della manodopera? Il rischio è che finiscano per decidere loro prezzi e modalità. E cosa accadrà dopo, quando l’emergenza sanitaria sarà finalmente passata? Come i migliori manager, le mafie stanno pensando anche a questo. Per ogni imprenditore sano che sta rischiando di chiudere il proprio ristorante o il proprio negozio, c’è un clan che è pronto a intervenire per strozzare o rilevare. Se lo Stato non agisce sin d’ora sulle aziende in crisi, se attenderà una fase di minore allarme, sarà tardi, tardissimo. Dove il coronavirus non arriverà, arriveranno le mafie. Uno Stato che nel giro di un paio di settimane ha invitato prima a chiudere, poi a sdrammatizzare e far girare l’economia, e poi di nuovo a barricarsi in casa è uno Stato debole, facilmente preda di qualsiasi forma organizzata il cui principio di autorità è ottenuto tramite violenza e danaro pagato subito.

Anche l’Europa si è dimostrata totalmente impreparata. Le mafie non rispettano i confini, non sono spaventate dalla sospensione di Schengen, anzi, dalla chiusura ermetica dei confini traggono vantaggio perché hanno i mezzi per arrivare ovunque e fare della chiusura un’opportunità. Questa Europa ha tradito completamente le aspettative e i sogni dei padri fondatori. Alla prima occasione di emergenza ci troviamo in una situazione in cui le gelosie nazionali impediscono la possibilità di avere una piattaforma comune per valutare la pandemia. L’Europa oggi sembra anche voltare le spalle al buonsenso e all’unico modo che abbiamo per salvarci la vita: condividere tutto. Questa Europa, così com’è, finirà probabilmente con il coronavirus, perché dopo tanta sofferenza, dopo la paura, dopo l’impossibilità che l’essere umano sta avendo di esserlo pienamente, forse nascerà qualcosa di diverso. Ora è il tempo dell’emergenza, l’imperativo è sopravvivere. Esattamente in contemporanea con l’epidemia, si stanno muovendo profitti e interessi criminali: conoscerli è parte della sopravvivenza.

padre Eraldo Cacchione sj: TOGLIETE IL CUORE DI PIETRA (18 marzo 2020) !!

Caro Andrea, in questi giorni difficili sono impegnato a seguire l'emergenza alimentare di circa 400 persone, tra famiglie del campo Rom e altri poveri del nostro quartiere a Scampia. Insieme alle associazioni più attive abbiamo messo in piedi una piattaforma di crowdfunding solidale, per raccogliere donazioni e così aiutare queste persone fino alla fine dell'emergenza. Ti giro un testo che ho scritto per presentare la piattaforma; se puoi contribuire te ne sarò grato, e soprattutto ti chiedo di fare girare l'informazione tra tutti i tuoi contatti. Grazie

“Togliete il cuore di pietra, mettete un cuore di carne”, dice il Signore. Nell’anno liturgico, questo invito costituisce l’apertura del Tempo di Quaresima. Che l’attuale Quaresima segnata dalla presenza del Covid-19 ci stia spingendo proprio a vivere, nel concreto dei nostri atti quotidiani, queste parole di Gesù?
Io penso di sì e sono a chiederTi che, una volta superato lo shock dovuto alla cessazione dei ritmi vorticosi (e malati, drogati, artificialmente attivi) delle nostre giornate, ora sia anche per Te il tempo della solidarietà. In questo tempo di malattia, riconoscendoci più poveri, possiamo guardare con carità a coloro che sono ancora più poveri e bisognosi di noi. Sapendo cosa vuol dire “essere mancanti”, possiamo aprirci a dare con generosità a coloro che sono più mancanti di noi, per condividere con loro il poco che abbiamo, sapendo che la vera gioia non sta nell’avere o nel fare, ma nell’essere in relazione con l’altro e nel condividere con il fratello quello che abbiamo e quello facciamo.

Trovandomi a Scampia, al servizio delle persone che oggi sono tra le più colpite dall’epidemia in corso, Ti chiedo di aiutarmi facendo una donazione, anche piccola e “simbolica” della tua carità verso il prossimo, tramite la piattaforma di crowdfunding solidale “Cuona Causa”. Vai al seguente link: https://buonacausa.org/cause/chiromechino e segui le istruzioni per la Tua donazione. Questa “buona causa” è una azione congiunta dei Gesuiti di Scampia, delle Suore della Provvidenza, dei Fratelli delle Scuole Cristiane, e dell’Associazione “Chi Rom e chi…no”: quest’ultima è l’ente giuridico che fa da collettore delle donazioni che poi tutti insieme distribuiremo in termini di aiuti concreti alle persone e alle famiglie partendo dai principali bisogni per la sopravvivenza, che sono essenzialmente quello alimentare e quello igienico-sanitario.
ISTRUZIONI: la procedura di donazione è un po’ macchinosa, perché la piattaforma è “seria” e segue la normativa della legge italiana per le donazioni benefiche. Al link https://buonacausa.org/cause/chiromechino ti verrà chiesto di iscriverti alla piattaforma con le tue generalità (possibile anche con un account di Facebook), e quindi di seguire le istruzioni. Potrai donare da 5 euro fino ad un’offerta libera (l’offerta libera, superiore ai 100 euro, si apre nella seconda schermata della procedura). Al momento è possibile fare donazioni solo con IBAN, mentre a breve contiamo di aprire anche il sistema PayPal.
Se trovi questo meccanismo troppo difficile contattami pure direttamente all’email cacchione.e@gesuiti.it e troveremo un altro modo per permetterTi di aiutare.
Grazie   Padre Eraldo Cacchione sj

Alitalia: VOLARE DURANTE IL COVID-19 !!

Gentile ANDREA BRUNO, la situazione che stiamo vivendo ci tocca tutti nel profondo e in questi giorni così difficili desideriamo farti sapere che ci siamo. Fin dalla dichiarazione di stato di emergenza abbiamo avviato tutte le procedure di sicurezza in coordinamento con i responsabili dell’emergenza sanitaria nazionale garantendo, con il massimo impegno, la mobilità nazionale e internazionale anche con voli speciali per facilitare il ritorno in Italia di migliaia di connazionali che si trovano all’estero. Di seguito troverai alcune informazioni utili per viaggiare durante il Covid-19.

Philippe Daverio: A BORIS JOHNSON (What's Up, marzo 2020) !!

Sto a casa e scrivo...
Aspettando che la grande scopa del Manzoni la smetta e sono felice di non essere anglicano upper class, ma banale cattolico afflitto da pietas;
Ho aspettato un po’ a scrivere, speravo di aver capito male.
Invece il Primo Ministro del Regno Unito, intendeva dire proprio ciò che ha detto: “Abituatevi a perdere i vostri cari”.
Boris Johnson si è laureato ad Oxford con una tesi in storia antica.
È uno studioso del mondo classico, appassionato della storia e della cultura di Roma, su cui ha scritto un saggio. Ha persino proposto la reintroduzione del latino nelle scuole pubbliche inglesi.
Mr. Johnson, mi ascolti bene.
Noi siamo Enea che prende sulle spalle Anchise, il suo vecchio e paralizzato padre, per portarlo in salvo dall’incendio di Troia, che protegge il figlio Ascanio, terrorizzato e che quella Roma, che Lei tanto ama, l’ha fondata.
Noi siamo Virgilio che quella storia l’ha regalata al mondo.
Noi siamo Gian Lorenzo Bernini che, ventiduenne, quel messaggio l’ha scolpito per l’eternità, nel marmo.
Noi siamo nani, forse, ma seduti sulle spalle di quei giganti e di migliaia di altri giganti che la grande bellezza dell’Italia l’hanno messa a disposizione del mondo.
Lei, Mr. Johnson, è semplicemente uno che ci ha studiato.
Non capendo e non imparando nulla, tuttavia. Take care.

Coronavirus, Papa Francesco: "NON SPRECATE QUESTI GIORNI DIFFICILI" (la Repubblica, 18 marzo 2020) !!

Intervista al pontefice. "Quanto ha scritto Fabio Fazio su Repubblica è vero. I nostri comportamenti influiscono sempre sulla vita degli altri. Ho chiesto al Signore di fermare l’epidemia: fermala con la tua mano. Ho pregato per questo. Ringrazio chi si spende per salvare gli altri. E chiedo che tutti siano vicini a coloro che hanno perso i propri cari". "In questi giorni difficili possiamo ritrovare i piccoli gesti concreti di vicinanza e concretezza verso le persone che sono a noi più vicine, una carezza ai nostri nonni, un bacio ai nostri bambini, alle persone che amiamo. Sono gesti importanti, decisivi. Se viviamo questi giorni così, non saranno sprecati".

RAME INOSPITALE PER IL CORONAVIRUS. Il suo utilizzo raddoppierà nelle smart home dal 2021 (Key4Biz, 18 marzo 2020) !!

Ottimi risultati dall’acciaio e il cartone, ma il rame è il materiale che più di tutti è in grado di azzerareo la capacità infettiva del covid-19, in sole 4 ore. Il suo utilizzo nelle case intelligenti crescerà ad un tasso medio del +32% da qui al 2030, impiegandone a livello globale oltre 1,5 milioni di tonnellate l’anno.

In un nuovo articolo pubblicato su MedicalFacts da Roberto Burioni, Professore Ordinario di Microbiologia e Virologia all’Università Vita-Salute San Raffaele di Milano e noto in questa pandemia per la sua attività divulgativa in televisione, si cerca di capire quale sia la resistenza del coronavirus sulle superfici degli oggetti e allo stesso tempo quali siano quindi i materiali migliori per depotenziare il più rapidamente possibile la sua capacità infettiva.

Lo studio
Dagli studi in laboratorio, è emerso che sono quattro i materiali più adatti ad abbattere la capacità del covid-19 di infettare gli esseri umani: rame, cartone, acciaio inossidabile e plastica. In particolare, si legge nell’articolo, “i materiali più “inospitali” per il virus sono risultati essere il rame e il cartone, con un dimezzamento della capacità infettiva in meno di due ore per il primo materiale e entro 5 ore abbondanti nel caso del secondo. Un abbattimento completo dell’infettività è stato osservato rispettivamente dopo le 4 ore per il rame e le 24 ore per il cartone”.
Il rame quindi è in grado, più di qualsiasi altro materiale noto 8 o preso in considerazione dai ricercatori), di dimezzare velocemente la capacità infettiva del virus, in meno di due ore, depotenziandone totalmente gli effetti in circa 4 ore.
Non male anche la performance dell’acciaio inossidabile, dove però la carica infettante risultava dimezzata solo dopo circa 6 ore, mentre per osservare un completo azzeramento dell’infettività ne servono almeno 48 di ore.
Rame ed acciaio che vedono aumentare notevolmente il loro utilizzo nel settore delle costruzioni di nuova generazione, soprattutto smart home e smart buildings.

Rame nelle smart home
Secondo uno studio pubblicato dall’ International copper association (Ica), si stima che l’utilizzo del rame raddoppierà nel mercato smart home già dall’anno prossimo, mentre il suo impiego a livello mondiale nel settore è calcolato attorno 1,5 milioni di tonnellate l’anno entro il 2030.
Il tasso di crescita composto annuo (Cagr 2018-2030) dovrebbe attestarsi sul +32% lungo il prossimo decennio.
Il rame è un materiale fondamentale soprattutto per i sistemi smart home, che potrebbero arrivare a 1.600 milioni di istallazioni entro il 2030 (dai 177 milioni del 2018). Si tratta principalmente di piattaforme di gestione dei device e dei servizi connesse in rete, interruttori (switche), router, impianti elettrici (wiring), batterie e sistemi di accumulo, più altri apparecchi elettronici dell’architettura smart home e smart meter.

Sostenibilità
Il rame è facilmente riciclabile, secondo stime dello European Copper Institute: “si calcola che l’80% di quello estratto fin dall’antichità sia tutt’oggi ancora in uso sotto varie forme. Nell’anno 2000 il 50% del fabbisogno italiano di rame (compreso quello contenuto nelle leghe) è provenuto dal riciclo”. Dal 1990 ad oggi, sono state prodotte 550 milioni di tonnellate di rame di cui due terzi completamente riciclate e oggi ancora in uso. In media, 50 kg di rame procapite.
Il riciclo ed il riuso del rame, si legge in un rapporto Eci, copre un terzo della domanda mondiale. Il riciclo industriale del rame consente l’85% di risparmio energetico in più rispetto alla produzione primaria, che tradotto in termini ambientali significa evitare l’emissione di 40 milioni di tonnellate di CO2, quanto generato da 16 milioni di automobili.
C'è sempre da ricordarsi, però, che il rame è un minerale e come tale va estratto, con grave stress ambientale e spesso violazione dei diritti dei lavoratori, con pesanti ricadute sugli ecosistemi e le comunità che li abitano.

CORONAVIRUS, IL RAPPORTO SHOCK DELLA SANITA' BRITANNICA: "L'80% della popolazione sarà contagiato e ci saranno almeno 318 mila vittime" (la Repubblica, 15 marzo 2020) !!

Secondo l'organismo esecutivo del ministero della Salute britannico l'epidemia durerà fino alla primavera 2021, con un rallentamento nei mesi estivi. Ma in autunno e inverno il picco potrebbe tornare prepotentemente.

Circa l'80% dei residenti in Regno Unito contagiati per un'epidemia che durerà almeno fino a primavera 2021, 7,9 milioni di ricoverati, almeno 318mila morti previsti (ma è una stima ottimistica). Mentre a Londra e nel resto del Regno Unito ancora tutto scorre come al solito e nessun locale pubblico è stato chiuso a differenza di gran parte d'Europa, iniziano a filtrare le prime cifre dell'imminente emergenza coronavirus nei documenti delle autorità britanniche locali. Il Guardian ha ottenuto un documento della Public Health England (Phe), l'organismo esecutivo del ministero della Salute britannico che rappresenta in toto la sanità pubblica, le cui cifre confermano quello che Repubblica ha riportato nei giorni scorsi.

Secondo le massime autorità sanitarie, prima o poi l'80% della popolazione britannica verrà contagiato dal coronavirus. Per loro è una certezza. Questo perché, anche se non c'è scritto nel documento in questione, il Regno Unito e il governo di Boris Johnson non vogliono bloccare un intero Paese come ha fatto l'Italia: considerano le misure draconiane controproducenti ma soprattutto insostenibili a lungo termine: "Dopo due/tre mesi di blocco potrebbe ripresentarsi la stessa emergenza". Quindi, a poco a poco ma non subito, in Regno Unito si organizzeranno delle chiusure di scuole, eventi e locali pubblici "a rubinetto", ossia alternate, in modo da gestire il flusso e il numero degli inevitabili contagi senza gravare troppo sulla sanità pubblica. Allo stesso tempo, come riportato ieri, si prevede un isolamento forzato di tutti gli over 70 in Regno Unito, fino a quattro mesi, per proteggerli dal virus. Il governo non utilizzerà più la parola "immunità di gregge", sfuggita al massimo esperto medico del governo, Sir Patrick Vallance, sabato durante un paio di interviste tv. Ma la sostanza, vista "l'inevitabilità del contagio", è la stessa.

Il documento del Phe conferma altri dati circolati negli ultimi giorni. Con l'80 per cento di popolazione contagiata, sembra purtroppo scontata la morte di centinaia di migliaia di britannici. Secondo Chris Whitty, la massima autorità medica del governo insieme a Sir Vallance, la mortalità in Uk si attesterebbe - ed è una stima estremamente ottimistica vedendo ciò che sta accadendo in Italia - allo 0,6%. In questo caso, i morti stimati per Coronavirus in Regno Unito si potrebbero stimare intorno alle 318mila vittime. Ma se il tasso salisse all'1%, i deceduti arriverebbero già all'inquietante quota 531mila.

La Phe calcola inoltre che l'epidemia durerà come minimo, almeno in Regno Unito, fino alla primavera 2021, con un rallentamento nei mesi estivi a causa di meno tempo passato dai cittadini in luoghi chiusi e più tempo libero dagli uffici. Ma in autunno e inverno il picco potrebbe tornare prepotentemente. Ecco perché, secondo la linea di Downing Street, è fondamentale avere una sorta di "immunità di gregge" allora. Anche se questo termine dal governo britannico, dopo le polemiche degli ultimi giorni, non si sentirà più.

David Bevilacqua: EQUILIBRIO VITA/LAVORO. IL REMOTE WORKING NON E' SMART WORKING (LinkedIn, 14 marzo2020)

Il lavoro da casa non e' Smartworking, l'ho scritto e ripetuto piu' volte in questi anni e soprattutto in questi giorni, dopo averlo scritto in tempi non sospetti nel 2016....https://www.linkedin.com/pulse/smart-working-technological-subject-its-leadership-david-bevilacqua/?trackingId=dl2033jE1sp7%2FKofcjjUdw%3D%3D

Non si tratta semplicemente di una questione semantica, anche se le parole hanno la loro importanza.

Oggi assisto a due fenomeni che mi preoccupano molto : 

Se c'e' una cosa che oggi ci appare chiara piu' di sempre e' la centralita' dell'uomo e della socialita' analogica di cui siamo stati drammaticamente privati e di cui ci sentiamo fortemente orfani.

Ai "Digital-ottimisti" dico che non si tratta di un primo passo, questo e' solo un passo obbligato in questa situazione contingente e di emergenza, ma se non gestito correttamente potrebbe essere un vero e proprio PASSO FALSO. 

Se affermiamo il principio che la tecnologia ci abilita' a lavorare da casa e non ci impegniamo anche a cambiare le regole del lavoro stiamo commettendo un errore gravissimo.

In pochi giorni ci accorgeremo che l'entusiasmo di chi posta foto dal proprio tinello di casa, o foto di meeting aziendali con dozzine di persone sorridenti o aperitivi via Skype con gli amici si trasformera' presto in frustrazione, isolamento e alienazione.

Non dobbiamo lavorare da casa ma ANCHE da casa, dobbiamo affermare il principio che possiamo lavorare dall'ufficio, in un parco e da tutti quei luoghi che riteniamo funzionali e piu' adatti per raggiungere i nostri obiettivi senza che ci venga privata la nostra socialita', la gestione autonoma del nostro tempo e del nostro equilibrio vita/lavoro.

La tecnologia non e' un fine ma un abilitatore e se non comprendiamo questo passaggio rischiamo di fare solo gli interessi di chi ci vuole convincere che abbiamo bisogno di prodotti e connessioni. Remotizzare il lavoro e' profondamente diverso dal renderlo flessibile, si usano le stesse regole ma si isola il dipendente nel suo spazio domestico per 8 ore senza cambiare i 2 paradigmi fondamentali: Fiducia vs controllo - Outcome vs ore di lavoro

Andrea Monda: IL TEMPO GIUSTO (Osservatore Romano, Lettere dal direttore, 9 marzo 2020) !!

Ho incontrato un amico che qualche giorno fa è andato a vedere la mostra di Raffaello per i 500 anni dalla sua morte e mi ha detto che è stata una bellissima esperienza, perché i visitatori, divisi in gruppi ristretti, hanno potuto godere dei tempi e degli spazi “giusti”, più lenti i primi e più dilatati i secondi, per apprezzare l’arte del sommo pittore urbinate e ha concluso: «ho visto una mostra così come doveva essere anche prima». 

Quel “prima”, evidentemente collegato all’epidemia, mi ha fatto riflettere: perché com’era “prima”? Cioè fino a qualche giorno fa, come funzionava la visita ad una mostra, ad un museo? Funzionare è il temine appropriato, cioè tutto doveva “funzionare” in termini di risultati, di numeri: si doveva raggiungere il massimo successo che era stabilito dalla quantità dei biglietti venduti, degli accessi, del numero dei visitatori. Un po’ come sulla rete: il numero delle visualizzazioni è il criterio dominante. Tutto questo rischiava di portare non al godimento ma al consumo. La “fruizione” dell’opera d’arte era imparentata con lo “sfruttamento” più che col godimento e con la fruttuosità dell’esperienza che rischiava di rimanere superficiale a causa della massificazione a cui era improntata.

Ha ragione il mio amico: è una questione di tempo e di spazio, di tempi e spazi “giusti”. L’uomo, la sua vita, sono strettamente collegati alla questione del tempo e dello spazio, da qui la domanda: e se questa sciagura dell’epidemia fosse un’occasione per ripensare non solo a come godere della bellezza e dell’arte ma anche alla vita nella sua complessità, a come stare, da esseri pienamente umani, al mondo?

Papa Francesco di recente ha spesso invitato la società occidentale a “rallentare”, anche a fermarsi, ad avere uno sguardo sul mondo e sugli altri più “poetico”, cioè contemplativo, libero e gratuito. Parlare quindi di Raffaello e di come godere della bellezza artistica non è qualcosa di superfluo in questi drammatici tempi di epidemia globale, ma è invece andare all’essenziale, equivale a porci la domanda su come si vive, nel tempo e nel mondo, l’avventura dell’esistenza umana. Ricordandoci magari quello che Romano Guardini affermava essere caratteristica propria dell’opera d’arte: che non ha uno scopo ma un senso. Così è per la vita: se la riduciamo al perseguimento di uno scopo rischiamo di perderne tutto il senso e così anche tutto il godimento. Il Vangelo ce lo ricorda: bisogna avere il coraggio di rinnegare se stessi, di perdere la propria vita. È la logica paradossale del dono e dell’amore per cui dare non vuol dire perdere ma anzi vivere pienamente e rimanere fedeli alla propria chiamata, significa infine vivere un’esistenza in cui la nostra gioia sia piena e il nostro frutto rimanga.

Paolo Iacci: CAMUS E IL CORONAVIRUS (HR Online n6, marzo 2020) !!

Siamo in un giorno e in un anno imprecisato della decade del '40, ad Orano, una desolata città algerina. In questo desolato ambiente improvvisamente si assiste ad una vera e propria moria di ratti, che tuttavia non desta particolare preoccupazione. Inaspettatamente i decessi si allargano anche ad un numero considerevole di abitanti.

Il panico allora inizia a diffondersi, ed il medico Bernard Rieux riconosce i sintomi inequivocabili della peste bubbonica. Mentre l'epidemia scatena il terrore, Orano viene blindata da un cordone sanitario che impedisce alla gente di entrare o uscire dalla città.

Tra i cittadini si assiste a reazioni diverse, tra chi continua la propria vita alla ricerca del divertimento e dei piaceri quotidiani e chi invece si barrica in casa sperando di sfuggire al pandemonio. Rieux presta alacremente il suo sostegno e la sua esperienza di medico per aiutare gli appestati, aiutato da Jean Tarrou, figlio di un avvocato destinato anch'egli alla carriera forense, cui ha rinunciato dopo aver assistito alla freddezza con cui il padre ha vinto una causa condannando l'imputato alla pena di morte.

Mentre la peste dilaga, trasformandosi da bubbonica a polmonare, attorno ai due protagonisti si muovono le storie di altri personaggi, ciascuno mosso dalle più disparate ragioni, chi di potere, chi d'amore, mentre Castel parrebbe finalmente aver sviluppato un siero antidoto. Tra i vari personaggi spicca Cottard, un commerciante che, dopo aver tentato il suicidio, si arricchisce lucrando sulla carenza di generi di prima necessità.

Tutti si chiudono in casa. Chi era già stato infettato, muore. Chi ha ubbidito alle regole ed è rimasto a casa in genere non viene infettato, finché non viene trovato il vaccino. Nella sua ultima fase l'epidemia uccide anche Tarrou. Quest'ultimo, convinto che ormai l'epidemia fosse alla fine, aveva omesso le quotidiane abluzioni nelle sostanze disinfettanti, venendo così contagiato: Rieux, nel frattempo raggiunto dalla notizia della morte della moglie, tenta disperatamente di salvare l'amico, ma ogni sforzo risulta vano. A breve, comunque, l'epidemia giunge al suo epilogo. Quando finalmente il cordone è levato, la città esplode in festa.

L'unico a non gioire è Cottard, che, deluso dalla fine della situazione a lui vantaggiosa, cade vittima di un raptus di follia e, da una finestra della propria abitazione, dà luogo a una sparatoria sulla folla, prima di essere arrestato dalla gendarmeria. Gli abitanti assaporano finalmente di nuovo il gusto della libertà, ma non dimenticano la terribile prova "che li ha messi di fronte all'assurdità della propria esistenza e alla precarietà della condizione umana". Questa è la trama de La Peste di Albert Camus, uno dei capolavori della letteratura contemporanea.

Come nel romanzo di Camus, il coronavirus ci sta mettendo di fronte alla nostra caducità. Improvvisamente ci scopriamo fragili ed indifesi. Prima molti erano sicuri di sapere tutto su tutto, oggi anche questi cercano affannosamente gli esperti perché quando la nostra vita è in pericolo scopriamo che di incompetenza si può anche morire.

In un attimo realizziamo di essere diventati i discriminati, i segregati, quelli bloccati alla frontiera, quelli che portano le malattie. Anche se non ne abbiamo colpa. Anche se siamo bianchi, occidentali e viaggiamo in business class. In una società fondata sulla produttività e sul consumo, molte volte fine a sé stesso, improvvisamente arriva l'ordine di fermarsi, di capire cosa è importante nelle nostre vite.

Il virus chiude le scuole e rimette insieme le famiglie. In una dimensione in cui le relazioni, la socialità e la comunicazione sono giocate prevalentemente nel non - luogo del virtuale, dei social network, siamo costretti a riscoprire il valore difensivo delle mura di casa e dell'affetto dei familiari.

In un mondo dove vige la regola dell'individualismo, si scopre che si può sopravvivere solo rispettando tutti le stesse regole, non perché imposte, ma perché servono per il bene comune. La responsabilità è condivisa, dalle tue azioni dipendono le sorti non solo tue, ma anche di tutti quelli che ti circondano. E tu dipendi dalle loro.

Nelle imprese si diceva che cambiare era impossibile. Oggi scopriamo che cambiare è possibile e che in emergenza lo si può fare molto più velocemente di quantomai si era anche solo immaginato. Nondimeno, quando usciremo da questa emergenza, il Paese probabilmente sarà in recessione. Questa investirà le nostre imprese come il virus ha investito le nostre vite. Qui non si tratta di essere pessimisti o ottimisti. Si tratta, invece, di capire che dobbiamo prepararci sin d'ora.

Cerchiamo di far tesoro di quello che il virus ci sta insegnando in queste ore per prepararci a superare le difficoltà economiche che ci investiranno. Come nella Peste di Camus, prima o poi si toglierà il cordone attorno alle nostre città. In quel momento faremo festa, ma dobbiamo sapere sin d'ora che potremmo ancora "morire" (di recessione, non fisicamente) se ci dimenticheremo che siamo fragili e possiamo resistere solo facendo squadra, con abnegazione e rispetto reciproco, con la serietà della nostra professionalità, senza indulgere in facili scorciatoie.

Rachael Rettner: HOW DOES THE NEW CORONAVIRUS COMPARE WITH THE FLU? (www.livescience.com, 6 marzo 2020) !!

The new coronavirus outbreak has made headlines in recent weeks, but there's another viral epidemic hitting countries around the world: flu season. But how do these viruses compare, and which one is really more worrisome?

So far, the new coronavirus has led to more than 100,000 illnesses and more than 3,000 deaths worldwide. But that's nothing compared with the flu, also called influenza. In the U.S. alone, the flu has caused an estimated 34 million illnesses, 350,000 hospitalizations and 20,000 deaths this season, according to the Centers for Disease Control and Prevention (CDC). 

That said, scientists have studied seasonal flu for decades. So, despite the danger of it, we know a lot about flu viruses and what to expect each season. In contrast, very little is known about the new coronavirus and the disease it causes, dubbed COVID-19, because it's so new. This means COVID-19 is something of a wild card in terms of how far it will spread and how many deaths it will cause. 

"Despite the morbidity and mortality with influenza, there's a certainty … of seasonal flu," Dr. Anthony Fauci, director of the National Institute of Allergy and Infectious Diseases, said in a White House press conference on Jan. 31. "I can tell you all, guaranteed, that as we get into March and April, the flu cases are going to go down. You could predict pretty accurately what the range of the mortality is and the hospitalizations [will be]," Fauci said. "The issue now with [COVID-19] is that there's a lot of unknowns." 

Scientists are racing to find out more about COVID-19, and our understanding of the virus that causes it and the threat it poses may change as new information becomes available. Based on what we know so far, here's how it compares with the flu.

Symptoms and severity

Both seasonal flu viruses (which include influenza A and influenza B viruses) and COVID-19 are contagious viruses that cause respiratory illness. 

Typical flu symptoms include fever, cough, sore throat, muscle aches, headaches, runny or stuffy nose, fatigue and, sometimes, vomiting and diarrhea, according to the CDC. Flu symptoms often come on suddenly. Most people who get the flu will recover in less than two weeks. But in some people, the flu causes complications, including pneumonia. So far this flu season, about 1% of people in the United States have developed symptoms severe enough to be hospitalized, which is similar to the rate last season, according to data from the CDC.

With COVID-19, doctors are still trying to understand the full picture of disease symptoms and severity. Reported symptoms in patients have varied from mild to severe, and can include fever, cough and shortness of breath, according to the CDC. 

In general, studies of hospitalized patients have found that about 83% to 98% of patients develop a fever, 76% to 82% develop a dry cough and 11% to 44% develop fatigue or muscle aches, according to a review study on COVID-19 published Feb. 28 in the journal JAMA. Other symptoms, including headache, sore throat, abdominal pain, and diarrhea, have been reported, but are less common. 

Another recent study, considered the largest on COVID-19 cases to date, researchers from the Chinese Center for Disease Control and Protection, analyzed 44,672 confirmed cases in China between Dec. 31, 2019 and Feb. 11, 2020. Of those cases, 80.9% (or 36,160 cases) were considered mild, 13.8% (6,168 cases) severe and 4.7% (2,087) critical. "Critical cases were those that exhibited respiratory failure, septic shock, and/or multiple organ dysfunction/failure," the researchers wrote in the paper published in China CDC Weekly.

It's important to note that, because respiratory viruses cause similar symptoms, it can be difficult to distinguish different respiratory viruses based on symptoms alone, according to WHO.

Death rate

The death rate from seasonal flu is typically around 0.1% in the U.S., according to >The New York Times.

The death rate for COVID-19 appears to be higher than that of the flu. 

In the study published Feb. 18 in the China CDC Weekly, researchers found a death rate from COVID-19 to be around 2.3% in mainland China. Another study of about 1,100 hospitalized patients in China, published Feb. 28 in the New England Journal of Medicine, found that the overall death rate was slightly lower, around 1.4%.

Still, the death rate for COVID-19 appears to vary by location and an individual's age, among other factors. For instance, in Hubei Province, the epicenter of the outbreak, the death rate reached 2.9%; in other provinces of China, that rate was just 0.4%, according to the China CDC Weekly study. In addition, older adults have been hit the hardest. The death rate soars to 14.8% in those 80 and older; among those ages 70 to 79, the COVID-19 death rate in China seems to be about 8%; it’s 3.6% for those ages 60 to 69; 1.3% for 50 to 59; 0.4% for the age group 40 to 49; and just 0.2% for people ages 10 to 39. No deaths in children under 9 have been reported. 

Though the death rate for COVID-19 is unclear, most research suggests it is higher than that of the seasonal flu.

Virus transmission

The measure scientists use to determine how easily a virus spreads is known as the "basic reproduction number," or R0 (pronounced R-nought). This is an estimate of the average number of people who catch the virus from a single infected person, Live science previously reported. The flu has an R0 value of about 1.3, according to The New York Times.

Researchers are still working to determine the R0 for COVID-19.  Preliminary studies have estimated an R0 value for the new coronavirus to be between 2 and 3, according to the JAMA review study published Feb. 28. This means each infected person has spread the virus to an average of 2 to 3 people.

It's important to note that R0 is not necessarily a constant number. Estimates can vary by location, depending on such factors as how often people come into contact with each other and the efforts taken to reduce viral spread, Live Science previously reported.

Risk of infection

The CDC estimates that, on average, about 8% of the U.S. population gets sick with the flu each season.

As of March 6, there are 260 cases of COVID-19 in the U.S., including those detected through public health surveillance and 48 among Americans who were "repatriated" to the U.S. Still, newly emerged viruses like this one are always of public health concern, according to the CDC. It's unclear how the situation with this virus in the U.S. will unfold, the agency said. Some people, such as health care workers, are at increased risk for exposure to COVID-19. 

Pandemics

It's important to note that seasonal flu, which causes outbreaks every year, should not be confused with pandemic flu, or a global outbreak of a new flu virus that is very different from the strains that typically circulate. This happened in 2009 with the swine flu pandemic, which is estimated to have killed between 151,000 and 575,000 people worldwide, according to the CDC. There is no flu pandemic happening currently.

The COVID-19 outbreak has not yet been declared a pandemic. But on Jan. 30, the WHO declared the COVID-19 outbreak a "public health emergency of international concern." The declaration was primarily due to concern that the virus could spread to countries with weaker health systems.

On Feb. 24, the Director-General of WHO, Tedros Adhanom Ghebreyesus, said the virus "absolutely" has pandemic potential, and that countries, communities and individuals should focus on preparing for COVID-19. 

Prevention

Unlike seasonal flu, for which there is a vaccine to protect against infection, there is no vaccine for COVID-19. But researchers at the U.S. National Institutes of Health are in the early stages of developing one. Officials plan to launch a phase 1 clinical trial of a potential vaccine for COVID-19 within the next few months.

In general, the CDC recommends the following to prevent the spread of respiratory viruses, which include both coronaviruses and flu viruses: Wash your hands often with soap and water for at least 20 seconds; avoid touching your eyes, nose and mouth with unwashed hands; avoid close contact with people who are sick; stay home when you are sick; and clean and disinfect frequently touched objects and surfaces.

LA NOSTRA CITTA' FUTURA: "Il virus e la libertà" (Fondazione Feltrinelli, 14 marzo 2020) !!

Democrazia virale  - La domanda che si sono fatti in tanti in questi giorni, però, è se affrontare il coronavirus sia compatibile con la democrazia occidentale. Il giudizio positivo della propaganda del Partito comunista cinese riflette d’altronde quello degli esperti dell’Oms nel report “ WHO-China Joint Mission”: il modello Wuhan è vincente. Gli stati occidentali saranno in grado di farlo senza introdurre la legge marziale? C’è chi continua ad avere fiducia, come il ministro della Salute Roberto Speranza, che in tv dichiara: “Non vogliamo puntare sulle sanzioni, ma sul senso civico degli italiani per vincere questa emergenza” (Wired). E Paesi europei che ancora faticano ad applicare limitazioni come quelle italiane (Linkiesta). Ma molti medici, scienziati e opinion leader oggi sono pronti a dire che bisognava prima – e quindi bisognerà a maggior ragione dopo – “fare come la Cina”. Ma noi – italiani, tedeschi, francesi, statunitensi e lato sensu democratici – non possiamo pensare a politiche pubbliche in cui i numeri rilevanti siano solo i contagiati e i morti da Covid-19, e non anche tutti gli altri cittadini malati o sani, la cui vita, salute, sussistenza deve entrare nel calcolo. Non perché “noi” a differenza dei cinesi siamo viziati dalla democrazia, ma perché questa uguaglianza dei cittadini davanti alla legge (e anche davanti alle leggi di emergenza) è la “nostra” legge, osserva Carmelo Palma suStradeonline). Su questi temi ascolta il videomessaggio di Nadia Urbinati della Columbia University.

Paolo Benanti: SARS-CoV-2: ISOLAMENTO O SOLITUDINE? (10 marzo 2020) !!

Nella fede il senso, lo spirituale, è riverbero del Senso: Primo e Ultimo di ogni nostro anelito. E allora mi sono chiesto il senso di questi giorni. Qui riporto un estratto di quanto ho scritto ai miei confratelli. Prendetelo per quello che è: una pagina del mio diario ...

Cari confratelli seguiamo le indicazioni del Ministero della Salute e quanto già distribuito via email sui comportamenti igienici da tenere. Abitiamo in Regioni e Provincie diverse: seguite le indicazioni delle autorità locali e dei Vescovi competenti per il vostro territorio. Siate modelli a tutti i fedeli in questo. Ricordate che Francesco ha una grande attenzione a questo fino a volerlo nella Regola: "Frate Francesco promette obbedienza e ossequio al signor papa Onorio e ai suoi successori canonicamente eletti e alla Chiesa romana. E gli altri frati siano tenuti a obbedire a frate Francesco e ai suoi successori".

Tuttavia mi preoccupa ora un indesiderato effetto spirituale che questo momento potrebbe suscitare in noi. Potremmo chiuderci in una sorta di quarantena spirituale. Dobbiamo "trasformare" ogni eventuale quarantena spirituale che possa essersi impossessata di noi in una vera Quaresima. In che senso?

Partiamo dalla definizione di quarantena. Nel dizionario della lingua italiana troviamo scritto: QUARANTENA: In origine, segregazione di quaranta giorni prescritta per malati affetti da malattie contagiose; in seguito, isolamento, segregazione di persone o animali per motivi sanitari, indipendentemente dal numero dei giorni. FIG. Condizione di isolamento, di esclusione da un gruppo. Attesa, sospensione per cautela: mettere una notizia in q., attenderne conferma.

Se nel nostro cuore ci troviamo in una condizione di isolamento allora il nostro cammino spirituale è in serio pericolo. Siamo chiamati a vivere in Quaresima un tempo di solitudine per incontrare Dio non un tempo di isolamento come sottolinea Denis Vasse ("Uno sguardo umano: dall’isolamento alla solitudine", in La solitudine: grazia o maledizione?, P. Beauchamp, A. Louf e AA.VV., Qiqajon, Bose 2001):

L’uomo di oggi fa molta fatica a trovare la strada della solitudine, la strada che lo conduce a se stesso, al mondo e a Dio. Cos'è, dunque, la solitudine? Se essa si definisce in base alla relazione che ho con l’altro in cui m’imbatto o con l’altro che giace nella parte più intima di me stesso, la solitudine è il contrario dell’isolamento, che invece nega tale relazione.

L’isolamento si distingue dalla solitudine in quanto nega la possibilità dell’apertura all'altro, vissuta sempre come un’alterazione. Più in profondità, esso è negazione del desiderio che portiamo in noi, il desiderio dell’altro. L’isolamento e il mutismo vanno di pari passo, perché la relazione con l’altro trova l’espressione propria nella parola, e la negazione della prima comporta la scomparsa della seconda. Si potrebbe dire che l’isolamento stia alla solitudine come il mutismo sta al silenzio. Tacere implica che si abbia qualcosa da dire; essere soli suppone anche la possibilità di non esserlo, di essere aperti al mondo. La presenza dell’essere amato è sentita, nella solitudine, come un’assenza. Nell'isolamento la separazione è vissuta come un’inquietante interruzione del contatto. Per provare a se stesso che esiste, l’isolato ha bisogno della presenza materiale dell’altro, per quanto insopportabile. La scomparsa o il cambiamento dell’altro lo fa precipitare in una dolorosa incertezza, quella che compare quando è venuto meno ogni punto di riferimento.

Non sono molti gli intellettuali cattolici che nel Novecento hanno saputo affermarsi nei nuovi campi del sapere aperti dalle scienze umane, e senza dubbio fra questi si annovera il gesuita Denis Vasse, che ha percorso un’importante e riconosciuta carriera di psicanalista, distinguendosi non solo nella pratica ma anche nella ricerca. Amico e stretto collaboratore della notissima psicanalista Françoise Dolto, padre Vasse ha saputo innovare portando una profonda visione spirituale nella disciplina psicanalitica, illuminando con pagine originali e stimolanti il rapporto fra anima e psiche. Ma è stato anche un grande saggista, e la bellissima voce Pudeur che ha scritto per il «Dictionnaire de spiritualité» dimostra l’ammirevole sintesi fra spirito e intelletto alla quale sapeva giungere, con risultati originali e preziosi. Fra le sue opere principali, ricordiamo Le poids du réel, la souffrance (1983); La chair envisagée (1988); La Dérision ou la joie (1999).

Come dice Umberto Vivarelli, discepolo e amico di don Primo Mazzolari, siamo chiamati a vivere la solitudine del cristiano:

Esiste una interiorità che, come diceva Bernanos, assomiglia al gatto che gira attorno alla propria coda: intimismo, spiritualismo disincarnato, fuga dal mondo e dalle sue concrete responsabilità, compiacenze misticheggianti per meglio disprezzare la fatica quotidiana del mestiere di uomo. Ma è pur vero che questa sana rappresaglia a una spiritualità senza spina dorsale e senza piedi per terra, a sua volta è minacciata dalla tentazione opposta: affogare nell'attivismo e nell'agitazione quotidiana. Un’autentica spiritualità evangelica è un continuo, delicato, riconquistato equilibrio tra contemplazione e impegno, deserto e storia, l’assoluto di Dio e il quotidiano umano. Per qualsiasi avventura di esodo bisogna entrare, accettare, sperimentare il deserto; ma sempre nel deserto c’è il «roveto ardente» dove l’uomo incontra Dio per accettare la vocazione di liberatore dei fratelli oppressi. Se la contemplazione non cresce nella verifica della propria vocazione profetica, diventa sterile aristocrazia intellettuale. Se il deserto non è lo spazio spirituale per forgiare il proprio impegno rivoluzionario nella storia, è alienazione da Dio e dall'uomo. Se l’Assoluto non è Parola che si fa carne, non esiste il credente vero perché non c’è l’uomo vero. La solitudine non è disimpegno. Nella preghiera il credente si presenta e sempre ritorna al «cuore di Dio», che è il «cuore» di tutte le creature e di tutti gli avvenimenti. Qui la logica mondana delle prudenze, delle furbizie, delle prepotenze è lucidamente vista e capita nella storia, perché queste vi si infrangono e vi sono messe in scacco. Di qua il credente parte, irrobustito dall'onnipotenza dell’amore, per sfidare le politiche del denaro, della forza, del dominio. Il solitario pianta la sua tenda nel regno di Dio che è attesa e insieme anticipazione ardente. Poiché si sente senza patria, oltre le razze, al di là di ogni confine, incamminato verso il «giorno del Signore», passa attraverso le città degli uomini e le loro sorti come un avventuriero della libertà, della giustizia, della pace. Su ogni strada, con tutti, ma sempre proteso in avanti. Il cristiano è chiamato a essere «fermento nella massa» e per sollevare e far lievitare tutta la pasta non deve «massificarsi». Entrare e rimanere come fermento evangelico dentro la massa della storia e dell’esistenza di tutti - è il momento della incarnazione della Parola - significa accettare il rischio della fede solitaria. Continuamente si deve scommettere la propria fede contro le sconfitte e i fallimenti che il mondo regala senza posa. Bisogna vigilare per difendersi dalle suggestioni della massa: le abitudini, le mode, i conformismi, i servilismi, le rassegnazioni.
[…]
La fede potrebbe essere presentata così: una vita che rischia l’«assolo» con Dio. Fino a che manca questo incontro unico «faccia a faccia» col mistero di Dio, che si rispecchia nel mistero del nostro essere e fare l’uomo, non si entra nella fede. Si rimane nella sfera religiosa, dentro la quale giocano le immaginazioni e le suggestioni superstiziose. Dio, l’invisibile vivente e presente, non tocca né occupa l’esistenza concreta. Questo vivere faccia a faccia dinanzi al volto del mistero, che incessantemente si svela e si nasconde, costituisce l’esperienza radicale di ogni fede. Diviene insieme preghiera, contemplazione, conversione: vuol dire porsi alla sorgente del proprio essere, dove «c’è la fonte di un’acqua zampillante a vita eterna» (Giovanni 4, 14). A questa profondità spirituale la luce della Verità ci rivela il nostro nome unico, il nostro unico volto, la nostra unica immagine che riflette e manifesta il volto del Padre. Così nasce e cresce «l’uomo nuovo, non nato da sangue, né da volontà di carne, né da volontà di uomo» (Giovanni 1, 13). Solo quando si incontra Dio «a tu per tu» si entra in quella novità radicale che costruisce il «noi», perché si creano e si stabiliscono con tutti gli altri uomini rapporti e incontri in uno stile che va oltre la logica del sangue e degli istinti, degli interessi, degli egoismi, delle convenienze. La solitudine interiore matura e delinea la struttura e la fisionomia personale di ogni spiritualità, perciò è la condizione indispensabile per uscire dall'anonimato e non proliferare « gruppi anonimi », anche se orpellati di cultura teologica, di estetismo liturgico, di raffinatezze spiritualistiche. Perché è una solitudine carica di vita che «morde» la vita. Mette in questione le «clausure» dell’individualismo, egocentrico e indifferente: provoca le soddisfazioni dell’io e le fughe dall'io, aiutando così a scoprire e a rispettare quel bisogno di solitudine che è l’unica difesa dall'isolamento e dalla superficialità quotidiana. Sorgono allora e possono durare le vere amicizie, senza complicità e senza ipocrisie, perché, nella luce di Dio, si denudano la radice di ogni esistenza e gli sbocchi di ogni esperienza e insieme si percorrono le strade della propria liberazione umana.

Cari confratelli, abbracciamo la solitudine e abbandoniamo ogni isolamento. Facciamoci liberare dal Signore per essere a nostra volta liberatori di umanità in un periodo in cui la paura è il peggiore virus che minaccia la nostra società. Facciamoci liberare per essere liberatori nella fede, del popolo di Dio che ci è affidato. Dio, che non ha disdegnato di farsi creatura fragile come noi ci sperimentiamo fragili oggi, vuole la nostra mediazione umana per rendere visibile il destino a cui siamo chiamati.

Coraggio, facciamo Quaresima e non una quarantena interiore, perché il Signore ci trovi pronti "con i sandali ai piedi e i fianchi cinti" (cf. Es 12,1-18) per farci fare Pasqua. 

UN MEDICO ONCOLOGO AMICO DI ELI (8 marzo 2020) !!

Carissimi amici mi permetto di inviarvi quello che ha scritto un collega che lavora alla clinica Gavazzeni di Bergamo e descrive benissimo la situazione. È quello che provo anch’io quando faccio il turno nel reparto Covid19: sembra di essere in guerra...mi permetto di raccomandare a tutti voi di muovervi il meno possibile. Solo così potremo sconfiggere il nemico...vi abbraccio tutti e spero di vedervi presto...
Presto questi problemi ci saranno in tutta italia e in buona parte del mondo. Siamo in piena *PANDEMIA*
In una delle costanti mail che ricevo dalla mia direzione sanitaria a cadenza più che quotidiana ormai in questi giorni, c’era anche un paragrafo intitolato “fare social responsabilmente”, con alcune raccomandazioni che possono solo essere sostenute.
Capisco anche il danno economico e sono anch’io preoccupato di quello. Dopo l’epidemia il dramma sarà ripartire. Però, a parte il fatto che stiamo letteralmente devastando anche dal punto di vista economico il nostro SSN, mi permetto di mettere più in alto l’importanza del danno sanitario che si rischia in tutto il paese e trovo a dir poco “agghiacciante” ad esempio che non si sia ancora istituita una zona rossa già richiesta dalla regione, per i comuni di Alzano Lombardo e Nembro (tengo a precisare che trattasi di pura opinione personale).
Io stesso guardavo con un po’ di stupore le riorganizzazioni dell’intero ospedale nella settimana precedente, quando il nostro nemico attuale era ancora nell’ombra: i reparti piano piano letteralmente “svuotati”, le attività elettive interrotte, le terapie intensive liberate per creare quanti più posti letto possibili. I container in arrivo davanti al pronto soccorso per creare percorsi diversificati ed evitare eventuali contagi. Tutta questa rapida trasformazione portava nei corridoi dell’ospedale un’atmosfera di silenzio e vuoto surreale che ancora non comprendevamo, in attesa di una guerra che doveva ancora iniziare e che molti (tra cui me) non erano così certi sarebbe mai arrivata con tale ferocia.
(apro una parentesi: tutto ciò in silenzio e senza pubblicizzazioni, mentre diverse testate giornalistiche avevano il coraggio di dire che la sanità privata non stava facendo niente).
Ricordo ancora la mia guardia di notte di una settimana fa passata inutilmente senza chiudere occhio, in attesa di una chiamata dalla microbiologia del Sacco. Aspettavo l’esito di un tampone sul primo paziente sospetto del nostro ospedale, pensando a quali conseguenze ci sarebbero state per noi e per la clinica. Se ci ripenso mi sembra quasi ridicola e ingiustificata la mia agitazione per un solo possibile caso, ora che ho visto quello che sta accadendo.
Bene, la situazione ora è a dir poco drammatica. Non mi vengono altre parole in mente. La guerra è letteralmente esplosa e le battaglie sono ininterrotte giorno e notte.
Uno dopo l’altro i poveri malcapitati si presentano in pronto soccorso. Hanno tutt’altro che le complicazioni di un’influenza. Piantiamola di dire che è una brutta influenza. In questi 2 anni ho imparato che i bergamaschi non vengono in pronto soccorso per niente. Si sono comportati bene anche stavolta. Hanno seguito tutte le indicazioni date: una settimana o dieci giorni a casa con la febbre senza uscire e rischiare di contagiare, ma ora non ce la fanno più. Non respirano abbastanza, hanno bisogno di ossigeno.
Le terapie farmacologiche per questo virus sono poche. Il decorso dipende prevalentemente dal nostro organismo. Noi possiamo solo supportarlo quando non ce la fa più. Si spera prevalentemente che il nostro organismo debelli il virus da solo, diciamola tutta. Le terapie antivirali sono sperimentali su questo virus e impariamo giorno dopo giorno il suo comportamento. Stare al domicilio sino a che peggiorano i sintomi non cambia la prognosi della malattia.
Ora però è arrivato quel bisogno di posti letto in tutta la sua drammaticità. Uno dopo l’altro i reparti che erano stati svuotati, si riempiono a un ritmo impressionante. I tabelloni con i nomi dei malati, di colori diversi a seconda dell’unità operativa di appartenenza, ora sono tutti rossi e al posto dell’intervento chirurgico c’è la diagnosi, che è sempre la stessa maledetta: polmonite interstiziale bilaterale.
Ora, spiegatemi quale virus influenzale causa un dramma così rapido. Perché quella è la differenza (ora scendo un po’ nel tecnico):
  • nell’influenza classica, a parte contagiare molta meno popolazione nell’arco di più mesi, i casi si possono complicare meno frequentemente, solo quando il VIRUS distruggendo le barriere protettive delle nostre vie respiratorie permette ai BATTERI normalmente residenti nelle alte vie di invadere bronchi e polmoni provocando casi più gravi.
  • Il Covid 19 causa una banale influenza in molte persone giovani, ma in tanti anziani (e non solo) una vera e propria SARS perché arriva direttamente negli alveoli dei polmoni e li infetta rendendoli incapaci di svolgere la loro funzione. L’insufficienza respiratoria che ne deriva è spesso grave e dopo pochi giorni di ricovero il semplice ossigeno che si può somministrare in un reparto può non bastare.
Scusate, ma a me come medico non tranquillizza affatto che i più gravi siano prevalentemente anziani con altre patologie. La popolazione anziana è la più rappresentata nel nostro paese e si fa fatica a trovare qualcuno che, sopra i 65 anni, non prenda almeno la pastiglia per la pressione o per il diabete. Vi assicuro poi che quando vedete gente giovane che finisce in terapia intensiva intubata, pronata o peggio in ECMO (una macchina per i casi peggiori, che estrae il sangue, lo ri-ossigena e lo restituisce al corpo, in attesa che l’organismo, si spera, guarisca i propri polmoni), tutta questa tranquillità per la vostra giovane età vi passa.
E mentre ci sono sui social ancora persone che si vantano di non aver paura ignorando le indicazioni, protestando perché le loro normali abitudini di vita sono messe “temporaneamente” in crisi, il disastro epidemiologico si va compiendo.
E non esistono più chirurghi, urologi, ortopedici, siamo unicamente medici che diventano improvvisamente parte di un unico team per fronteggiare questo tsunami che ci ha travolto. I casi si moltiplicano, arriviamo a ritmi di 15-20 ricoveri al giorno tutti per lo stesso motivo. I risultati dei tamponi ora arrivano uno dopo l’altro: positivo, positivo, positivo. Improvvisamente il pronto soccorso è al collasso. Le disposizioni di emergenza vengono emanate: serve aiuto in pronto soccorso. Una rapida riunione per imparare come funziona il software di gestione del pronto soccorso e pochi minuti dopo sono già di sotto, accanto ai guerrieri che stanno al fronte della guerra. La schermata del pc con i motivi degli accessi è sempre la stessa: febbre e difficoltà respiratoria, febbre e tosse, insufficienza respiratoria ecc… Gli esami, la radiologia sempre con la stessa sentenza: polmonite interstiziale bilaterale, polmonite interstiziale bilaterale, polmonite interstiziale bilaterale. Tutti da ricoverare. Qualcuno già da intubare e va in terapia intensiva. Per altri invece è tardi...
La terapia intensiva diventa satura, e dove finisce la terapia intensiva se ne creano altre. Ogni ventilatore diventa come oro: quelli delle sale operatorie che hanno ormai sospeso la loro attività non urgente diventano posti da terapia intensiva che prima non esistevano.
Ho trovato incredibile, o almeno posso parlare per l’HUMANITAS Gavazzeni (dove lavoro) come si sia riusciti a mettere in atto in così poco tempo un dispiego e una riorganizzazione di risorse così finemente architettata per prepararsi a un disastro di tale entità. E ogni riorganizzazione di letti, reparti, personale, turni di lavoro e mansioni viene costantemente rivista giorno dopo giorno per cercare di dare tutto e anche di più.
Quei reparti che prima sembravano fantasmi ora sono saturi, pronti a cercare di dare il meglio per i malati, ma esausti. Il personale è sfinito. Ho visto la stanchezza su volti che non sapevano cosa fosse nonostante i carichi di lavoro già massacranti che avevano. Ho visto le persone fermarsi ancora oltre gli orari a cui erano soliti fermarsi già, per straordinari che erano ormai abituali. Ho visto una solidarietà di tutti noi, che non abbiamo mai mancato di andare dai colleghi internisti per chiedere “cosa posso fare adesso per te?” oppure “lascia stare quel ricovero che ci penso io”. Medici che spostano letti e trasferiscono pazienti, che somministrano terapie al posto degli infermieri. Infermieri con le lacrime agli occhi perché non riusciamo a salvare tutti e i parametri vitali di più malati contemporaneamente rilevano un destino già segnato.
Non esistono più turni, orari. La vita sociale per noi è sospesa.
Io sono separato da alcuni mesi, e vi assicuro che ho sempre fatto il possibile per vedere costantemente mio figlio anche nelle giornate di smonto notte, senza dormire e rimandando il sonno a quando sono senza di lui, ma è da quasi 2 settimane che volontariamente non vedo né mio figlio né miei familiari per la paura di contagiarli e di contagiare a sua volta una nonna anziana o parenti con altri problemi di salute. Mi accontento di qualche foto di mio figlio che riguardo tra le lacrime e qualche videochiamata.
Perciò abbiate pazienza anche voi che non potete andare a teatro, nei musei o in palestra. Cercate di aver pietà per quella miriade di persone anziane che potreste sterminare. Non è colpa vostra, lo so, ma di chi vi mette in testa che si sta esagerando e anche questa testimonianza può sembrare proprio un’esagerazione per chi è lontano dall’epidemia, ma per favore, ascoltateci, cercate di uscire di casa solo per le cose indispensabili. Non andate in massa a fare scorte nei supermercati: è la cosa peggiore perché così vi concentrate ed è più alto il rischio di contatti con contagiati che non sanno di esserlo. Ci potete andare come fate di solito. Magari se avete una normale mascherina (anche quelle che si usano per fare certi lavori manuali) mettetevela. Non cercate le ffp2 o le ffp3. Quelle dovrebbero servire a noi e iniziamo a far fatica a reperirle. Ormai abbiamo dovuto ottimizzare il loro utilizzo anche noi solo in certe circostanze, come ha recentemente suggerito l’OMS in considerazione del loro depauperamento pressoché ubiquitario.
Eh sì, grazie allo scarseggiare di certi dispositivi io e tanti altri colleghi siamo sicuramente esposti nonostante tutti i mezzi di protezione che abbiamo. Alcuni di noi si sono già contagiati nonostante i protocolli. Alcuni colleghi contagiati hanno a loro volta familiari contagiati e alcuni dei loro familiari lottano già tra la vita e la morte.
Siamo dove le vostre paure vi potrebbero far stare lontani. Cercate di fare in modo di stare lontani. Dite ai vostri familiari anziani o con altre malattie di stare in casa. Portategliela voi la spesa per favore.
Noi non abbiamo alternativa. E’ il nostro lavoro. Anzi quello che faccio in questi giorni non è proprio il lavoro a cui sono abituato, ma lo faccio lo stesso e mi piacerà ugualmente finché risponderà agli stessi principi: cercare di far stare meglio e guarire alcuni malati, o anche solo alleviare le sofferenze e il dolore a chi non purtroppo non può guarire.
Non spendo invece molte parole riguardo alle persone che ci definiscono eroi in questi giorni e che fino a ieri erano pronti a insultarci e denunciarci. Tanto ritorneranno a insultare e a denunciare appena tutto sarà finito. La gente dimentica tutto in fretta.
E non siamo nemmeno eroi in questi giorni. E’ il nostro mestiere. Rischiavamo già prima tutti i giorni qualcosa di brutto: quando infiliamo le mani in una pancia piena di sangue di qualcuno che nemmeno sappiamo se ha l’HIV o l’epatite C; quando lo facciamo anche se lo sappiamo che ha l’HIV o l’epatite C; quando ci pungiamo con quello con l’HIV e ci prendiamo per un mese i farmaci che ci fanno vomitare dalla mattina alla sera. Quando apriamo con la solita angoscia gli esiti degli esami ai vari controlli dopo una puntura accidentale sperando di non esserci contagiati. Ci guadagniamo semplicemente da vivere con qualcosa che ci regala emozioni. Non importa se belle o brutte, basta portarle a casa.
Alla fine cerchiamo solo di renderci utili per tutti. Ora cercate di farlo anche voi però: noi con le nostre azioni influenziamo la vita e la morte di qualche decina di persone. Voi con le vostre, molte di più.

Slavoj Zizek: Coronavirus is ‘Kill Bill’-esque blow to capitalism and could lead to reinvention of communism (www.rt.com, 28 febbraio 2020)

The ongoing spread of the coronavirus epidemic has also triggered vast epidemics of ideological viruses which were laying dormant in our societies: fake news, paranoiac conspiracy theories, explosions of racism.

The well-grounded medical need for quarantines found an echo in the ideological pressure to establish clear borders and to quarantine enemies that pose a threat to our identity.

But maybe another – and much more beneficial – ideological virus will spread and hopefully infect us: the virus of thinking about an alternate society, a society beyond nation-state, a society that actualizes itself in the forms of global solidarity and cooperation. 

Speculation is often heard today that the coronavirus may lead to the fall of communist rule in China, in the same way that (as Gorbachev himself admitted) the Chernobyl catastrophe was the event which triggered the end of the Soviet communism. But there is a paradox here: the coronavirus will also compel us to re-invent communism based on trust in the people and in science.

In the final scene of Quentin Tarantino’s ‘Kill Bill 2,’ Beatrix disables the evil Bill and strikes him with the “Five Point Palm Exploding Heart Technique” – the most deadly blow in all of martial arts. The move consists of a combination of five strikes with one’s fingertips to five different pressure points on the target’s body. After the target walks away and has taken five steps, their heart explodes in their body and they fall to the ground.

This attack is part of martial arts mythology and is not possible in real hand-to-hand combat. But, back to the film, after Beatrix does